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La metafora come strumento cognitivo di costruzione |
Cervelli malati: una spossante analisi costi/benefici |
Il "disturbo della personalità multipla" |
Imitare il modo di camminare e di parlare di Wittgenstein |
L’"incontrare" il mondo per Heidegger |
La metafora è lo strumento per accedere a un nuovo vocabolario filosofico |
La razionalità riguarda il divario tra iniziazione e completamento dell’azione |
Le metafore, le “pompe dell’intuizione” |
Come pensa un matematico: il problema di Fermat |
Come pensa un matematico: la solitudine |
Didattica della scienza |
Due premi Nobel e ormai si occupa di giardinaggio |
I campi diversi di cui si è occupato von Neumann |
Le risposte dipendono da come si formulano le domande |
Le voci di John Nash |
L’incorniciamento e quante navi sono passate nel canale di Panama |
Metafora con la pittura impressionista a puntini |
Metafora per le molecole |
Un puro gioco di coordinazione, in cui tutti vogliono lo stesso risultato |
Gli effetti delle lesioni cerebrali su persone bilingui |
I processi di pensiero di Einstein |
Il libro dello scienziato Tsunoda “Il cervello dei giapponesi” |
Jaynes: critiche |
La melodia è una forma |
La scrittura ristruttura la mente |
Leggere ad alta voce ha effetti mentali diversi dalla lettura silenziosa |
Una bambina cieca-sorda-muta impara una nuova parola |
La nostra attenzione è catturata se… |
Elaborazione preattentiva e capacità di attenzione |
L’uso delle immagini per aiutare la memoria |
Metodo dei loci |
Riconoscimento di facce |
Trucchi per la memorizzazione |
La soluzione di problemi |
Fattori che possono influenzare il problem solving |
Tre modi in cui un bambino trattiene e usa informazioni |
Pensiero e linguaggio: la spiegazione razionalistica in Chomsky |
Due modi diversi di pensare: a voce e come visione. È semplice come contare fino a 60 |
Tanti modi di sbagliare |
Un grande insegnante di matematica |
Una comunicazione fatta bene influenza la commissione d’inchiesta |
Un professore di fisica usa il suo sapere soltanto per spiegare le osservazioni degli sperimentatori |
Uno stratagemma retorico: la dimostrazione |
Attento a ore sei! |
Usare le parole dell’altro contro di lui |
…atomi con la coscienza, materia con la curiosità |
Una mente che è stata sostituita da tempo |
Il linguaggio adattato ai profani |
Come convincere senza far opposizione diretta |
Come il cervello può estrarre determinati significati dalle cose |
La coscienza, il linguaggio e le pompe d’intuizione |
Non c’è molta letteratura su come le persone generano il linguaggio |
La falsa illusione della supremazia del cervello sul resto del corpo |
La metafora come strumento cognitivo di costruzione
Ormai la metafora viene studiata non più come semplice struttura del linguaggio, ma soprattutto come una forma di pensiero, uno strumento cognitivo di costruzione e classificazione del reale, senza il quale sarebbe impossibile qualunque operazione concettuale.
La metafora è presente, dicono Lakoff e Johnson (1980), nel pensiero in primo luogo, nelle azioni e ovviamente nel linguaggio, spesso i gruppi naturali dispongono già di metafore che usano abitualmente nel loro linguaggio, in questo caso abbiamo quelle che vengono definite "metafore morte", come "il collo della bottiglia", la "gamba del tavolo". In altri casi, invece, le metafore propongono un accostamento inconsueto, una somiglianza non ovvia, "un piccolo enigma" la cui soluzione non è né scontata né impossibile.
Studiando il linguaggio di una determinata cultura, essi affermano di aver scoperto che la maggior parte del nostro normale sistema concettuale è di natura metaforica, ed hanno individuato in esso un mezzo per cominciare ad identificare le metafore condivise dai membri di quelle culture che ne guidano la percezione, il pensiero e le azioni.
Se partiamo dal presupposto che la metafora è uno strumento cognitivo di costruzione del reale, con cui gli individui classificano le proprie esperienze, ne consegue che attraverso un’attenta analisi delle metafore tipiche di una determinata cultura, "noi possiamo ricostruire una mappa del senso comune che regola in forma implicita l’agire ed il parlare quotidiano di quella cultura" o di quel gruppo, una mappa che raccoglie e integra tutte le immagini mentali e le disposizioni relazionali di sé e degli altri.
Secondo gli autori, infatti, le espressioni metaforiche che noi usiamo, sono connesse in modo sistematico ai concetti metaforici, per questo è possibile usare le espressioni metaforiche come spia sui processi metaforici che strutturano le nostre attività quotidiane.
Come scrive Bowlby (1980): "ogni situazione della nostra vita è interpretata attraverso i modelli rappresentazionali che abbiamo del mondo attorno a noi e di noi stessi. Le informazioni che raggiungono i nostri organi di senso vengono selezionate ed interpretate sulla base di questi modelli".
[Lakoff G., Johnson M., Metafora e vita quotidiana, Espresso Strumenti, Milano, 1982]
Paciolla A., “Metafora e psicologia”, Laurus Robuffo edizioni, pag. 40
Cervelli malati: una spossante analisi costi/benefici
Antonio Damasco: Un esempio tratto dalla mia esperienza personale credo possa contribuire a chiarire meglio quanto ho detto. Pochi giorni fa stavo parlando con un mio paziente - affetto da lesione ai lobi prefrontali, come Elliot, e quindi anch’egli incapace di provare qualsiasi emozione e sentimento - per stabilire la sua prossima venuta in laboratorio, e gli suggerivo due date a pochi giorni di distanza l’una dall’altra. Il paziente ha tirato fuori l’agenda e ha cominciato a scorrerla. Per quasi mezz’ora è andato avanti a elencare ragioni pro o contro la scelta dell’una o dell’altra data: precedenti impegni, altri appuntamenti in ora ravvicinata a quella della visita, cambiamenti delle condizioni meteorologiche - tutto, o quasi, quello che si potrebbe ragionevolmente pensare a proposito di un appuntamento. Con una imperturbabilità sconcertante, mi conduceva attraverso una spossante analisi costi/benefici, una descrizione interminabile e uno sterile confronto di opzioni e di possibili conseguenze. Mi ci è voluto un enorme sforzo di autocontrollo per stare ad ascoltarlo senza picchiare un pugno sul tavolo e gridargli di smetterla. Alla fine, sono riuscito a interromperlo e a suggerirgli, con calma, di venire nel secondo dei due giorni possibili. Con altrettanta calma, e con prontezza, egli ha risposto: «Va bene», si è rimesso in tasca l’agendina e se n’è andato. Ecco un bell’esempio dei limiti della ragion pura!
Carli E., “Cervelli che parlano”, Bruno Mondadori, pag. 39
Il "disturbo della personalità multipla"
Eddy Carli:Affrontando la questione della mente e della coscienza lei si è occupato anche di alcune patologie mentali come il "disturbo della personalità multipla", in cui un singolo corpo umano sembra abitato da diversi sé, ognuno con un nome proprio e un’autobiografia. Ed ha sottolineato come la comprensione della stranezza di tale fenomeno di divisione richieda un cambiamento nella prospettiva non tanto metafisica, ma propriamente umana attraverso la quale osserviamo il mondo.
Daniel Dennett: I casi affetti dal "disturbo della personalità multipla" vengono oggi diagnosticati a migliaia ed è stato verificato che tale malattia è quasi sempre dovuta ad abusi prolungati nella prima infanzia, di solito a sfondo sessuale e di una violenza rivoltante. La stranezza del fenomeno è incomparabile non perché sfida le nostre presupposizioni su ciò che sia metafisicamente possibile, ma su ciò che sia umanamente possibile, sui limiti della depravazione e della crudeltà umana. Questi bambini sono cresciuti in circostanze così straordinariamente terrificanti che confesso di essere più stupito del fatto che essi siano riusciti a sopravvivere psicologicamente di quanto non lo sia nell’apprendere che questa conservazione di se stessì sia stata ottenuta tramite una disperata ridefinizione del sé. Quello che fanno, quando sono messi di fronte a un conflitto o a un dolore, è "andarsene da sé", creando un confine che lasci fuori l’orrore, in modo che esso non capiti a loro, ma a un altro sé più capace di mantenersi intatto di fronte a tale assalto. Che tipo di spiegazione potremmo dare di tale processo di divisione? Ci deve essere stato un unico e intero sé che in qualche modo si è scisso.
Esperienze blande di "disturbo della personalità multipla" credo siano costitutive anche di individui normali, non affetti dal disturbo in senso patologico. Consideri se stessa, Eddy Carli che in questo preciso momento sta intervistandomi. C’è un’altra Eddy Carli che sta parlando a sua madre, o a un fidanzato o a un amico. Lei vive numerose vite diverse e parallele, io non so nulla di tali vite, se non una piccola parte di quella che mi appare ora dinanzi, ma posso immaginare che lei si muova in due o tre diversi mondi diversi. Tutti noi lo facciamo. E quando ci troviamo in uno di questi mondi tutte le nostre energie, le nostre disposizioni mentali, i nostri ricordi vi sono immersi. E se ci spostiamo improvvisamente in un altro mondo saremo per un momento totalmente confusi. Ricordo un episodio che ho vissuto qualche anno fa. Mi trovavo alla Medical School di Harvard per tenere una conferenza, ed ero totalmente immerso nel mio ruolo professionale. Dopo la conferenza vi fu un piccolo rinfresco e, mentre stavo parlando con alcuni colleghi, una signora che indossava l’uniforme del servizio ristorazione mi si avvicinò dicendo: «Ciao Dan!». La osservai con la sensazione di conoscerla e di conoscerla molto bene, ma non sapevo assolutamente chi fosse, ero totalmente confuso, disorientato. Bene, la signora del rinfresco è la migliore amica di mia moglie, lei e la sua famiglia abitano a pochi isolati da casa nostra. Ma non mi ero mai trovato in una situazione lavorativa, accademica con lei, e non riuscivo a ricordare il suo nome, ero completamente immerso nel mio ruolo professionale. In un certo senso lei stava parlando a un altro Daniel Dennett, a un Daniel Dennett che non aveva mai conosciuto prima. E non riuscivo a fare conversazione con lei, sapevo di conoscerla profondamente, in un senso familiare, ma non riuscivo a sapere chi fosse.
Sono certo che ognuno di noi ha avuto esperienze simili alla mia. Provi a immaginare che in questo preciso istante entri qui nel mio studio un suo parente, una sorella, un fratello. Io non so nulla della sua famiglia, dei suoi rapporti parentali, ma credo che almeno per un istante lei si troverebbe in forte difficoltà nello scegliere quale atteggiamento adottare, se quello professionale, in cui lei si trova ora, o quello privato, che condivide con i suoi parenti. I due atteggiamenti non si combinano molto bene assieme. Il nostro cervello lavora perfettamente nel mantenere queste parti separate tra loro, tramite il fenomeno, che a un livello primitivo, è noto come "memoria statica dipendente".
Carli E., “Cervelli che parlano”, Bruno Mondadori, pag. 81
Imitare il modo di camminare e di parlare di Wittgenstein
Eddy Carli: John Searle, lei ha accennato all’influenza di Wittgenstein a Oxford. Tale influsso determinava un orientamento unilaterale e omogeneo tra i filosofi, o lasciava spazio a critiche e prese di posizione divergenti?
John Searle: Certamente Wittgenstein costituiva il predominio intellettuale a Oxford. Vi erano persone come Elisabeth Anscombe, Brian McGuinness e Michael Dummett che incarnavano in un certo senso l’”ortodossia", giungendo ad assumere anche atteggiamenti esteriori e comportamentali emulatori nei confronti del "maestro". Chi conobbe Wittgenstein giura che la Anscombe sembrava una sua copia esatta: stessi atteggiamenti, modo di camminare, di parlare e così via.
Carli E., “Cervelli che parlano”, Bruno Mondadori, pag. 179
L’"incontrare" il mondo per Heidegger
Hubert Dreyfus: Ci sono approcci che si fondano, forse inconsapevolmente, sul metodo ermeneutico proposto da Heidegger in Essere e tempo.
Heidegger ha mostrato che l’epistemologia soggetto/oggetto presuppone uno sfondo di pratiche quotidiane alle quali non corrispondono rappresentazioni mentali. Tale sfondo non rappresentazionale costituisce qualcosa di più fondamentale della mente, è ciò che consente il manifestarsi dell’essere. L’ontologia precede la coscienza: la domanda sulla natura della mente diviene con Heidegger la domanda sull’essere.
Heidegger ci dice che proprio l’esser-ci dell’uomo è ciò che è impossibile simulare, nemmeno dal più sofisticato e complesso dei computer: la specificità dell’essere è data dal suo relazionarsi al mondo esterno, non solo nel rapporto tra stati mentali e realtà oggettiva, ma nel modo in cui l’essere "incontra" il mondo.
Eddy Carli: Sembra che per Heidegger l’"incontrare" il mondo implichi un rapporto con i mezzi, gli strumenti della vita quotidiana, e quindi un’interazione non solo teoretica, ma anche pratica tra l’ente e il mondo.
Hubert Dreyfus: Certamente, è proprio questo il punto: egli ritiene che un approccio esclusivamente teoretico e logicizzante, distaccato e contemplativo, alla questione della mente faccia perdere il senso fondamentale dell’essere dell’uomo, e cioè il suo essere-nel-mondo. L’uomo vive autenticamente quando riesce a "incontrare" il mondo non solo teoreticamente, ma anche praticamente: e questo significa esprimere le proprie capacità e abilità nell’interazione con gli strumenti, i mezzi, gli oggetti, e anche con gli altri esseri umani.
Quando guidiamo l’auto o giochiamo a tennis, non prestiamo alcuna attenzione al nostro agire, né all’oggetto, l’auto o la racchetta da tennis, ma siamo concentrati sul fine dell’azione; l’oggetto è soltanto il mezzo che stiamo utilizzando. Il nostro agire in questi casi non richiede alcuna intenzionalità specifica, nessuna percezione particolare dotata di contenuto intenzionale: è un livello basico, fondamentale che precede l’intenzionalità. Per entrare nel mio studio, per esempio, so che devo aprire la porta e per aprire la porta devo girare la maniglia, ma questo non richiede che io sia cosciente di tale azione; potrei pensare alla lezione che devo preparare per l’ora successiva, o parlare con qualcuno, e nel contempo aprire la porta. Non ho bisogno di avere una chiara percezione della porta o di essere consapevole della sua esistenza.
Tutti noi presentiamo analoghe caratteristiche nell’abilità a guidare, scrivere, o giocare a tennis: siamo in grado di agire, di "incontrare" la realtà, senza passare per la parte cosciente del cervello.
Potremmo affermare, con Heidegger, che la coscienza non è una condizione necessaria per entrare in relazione con il mondo, ma è piuttosto il nostro essere immersi in uno sfondo ontologico originario ciò che consente il manifestarsi delle nostre capacità e abilità. Di nuovo, è l’esserci, il Dasein il concetto che esprime l’essere dell’uomo: esso sta a fondamento degli stati mentali, della coscienza e dell’intenzionalità.
Carli E., “Cervelli che parlano”, Bruno Mondadori, pag. 101
La metafora è lo strumento per accedere a un nuovo vocabolario filosofico
Lo strumento per accedere a un nuovo vocabolario filosofico è per Rorty costituito dalla metafora. E la "metafora viva" di cui parla Rorty non è una metafora letterale né rappresenta un candidato per il calcolo di verità delle proposizioni. Essa, in quanto live metaphor, costituisce l’instaurazione di un nuovo sfondo di significati, non è né vera né falsa ma esprime nuovi bisogni e interessi. Ogni volta sarà una nuova metafora a fissare il senso di una nuova esistenza e di una nuova descrizione di quello che sino a quel momento un uomo è stato. La questione fondamentale diventa la ricontestualizzazione della tradizione culturale occidentale, e questo significa lasciar cadere quelle metafore che sono divenute ininfluenti quali «mondo ultrasensibile, idea, legge, morale, Dio, autorità della ragione», conservando e riattualizzando altre metafore che sono per noi ancora desiderabili per provare fiducia nel futuro, che esprimono finalità e aspettative attuali come "progresso", "sviluppo della civiltà", "la felicità del maggior numero di individui".
Carli E., “Cervelli che parlano”, Bruno Mondadori, pag. 153
La razionalità riguarda il divario tra iniziazione e completamento dell’azione
Eddy Carli: Lei ha detto che in un certo senso tutti i suoi libri fanno parte di un unico, ponderoso, volume. Quale sarà allora il prossimo capitolo di tale libro? Di che cosa tratterà?
John R. Searle: Vi è un "capitolo" cui sto lavorando da molto tempo e che mi sembra comprenda tutti gli altri. Intenzionalità, coscienza, mondo, realtà sociale sono argomenti filosofici che mi hanno portato a confrontarmi con un problema più ampio e generale: la razionalità umana. Il problema della razionalità è un tema classico nella storia del pensiero filosofico occidentale, ma credo sia stato spesso affrontato da prospettive errate o distorte. Giungere a una comprensione corretta della razionalità implica un percorso lungo ed estremamente complesso.
Tradizionalmente il problema della razionalità si è posto nei termini di capacità di organizzare in maniera coerente credenze e desideri in vista del raggiungimento di un fine, che si manifesta in un’azione razionale.
Ritengo che una certa idea di razionalità sia errata, o perlomeno riduttiva. La razionalità riguarda innanzitutto la libertà umana e il divario (gap) tra credenze e desideri, e tra iniziazione e completamento dell’azione.
Carli E., “Cervelli che parlano”, Bruno Mondadori, pag. 191
Le metafore, le “pompe dell’intuizione”
Eddy Carli:Generalmente i filosofi, per esporre le loro teorie e pensieri, utilizzano definizioni e argomentazioni. Nei suoi libri lei fa invece largo uso di metafore, racconti filosofici, esperimenti mentali. Che significato hanno tali metafore, le `pompe dell’intuizione’ come lei le definisce?
Daniel Dennett: La storia della filosofia è una storia che fa acqua da tutte le parti, ma è anche costellata di metafore che non dimenticheremo mai. Io le chiamo, rubando un termine all’idraulica, "pompe di intuizione", ossia bellissimi esperimenti del pensiero, racconti filosofici: come il mito della caverna di Platone.
Esse sono meravigliose calamite dell’immaginazione, capaci di riorganizzare il pensiero e fecondarlo con nuovi spunti speculativi. E’ in questo senso che ritengo l’immagine della coscienza come macchina virtuale una efficace "pompa intuitiva", una potente metafora tecnologica per spiegare l’attività della mente. La scienza, in ogni campo, dalla geologia, alla chimica, alle neuroscienze utilizza dei modelli descrittivi che sono in un certo senso delle metafore. Quando parliamo del modello dell’atomo di Bohr, o del sistema solare o anche della doppia elica del Dna stiamo utilizzando delle metafore, poiché tali modelli sono una descrizione molto semplificata di realtà estremamente complesse. Quando parlo della coscienza come di una macchina virtuale del cervello intendo fare esattamente ciò che Bohr ha fatto con l’atomo: costruire un modello efficace per la comprensione di un fenomeno fisico.
Sostenere una teoria filosofica o scientifica, si potrebbe allora ridurre a una semplice guerra di metafore, ma le metafore non sono "solo" metafore; le metafore sono gli strumenti del pensiero. Nessuno può riflettere sulla coscienza senza di esse, così è importante equipaggiarsi con il migliore insieme disponibile di strumenti.
Carli E., “Cervelli che parlano”, Bruno Mondadori, pag. 71
Come pensa un matematico: il problema di Fermat
La dimostrazione del teorema di Fermat, fu trovata da Andrew Wiles dopo sette anni di completo isolamento e di ricerche segrete, effettuate all’insaputa di tutti i colleghi. Scrivendo nei dettagli la sua dimostrazione, Wiles si accorse però che c’era un falla: soltanto il 19 settembre 1994 egli riuscì a trovare una nuova dimostrazione corretta.
Qual è il ruolo dell’inconscio nel lavoro del matematico?
Andrew Wiles: C’è uno stadio iniziale conscio, quando si attacca il problema, in cui bisogna imparare tutto ciò che è già stato fatto nel campo. Poi c’è uno stadio successivo inconscio, in cui ci si rilassa e si cerca di mettere ordine nelle idee, e di trovare una sintesi di ciò che si è studiato.
Le emozioni psicologiche, invece, che ruolo giocano?
Un ruolo importante, direi. Ad esempio, l’attesa della chiarificazione che tarda ad arrivare può avere un effetto demoralizzante. Bisogna prepararsi psicologicamente al fallimento e distaccarsi dalle emozioni, e magari anche essere disposti a mentire un po’ a se stessi.
In che senso?
Ad esempio, quando io penso di aver avuto una grande idea non cerco subito di verificarla, perché temo che possa rivelarsi un’illusione e svanire. Per un po’ invece mi godo il piacere, come quando nel dormiveglia si cerca di prolungare un sogno rassicurante.
Per me il teorema di Fermat aveva un significato speciale, visto che sognavo di risolverlo fin da bambino. E si trattava anche di un problema particolarmente adatto a me, o io a lui. Ma ciascuno di noi ha la propria percezione del livello che gli permette di essere orgoglioso del proprio lavoro: felici coloro che pongono i propri traguardi al di sotto delle proprie capacità, e infelici coloro che li pongono sopra!
Lavorare in segreto per sette anni è competizione?
No. È che se annunci che stai lavorando a un problema come quello, non hai più pace: ogni cinque minuti la gente ti chiede come stanno andando le cose, e ogni volta che fai una domanda pensa che c’entri qualcosa con Fermat. Non è la strategia giusta per raggiungere la concentrazione richiesta.
Cosa succede dopo che si è risolto un problema così importante? Si riesce a staccarsene?
Si prova un sentimento di perdita e di nostalgia, ed è difficile trovare un sostituto adeguato: ci sono altri problemi ai quali ho pensato a lungo, ma niente che abbia lo stesso potere di attrazione, o di cui mi sia addirittura innamorato fin da bambino. Forse la cosa più difficile è essere ragionevoli e non cercare di riottenere a tutti i costi ciò che si è già ottenuto una volta.
Riuscire a essere stoici, cioè.
L’interessante è chiedersi se sia ragionevole cercare di fare una cosa due volte, solo perché si è riusciti a farla una, o se invece sia meglio pensare di essere stati fortunati una volta e accontentarsi.
Che differenza c’è stata fra la prima volta, quella falsa, e la seconda, quella vera?
Ho avuto l’illuminazione mentre ero in ufficio, ma ero troppo eccitato per essere fisicamente in grado di verificarla. La sera sono tornato a casa e ci ho dormito sopra. Il giorno dopo ho controllato la cosa e ho visto che stava ancora in piedi: è allora che sono sceso e l’ho detto a mia moglie.
La medaglia Fields è la massima onorificenza per un giovane matematico, è l’equivalente di un Nobel per la matematica. Viene concessa solo a ricercatori con meno di 40 anni. Le è dispiaciuto non essere riuscito a rimediare alla falla in tempo per vincere la medaglia Fields?
Se uno dimostra il teorema di Fermat, non gli importa più molto della medaglia Fields.
Odifreddi P., “Incontri con menti straordinarie”, Longanesi, pag. 371
Come pensa un matematico: la solitudine
Cosa caratterizza la condizione umana del matematico?
Alain Connes: La solitudine. Non per scelta, ma perché per trovare qualcosa di veramente originale bisogna essere soli. II che non significa che ci si senta soli: si è di fronte a qualcosa di colossale, che è presente e si cerca di catturare, qualcosa che implica addirittura dei sentimenti. Si sperimenta un’incredibile presenza dell’intuizione. E si trova anche un rifugio: nei momenti difficili della quotidianità materiale si può leggere Seneca oppure rifugiarsi nella matematica, nella sua straordinaria atemporalità.
Odifreddi P., “Incontri con menti straordinarie”, Longanesi, pag. 337
Didattica della scienza
So che lei è molto interessato alla didattica.
Sì, per vent’anni ho insegnato corsi introduttivi di chimica. Io procedo per parabole, perché persino ad Harvard gli studenti hanno difficoltà coi corsi scientifici, specialmente quelli che usano la matematica. Ma se uno racconta delle parabole, cioè delle storie sufficientemente efficaci, allora gli studenti se ne infettano, e le propagano come virus. Ogni mia lezione ha un titolo: ad esempio, « Come Aristotele e Galileo furono mutilati dalla pompa ad acqua ».
Odifreddi P., “Incontri con menti straordinarie”, Longanesi, pag. 208
Due premi Nobel e ormai si occupa di giardinaggio
Lei, che ha preso due Premi Nobel, è andato in pensione abbastanza presto. Come mai?
Avevo 65 anni, che è la norma in Inghilterra, anche se molti scienziati continuano a lavorare. Io ho pensato che non avrei potuto fare molto meglio di quanto avevo già fatto, se non sviluppare i metodi che avevo già trovato. E il lavoro stava assumendo una dimensione molto più grande di quella a cui ero abituato, sarei dovuto diventare un manager e un raccoglitore di fondi. Non credo che sarei stato bravo in questo, e così ho smesso.
Che cosa ha fatto in questi vent’anni?
Non ho più lavorato, e non mi sono nemmeno più tenuto aggiornato. Oggi non ci capisco più molto: il linguaggio è cambiato, e comunque io ho sempre preferito il lavoro di laboratorio. Col tempo la memoria si arrugginisce: si incontrano i colleghi, si fanno loro le stesse domande della settimana precedente, e diventa imbarazzante. Così mi sono dedicato al giardinaggio, e passo la maggior parte del mio tempo in questo giardino. Ai fiori non bisogna fare domande.
Odifreddi P., “Incontri con menti straordinarie”, Longanesi, pag. 249
I campi diversi di cui si è occupato von Neumann
Benoit Mandelbrot: von Neumann era tragicamente impopolare tra i colleghi. Aveva fatto il dottorato da solo, e poi si era interessato di tutto: meccanica quantistica, teoria dei giochi, algebre non commutative, computer... Ma questo non è ben visto nell’ambiente scientifico, dove vige la ferrea regola che si deve appartenere a un campo solo. O al massimo a due, ma non in parallelo, solo in serie. Se no si finisce per generare invidie e critiche: soprattutto se, come nel caso di von Neumann, si ha un brutto carattere e un grosso conto in banca.
Odifreddi P., “Incontri con menti straordinarie”, Longanesi, pag. 341
Le risposte dipendono da come si formulano le domande
Joseph Stiglitz: Noi tendiamo a scegliere in base a ciò che percepiamo essere la norma. Il punto è che l’incorniciamento, ad esempio il modo di formulare le domande, stabilisce appunto una norma inconscia, e determina il modo in cui vengono date le risposte: così, si finisce per confondere le motivazioni psicologiche con quelle economiche.
Lei ha usato l’incorniciamento nel suo lavoro col governo?
Joseph Stiglitz: Lo fanno tutti i consiglieri, consciamente o inconsciamente. Ad esempio, si presentano al presidente varie opzioni, formulate in maniera tale da incoraggiarlo a sceglierne una in particolare. Uno dei modi è di incorniciare l’opzione preferita tra due estreme, in modo che essa appaia la più equilibrata: una specie di « media aurea ». Si può esercitare molto potere, presentando le cose in un modo invece che in un altro.
Odifreddi P., “Incontri con menti straordinarie”, Longanesi, pag. 90
Le voci di John Nash
Il Socrate di Platone sentiva delle voci, che gli dicevano di non fare certe cose.
Durante la mia malattia anch’io sentivo delle voci, come quelle che si sentono nei sogni. Agli inizi avevo solo idee allucinatorie, ma dopo due o tre anni sono arrivate queste voci, che reagivano criticamente ai miei pensieri e sono continuate per vari anni. Alla fine ho capito che erano solo una parte della mia mente: un prodotto del subconscio, o un percorso alternativo della coscienza. Quindi le ho soppresse io. Ho deciso che non volevo più sentirle o esserne influenzato.
Odifreddi P., “Incontri con menti straordinarie”, Longanesi, pag. 45
L’incorniciamento e quante navi sono passate nel canale di Panama
Joseph Stiglitz: La gente si comporta in maniera irrazionale. Ma se l’irrazionalità fosse casuale, non si potrebbero fare previsioni. E invece è sistematica e consistente, in maniera tale da permettere la costruzione di un’intera teoria, che è stata sviluppata da Kahneman e Tversky e va sotto il nome di incorniciamento (framíng).
Il loro esempio più famoso è quello in cui si chiede a qualcuno di dire un numero a caso, e poi gli si fa una domanda quantitativa, tipo quante navi sono passate nel canale di Panama lo scorso anno, per la quale lui non ha alcuna informazione.
Quello che si osserva è una correlazione sistematica tra il primo numero e il secondo, almeno per quanto riguarda l’ordine di grandezza: si pensa in grande, o in piccolo, in entrambi i casi.
Odifreddi P., “Incontri con menti straordinarie”, Longanesi, pag. 90
Metafora con la pittura impressionista a puntini
Incomincio a capire cosa intendeva, quando una volta ha detto che la chimica è come una pittura impressionista.
Dudley Herschbach: Lo è, no? Perché se uno sta troppo vicino a un dipinto impressionista, vede solo la pittura. E se uno sta troppo lontano, il dipinto si sfuoca. Bisogna imparare a che distanza porsi, per fare della chimica. Se si sta troppo vicino, si fa della fisica. Se troppo lontano, della biologia. In un caso si presta troppa attenzione ai dettagli, nell’altro troppo poca.
Odifreddi P., “Incontri con menti straordinarie”, Longanesi, pag. 211
Metafora per le molecole
E le molecole si distruggono, come nel caso delle particelle?
Dudley Herschbach: In un modo diverso: si trasformano in altre molecole, mediante reazioni chimiche che è difficile seguire, perché le molecole sono incredibilmente piccole, e incredibilmente numerose. L’esempio che mi piace fare è che il numero di molecole in un cucchiaino d’acqua è più o meno uguale al numero di cucchiaini d’acqua in tutti gli oceani. Le molecole sono anche incredibilmente attive: ad esempio, quelle dell’aria si muovono alla velocità di un proiettile.
Odifreddi P., “Incontri con menti straordinarie”, Longanesi, pag. 205
Un puro gioco di coordinazione, in cui tutti vogliono lo stesso risultato
Fu allora che lesse il lavoro di Akerlof?
Michael Spence: Sì, e mi colpì molto. Scrissi un primo lavoro sulla selezione avversa e l’azzardo morale con Zeckhauser, e cominciai a pensare a ciò che poi sarebbe diventata la teoria della segnalazione. L’idea fondamentale era semplice. Ad esempio, se due persone vogliono incontrarsi a New York, ma non possono comunicare direttamente, cosa dovrebbero fare? La risposta ovvia è: andare nel punto focale, all’Empire State Building.
Io andrei a Times Square.
Naturalmente c’è un problema, perché i punti focali possono essere più d’uno. Ma la cosa essenziale è che si tratta di un puro gioco di coordinazione, in cui tutti vogliono ottenere lo stesso risultato: bisogna solo scegliere il punto d’equilibrio più logico. Ma nel mercato non si può sempre ridurre un problema di comunicazione a un gioco di coordinazione: ad esempio, il venditore di una merce di alta qualità vuole distinguersi dal venditore di una merce di bassa qualità, ma non viceversa. Il problema è: cosa può fare il primo, che il secondo non voglia o non possa semplicemente imitare? E la risposta ovvia è: qualunque cosa che sia tanto più cara, quanto più alta è la qualità.
Odifreddi P., “Incontri con menti straordinarie”, Longanesi, pag. 83
Gli effetti delle lesioni cerebrali su persone bilingui
Gli effetti delle lesioni cerebrali su persone bilingui o poliglotte variano a seconda del singolo caso, della singola storia. Solo di recente è stato messo un po’ d’ordine nello studio del « cervello bilingue » (Albert e Obler) rivedendo sia tutta la casistica dell’afasia (disturbo del linguaggio) nei poliglotti sia gli esperimenti su soggetti normali. Un dato rilevante è che una lesione dell’emisfero destro produce disturbi del linguaggio solo nell’1-2% dei monolingui, ma ben nel 10% dei bilingui. L’emisfero destro risulta quindi importante, un ausilio fondamentale per l’acquisizione e l’espressione di una nuova lingua. Anzi sembra che esso possa essere dominante per una lingua, mentre il sinistro lo è per un’altra.
Esemplificativo il caso di un uomo d’affari tedesco che parlava, oltre alla lingua materna, il
francese, l’inglese, lo spagnolo e il russo. A quarant’anni rimase ferito all’emisfero sinistro e manifestò disturbi nel linguaggio. Con sorpresa, però, la prima lingua che riacquistò fu l’inglese, una lingua che non parlava da vent’anni, e solo dopo ricominciò a usare lo spagnolo e il tedesco; a quel punto l’inglese divenne più povero della lingua materna. Altri individui invece recuperano prima la vecchia lingua materna, anche se da tempo non la usavano più. Nel cervello dei poliglotti l’intreccio dei circuiti è sicuramente molto complesso. Roman Jakobson, uno dei maggiori linguisti contemporanei, ha ricordato come dopo un incidente d’auto « senza alcuna necessità e in modo automatico » traducesse simultaneamente in quattro e cinque lingue tutto quello che pensava. I circuiti di quel cervello, profondo conoscitore di molte lingue, dovevano essere impazziti.
Mecacci L., “Identikit del cervello”, Laterza, pag. 33
I processi di pensiero di Einstein
Il pensiero scientifico non dipende da una folgorazione divina la soluzione imprevista di un problema, ma da un processo mentale di riorganizzazione dei dati già acquisiti. Albert Einstein dette una testimonianza precisa e preziosa dei suoi processi di pensiero, rispondendo al matematico Jacques Hadamard che stava conducendo un’indagine sulla creatività dei matematici:
« Non sembra che le parole o il linguaggio, sia scritto che parlato, abbiano un qualche ruolo nel meccanismo del mio pensiero. Le entità psichiche che sembrano servire come elementi del pensiero sono certi segni e immagini più o meno chiare che possono essere riprodotte e combinate «volontariamente».
Naturalmente c’è una certa connessione tra questi elementi e i concetti logici rilevanti. È chiaro pure che il desiderio di arrivare finalmente a dei concetti logicamente connessi è la base emotiva di questo gioco piuttosto vago con gli elementi summenzionati. Ma da un punto di vista psicologico, questo gioco combinatorio sembra essere la caratteristica essenziale del pensiero produttivo: prima c’è qualche connessione con la costruzione logica a parole o altri tipi di segni che possono essere comunicati ad altri.
Nel mio caso gli elementi summenzionati sono del tipo visivo e qualcuno del tipo muscolare. Le parole convenzionali o altri segni devono essere ricercati con fatica solo in un secondo stadio, quando il suddetto gioco associativo è sufficientemente stabilizzato e può essere riprodotto a volontà.»
Prima una forma di pensiero visivo e poi la traduzione dei suoi prodotti in parole o altri segni convenzionali (formule, equazioni, ecc.) per comunicare quei prodotti agli altri individui. Questo processo è ben delineato nell’Autobiografia di Einstein: « Per me non c’è dubbio che il nostro pensiero proceda in massima parte senza far uso di segni (parole), e anzi assai spesso inconsapevolmente ». I segni intervengono nella comunicazione: « Non è affatto necessario che un concetto sia connesso con un segno riproducibile e riconoscibile coi sensi (una parola); ma quando ciò accade, il pensiero diventa comunicabile ».
Wertheimer delineò il processo di pensiero di Einstein come una sequenza di ristrutturazioni concettuali fino alla introduzione di una nuova « visione » del problema determinata dal ruolo primario assunto da un elemento precedentemente secondario (la velocità della luce come costante). Esso sarebbe divenuto la chiave per riconsiderare in una nuova struttura concettuale (la teoria della relatività) tutti gli altri elementi della fisica classica (spazio, tempo, movimento, ecc.).
Mecacci L., “Identikit del cervello”, Laterza, pag. 115
Il libro dello scienziato Tsunoda “Il cervello dei giapponesi”
Le funzioni cerebrali e le culture dell’Oriente e dell’Occidente è stato un boom quando è comparso nel 1978, perché per la prima volta si generalizzava il significato di studi specialistici sull’organizzazione cerebrale per dare una spiegazione delle caratteristiche della cultura dell’intero popolo giapponese.
In primo luogo la specializzazione emisferica nei giapponesi non corrisponde a quella che di regola si riscontra negli occidentali. L’emisfero sinistro giapponese analizza l’informazione verbale, al pari di quello occidentale, ma compie un’analisi verbale anche su stimoli che per noi non hanno un significato verbale: il fruscio delle foglie, il suono delle onde, il canto degli uccelli e delle cicale, l’abbaiare del cane, e così via. Oltre che per le consonanti, che sono una componente fondamentale nelle lingue occidentali, l’emisfero sinistro giapponese è specializzato per l’analisi delle vocali, le quali sono basilari nella lingua giapponese («Ooo oooo o o oooo» è una frase in giapponese inventata per scherzo da Atuhiro Sibatani che significa pressappoco «Il re qualche volta nasconde il suo seguito» oppure si pensi ai nomi di persona come Aoe, Lo, Ooi, Ui, Ae).
Nel giapponese tutto il mondo dei suoni, della natura e degli uomini, ha un significato verbale, una risonanza emotiva. L’emisfero sinistro è quindi più carico di informazione, sia linguistica che emozionale.
Mecacci L., “Identikit del cervello”, Laterza, pag. 36
Jaynes: critiche
Qualche anno fa ha suscitato un certo scalpore il libro dello psicologo Jaynes che, tenendo conto degli studi contemporanei sulle funzioni dei « due cervelli », ha ipotizzato un’organizzazione funzionale cerebrale completamente diversa nell’uomo fino ai tempi dell’Iliade e dell’Odissea. Jaynes ha sostenuto che l’uomo omerico era invaso da continue allucinazioni, particolarmente uditive, interpretate come le voci degli dei, e solo successivamente egli avrebbe acquisito la ragione e la coscienza. Il mondo dei sogni e delle allucinazioni, della poesia e della religione sarebbe stato appannaggio dell’emisfero destro e la coscienza emergente dell’emisfero sinistro. L’uomo moderno sarebbe viceversa dominato dal razionale, dall’emisfero sinistro. Questa tesi si è sposata con quella della dominanza dell’emisfero destro (e delle sue funzioni cognitive ed emotíve) nelle civiltà « primitive » contemporanee. Così è stato facile individuare nell’emisfero destro lo strumento per ritrovare il paradiso perduto dal mondo occidentale, la verità già posseduta dagli antichi e ancora contemplata dalle culture orientali e primitive. L’operazione è stata fin troppo semplice, praticata da chi ben poco sapeva della storia dell’uomo, da chi diveniva fautore dell’emisfero destro allo stesso modo che cominciava a seguire i corsi zen e i nuovi profeti.
Mecacci L., “Identikit del cervello”, Laterza, pag. 163
La melodia è una forma
La melodia è un insieme di toni isolati che non vengono percepiti separatamente, ma nel loro insieme, come una serie di punti sarà percepita come un triangolo, un quadrato o un cerchio. La forma prevale sui singoli elementi ed essa viene percepita come un tutto.
La melodia è stata infatti considerata dagli psicologi un esempio classico di forma che riorganizza gli elementi componenti. Che la melodia venisse riconosciuta dall’emisfero destro era un risultato che si accordava con una concezione diffusa della specializzazione emisferica: l’emisfero destro elabora l’informazione secondo una modalità globale, sintetica, per la quale riconosce una melodia o una faccia nel loro insieme senza un’analisi dettagliata degli elementi particolari; l’emisfero sinistro elabora l’informazione in modo analitico, elemento per elemento, così come accade nell’ascolto di una frase, quando la sua comprensione si realizza attraverso il riconoscimento delle singole parole, dei pronomi, dei verbi, ecc. Questa distinzione è espressa lucidamente nelle parole di Mozart: « Nella mia immaginazione non sento le parti in successione, ma le sento come se fossero tutte insieme in una volta».
Mecacci L., “Identikit del cervello”, Laterza, pag. 65
La scrittura ristruttura la mente
Un sistema funzionale cerebrale di origine storica è inoltre la scrittura. Per scrivere occorre la partecipazione di varie strutture cerebrali, ciascuna delle quali ha una funzione specifica, ma nessuna ha quella della scrittura in sé. La scrittura è infatti funzione di un insieme (sistema) di funzioni che interagiscono dal momento in cui si apprende a scrivere. Senza addentrarci nella descrizione dell’organizzazione cerebrale implicata nella scrittura, basta notare come vi si richieda la partecipazione delle aree del linguaggio (si deve scrivere una parola che già si conosce per averla udita), delle aree visive (si devono conoscere i segni visivi corrispondenti all’informazione verbale uditiva), delle aree motorie (per tracciare i segni specifici sulla carta si deve attuare un programma motorio che la mano esegue). Quando il bambino impara a scrivere mette in interazione queste aree diverse. Anche qui va precisato che le aree hanno funzioni (uditive, visive, motorie) già determinate geneticamente. La nuova funzione (la scrittura) invece si sviluppa solo se il bambino cresce in un contesto sociale dove essa viene « coltivata ». Allo stesso modo che per i colori, la scrittura ha caratteristiche che variano da cultura a cultura e che richiedono un’organizzazione cerebrale spesso particolare. Si ricordino la scrittura giapponese e l’interazione funzionale cerebrale in essa implicata. Nella scrittura è ancora più evidente la storicità di un sistema funzionale cerebrale. Infatti questa nuova funzione si è sviluppata in un dato momento della storia dell’uomo. Da quel momento il cervello, in chi aveva appreso la scrittura, poteva lavorare in modo diverso.
Vi sono dunque due dimensioni della storicità del cervello umano. La prima è di lunga durata e si manifesta nelle trasformazioni che le funzioni cerebrali superiori, la mente, hanno avuto nei secoli della storia dell’uomo. La seconda riguarda le differenze tra individui di una stessa epoca. Della prima dimensione vi sono solo documenti artistici e letterari. Ho cercato di darne un esempio accennando alla grande ristrutturazione delle funzioni cerebrali occorsa col graduale avvento della scrittura, dell’alfabeto e con la supremazia del visivo sull’uditivo. Forse c’è molto da scoprire nei documenti antichi sulla mente dell’uomo del passato se sapremo interpretarli nella prospettiva giusta.
Mecacci L., “Identikit del cervello”, Laterza, pag. 162
Leggere ad alta voce ha effetti mentali diversi dalla lettura silenziosa
Sono rimasto meravigliato venendo a sapere dagli studi recenti sulle forme di comunicazione nel mondo antico che la lettura in silenzio, come molto probabilmente state facendo voi leggendo queste righe, fosse allora rarissima. La sorpresa deriva dalla mia conoscenza dei rapporti tra pensiero e linguaggio (nelle sue forme di linguaggio esteriore e linguaggio interiore) e del loro sviluppo nei primi anni di vita del bambino. Mi potevo aspettare che tra la gente avvezza alla comunicazione orale il libro, una volta diffusosi, servisse sì ad alleggerire la memoria, ma venisse tendenzialmente letto a voce alta. Il fatto è che anche da soli, leggendo per se stessi, la lettura era a voce alta. Questo comportamento era usuale nel mondo antico per cui, nota Havelock, le biblioteche non avevano una sala di lettura, ma praticamente erano solo un deposito, mentre i libri si leggevano sotto il colonnato adiacente.
E come rilevava Mc Luhan descrivendo l’uomo pretipografico, i monaci nel Medioevo non dovevano disturbare i compagni leggendo a voce alta nelle loro celle durante il riposo. Mc Luhan citava uno studio di Jean Leclerq, di cui si deve riportare un passo molto interessante:
«Nel Medioevo, come nell’antichità, la gente leggeva non come oggi, principalmente con gli occhi, ma con le labbra, pronunciando quello che gli occhi vedevano, e con le orecchie, ascoltando le parole pronunciate, udendo quelle che vengono chiamate le « voci delle pagine ». Si tratta di una vera e propria lettura acustica; legere vuol dire allo stesso tempo audire [... ]. La conseguenza di ciò è ben più di una semplice memoria visiva delle parole scritte. Il risultato è una memoria muscolare delle parole pronunciate e una memoria uditiva delle parole sentite [... ]. Questa ripetuta masticazione delle parole divine viene talvolta descritta usando la tematica del nutrimento spirituale [... ]. Meditare vuol dire attaccarsi da vicino alla frase che viene recitata e soppesarne le parole per potere penetrare la profondità del loro pieno significato. Vuol dire assimilare il contenuto di un testo attraverso una sorta di masticazione che ne fa uscire tutto il sapore.»
Quando si studiano i rapporti tra pensiero e linguaggio (ci si può riferire anche solo alle trattazioni classiche di Piaget e Vygotskij), si ritiene che il pensiero possa trovare una sua espressione verbale sia in forma di linguaggio a voce alta (come quando un bambino parla da sé, a voce alta, mentre gioca o risolve un problema), sia nella forma ínteriorizzata. È opinione unanime che il linguaggio interiore sia la forma più avanzata, e la più tarda a comparire in età infantile, di pensiero verbale. Qui il linguaggio non è più articolato, esteso, grammaticalmente e sintatticamente organizzato, come nella espressione a voce alta. È invece contratto, senza riferimenti o esplicitazioni superflui per chi parla con se stesso. La lettura a voce alta impegna la mente in operazioni attentive (tono della voce, pronuncia, ecc.) che distolgono la corrente del pensiero dai percorsi evocati dai contenuti del testo. Le ricerche sulla lettura, soprattutto quelle basate sui movimenti degli occhi, hanno dimostrato che il lettore abile non scorre il testo lettera per lettera, parola per parola, ma segue strade diverse: ora anticipa, saltando, le parole o le righe, ora ritorna indietro, in funzione dei contenuti che gli sono noti o ignoti, in funzione delle sue aspettative e del suo interesse. Da pochi frammenti effettivamente letti, la mente può estrarre il contenuto generale. Tutto ciò non è possibile nella lettura a voce alta che richiede un’adesione completa alla sequenza fissata delle lettere e delle parole. Oggi ci sembra quasi impossibile che quando i filosofi del passato riflettevano sui testi dei loro maestri lo facessero leggendo a voce alta, imbrigliando il proprio pensiero.
Se per secoli la rappresentazione del mondo è passata attraverso l’udito, attraverso le parole (« per il poeta epico la parola è il mondo, il mondo che egli descrive tramite la sua poesia », J. Russo), dando una struttura mentale definita a chi quella rappresentazione produce e a chi la recepisce, gradualmente è avvenuta una ristrutturazione in cui l’udito e la memoria hanno acquisito un peso diverso rispetto alla visione, che sarebbe divenuta il perno delle funzioni mentali. Mentre il linguaggio restringeva la sua funzione a strumento della comunicazione interpersonale o del deposito della memoria collettiva nei libri stampati, la visione assumeva il ruolo di strumento di creatività.
Mecacci L., “Identikit del cervello”, Laterza, pag. 155
Una bambina cieca-sorda-muta impara una nuova parola
Il passaggio dal gesto alla parola al concetto è riassumibile con un brano centrale dell’autobíografia della Keller, nata cieca-sorda-muta, a cui si comunicava digitando segni sul palmo della mano.
Il brano si riferisce al primo incontro con la maestra Anna Sullivan.
“… io giocai un po’ con la bambola, mentre la signorina Sullivan scandiva sulla mia mano la parola « b-a-m-b-o-l-a ». Subito mi interessai al gioco delle sue dita, cercando di imitarlo e, quando, finalmente, riuscii a formare correttamente la parola mi gonfiai di orgoglio e di gioia infantile. Corsi giù dalla mamma e tenendola per la mano formai le lettere della parola bambola. Non sapevo di compitare una parola, anzi, non sapevo neppure che le parole esistessero, ma muovevo le dita, imitando i gesti come una scimmia.
Nei giorni seguenti imparai a compitare in quel modo strano molte parole come: spillo, cappello, tazza, e qualche verbo come: sedere, stare e camminare. Ma mi ci vollero parecchie settimane prima di arrivare a rendermi conto che ogni cosa aveva un nome.
Un giorno, mentre giocavo con la bambola nuova, la signorina mi mise in grembo anche la mia grossa bambola di stoffa e compitò: « b-a-m-b-o-l-a » e cercò di farmi capire che la parola « b-a-m-b-o-l-a » si riferiva a tutte e due.
Pochi giorni dopo avemmo uno scontro per le parole: « t-a-z-z-a » e « a-c-q-u-a ». La signorina aveva cercato di imprimermi bene in mente che: « t-a-z-z-a » è tazza e « a-c-q-u-a » è acqua, ma io continuavo a confondere le due cose. Allora la signorina accantonò la questione, per riprenderla al momento opportuno.
La signorina mi portò il cappello ed io capii che saremmo andate a godere il tepore del sole: questo pensiero, se si può chiamare pensiero una sensazione inarticolata, mi fece saltare e sgambettare per la gioia.
Ci avviammo al sentiero che conduceva al pozzo, attratte dalla fragranza del caprifoglio che lo ricopriva. Qualcuno attingeva l’acqua, e la maestra mise la mia mano sotto il getto, poi, mentre la corrente fresca mi scorreva sulla mano, scandì sull’altra la parola « acqua », dapprima lentamente e poi sempre più presto. Io stavo lì, immobile, tutta intenta al movimento delle sue dita. All’improvviso ebbi la oscura percezione di qualcosa di dimenticato - un fremito per la ricomparsa di un pensiero sopito - e mi si svelò il mistero del linguaggio. Capii che « acqua » significava quella frescura meravigliosa che scorreva sulla mia mano. Le parole vivificatrici risvegliavano l’anima mia, la illuminavano, la allietavano, le donavano la speranza. Le barriere c’erano ancora, è vero, ma col tempo sarebbero state abbattute.
Mi allontanai dal pozzo tutta presa dall’ansia di imparare. Tutte le cose avevano un nome ed ogni nome faceva nascere un nuovo pensiero.
Tornata a casa mi sembrava che ogni oggetto che toccavo vibrasse di una nuova vita. Era perché io vedevo tutto con la strana vista che avevo appena ricevuta.
Mecacci L., “Identikit del cervello”, Laterza, pag. 129
La nostra attenzione è catturata se…
Per illustrare il modo in cui la nostra attenzione è catturata e trattenuta, osserviamo come i pubblicitari cercano di attirarla. Alcune delle caratteristiche di uno stimolo che determinano se gli presteremo o meno attenzione a esso sono le seguenti:
1. La sua intensità: un colore brillante ci attrarrà più di uno opaco.
2. Le sue dimensioni: una cosa grande probabilmente richiamerà la nostra attenzione più di qualcosa di piccolo.
3. La sua durata o ripetizione: uno stimolo di brevissima durata non catturerà la nostra attenzione così facilmente quanto uno che persiste nel tempo o si ripete.
4. II suo contenuto emozionale: uno stimolo che per noi racchiude in sé connotazioni emozionali ci attirerà più di uno stimolo neutro.
5. La sua estemporaneità e novità: uno stimolo improvviso o imprevisto è probabile che attiri la nostra attenzione più facilmente di uno stimolo atteso o familiare.
6. Stimoli contrastanti attrarranno l’attenzione più rapidamente di stimoli simili tra loro.
7. Qualcosa in movimento è più probabile che attragga l’attenzione rispetto a qualcosa di stazionario. Quando un animale selvatico è in pericolo rimane immobile, per evitare di attirare l’attenzione del predatore.
Malim T., “Processi cognitivi”, Erikson, pag. 13
Elaborazione preattentiva e capacità di attenzione
Elaborazione preattentiva
Con l’elaborazione preattentiva l’individuo analizza e registra le caratteristiche di tutto il campo visivo, usando l’elaborazione parallela. Questo tipo di elaborazione non è quindi differente da quella che Schneider e Shiffrin chiamavano elaborazione automatica.
Attenzione focalizzata
Con l’attenzione focalizzata, al contrario, l’individuo identifica gli oggetti uno alla volta, con un’elaborazione in sequenza. Treisman e Gelade (1980) misero a confronto l’elaborazione preattentiva con l’attenzione focalizzata. Quando si dovevano cercare caratteristiche isolate, quando lo stimolo chiave differiva dagli elementi irrilevanti circostanti per colore, dimensioni o orientamento, esso sembrava saltar fuori automaticamente dal campo degli stimoli sotto osservazione. La quantità degli elementi era indifferente.
Teoria di Kahneman sulla capacità di attenzione
Kahneman (1973) suggerì che esiste un elaboratore centrale per coordinare e distribuire le nostre risorse attentive.
Broadbent (1977) aveva suggerito qualcosa di simile in risposta al lavoro di Allport, l’esistenza cioè di quello che lui definì un processo superiore di controllo. L’idea di Kahneman era che questo elaboratore centrale si occupasse della tdistribuzione delle risorse. Anziché un canale unico, che elabora una cosa alla volta, si tratta di un insieme di risorse di elaborazione da dispiegare di volta in volta in modo flessibile.
L’attivazione si riferisce allo stato fisiologico di vigilanza di una persona, il quale a sua volta, sarà determinato da:
1. Il livello complessivo di stimolazione nell’ambiente in un dato momento.
2. La disposizione di base di una persona (una persona nevrotica sarà attivata più facilmente di una persona stabile).
3. I ritmi circadiani, Ovvero i cicli giornalieri di attività del sistema fisiologico di una persona. Ci sono momenti della giornata in cui le funzioni fisiologiche come il battito cardiaco, il ritmo metabolico, il ritmo della respirazione e la temperatura corporea sono al minimo (normalmente nelle prime ore del mattino ) e momenti in cui sono al massimo (per molte persone nel tardo pomeriggio e nella prima serata).
4. Interessi temporanei e motivazioni stabili. L’elaboratore centrale distribuirà più probabilmente le risorse ad attività connesse con gli scopi immediati di una persona. Gli individui rivolgeranno naturalmente la loro attenzione ad alcuni stimoli esterni piuttosto che ad altri.
Nella vita di tutti i giorni, fattori esterni e interni influenzano l’orientamento della nostra attenzione. Uno stimolo esterno, quale un grido d’auto, potrebbe attrarre la nostra attenzione sopra ogni stimolo concorrente. Ma le richieste esterne dovranno comunque superare fattori interni come gli obiettivi immediati che ci siamo proposti di raggiungere e le nostre motivazioni stabili.
Malim T., “Processi cognitivi”, Erikson, pag. 37
L’uso delle immagini per aiutare la memoria
L’immaginazione implica la creazione nella mente di figure mentali di cose che non sono fisicamente presenti. Chiaramente, alcune cose sono molto più facili da raffigurare mentalmente di altre. Oggetti concreti, come una «casa», una «sedia» o una «busta» (materiale ad alto valore d’immagine) sono molto più facili da rappresentare rispetto ad astrazioni quali la «giustizia» o il «deficit della bilancia dei pagamenti» (materiale a basso valore d’immagine). Paivio (1968) dimostrò che le persone rievocheranno normalmente del materiale ad alto valore d’immagine due volte meglio del materiale a basso valore d’immagine. Bower (1972) chiese ai partecipanti del suo esperimento di memorizzare coppie di parole non collegate. A un gruppo (il gruppo sperimentale) fu chiesto di creare delle immagini mentali delle coppie di parole (per esempio, se le due parole erano «scarpa» e«arancia», l’immagine mentale creata poteva consistere in una scarpa con un’arancia attaccata in modo sporgente alla punta). Al gruppo di controllo fu semplicemente chiesto di memorizzare le parole. Il gruppo sperimentale mostrò una rievocazione decisamente migliore delle coppie di parole. Bower notò anche che più le immagini erano insolite, migliore era la rievocazione. Abbiamo notato nella parte relativa ai livelli di elaborazione che un’elaborazione più profonda con maggiore complessità e con autoriferimento produce probabilmente una rievocazione più accurata. Più attiva è la manipolazione delle immagini di ciò che si cerca di ricordare, più accurata sarà la rievocazione. È molto importante ribadire che la memoria a lungo termine dipende molto dall’organizzazione. Le cose si ricordano meglio se sono collegate tra loro.
Malim T., “Processi cognitivi”, Erikson, pag. 125
Metodo dei loci
La prima fase è quella di identificare e affidare alla memoria un certo numero di posizioni specifiche.
Ad esempio, il percorso che segui per andare da casa al lavoro. Lungo questo percorso ci saranno dei punti di riferimento che possono essere usati come posizioni (il punto in cui devi lasciare la strada principale per prendere una via laterale, ad esempio). In ognuno di questi luoghi, nella tua mente, colloca un’immagine di qualcosa che devi ricordare. A questo punto basta solo percorrere mentalmente il percorso e le immagini/informazioni che hai collocato lungo di esso ti verranno in mente con più facilità.
Malim T., “Processi cognitivi”, Erikson, pag. 127
Riconoscimento di facce
È un tipico problema che incontra l’insegnante di fronte a una classe piena di bambini, o il medico quando si trova di fronte a una serie di pazienti che vede molto raramente. L’immaginazione anche qui può aiutare. Al momento della presentazione, prendiamo accuratamente nota del nome della persona, ripetiamolo a voce alta e associamogli, se possibile, un’immagine mentale. Supponiamo, per esempio, che il nome sia Paolo Molino: potremmo creare l’immagine mentale di un mulino a vento e del mugnaio indaffarato a macinare il grano. Questo mugnaio in particolare è rasato a zero. Poi osserviamo i lineamenti della persona che abbiamo di fronte e sovrapponiamoli al nostro «mugnaio rasato» (naso, occhi, orecchi e ogni altro tratto caratteristico). Se una qualsiasi di queste caratteristiche ci ricorda qualche persona molto conosciuta, anche quest’ultima potrà essere incorporata nella nostra immagine. Analogamente, se un lineamento ci ricorda un amico o un parente, nell’immagine possiamo inserire quest’ultimo. Quando incontreremo di nuovo Paolo Molino, l’immagine si ripresenterà e con essa anche il suo nome.
Malim T., “Processi cognitivi”, Erikson, pag. 129
Trucchi per la memorizzazione
Lovelace e Southall (1983) dimostrarono che gli schemi grafici possono risultare importanti per la memorizzazione. Si inizia con il concetto chiave inserito in un riquadro al centro della pagina. Lo si sottolinea e magari lo si evidenzia con dei colori. Attorno ad esso, come le zampe di un ragno, si fanno dipartire delle linee che portano a dei concetti secondari, e a questi si attaccheranno le voci più specifiche e gli elementi minori della gerarchia. Poi, quando si arriva al ripasso finale per l’esame, si prende un foglio di carta bianco e si prova a ricreare lo schema.
Significatività e memorizzazione
La parte relativa ai livelli di elaborazione contiene dei modi pratici per migliorare la memorizzazione. Appare evidente che quando il materiale è stato elaborato in modo tale che l’attenzione sia rivolta al suo significato, la rievocazione risulta migliore. Dopo tutto, concentrarsi sul significato equivale a un’elaborazione semantica, quindi profonda, e perciò più efficace in termini di memoria. Apprendere meccanicamente è un metodo meno utile per preparare un esame che non lavorare approfondendo il significato dalle parole e dei concetti. Esprimendo con le proprie parole quello che si cerca di ricordare, ci si sforza di comprenderne il significato e quindi io si elabora più in profondità. Lavorandoci sopra e tentando di renderlo più caratteristico, creando magari esempi insoliti e complessi, la memorizzazione risulterà ancora più facilitata.
Tecniche mnemoniche che implicano una mediazione
Le tecniche di mediazione comportano la ricerca di un elemento semplice di connessione che aiuterà a ricordare qualcosa di lungo e complesso. Una parola di questo tipo è SOICAITOA. Per intero, si riferisce alle regole trigonometriche per il calcolo degli angoli dei triangoli, «Seno è Opposto all’Ipotenusa, Coseno è Adiacente all’Ipotenusa, Tangente è Opposta all’Adiacente».
Sostituzione
Le tecniche sopra descritte sono utili per il materiale verbale, ma è difficile, se non impossibile, usarle con del materiale numerico. In queste circostanze si può sostituire a una cifra una lettera. Allora si possono usare tecniche di mediazione come la creazione di parole o di frasi. Oppure, si possono sostituire le cifre con delle parole, ognuna con lo stesso numero di lettere della cifra che rappresenta. Per esempio, se dovessimo ricordare il codice segreto di una tessera magnetica del Bancomat, ad esempio 41856, allora una frase come «Luca è arrivato molto presto» («Luca» 4 lettere, «è» 1 lettera, «arrivato» 8 lettere, «molto» 5 lettere, «presto» 6 lettere, quindi 41856) potrebbe essere utilizzata. Chiaramente può rivelarsi difficile creare e decodificare trucchetti mnemonici di questo tipo, ma sono efficaci.
Rime
Le rime si usano molto per facilitare la memorizzazione. La maggior parte di noi ricorda il numero dei giorni di ogni mese dell’anno con la filastrocca «Trenta giorni ha novembre, con aprile, giugno e settembre» e così via.
Queste sono solo alcune delle tecniche mnemoniche che sono state utilizzate per permetterci di usare la memoria in maniera più efficace. Il modo migliore di progredire, per coloro che vogliono migliorare la loro memoria, è di provare alcune di questa tecniche e, se sembrano funzionare, usarle.
Malim T., “Processi cognitivi”, Erikson, pag. 133
La soluzione di problemi
Quasi tutte le azioni quotidiane implicano la risoluzione di problemi. Possono essere problemi tanto facili e consueti come la preparazione di una torta usando la ricetta di un libro, quanto complessi e difficili come scoprire la ragione per cui la macchina la mattina non parte. È utile pensare ai tre elementi di un problema:
1. La situazione iniziale: aver invitato delle persone a bere il tè e non aver niente da offrire loro.
2. L’obiettivo: avere una buona torta da offrire quando arrivano gli ospiti. 3. Le regole: si può usare solo quello che si trova in cucina.
Comprensione dei problemi
Prima di poter risolvere un problema bisogna comprenderlo. Tale comprensione implica la creazione interna (nella nostra mente) di una rappresentazione degli elementi del problema. Greeno (1977) sostiene che ci sono tre caratteristiche fondamentali di questo processo:
- coerenza
- corrispondenza
- rapporto con le conoscenze di base.
Malim T., “Processi cognitivi”, Erikson, pag. 146
Fattori che possono influenzare il problem solving
L’insieme dei fattori che possono influenzare negativamente l’abilità di una persona nella risoluzione di un problema può essere definito «set mentale». Questo equivale a una propensione della mente del risolutore a non scostarsi da certe assunzioni preconcette riguardo agli elementi del problema. Questo «set» può assumere forme diverse:
1. Set di operazioni. Un’assunzione preconcetta che il problema verrà risolto soltanto per mezzo di una operazione o serie di operazioni particolari.
2. Set di funzioni. Un’assunzione che gli elementi del problema abbiano una kinzione fissa e solo quella.
3. Set di regole. La nozione preconcetta che ci siano certe regole, all’interno delle quali il problema dovrà essere risolto.
Set di operazioni
Quando la mente di una persona assume uno schema fisso di operazioni e non riesce a spostarsi su uno schema alternativo, questo può venir definito set di operazioni.
Set di funzioni
Un fenomeno simile è il set di funzioni, talvolta chiamato fissità funzionale. Esso equivale all’avere in mente un concetto di ciò che serve per ciascun elemento del problema.
Set di regole
Quando si assume arbitrariamente che un problema deve essere risolto rispettando i vincoli di certe regole, nonostante nessuna di queste sia stata effettivamente imposta, si può parlare di set di regole.
Malim T., “Processi cognitivi”, Erikson, pag. 158
Tre modi in cui un bambino trattiene e usa informazioni
Per Bruner il linguaggio e il pensiero sono separati. Egli postulò tre modi in cui un bambino può trattenere e usare informazioni dall’ambiente:
1. Attraverso una rappresentazione motoria, cioè per mezzo di una manipolazione fisica dell’ambiente.
2. Attraverso una rappresentazione iconica, cioè visualizzando mentalmente l’ambiente.
3. Attraverso una rappresentazione simbolica, in particolare attraverso il linguaggio.
Il pensiero non-linguistico viene prima (quello che lui chiama rappresentazione motoria e iconica del mondo). Dopo che si è sviluppato il linguaggio, il pensiero viene amplificato e accelerato nella rappresentazione simbolica.
Pensiero e linguaggio come separati e indipendenti
Vygotsky (1962) sostenne che il linguaggio presentava due aspetti distinti: (a) quello di controllore dei pensieri privati di una persona (pensiero interno) e (b) quello di modalità per comunicare quei pensieri agli altri (pensiero esterno). Egli affermò che nell’infanzia il pensiero e il linguaggio sono indipendenti. Inizialmente, i tentativi di un bambino di usare il linguaggio rappresentano unicamente il linguaggio sociale, senza alcun pensiero interno. Contemporaneamente, il bambino sta sviluppando forme primitive di pensiero e di ragionarnento, che non coinvolgono ancora il linguaggio. Poi, all’età di circa due anni il linguaggio sociale e il pensiero primitivo iniziano a unirsi. Le parole iniziano a diventare simboli di pensieri. Vygotsky era d’accordo con Piaget che il pensiero arcaico è indipendente dal linguaggio ma, contrariamente a Piaget, pensava che il linguaggio esercitasse un ruolo essenziale nello sviluppo intellettivo del bambino dopo circa i due anni di età. Più tardi, all’età di circa sette anni, il linguaggio e il pensiero si separano nuovamente, e linguaggio assume due funzioni distinte: (a) linguaggio interno per il bambino stesso quale aiuto al pensiero (linguaggio egocen trico) e (b) linguaggio esterno come mezzo per comunicare il pensiero agli altri.
Malim T., “Processi cognitivi”, Erikson, pag. 165
Pensiero e linguaggio: la spiegazione razionalistica in Chomsky
Chomsky, sostenendo il punto di vista razionalistico, considera la capacità linguistica come una dote genetica. Il bambino nasce dotato di una «teoria sulla struttura del linguaggio». Di conseguenza, al bambino servono solo pochi esempi per permettergli di capire come è organizzato il linguaggio. Il bagaglio genetico è definito da McNeill (1966) come uno Strumento di Acquisizione del Linguaggio (SAL). Il SAL predispone il bambino a riconoscere velocemente strutture grammaticali come le locuzioni nominali e verbali. Gli universali linguistici, come i nomi, gli aggettivi e i verbi, esistono in tutte le lingue e sono proprio questi che il bambino è pre-disposto a riconoscere e apprendere.
Chomsky distinse tra struttura superficiale e struttura profonda di un enunciato. La struttura superficiale rappresenta le parole e le espressioni che compongono una frase, mentre la struttura profonda corrisponde più o meno al significato della frase. La comprensione di come trasformare questa struttura profonde nella struttura superficiale è quella che Chomsky definisce grammatica trasformazionale.
Ecco tre serie di esempi che chiariranno questi concetti:
1. Prendiamo queste due frasi:
«John è stato inseguito da un toro» «Un toro ha inseguito John»
La struttura superficiale di queste due frasi è molto differente. Ogni parola occupa una posizione differente, la forma del verbo è diversa e il soggetto è differente nei due casi. Tuttavia il significato profondo delle due frasi è lo stesso.
2. Ora prendiamo queste due frasi: «Alcuni bambini si amano facilmente» «Alcuni bambini amano facilmente»
È stata aggiunta solo una parola e tuttavia il significato profondo della frase è molto diverso. Nella prima frase i bambini solo l’oggetto che è facilmente amabile, nella seconda sono il soggetto che ama.
3. Ora leggiamo questa frase:
«Essi stanno mangiando delle mele»
Possiamo mettere l’accento sulla parola «mangiando», volendo significare che le mele sono buone da mangiare, o accentuare la parola «mele», sottintendendo che i soggetti stanno mangiando mele piuttosto che qualche altro frutto. La struttura superficiale rimane in entrambi i casi la stessa, nonostante la struttura profonda sia differente.
Chomsky affermò che le persone comprendono il linguaggio trasformando la struttura superficiale di quello che sentono nella sua forma interna. Una trasformazione simile avviene nella produzione di un discorso, ma in questo caso dalla struttura profonda a quella superficiale. Chomsky suggerì che maggiore è il numero di trasformazioni che devono avvenire dalla struttura superficiale a quella profonda, più la frase risulterà difficile. Le trasformazioni possono essere da forme attive a passive, da forme positive a negative o magari da forme interrogative a affermative. Così, «II toro ha inseguito John», rappresenta la forma più semplice, più vicina alla forma interna, «John è stato inseguito dal toro» è più difficile e «John non è stato inseguito dal toro?» è ancora più difficile. Ha almeno tre trasformazioni, dalla forma attiva a quella passiva, dalla positiva alla negativa e dall’affermativa all’interrogativa.
La capacità che una persona ha di imparare il linguaggio consiste nella capacità di acquisire e applicare una serie di regole.
Malim T., “Processi cognitivi”, Erikson, pag. 169
Due modi diversi di pensare: a voce e come visione. È semplice come contare fino a 60
La domanda interessante era: che cosa determina il «senso del tempo»? Se si prova a contare entro un tempo costante, da che cosa dipende questo tempo? E cosa posso fare a me stesso per cambiarlo?
Decisi di indagare. Cominciai a contare i secondi - senza guardare l’orologio, ovviamente - fino a 60 con un ritmo lento e regolare: 1, 2, 3, 4, 5... Arrivato a 60, erano passati soltanto 48 secondi, ma questo non mi turbava: il problema non stava nel contare per un minuto esatto, ma nel contare entro un tempo costante. Quando contai di nuovo fino a 60, erano
passati 49 secondi. La volta dopo, 48. Poi 48, 48, 49, 48, 48... Riuscivo davvero a contare entro un tempo ragionevolmente costante.
Se invece stavo seduto senza contare e aspettavo che trascorresse un minuto, i risultati erano molto irregolari, variavano completamente. Se si prova a indovinare, è difficilissimo valutare il trascorrere di un minuto, ma se si conta si riesce ad essere molto accurati.
Sapevo dunque che potevo contare entro un tempo costante. La domanda successiva era: cosa modifica il tempo?
Forse c’entra il ritmo cardiaco. Mi misi a fare le scale di corsa, su e giù, perché il mio cuore battesse più forte. Poi mi precipitavo in camera mia, mi buttavo sul letto e contavo fino a 60.
Ho provato anche a contare mentre facevo le scale di corsa, su e giù.
Gli altri, che mi vedevano sfrecciare sulle scale, scoppiavano a ridere, e mi chiedevano cosa stessi combinando.
Non potevo rispondere - il che mi fece capire che non ero in grado di parlare, mentre contavo mentalmente - e continuai a correre su e giù per le scale e a far la figura dell’imbecille.
Comunque, dopo aver provato in ogni combinazione a correre su e giù e a sdraiarmi sul letto, sorpresa! Il battito cardiaco non aveva alcun effetto.
Potevo addirittura leggere gli articoli, mentre contavo fino a 60, e il tempo non cambiava! Direi che potevo fare qualunque cosa mentre contavo mentalmente, salvo parlare a voce alta, ovviamente.
L’indomani alla prima colazione, riferii agli altri del mio tavolo i risultati degli esperimenti. Elencai loro tutte le cose che riuscivo a fare mentre contavo mentalmente e dissi che l’unica cosa che non mi riusciva mai era di contare mentalmente mentre parlavo.
Uno di loro, un ragazzo di nome John Tukey, obiettò: «Non ci credo che riesci a leggere contando; mentre non vedo perché non devi riuscire a parlare. Scommettiamo che riesco a parlare mentre conto mentalmente, e che tu non riesci a leggere?»
Feci una dimostrazione: mi diedero un libro e lessi per un po’, contando. Arrivato a 60, dissi: «Ora!» - 48 secondi, il mio solito tempo. Poi raccontai quello che avevo letto.
Tukey era stupefatto. Lo abbiamo cronometrato alcune volte per misurare il suo tempo costante, e poi lui si mise a parlare: «Eran trecento, eran giovani e forti. Posso dire quello che mi pare, non fa differenza; non capisco cos’è che ti disturba,» blablabla e poi: «Ora!» Aveva fatto esattamente il suo solito tempo. Non mi ci raccapezzavo.
Ne discutemmo per un po’ e scoprimmo qualcosa. Tukey contava in altro modo: visualizzava un nastro sul quale scorrevano i numeri. Diceva: «Eran trecento, eran giovani e forti» e intanto osservava il nastro. Tutto chiaro: lui per contare guardava, e perciò non poteva leggere; siccome io invece pronunciavo i numeri mentalmente, non potevo parlare.
Feynman R., “Che ti importa di ciò che dice la gente?”, Zanichelli, pag. 47
Tanti modi di sbagliare
Non mi viene niente, dalla conferenza. Non imparo niente. Siccome non si fanno esperimenti, non è una disciplina attiva, e pochi degli uomini migliori lavorano in questo campo. Il risultato è che qui ci sono orde di imbecilli (126) che mi fanno salire la pressione; si dicono e si discutono seriamente tante inanità che fuori dalle sedute formali (a colazione, per dire) litigo ogni volta che qualcuno mi pone una domanda o parla del proprio «lavoro». Il «lavoro» è sempre: 1. completamente incomprensibile, 2. vago e indefinito, 3. una cosa giusta assolutamente ovvia e banale, oppure, 4. l’affermazione, fondata sulla stupidità dell’autore, che un qualunque fatto corretto e banale, accettato e controllato da anni, è in realtà errato (sono i peggiori: nessun argomento riesce a convincere l’idiota), 5. un tentativo di far qualcosa di probabilmente impossibile, ma sicuramente privo di ogni utilità che, si scopre alla fine, è fallito (dolce giunto e mangiato), op,pure, 6. soltanto puramente sbagliato. C’è un bel po’ di «attività nel settore» di questi giorni, ma l’«attività» sta principalmente nel dimostrare che la precedente «attività» di qualcun altro ha prodotto errori, o niente di utile, o qualcosa di promettente. Sembrano tanti vermi che tentino d’uscire dalla bottiglia arrampicandosi uno addosso all’altro. Non perché la questione sia difficile, è che gli uomini capaci sono affaccendati altrove. Rammentami di non partecipare più a un’altra conferenza sulla gravità!
Feynman R., “Che ti importa di ciò che dice la gente?”, Zanichelli, pag. 81
Un grande insegnante di matematica
17 febbraio 1988 Londra, Inghilterra
Cara signora Feynman,
Ci siamo visti troppo di rado, temo, perché il reciproco ricordo potesse radicarsi. Quindi voglia perdonare l’eventuale impertinenza, ma non potevo lasciar passare sotto silenzio la morte di Richard, o la possibilità di unire al suo il mio senso di perdita.
Dick era il migliore e il preferito tra i vari «zii» che hanno circondato la mia infanzia. Quando insegnava a Cornell, era un visitatore frequente e sempre benvenuto della nostra casa, uno del quale si poteva esser certi che avrebbe distolto tempo alla conversazione con i miei genitori e gli altri adulti, per dispensare generosamente l’attenzione a noi ragazzi. Era bravissimo a giocare e al tempo stesso, anche in quei momenti, un insegnante che ci apriva gli occhi sul mondo.
Il ricordo che ho più caro è quello dell’esser seduto, al l’età di otto o nove anni, tra mia madre e Dick, in attesa che l’eminente naturalista Konrad Lorenz tenesse una conferenza.
Ero agitato e impaziente, come tutti i ragazzi quando si chiede loro di star fermi; Dick si girò verso di me e disse: «Lo sapevi che ci sono due volte più numeri dei numeri?»
«No! Non ci sono! » Come tutti i ragazzi, ero pronto a difendere il mio sapere.
«Sì che ci sono. Ti faccio vedere: dammi un numero.» «Un milione.»
Bello grosso, sin dall’inizio. «Due milioni.»
«Ventisette» «Cinquantaquattro.»
Dissi una decina di altri numeri, e ogni volta Dick ribatteva con un numero raddoppiato. Intravvidi la luce.
«Allora ci sono tre volte più numeri dei numeri. » «Dimostralo», rispose zio Dick. Disse un numero, e io uno tre volte più grande. Provò con un altro. Feci la stessa cosa. Ancora e ancora.
Disse un numero troppo complicato perché lo potessi moltiplicare a mente. «Tre volte quello», risposi.
«C’è un numero più grande di tutti?» chiese.
«No», replicai. «Perché per ognuno ce n’è uno grande il doppio, e uno tre volte più grande. Ce n’è persino uno un milione di volte più grande.»
«Esatto, e questo concetto di aumento senza limiti, di nessun numero più grande di tutti, si chiama ’infinito’.»
In quel momento arrivò Lorenz, e ci interrompemmo.
Non ho più rivisto spesso Dick dopo che è partito da Cornell. Ma mi ha lasciato dei ricordi splendidi, l’infinito, e nuovi modi d’imparare qualcosa del mondo. Gli ho voluto
molto bene.
Suo devoto,
Henry Bethe
Feynman R., “Che ti importa di ciò che dice la gente?”, Zanichelli, pag. 89
Una comunicazione fatta bene influenza la commissione d’inchiesta
L’indomani, domenica, Bill Graham [il capo della Nasa] con moglie e figli mi hanno portato a visitare il National Air and Space Museum. Dopo aver fatto la prima colazione insieme, abbiamo attraversato la strada, per andare al museo.
Mi aspettavo di trovarlo affollato, ma avevo dimenticato che Graham era un pezzo veramente grosso. Per un po’ il museo è stato a nostra completa disposizione, e ci abbiamo visto Sally Ride: era in vetrina, in tuta spaziale, con il casco in mano. La figura di cera è proprio uguale a lei.
Nella sala cinematografica proiettavano un film sulla NASA e le sue conquiste. Un film meraviglioso. Non mi ero reso conto fino ad allora della quantità di persone che lavoravano alla navetta, e dello sforzo compiuto per costruirla. Sapete come sono i film, sanno far spettacolo. Uno spettacolo così commovente che fui sul punto di piangere. Capii che l’incidente era stato un brutto colpo. Pensare che avevano lavorato in tanti, e con un tale accanimento, per farla partire - ed era poi scoppiata - rafforzò la mia determinazione di aiutare a chiarire i problemi della navetta appena possibile, perché tutta quella gente tornasse in pista. Dopo aver visto quel film, mi trovai passato da un atteggiamento quasi anti-NASA ad un atteggiamento decisamente pro-NASA.
Feynman R., “Che ti importa di ciò che dice la gente?”, Zanichelli, pag. 127
Un professore di fisica usa il suo sapere soltanto per spiegare le osservazioni degli sperimentatori
Quel pomeriggio mi telefona il generale Kutyna.
«Professor Feynman? Ho notizie urgenti per lei.» E aggiunge: «Pulivo il carburatore stamattina, e pensavo: la navetta è partita con una temperatura appena sotto 0°C. Invece la temperatura più fredda in precedenza era di 11 °C. Lei è un professore... qual è l’effetto del freddo sugli anelli di gomma?»
«Oh! Diventano rigidi! Sì, certo!»
Non aveva altro da dirmi. È un indizio per il quale più tardi mi si attribuì molto merito, ma l’osservazione era stata sua. Un professore di fisica teorica ha sempre bisogno che gli si dica cosa cercare. Usa il suo sapere soltanto per spiegare le osservazioni degli sperimentatori.
Feynman R., “Che ti importa di ciò che dice la gente?”, Zanichelli, pag. 128
Uno stratagemma retorico: la dimostrazione
Mentre usciamo, arriva Graham con un pacco di documenti per me. «Cribbio, che velocità! Ti ho chiesto i dati soltanto questa mattina!» Graham.era sempre sollecito, in verità.
Il foglio in cima alla pila dice: «Il professor Feynman, della commissione presidenziale, desidera conoscere gli effetti della temperatura sull’elasticità degli anelli, nel tempo...». Una comunicazione di Graham ad un sottoposto.
Sotto, altro appunto: «Il professor Feynman della commissione presidenziale desidera conoscere... » da quel sottoposto al suo sottoposto, e così via, sempre più giù.
C’è un pezzo di carta, con alcuni numeri scritti dal povero cristo in fondo alla gerarchia, poi una serie di note di accompagnamento che fanno risalire la risposta man mano al livello superiore.
Ecco cos’è il pacco di fogli! Un panino, con al centro la risposta - alla domanda sbagliata! La risposta era: «Si comprime la gomma per due ore a certe temperature e pressioni, e si cronometra il tempo necessario perché torni alla forma originale» - ore? Volevo sapere la velocità di reazione della gomma in millisecondi, durante un lancio. Quell’informazione era inutile.
Torno in albergo, a cena avevo il morale a terra; sul tavolo c’era un bicchiere di acqua ghiacciata. «Porca miseria! Posso sapere tutto della gomma», penso, «senza che l’intera
NASA si scambi comunicazioni scritte. Mi basta far la prova, mi serve soltanto un campione di quella gomma. Posso farla domattina, mentre ce ne stiamo ad ascoltare le balle che Cook ci ha raccontato oggi. Ci portano sempre acqua ghiacciata, alle riunioni. Provo lì e intanto guadagno tempo.» Ma poi mi dico: «No, sarebbe una mancanza di tatto».
Mi viene in mente Luis Alvarez, il fisico, un uomo di cui ammiro la faccia tosta e l’umorismo, e concludo fra me e me: «Se Alvarez fosse membro della commissione, lo farebbe. Allora posso farlo anch’io.»
Feynman R., “Che ti importa di ciò che dice la gente?”, Zanichelli, pag. 135
Attento a ore sei!
«Noi dell’aviazione abbiamo una regola: attento a ore sei.
Un pilota è in volo; guarda in tutte le direzioni e si sente sicuro. Un aereo nemico, però gli si mette esattamente alle spalle (quello che noi chiamiamo ’a ore sei’, le ’dodici’ sono invece di fronte) e spara. La maggior parte degli aerei viene abbattuta proprio in questo modo. Pensare di essere al sicuro è molto pericoloso! Da qualche parte c’è sempre un punto debole che lei deve scoprire. Bisogna sempre controllare le sei!»
Feynman R., “Che ti importa di ciò che dice la gente?”, Zanichelli, pag. 145
Usare le parole dell’altro contro di lui
Avevo dato a delle giornaliste una copia del mio rapporto. Un mia amica inorridita mi fece capire che avevo sbagliato.
«Ho fatto una cretinata, vero? Meglio se telefono loro di non usarlo.»
Da come la mia amica scuoteva la testa, intuii che l’impresa si prospettava ardua!
Chiamo una delle giornaliste: «Mi dispiace, ho sbagliato: non avrei dovuto darvi il rapporto, e ora preferisco che lei non lo usi. »
«Lavoriamo nell’informazione, professor Feynman, e lo scopo del nostro lavoro è procurarci notizie: il suo rapporto è una notizia. Non usarlo sarebbe del tutto contrario al nostro istinto e alla nostra pratica. Ne parlerò con la mia collega e la richiamerò in seguito.»
Due ore dopo, richiamano, sono al telefono entrambe e cercano di spiegarmi perché devono usare il rapporto. Continuai ad insistere, senza cedere mai.
Si andò avanti fino a tarda notte, l’una, le due, e ancora stavamo dibattendo. «Professor Feynman, è contrario alla deontologia dare un’informazione e poi ritirarla. A Washington non ci si comporta così.»
Ad un certo punto, una delle giornaliste chiese: «Cioè se usiamo il suo rapporto, non parteciperà alla trasmissione?»
«L’ha detto lei, non io.»
«La richiameremo. »
Altra attesa.
In realtà non avevo ancora deciso se partecipare o meno alla trasmissione, perché ero convinto di poter rimediare al guaio. Tuttavia, non mi era sembrato corretto giocare quella carta. Visto però che la giornalista aveva commesso l’errore di suggerirne l’eventualità, avevo replicato: «L’ha detto lei, non io» con molta freddezza, come per sottintendere: «Non la sto minacciando, ma può immaginare da sé cos’accadrà, bella mia. »
Alla fine hanno richiamato per dirmi che non avrebbero usato quel rapporto.
Feynman R., “Che ti importa di ciò che dice la gente?”, Zanichelli, pag. 197
…atomi con la coscienza, materia con la curiosità
…atomi con la coscienza
materia con la curiosità.
In piedi davanti al mare
meravigliato della propria meraviglia:
io un universo di atomi
un atomo nell’universo.
Feynman R., “Che ti importa di ciò che dice la gente?”, Zanichelli, pag. 231
Una mente che è stata sostituita da tempo
Forse una delle ragioni di tanto silenzio è che bisogna saper leggere la musica. Facciamo l’esempio di un articolo scientifico: «il contenuto di fosforo radioattivo del cerebro del topo diminuisce di metà su un periodo di due settimane.» Cosa vorrà dire?
Significa che il fosforo presente oggi nel cervello di un topo, e nel mio e nel vostro, non è più lo stesso fosforo di due settimane fa. Significa che gli atomi del cervello sono stati sostituiti: quelli di prima non ci sono più.
Cosa c’è allora nella nostra mente? Cosa sono questi atomi provvisti di coscienza? Le patate della settimana scorsa! Riescono a ricordare ora quello che c’era nella mia mente un anno fa - una mente che è stata sostituita da tempo.
Accorgersi che la cosiddetta individualità è soltanto un disegno o una danza, ecco cosa significa la scoperta del tempo occorrente perché gli atomi del cervello siano sostituiti da altri. Gli atomi vengono nel mio cervello, ballano la propria danza, ed escono - ci sono sempre nuovi atomi, ma danzano sempre la stessa danza, conservano la memoria del ballo del giorno precedente.
Vorrei ora parlare di un altro valore della scienza. Un po’ meno immediato, ma non tanto. Lo scienziato ha una vasta esperienza dell’ignoranza, del dubbio, dell’incertezza, un’esperienza fondamentale, credo. Quando uno scienziato non sa la risposta a una domanda, è ignorante. Quando ha una vaga idea del probabile risultato, è incerto. E quando è sicuro del risultato, maledizione, gli rimane ancora qualche dubbio. Abbiamo riscontrato l’importanza vitale del fatto che per andare avanti dobbiamo riconoscere la nostra ignoranza e lasciare spazio al dubbio. La conoscenza scientifica è un insieme di dichiarazioni a vari livelli di certezza - alcune quasi del tutto insicure, altre quasi sicure, ma nessuna assolutamente certa.
Noi scienziati ci siamo abituati, e diamo per scontato che sia perfettamente coerente non esser sicuri, che si possa vivere senza sapere. Non so però se tutti ne siano consapevoli. La nostra libertà di dubitare è nata da una lotta contro l’autorità, agli albori della scienza. Era una lotta profonda e possente: permetteteci di mettere in discussione, di dubitare, di non esser certi. E importante, credo, non dimenticare questa lotta e non perdere così quanto abbiamo conquistato. In questo risiede una responsabilità verso la società.
Feynman R., “Che ti importa di ciò che dice la gente?”, Zanichelli, pag. 233
Il linguaggio adattato ai profani
Non ho mai dimenticato la lezione di Quine, prima, e di Ryle, dopo: bisogna parlar semplice, fare una filosofia scientificamente informata. Nessuna frase di Quine o di Ryle è mai sciocca o di troppo, ma il loro parlare è rivolto al pubblico dei non specialisti.
Dennett D., “Dove nascono le idee”, Di Renzo Editore, pag. 15
Quando gli specialisti parlano tra loro, a qualunque disciplina essi appartengano, il peggior passo falso che possano commettere è spiegarsi minuziosamente: sarebbe offensivo. Allora finiscono per comportarsi nel modo diametralmente opposto, ovvero danno poche spiegazioni, col risultato che, mentre si stupiscono l’un l’altro, tendono a parlarsi addosso, specialmente nei contesti interdisciplinari. Il rimedio, secondo me, stava nel rivolgersi ai novizi, piuttosto che "far finta di ascoltarsi" tra colleghi. In questo modo, il livello elementare della spiegazione è giustificato senza essere offensivo, mentre gli specialisti possono, senza alcun imbarazzo, beneficiare comunque di una discussione teorica.
I miei libri sono scritti per il proverbiale "pubblico istruito non specializzato" e molti lettori, in effetti, riescono a seguire, sia pure con un ragionevole sforzo, le mie argomentazioni; ma loro non rappresentano il mio vero obiettivo. In verità io scrivo per i miei colleghi, specialisti in filosofia, scienze cognitive, biologia evolutiva e altri campi. Uso termini che essi possono facilmente comprendere e credo che solo pochi filosofi, tra loro, non condividano questa strategia. Alcuni hanno ancora l’impressione che se non devono faticare per leggere un libro, non vale la pena leggerlo. Sospetto che questo sia il loro modo di dichiararsi professionisti: c’è qualcosa che loro possono fare, ma che gli inesperti non possono fare.
Dennett D., “Dove nascono le idee”, Di Renzo Editore, pag. 41
Come convincere senza far opposizione diretta
Ryle era l’altro pilastro teorico della mia tesi di dottorato. In un certo senso, all’epoca, era lui che dettava le tendenze filosofiche a Oxford, sia come editore della rivista Mind, sia come procacciatore di impieghi all’interno del mondo anglofono. Ma, allo stesso tempo, era un tipo fuori dalle righe, poco incline alle mode filosofiche. Disapprovava la ben nota inclinazione di Oxford a surclassare qualsiasi sistema filosofico le fosse estraneo e, se del caso, vi si opponeva apertamente. Non si è mai tirato indietro: anche quando tentavo di provocarlo, opponendomi alle sue idee, invece di ribattere alle mie critiche, era incline ad accettare molti dei miei contributi, assumendo l’atteggiamento di colui che discute di argomenti che non lo riguardano personalmente e spingendomi addirittura a pensare quali miglioramenti avremmo potuto apportare a quanto restava. Era disorientante. Tuttavia, pur riconoscendogli il ruolo di incoraggiatore e sostenitore delle altrui idee, avevo l’impressione di non aver appreso da lui alcuna filosofia. Ma mi sbagliavo: poco prima della presentazione della mia tesi, confrontandola con una precedente bozza, mi accorsi, con grande stupore, che l’influenza di Ryle era ben visibile in ogni pagina. Come aveva fatto? Trattasi di osmosi o ipnosi? Comunque, da questa esperienza, ricavai una prova esplicita
della forza dei metodi indiretti in filosofia: raramente, parlando con qualcuno, si riesce a fargli adottare all’istante le nostre premesse o il nostro modo di ragionare. Talvolta, conviene lavorarlo ai fianchi, attraverso immagini, esempi e incoraggiamenti che scardinano le sue abitudini mentali.
Dennett D., “Dove nascono le idee”, Di Renzo Editore, pag. 23
Come il cervello può estrarre determinati significati dalle cose
Bene, allora come può il cervello estrarre determinati significati dalle cose? In quale momento possiamo parlare di coscienza? Queste sono le domande alle quali le scienze cognitive stanno cercando di dare una risposta, cercando di ridurre la rappresentazione interna e coloro che sperimentano la suddetta rappresentazione a delle macchine. Un computer può farlo. La grande intuizione di Turing fu proprio questa: ridurre la macchina semantica a macchina sintattica.
I nostri cervelli non sono nulla di più che macchine sintattiche, che tuttavia estraggono significati dal mondo circostante, ovvero lavorano come macchine semantiche. Siamo in presenza di un paradosso, ma non di un mistero, come molti vorrebbero farci credere. Non credo nei misteri, sono soltanto problemi che non sappiamo ancora come avvicinare. Se pensiamo di aver trovato un mistero, probabilmente abbiamo soltanto frainteso il problema. Quel che è certo è che la coscienza è meno misteriosa di quanto si pensi: essa si sviluppa da ciò che fa il cervello - ovvero come macchina sintattica - e non da ciò di cui è fatta.
Dennett D., “Dove nascono le idee”, Di Renzo Editore, pag. 42
La coscienza, il linguaggio e le pompe d’intuizione
Le pompe d’intuizione sono degli esperimenti di pensiero, come la caverna di Platone, il diavoletto di Cartesio, il contratto sociale di Hobbes o gli imperativi categorici di Kant. Esercii d’immaginazione, che indirizzano il modo di affrontare un problema. E questa la vera storia della filosofia: molti colleghi lo hanno dimenticato, ma gran parte delle idee filosofiche sono pompe d’intuizione.
L’idea di considerare la coscienza come una macchina virtuale, ad esempio, è una pompa d’intuizione e ci stanno lavorando gli studiosi di intelligenza artificiale. Credo che tra le idee più suggestive, nate dall’intelligenza artificiale, ci sia il "Pandemonio" di Oliver Selfridge. Si trattava di un programma costituito da un gruppo di demoni semi-indipendenti (pan-demonium) che, quando nasceva un problema, saltellavano di qua e di là dicendo: "Io! Io! Io lo so fare!" Ne nasceva una breve schermaglia e quello che fra loro avrebbe vinto avrebbe anche affrontato il problema. Se non ci riusciva, gli altri potevano catturarlo.
Dennett D., “Dove nascono le idee”, Di Renzo Editore, pag. 43
Non c’è molta letteratura su come le persone generano il linguaggio
Se immaginiamo il cervello come una pletora di agenti semi-indipendenti che agiscono in modo solo parzialmente organizzato, attraverso numerosi "spreca-azioni", allora anche la coscienza comincia ad avere un senso differente.
Quello che a me oggi interessa sapere è come si sviluppa la possibilità di parlare prima che io sappia che sto parlando. E quello che fanno abitualmente i bambini, e anche molti adulti, visto che c’è una grande differenza tra il parlare e il parlare autocosciente.
Dando uno sguardo alle attuali teorie psicolinguistiche, mi sono reso conto che ci sono teorie su come le persone capiscono il linguaggio, su come lo decifrano, su come lo accettano... ma non c’è molta letteratura su come le persone generano il linguaggio. Le teorie esistenti sono ancora tutte legate all’idea di un Central Meaner (o di un Concettualizzatore, come lo chiama Levelt), mentre secondo me bisognerebbe adottare, anche in questo caso, un modello Pandemonio, in cui ci sono tanti pezzettini di linguaggio, molti dei quali inappropriati, e, attraverso una battaglia per processi paralleli, uno di essi vince sugli altri.
Proprio in questo momento, mentre parliamo di queste cose, tutti i miei demonietti si stanno sfidando per avere l’ultima parola!
Dennett D., “Dove nascono le idee”, Di Renzo Editore, pag. 44
La falsa illusione della supremazia del cervello sul resto del corpo
Personalmente propendo per una visione funzionalista della mente, ovvero rintracciare la natura della mente, non tanto in ciò di cui è fatta, ma in ciò che fa o può fare. La forma, il materiale o la struttura di un oggetto sono soltanto secondari, rispetto al fatto che esso sia compatibile con il suo ruolo funzionale.
Peraltro l’idea della "doppia traduzione" - ovvero del messaggio sensoriale che entra e viene trasformato prima in impulsi nervosi e poi, in qualche modo e in qualche posto, in coscienza - è fuorviante; come lo era appunto la ghiandola pineale di Cartesio, luogo fisico non ben precisato atto a creare qualcosa di non-fisico: il pensiero cosciente. Perché fuorviante? Perché genera, appunto, la falsa illusione della supremazia del cervello sul resto del corpo, inteso come mero recettore di impulsi o unità espletante azioni.
La tentazione è forte, tanto che alcuni teorici tutt’oggi insistono sul fatto che un occhio senza cervello non ha esperienze visive consapevoli, ed è pertanto nel cervello che deve maturare il fattore X del sentire... Per taluni è meglio sostenere ipotesi simili piuttosto che dover riconoscere il primato degli impulsi nervosi ed equiparare, così, l’essere umano a un centralino senza telefonista o a una nave senza capitano.
D’altronde ci sono cose alle quali si rinuncia davvero malvolentieri: se in un trapianto di cuore preferiremmo essere i riceventi, in un ipotetico trapianto di cervello sono certo che vorremmo essere tutti donatori.
Dennett D., “Dove nascono le idee”, Di Renzo Editore, pag. 51 |