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Lavoisier ripetè gli esperimenti di molti dei suoi predecessori pesando tutto scrupolosamente

Lavoisier - spirito pratico, profondamente analitico e logico, figlio dell’Illuminismo e ammiratore degli Enciclopedisti – appena venticinquenne, venne nominato membro dell’Académie des Sciences, avendo effettuato ricerche pionieristiche in campo geologico e dato prova di grandi capacità sia come chimico sia come polemista (era stato premiato per il suo progetto di illuminazione notturna delle città, e aveva scritto un pregevole studio sulla solidificazione e l’indurimento del gesso). Successivamente, il suo acume e le sue ambizioni si concentrarono sulla teoria del flogisto: gli sembrava un’idea inconsistente, pura metafisica; e vide subito che per smantellarla bisognava condurre esperimenti meticolosamente quantitativi sulla combustione. Davvero le sostanze diminuivano di peso quando bruciavano - come ci si sarebbe aspettato se avessero realmente perso il loro flogisto nel processo? Stando all’esperienza comune, sembrava che in effetti le sostanze «si consumassero»: bruciando, una candela rimpiccioliva, le sostanze organiche si carbonizzavano e si restringevano, lo zolfo e il carbone svanivano completamente. Con i metalli, però, le cose sembravano andare diversamente.
Nel 1772 Lavoisier era venuto a conoscenza dei lavori di Guyton de Morveau, i cui esperimenti, eccezionalmente accurati e precisi, mostravano come i metalli aumentassero di peso quando venivano arrostiti all’aria. Come si conciliava tutto questo con l’idea che qualcosa - il flogisto - andasse perduto nel processo?
Lavoisier si accinse a un lavoro sistematico, ripetendo gli esperimenti di molti dei suoi predecessori, ma stavolta usando un apparato chiuso e pesando tutto scrupolosamente, prima e dopo la reazione - cosa che perfino i più meticolosi tra i chimici suoi contemporanei (e prima di loro lo stesso Boyle) avevano omesso di fare. Riscaldando in storte chiuse piombo e stagno fino all’incenerimento, riuscì a dimostrare che il peso totale dei reagenti restava invariato nel corso della reazione. Solo se si rompevano i recipienti, permettendo all’aria di affluire all’interno, il peso delle ceneri effettivamente aumentava: e l’aumento corrispondeva esattamente a quello che si osservava nei metalli durante la calcinazione. Secondo Lavoisier, doveva esser causato dalla «fissazione» dell’aria, o di qualche suo componente.
Sacks O., “Zio Tungsteno“, Adelphi, pag. 131

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