Nel 1789, Lavoisier aveva incluso tra gli elementi le « terre alcaline » (magnesia, calce e barite) pensando che contenessero nuovi elementi; Davy aggiunse all’elenco gli alcali (soda e potassa) sospettando che essi pure contenessero nuovi elementi. A quell’epoca, però, era impossibile isolarli con mezzi chimici. Davy si chiese se i poteri radicalmente nuovi dell’elettricità non potessero riuscire là dove la chimica ordinaria aveva fallito. Dapprima attaccò gli alcali, e all’inizio del 1807 eseguì i famosi esperimenti nel corso dei quali, utilizzando una corrente elettrica, isolò il potassio e il sodio metallici. Quando vi riuscì, era a tal punto in estasi che, stando a quanto registrò il suo assistente, si mise a ballare di gioia.
Uno dei miei più grandi piaceri fu di ripetere gli esperimenti di Davy: mi identificavo a tal punto con lui che quasi credevo di essere io in procinto di scoprire quegli elementi. Avevo letto di come Davy avesse scoperto prima di tutto il potassio, e come quest’ultimo reagisse con l’acqua; così ne tagliai un cubetto (si tagliava come il burro, e la superficie esposta riluceva di un bianco argenteo brillante - ma solo per un attimo, perché anneriva immediatamente). Presi il cubetto e con attenzione lo calai in un recipiente d’acqua, facendo un passo indietro - appena in tempo, giacché il potassio prese fuoco all’istante, agitandosi freneticamente nel recipiente come una massa fusa sormontata da una fiamma violetta, schizzando e crepitando mentre lanciava lapilli incandescenti in tutte le direzioni. Pochi secondi e il piccolo globulo era completamente consumato, e nell’acqua del recipiente era tornata la tranquillità. Ora, però, l’acqua era calda e saponosa; era diventata una soluzione di potassa caustica che, essendo alcalina, faceva virare al blu una cartina al tornasole.
Il sodio era molto più economico del potassio, e meno violento; quindi decisi di osservare la sua azione all’aperto. Me ne procurai un pezzo abbastanza grosso, circa un chilo e mezzo, e feci un’escursione agli Highgate Ponds, a Hampstead Heath, con i miei due amici più cari, Eric e Jonathan. Quando giungemmo sul posto salimmo su un ponticello; poi io, con delle pinze, tirai fuori il sodio dall’olio e lo lanciai in acqua. Prese fuoco istantaneamente e schizzò roteando sulla superficie come una meteora impazzita, sormontato da un’enorme fiammata gialla. Esultammo tutti - questa era chimica, la chimica della vendetta!
C’erano poi altri membri della famiglia dei metalli alcalini, ancor più reattivi del sodio e del potassio: metalli come il rubidio e il cesio (e c’era anche il litio, che era il più leggero e meno reattivo). Era un gioco affascinante confrontare le reazioni di tutti e cinque mettendo dei pezzettini di ognuno nell’acqua. Bisognava farlo con attenzione, usando le pinze, e munire se stessi e i propri ospiti di occhiali: il litio si muoveva tranquillamente sulla superficie dell’acqua, reagendo con essa ed emettendo idrogeno, finché si consumava tutto; un pezzo di sodio si sarebbe spostato sulla superficie con un sibilo stizzoso, ma se era piccolo non avrebbe preso fuoco; il potassio, invece, avvampava nell’istante stesso in cui entrava in contatto con l’acqua, bruciando con una pallida fiamma color malva e lanciando globuli incandescenti ovunque; il rubidio era ancor più reattivo, schizzava con violenza avvampando con una fiamma rosso violetto; quanto al cesio, scoprii che al contatto con l’acqua esplodeva, mandando in frantumi il contenitore di vetro. Dopo questa dimostrazione, uno non avrebbe mai più dimenticato le proprietà dei metalli alcalini.
Prima che Humphry Davy scoprisse il sodio e il potassio, si pensava che i metalli fossero tutte sostanze dure, dense e infusibili, mentre qui ce n’erano alcuni morbidi come burro, più leggeri dell’acqua, che fondevano facilmente, e che manifestavano una violenza chimica, un’avidità di combinarsi, maggiore di qualunque cosa vista prima.
Sacks O., “Zio Tungsteno“, Adelphi, pag. 144