Da bambino pensavo che la luce avesse forma e dimensioni: le forme floreali delle fiamme delle candele, come magnolie ancora in boccio, e i poligoni luminosi nelle lampadine al tungsteno di mio zio. Solo quando zio Abe mi mostrò il suo spintariscopio e io vidi le singole scintille, cominciai a rendermi conto di come la luce, tutta la luce, provenisse da atomi e molecole che dapprima erano stati eccitati e poi, nel tornare al loro stato fondamentale, si liberavano dell’eccesso di energia emettendolo sotto forma di radiazione visibile. Nel caso di un solido riscaldato, come il filamento incandescente di una lampadina, venivano emesse energie di diverse lunghezze d’onda; nel caso di un vapore incandescente, come quello del sodio in una fiamma al sodio, erano emesse invece solo alcune lunghezze d’onda molto specifiche. (La luce azzurra della fiamma di una candela, quell’azzurro che mi aveva tanto affascinato da bambino, era generata, come appresi in seguito, da molecole di carbonio biatomico che si raffreddavano emettendo l’energia assorbita durante il riscaldamento).
Ma il Sole e le stelle non somigliavano a nessuna fonte di luce terrestre. Erano di una luminosità e di un biancore che superava quello delle lampade a filamento più caldo (alcune, come Sirio, erano quasi blu). Si poteva dedurre, dall’intensità della radiazione solare, una temperatura superficiale di circa 6000 gradi. Zio Abe mi raccontava che ai tempi della sua giovinezza nessuno aveva idea di come spiegare l’incandescenza e l’energia spaventose del Sole. Incandescenza non era il termine corretto, perché nel Sole non c’era combustione nel senso ordinario del termine - al di sopra di 1000 gradi, infatti, la maggior parte delle reazioni chimiche cessa.
E non poteva essere che l’attività del Sole fosse mantenuta dall’energia gravitazionale, ossia dall’energia generata da una gigantesca massa in contrazione? Sembrava che anche questo meccanismo fosse del tutto inadeguato per rendere conto del calore ardente e dell’energia del Sole e delle stelle, emessa senza un accenno di attenuazione per miliardi di anni. Quanto alla radioattività, nemmeno quella era una fonte plausibile di energia, giacché nelle stelle gli elementi radioattivi erano presenti in quantità nemmeno lontanamente vicine a quelle necessarie, e la loro emissione di energia era troppo lenta e tranquilla.
Fu solo nel 1929 che venne avanzata un’altra idea, e cioè che, date le temperature e le pressioni prodigiose presenti all’interno di una stella, gli atomi degli elementi leggeri potessero fondersi insieme formando atomi più pesanti; tanto per cominciare, che gli atomi di idrogeno potessero fondersi a formare l’elio; in altre parole, che la fonte di en°rgia del cosmo fosse termonucleare. Affinché i nuclei leggeri potessero fondere occorreva fornir loro enormi quantità di energia, ma una volta innescata la fusione, sarebbe stata emessa ancor più energia, la quale, a sua volta, avrebbe riscaldato e fuso altri nuclei leggeri, producendo altra energia; questo processo avrebbe mantenuto attiva la reazione.
Sacks O., “Zio Tungsteno“, Adelphi, pag. 339