La radioattività era un’aggiunta meravigliosa (o terribile), una proprietà completamente diversa (e che a volte mi infastidiva, perché mi piaceva la densità dell’uranio metallico, così simile a quella del tungsteno, e poi la fluorescenza e la bellezza dei suoi minerali e dei suoi sali, ma capivo che non avrei potuto maneggiarlo a lungo in condizioni di sicurezza; allo stesso modo mi faceva infuriare l’intensa radioattività del radon, che altrimenti sarebbe stato un gas pesante ideale).
La radioattività non alterava le realtà della chimica, o il concetto di elemento; non scuoteva l’idea della loro stabilità e della loro identità. Ciò che faceva, invece, era di alludere all’esistenza di due regni nell’atomo: uno relativamente superficiale e accessibile che governava la reattività e la combinazione chimica, e un altro più profondo - inaccessibile a tutti i consueti agenti chimici e fisici e alle loro energie relativamente basse - in cui qualsiasi trasformazione produceva un fondamentale cambiamento di identità.
Zio Abe aveva a casa sua uno « spintariscopio », proprio come quelli pubblicizzati sulla copertina della tesi di Marie Curie. Era uno strumento di una semplicità stupenda, che consisteva di uno schermo fluorescente e di un oculare, e conteneva all’interno una quantità infinitesima di radio. Guardando attraverso l’oculare, si potevano vedere decine di scintillazioni al secondo. Quando zio Abe me lo porse, e io me lo portai all’occhio, trovai lo spettacolo incantevole, magico; era come assistere a una pioggia ininterrotta di meteore o stelle cadenti.
Gli spintariscopi, venduti a pochi scellini, erano giocattoli scientifici all’ultima moda nei salotti edoardiani - un’aggiunta nuova ed esclusiva del ventesimo secolo, che s’affiancava agli stereoscopi e ai tubi Geissler ereditati dai tempi vittoriani. Ma se è vero che fecero la loro comparsa come una sorta di giocattolo, ben presto ci si rese conto che dimostravano qualcosa di fondamentalmente importante, giacché le minuscole scintille, o scintillazioni, provenivano dalla disintegrazione di singoli atomi di radio, dalle singole particelle alfa che ciascuno di essi emetteva al momento dell’esplosione. Nessuno avrebbe potuto immaginare, mi disse zio Abe, che saremmo mai stati in grado di vedere l’effetto di singoli atomi, e meno che mai di poterli contare individualmente.
« Qui c’è meno di un milionesimo di milligrammo di radio, e tuttavia, sulla piccola area dello schermo, hanno luogo decine di scintillazioni al secondo. Pensa un po’ quante sarebbero se avessimo un grammo di radio, una quantità un miliardo di volte più grande ».
« Cento miliardi » calcolai io.
« Ci sei andato vicino » disse zio Abe. « Centotrentasei miliardi, per essere precisi; il numero non varia mai. Ogni secondo, in un grammo di radio si disintegrano centotrentasei miliardi di atomi, e se pensi che tutto questo va avanti per migliaia di anni, puoi farti un’idea di quanti atomi siano contenuti in un solo grammo di radio ».
Sacks O., “Zio Tungsteno“, Adelphi, pag. 320