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Cavendish parlava di rado, e pretendeva che i domestici si rivolgessero a lui per iscritto

Cavendish era noto per la sua natura riservata e il suo carattere estremamente timido. Conduceva da solo le sue ricerche e si racconta che quando un giorno una cameriera entrò per errore nella sua stanza, egli rimase così sconvolto da quella inaspettata presenza da licenziarla in tronco. In seguito fece costruire dei soppalchi per andare da una stanza all’altra della casa senza essere visto. Alcuni storici ritengono che soffrisse della sindrome di Asperger.
Sebbene fosse stato il primo a osservare che idrogeno e ossigeno, se fatti detonare insieme, producevano l’acqua, Cavendish spiegò la loro reazione basandosi sulla teoria del flogisto. Lavoisier, avendo sentito parlare del lavoro di Cavendish, ripeté l’esperimento, interpretandone correttamente i risultati, e si attribuì la scoperta senza menzionare il contributo dello scienziato inglese. Questi non ne fu minimamente toccato, essendo del tutto indifferente a questioni di priorità e, in effetti, a tutte le questioni meramente umane o emotive.
Mentre Boyle, Priestley e Davy, anche dal punto di vista umano, erano figure affascinanti, Cavendish era diverso. I suoi risultati erano sorprendenti - dalla scoperta dell’idrogeno e dalle splendide ricerche sul calore e l’elettricità alla famosa (e straordinariamente accurata) stima del peso della Terra. Non meno sconcertanti, e già materia di leggenda quando era ancora in vita, furono il suo isolamento (parlava di rado, e pretendeva che i domestici si rivolgessero a lui per iscritto); l’indifferenza per il successo mondano e i beni materiali (benché fosse nipote di un duca, e per gran parte della sua vita l’uomo più ricco d’Inghilterra); la sua disarmante ingenuità e incapacità di gestire i rapporti umani. Quando lessi altre cose su di lui, rimasi turbato e, se possibile, ancora più sconcertato.
« Non aveva amori, odi, speranze, paure o venerazioni come ognuno di noi» scriveva il suo biografo George Wilson nel 1851. « Si isolava dai suoi simili, e apparente mente anche da Dio. Non c’era nulla di serio, entusiastico, eroico o generoso nella sua natura, come del resto c’era ben poco di meschino, spregevole o ignobile. Era quasi privo di passioni. Ogni cosa la cui comprensione richiedesse qualcosa di più del puro intelletto, o necessitasse dell’esercizio della fantasia, dell’immaginazione, dell’affetto o della fede, gli risultava sgradevole. Leggendo le sue memorie non percepisco altro che una testa in preda all’attività intellettuale, un paio di occhi meravigliosamente acuti e due mani abilissime nello sperimentare e nel compiere registrazioni. Il suo cervello, si direbbe, era una macchina per calcolare; i suoi occhi, l’ingresso d’immagini visive, e non fontane di lacrime; le sue mani, strumenti di manipolazione che non tremarono mai per l’emozione, né mai si giunsero per manifestare adorazione, gratitudine o disperazione; il suo cuore nulla più che un organo anatomico, necessario alla circolazione del sangue ». E tuttavia, continuava Wilson, « Cavendish non si ergeva al di sopra degli altri esseri umani con spirito orgoglioso o sprezzante, rifiutando di considerarli suoi pari. Si sentiva separato da loro da un abisso, un abisso che né loro né lui potevano colmare, e attraverso il quale tendere mani o scambiarsi saluti sarebbe stata vana impresa. Un senso di isolamento dai suoi fratelli lo induceva a ritrarsi dalla loro società e a evitare la loro pre senza, ma lo faceva come chi è consapevole di un’infermità, e non con lo spirito di chi si vanta della propria ec cellenza. Era come un sordomuto che se ne stesse in disparte rispetto ad altre persone, le cui espressioni e i cui gesti denotassero la produzione e l’ascolto di musica e parole, tutti processi nei quali egli non avrebbe potuto prendere parte alcuna. Saggiamente, quindi, se ne stava per conto suo, e sopportando il rifiuto del mondo, prese i voti, che s’era autoimposto, di Anacoreta della Scienza, chiudendosi, come i monaci dei tempi antichi, nella sua cella. Quel regno gli bastava, e dalla sua finestra angusta vedeva tutto ciò che gli interessava dell’Universo. Aveva anche un trono, e da quello dispensava doni ai suoi fratelli. Fu un benefattore della sua stirpe; un benefattore a cui nessuno dimostrò riconoscenza, ma che pazientemente insegnava e serviva l’umanità, mentre gli altri si ritraevano di fronte alla sua freddezza o irridevano alle sue stranezze ... Non fu né Poeta né Prete né Profeta, ma solo un’Intelligenza fredda e limpida, che emanava pura luce bianca, illuminando tutto ciò su cui si posava, senza riscaldare nulla: nel Firmamento Intellettuale, una Stella se non di prima, almeno di seconda grandezza ».
Parecchi anni dopo, rilessi quella straordinaria biografia e mi chiesi che cosa « avesse » Cavendish (dal punto di vista clinico). Le caratteristiche emotive di Newton - la gelosia e la sospettosità, le inimicizie profonde e le intense rivalità - erano tipicamente nevrotiche mentre il distacco e l’ingenuità di Cavendish facevano piuttosto pensare all’autismo o alla sindrome di Asperger. Oggi credo che il libro di Wilson sia probabilmente la descrizione più completa che potremmo sperare di avere della vita e della mente di uno straordinario genio autistico.
Sacks O., “Zio Tungsteno“, Adelphi, pag. 361

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