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Chimica: la pila di Alessandro Volta

Nel 1800 Davy lesse un articolo di Alessandro Volta con la descrizione della sua pila, la prima batteria: un sandwich di due diversi metalli separati da pezzi di cartone imbevuto di acqua salata, capace di generare una corrente elettrica costante. Sebbene l’elettrostatica - fenomeni come fulmini o scintille - fosse stata indagata già nel secolo precedente, non si era ancora riusciti a ottenere una corrente elettrica continua. In seguito Davy scriverà che l’articolo di Volta aveva dato la sveglia agli scienziati europei; nel suo caso diede immediatamente forma a quella che ora considerava l’opera della sua vita.
Davy convinse Beddoes a costruire una pila imponente - un centinaio di doppie piastre di rame e zinco, di poco meno di quaranta centimetri quadrati di superficie, che occupavano un’intera stanza - e qualche mese dopo iniziò i suoi primi esperimenti. Gli venne quasi subito il sospetto che la corrente elettrica fosse generata da modificazioni chimiche nelle piastre metalliche, e si chiese se non potesse valere anche l’inverso - cioè se non si potessero indurre modificazioni chimiche mediante il passaggio di una corrente elettrica.
L’acqua poteva essere ottenuta (come aveva dimostrato Cavendish) facendo detonare una miscela di idrogeno e ossigeno. Era possibile, sfruttando le potenzialità della corrente elettrica, fare il cammino inverso? Nel suo primissimo esperimento di elettrochimica, Davy mostrò che facendo passare una corrente elettrica nell’acqua (previa l’aggiunta di un po’ di acido affinché conducesse) era possibile scomporla nei suoi costituenti idrogeno e ossigeno, che comparivano ai poli (o elettrodi) opposti della batteria; solo vari anni dopo si vide che i due gas si liberavano in proporzioni esatte e costanti.
Con quella batteria, si poteva non solo effettuare l’elettrolisi dell’acqua, ma anche riscaldare dei fili metallici: un filo di platino, ad esempio, poteva essere reso incandescente; e se la corrente era fatta passare in barrette di carbonio, e queste venivano poi separate un poco, un arco elettrico abbacinante le avrebbe unite come un ponte (« così intenso » scrisse Davy « che perfino la luce del sole, al confronto, appariva fioca»). Quasi per caso, Davy s’era imbattuto in quelle che sarebbero diventate le due principali forme di illuminazione elettrica - quella a incandescenza e quella ad arco; tuttavia, non si preoccupò di svilupparle, ma prese a studiare altre cose.
Sacks O., “Zio Tungsteno“, Adelphi, pag. 142

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