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Lavoisier e il linguaggio tradizionale della chimica |
| Lavoisier pensò che il linguaggio tradizionale della chimica fosse ormai inadeguato, e così mise mano a una vera rivoluzione terminologica, sostituendo le antiche denominazioni, pittoresche ma scarsamente informative - come burro di antimonio, bezoar di Giove, vetriolo azzurro, zucchero di piombo, liquore fumante di Libavius, fiori di zinco - con altri nomi: precisi, analitici, dal chiaro significato. Se qualcosa era composto di azoto, fosforo o zolfo, diventava un nitruro, un fosfuro o un solfuro. Se, grazie all’aggiunta di ossigeno, si formavano acidi, si parlava di acido nitrico, fosforico o solforico; e ci si riferiva ai loro sali chiamandoli nitrati, fosfati e solfati. Se erano presenti quantità minori di ossigeno, si parlava, in luogo di nitrati e fosfati, di nitriti o fosfiti, e così via. Ogni sostanza, elementare o composta che fosse, avrebbe avuto così il suo nome, che ne specificava la composizione e il carattere chimico; e questi termini, manipolati come in una sorta di algebra, avrebbero istantaneamente indicato le possibili interazioni e i possibili comportamenti delle varie sostanze in circostanze diverse. Tutte le imprese di Lavoisier - il linguaggio algebrico, la nomenclatura, la conservazione della massa, la definizione di elemento, la formulazione di un’autentica teoria della combustione - erano organicamente collegate e formavano una struttura meravigliosa: una rivoluzionaria rifondazione della chimica, proprio come lui l’aveva sognata in modo tanto ambizioso nel 1773. La via che condusse alla sua rivoluzione non fu né facile né diretta, sebbene nel suo Trattato elementare di chimica egli la presenti come una cosa tanto ovvia; richiese quindici anni della vita intellettuale di un genio, quindici anni di fatiche per aprirsi la strada nel labirinto dei pregiudizi, lottando contro la propria cecità non meno che contro quella altrui. Nella biografia di Lavoisier scritta da Douglas McKie troviamo un completo elenco delle attività dello scienziato, che offre una colorita testimonianza del suo tempo non meno che della sua straordinaria versatilità. « Lavoisier prese parte » scrive McKie « alla preparazione di rapporti sull’approvvigionamento idrico della città di Parigi; sulle carceri, l’ipnotismo, l’adulterazione del sidro, la collocazione dei mattatoi pubblici, le "macchine aerostatiche di Montgolfier" (le mongolfiere) allora appena inventate; sul candeggio, le tavole dei pesi specifici, gli idrometri, la teoria dei colori, le lampade, le meteoriti, le griglie che non fanno fumo; sulla fabbricazione degli arazzi e l’incisione di stemmi; sulla carta, i fossili, una poltrona per invalidi, un mantice ad acqua, il tartaro, le sorgenti sulfuree; sulla coltivazione del cavolo e della rapa per i semi e l’olio che da quelli si estrae; su una grattugia per tabacco, le miniere di carbone, il sapone bianco, la decomposizione del nitrato, la produzione dell’amido ... sullo stoccaggio di acqua dolce nelle navi, e poi sull’aria viziata e la presenza di olio nell’acqua sorgiva ... sulla rimozione di olio e unto dai tessuti di seta e di lana, la preparazione di etere nitroso per distillazione; sugli eteri, un crogiolo, un nuovo inchiostro e un calamaio al quale bastava aggiungere dell’acqua per avere sempre a disposizione l’inchiostro ... sul contenuto di alcali delle acque minerali, su una polveriera per l’Arsenale di Parigi, e ancora sui minerali dei Pirenei, il frumento e la farina, i pozzi neri e l’aria che da essi esala; sulla supposta presenza di oro nelle ceneri dei tessuti vegetali; sull’acido arsenico, la separazione dell’oro e dell’argento e la base del sale di Epsom; sull’ottenimento di matasse di seta, la soluzione dello stagno usato nelle tinture; sui vulcani, la putrefazione, i liquidi antincendio, le leghe, l’arrugginimento del ferro; sul possibile uso dell"`aria infiammabile" in uno spettacolo di fuochi d’artificio (dietro richiesta della polizia); sugli strati carboniferi, l’acido marino deflogisticato, gli stoppini per lampade, la storia naturale della Corsica, il fetore dei pozzi di Parigi, la presunta solubilità dell’oro nell’acido nitrico, le proprietà igrometriche della soda, i minerali grezzi di ferro e di sale dei Pirenei, le miniere di piombo argentifero, un nuovo tipo di barile, la fabbricazione di lastre di vetro, i combustibili, la conversione della torba in carbone, la costruzione di mulini per il grano, la produzione dello zucchero, gli straordinari effetti del fulmine e la macerazione del lino. Ancora, scrisse su argomenti quali i depositi minerari francesi, i recipienti da cucina smaltati, la formazione dell’acqua, la coniazione, la proporzione delle diverse componenti nei composti chimici, la vegetazione, e su molti altri, di gran lunga troppi per poter essere descritti qui, seppur dedicando loro solo un brevissimo accenno ».
Lavoisier ricevette una lettera in cui Scheele descriveva la preparazione di quella che chiamava «Aria di Fuoco» (l’ossigeno) mista ad «Aria Viziata» (anidride carbonica), mediante il riscaldamento del carbonato d’argento; Scheele aveva ottenuto l’Aria di Fuoco pura dall’ossido mercurico, ancora prima di Priestley. Lavoisier, tuttavia, rivendicò la scoperta dell’ossigeno, ritenendo che i suoi predecessori non avessero capito nulla di ciò che stavano osservando. La sostituzione del flogisto con l’ossidazione ebbe effetti pratici immediati. Adesso era chiaro che, per bruciare completamente, un combustibile aveva bisogno della maggior quantità possibile di aria. Francois-Pierre Argand, un contemporaneo di Lavoisier, fu lesto a sfruttare la nuova teoria della combustione, progettando una lampada con uno stoppino di nastro piatto, curvato in modo da entrare in un cilindro, così che l’aria potesse raggiungerlo sia dall’interno che dall’esterno, e con un camino che produceva una corrente d’aria verso l’alto. Nel 1783 il bruciatore di Argand era ormai affermato; non s’era mai vista una lampada così efficiente e luminosa.
L’elenco degli elementi di Lavoisier comprendeva i tre gas a cui egli stesso aveva dato il nome (ossigeno, azoto e idrogeno), tre non metalli (zolfo, fosforo e carbonio) e diciassette metalli. Ne facevano parte anche i«radicali » muriatico, fluorico e boracico, e cinque « terre »: gesso, magnesia, barite, allumina e silice. Lavoisier era convinto che essi contenessero nuovi elementi che ben presto sarebbero stati isolati (furono effettivamente ottenuti tutti entro il 1825 - tranne il fluoro, che mandò a vuoto i tentativi dei chimici per altri sessant’anni). Gli ultimi due « elementi » di Lavoisier erano la Luce e il Calore – quasi che egli non fosse riuscito a sbarazzarsi completamente dello spettro del flogisto. |
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