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Trittico del fieno di Hieronymus Bosch/bosch-trittico-carro-fieno-3-costruzioni-inferno.jpg

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Nel primo gruppo di opere, Bosch si vale il più delle volte di quell’approssimata prospettiva quattrocentesca che ancora non aveva assorbito, nelle Fiandre, gli insegnamenti dei grandi quattrocentisti italiani Un secondo gruppo è quello delle grandi composizioni fantastiche, dei complessi trittici; e qui l’artista si vale il più delle volte d’una sua peculiarissima visione spaziale: le figure sono scaglionate in bande orizzontali, o leggermente obliquanti, dall’alto al basso del dipinto, e la profondità è solo accennata e non viene nemmeno perseguita. come tale. Le figure si muovono e sono immerse in uno spazio amorfo, vago, impalpabile, quello che vorrei chiamare ’spazio onirico’. (E, infatti, non sono veri e propri sogni quelli del Bosch? L’atmosfera in cui si snodano questi episodi è quella del sogno, e come tale è privata da quella tridimensionalità fittizia propria dello spazio tellurico).
Perciò in questi dipinti le figure appaiono spesso sopra un primo piano continuo cui son giustapposte altre lamine spaziali più remote che formano lo sfondo, ma non aventi con il primo piano che una continuità di accostamento e partenti da un punto di fuga completamente diverso. Viene adottato qui un sistema analogo a quello della prospettiva ’embricata’ cara all’infanzia, secondo la quale i diversi piani sono accostati tra di loro pur rimanendo distinti e senza reciproca integrazione. Una terza esperienza spaziale è quella dei lavori che dai più sono attribuiti all’età matura, come nel Cristo incoronato di spine del Prado e di Londra, e nel Cristo che porta la croce di Gand. In questi ultimi dipinti di Bosch la composizione si viene modificando: non più la straordinaria e mutevole fantasmagoria di figure che s’addensano per ogni dove; qui l’impaginazione del dipinto si fa più sobria e più scarnificata, le figure sono spinte in un unico primo piano, con abolizione pressoché totale d’ogni preoccupazione prospettica, specie là dove le figure si presentano a mezzo busto e talvolta con le sole teste a creare una ritmica composizione di masse e di volumi.
E anche qui stupisce come l’artista abbia saputo affrontare in maniera così varia e molteplice il problema dello spazio, prima aggirando l’ostacolo della spazialità rinascimentale legata al cubo scenografico; poi abbandonando anche la spazialità ’atmosferica’ delle grandi composizioni fantastiche e inventando, nelle ultime opere, un tipo inedito di ’inquadratura’. Poiché potremo veramente parlare qui di ’inquadratura’ in senso cinematografico; la puntualizzazione di singoli particolari, di singole espressioni dei volti, fuori da ogni dettaglio ambientale o di paesaggio, è un aspetto che solo molto tempo dopo ci sarà dato trovare nell’arte pittorica.
G. DORFLES, Bosch, 1953
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