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Comunicazione. Ognuno di noi è dotato di una doppiezza comunicativa.

Si sta preparando una nuova sezione dedicata a: “La doppiezza comunicativa e il funzionamento del cervello.” Il materiale più recente su questo tema presente su "Il PALO" è raggiungibile cliccando qui.

Noi diamo informazioni sia parlando, sia mostrandoci mentre parliamo. L’ascoltatore ha già lui una doppia impressione decifrando le parole e gli atteggiamenti, le pause, il modo di vestire, il modo di gestire. Se l’altro decodifica in maniera doppia la mia espressione, io devo avere un atteggiamento di controllo della mia comunicazione sia verbale che non verbale.
Mentre io espongo un qualcosa ad un uditorio, io sto usando le parole per comunicare i concetti principali, mentre altri aspetti della mia presenza stanno comunicando cose diverse, a volte in sintonia, a volte in disaccordo col ruolo principale che io credo di sostenere. Tutti i nostri atteggiamenti possono avere valenze comunicative.

La doppiezza comunicativa e il giudizio morale

Esiste una doppiezza comunicativa per esempio a livello temporale. Prima di un colloquio importante è del tutto lecito prepararsi mentalmente il discorso che si sta per fare. Non solo: è bene prima di un incontro importante, tentare anche di visualizzare l’ufficio in cui avverrà il colloquio. Di solito si prova a prevederlo e a progettarlo nei suoi vari particolari: cosa si tirerà fuori dalla cartella per mostrarlo all’interlocutore, il tipo di vestito che si indosserà per l’occasione, ecc..
La progettazione di una comunicazione può avvenire anche nel momento in cui si comunica. Insieme si parla e ci si osserva da fuori, si espongono concetti e si pensa alla mossa successiva. Certo non sempre, ma alcune volte, specie in caso di comunicazioni importanti, questa doppiezza è ben presente: si tratta di sistematicizzarla.

È possibile infatti da un lato "dire parole", dall’altro ascoltarsi mentre "si dicono parole".
Spesso è opportuno porsi domande del tipo: sto comunicando bene? Sto dimenticando qualche argomento che invece sarebbe necessario esporre? L’interlocutore ha reagito in maniera da mostrare interessa a quella frase che ho detto prima?

La doppiezza comunicativa e la doppiezza di atteggiamento mentale nei confronti del mondo esterno
Non solo è possibile avere una doppiezza comunicativa, ma spesso è possibile avere anche una doppiezza di atteggiamento mentale nei confronti del mondo esterno.
È interessante a questo proposito una citazione, tratta da: Ron Rosenbaum "Il mistero Hitler", p. 397
Rosenbaum è a colloquio con uno dei più famosi storici inglesi: Bullock. Qui quello che conta non è solo il giudizio su Hitler che ne viene fuori, ma lo spaccato della mente del Bullock stesso, che svela una situazione in cui lo storico che viene intervistato, agì con doppiezza.

"Parlai a Bullock della teoria di Emil Fackenheim, secondo la quale Hitler era un commediante: l’odio di Hitler per gli ebrei era, come tutte le convinzioni da lui professate, un cinico atto di opportunismo.
Ma la risposta di Bullock mi colse di sorpresa.
"Ah!" disse. "Era un grande attore che credeva nella parte che recitava. Questa è l’unica cosa che si può dire di lui. Era un grande attore, ma... aspetti, c’è una magnifica citazione di Nietzsche che ho sottomano."
Da un altro scaffale del suo studio prese un volume di Nietzsche e lesse ad alta voce un passo (da "Umano, troppo umano") che sembrava racchiudere la sua nuova, riveduta visione dell’universo mentale di Hitler:
"In tutti i grandi ingannatori è degno di nota un fenomeno al quale essi devono il loro potere. All’atto dell’inganno vero e proprio, fra tutti i preparativi, come l’orrendo nella voce, nell’espressione e nei gesti, in mezzo all’efficace messa in scena, sopravviene in loro la fede in se stessi: è questo che poi parla così miracolosamente e convincentemente a coloro che stanno intorno. ... Giacché gli uomini credono alla verità di tutto ciò che viene manifestamente creduto con forza [i corsivi sono miei]."
Il processo mentale qui descritto è complesso, dinamico. Comincia con quello che sembra un cinico calcolo opportunistico: ciò che più importa non è credere, ma esser visti credere; cioè, la finzione del credere è più importante della sincerità. Ma, se c’è un calcolo dietro il comportamento iniziale (quel calcolo che per Fackenheim è essenziale alfine di tener ferma l’immagine di Hitler come consapevolmente malvagio), ciò che segue è un "fenomeno degno di nota" nel corso del quale l’attore-mistificatore si fa trasportare dal suo modo di agire, ne è ossessionato, sopraffatto, fino a credere alla sua stessa mistificazione.
La nuova visione dialettica del processo mentale di Hitler acquisita da Bullock prende le mosse dalla sua concezione originaria (quella di Bullock I, come potremmo chiamarla), che vedeva in Hitler un astuto calcolatore, un abile attore-mistificatore, molto simile allo scaltro criminale descritto dai giornalisti della "Munchener Post"; incorpora poi l’Hitler di Trevor-Roper, quello "sincero", posseduto dal demonio, che con la sua oratoria affascina le folle; e infine, facendo reagire tesi e antitesi, perviene a una sintesi, l’Hitler di Bullock Il: l’attore che finisce per credere sinceramente a ciò che fa.
Il cambiamento decisivo nel suo modo di pensare, mi disse Bullock, avvenne alla luce del ruolo svolto dall’ideologia nell’universo mentale di Hitler: la questione che è al centro dell’interesse dì Trevor-Roper. "Ho cambiato idea su Hitler: prima pensavo che fosse interessato unicamente al potere... Adesso credo nel ruolo decisivo dell’ideologia. Credo che essa lo corazzasse contro il rimorso, contro il senso di colpa, contro tutto. Hitler era incrollabile nella sua ideologia, nella sua fede di essere l’uomo inviato dalla Provvidenza. La fede in se stesso: credo di averlo chiarito meglio nel mio secondo libro ["Hitler e Stalin"] che non nel primo. Nel primo ero molto… non avevo ancora afferrato bene questo punto."
Rimasi colpito dall’umiltà di Bullock, ma non ero ancora convinto. che questa nuova, più complessa interpretazione della mentalità di Hitler non fosse contraddittoria.
"Intende dire" gli chiesi "che c’è un calcolo, il quale poi genera un’ossessione, che alla fine diventa autentica, e non semplicemente recitata?"
"Penso esattamente la stessa cosa di Stalin" rispose. "Stalin era molto diverso, sotto vari aspetti. Poiché non era un oratore, non aveva assolutamente alcun carisma; vi era solo il culto di Stalin, che egli stesso alimentava e che gli dava la sicurezza di essere apprezzato. Un apprezzamento che, all’inizio, era artificiale, non spontaneo. Alla fine diventò naturale per moltissima gente. E per lui stesso: egli era consapevole di quel che stava facendo [creare un culto del proprio genio], ma, nei momento stesso in cui era consapevole di ciò che stava facendo, sapeva che la cosa era vera: che egli era un genio."
"Nel momento stesso?"
"Non ci vedo alcuna difficoltà" disse Bullock. "Gli uomini sono perfettamente capaci, nella vita pubblica, di avere due convinzioni. fra loro incompatibili. E, per quasi tutto il giorno, le ho anch’io."
"Ma si può essere sinceri e insinceri nello stesso tempo?"
Credetti, a quel punto, di averlo messo in difficoltà, ma egli ebbe ancora la meglio su di me, servendosi del racconto di un funerale.
Mi raccontò di un funerale che aveva avuto luogo quella mattina stessa. Un suo collega era annegato mentre nuotava in acque molto mosse. Bullock aveva preso la parola durante la funzione funebre. "Ho fatto anch’io quel esperienza stamattina, mentre parlavo" mi disse. "Le parole mi venivano dal cuore, perché ero veramente molto addolorato. La moglie del mio collega, che aveva avuto quel colpo terribile, era di fronte a me e mi guardava. E, mentre parlavo, dicevo a me stesso: "Mi stanno ascoltando? Sto avendo successo?". Sarò franco con lei. Non credo di essere un uomo insincero, ma sono perfettamente consapevole di quello che faccio, e volevo avere successo. C’è qualcosa dell’attore in molte persone. È come se in me ci fosse un diavoletto che salta su e mi dice: "Come ti sembra che vadano le cose? Te la cavi piuttosto bene, no?","
"Il diavoletto della perversità?" gli chiesi. "Non è così che lo chiama Poe?"
"Proprio così. Ed è stato descritto più di una volta. Ce ne parla anche Goethe."

La "doppiezza comunicativa" è una forma di controllo

La "doppiezza comunicativa" si rivela essere una forma di controllo non solo del canale principale con cui si emettono informazioni indirizzate all’interlocutore, ma anche di tutti i canali secondari.

Il caso classico è che mentre il "parlato" viene emesso quasi "in automatico", dall’altro la mente tiene sotto controllo tutto quello che viene comunicato in maniera non verbale, e tutta la situazione in cui avviene la comunicazione. Ad esempio potrebbe aver luogo un incontro di tre persone in cui due soltanto, per motivi del tutto leciti, sosterranno una conversazione. I due stanno parlando tra di loro, ma ciò non li esime dal tener presente che a questo dialogo è presente una terza persona, che magari per puri motivi di cortesia può essere invitata ad intervenire.

Emettendo una comunicazione volutamente non solo verbale, ad esempio mostrando delle immagini mentre si parla, è possibile deviare l’attenzione dell’interlocutore verso il nuovo oggetto visivo e non più verso la nostra "comunicazione non verbale".
Quindi: o si ha qualcosa da mostrare, oppure mostreremo noi stessi mentre comunichiamo. Ecco quindi l’importanza di tenere sotto controllo anche gli aspetti non verbali della propria espressione.

In realtà mentre l’interlocutore vi ascolta, anche voi starete osservando questa persona, che magari incontrate per la prima volta. Voi all’interno di un dialogo con la persona che incontrate, lascerete comunque spazio alle sue parole, per capire sempre di più non solo lui, che cosa vi vuole dire di concreto nel senso di "verbale", ma anche se l’interlocutore vi sta dando delle informazioni dal punto di vista non verbale.
La più classica delle informazioni da ricevere è: mostra interesse alle mie parole? Mi segue con gli occhi? Mi fornisce un senso di incoraggiamento a continuare con allocuzioni del tipo: "sì… certo… dica…"?
Osservare la vostra controparte nell’interazione, vi ricorda sempre di più che è l’interlocutore il vero centro di gravità della comunicazione.
È sempre ciò che l’altro può capire l’aspetto fondamentale, e mai "ciò che effettivamente abbiamo detto noi".
La responsabilità dell’efficacia della comunicazione è tutta in chi ha emesso la comunicazione. Per principio l’interlocutore va sempre assolto, è sempre "innocente fino a prova contraria", se non è riuscito a capire perfettamente quello che voi avevate intenzione di comunicare.
Ecco qui un motivo in più per prestare un’estrema attenzione a quello che si comunica in ogni sua forma o linguaggio. Si tratta di andare verso un CONTROLLO TOTALE della comunicazione.

La comunicazione trova come canale principale la PAROLA ed il PARLARE
La parola, e spesso la frase, sono gli strumenti del nostro comunicare. Con questi "arnesi" fonici o scritti, noi comunichiamo dei significati.
Non esiste affatto chiarezza su che cosa sia un "significato", benché sia un concetto principe del nostro essere animali razionali. L’universo dei significati viene studiato da una scienza detta "semantica", mentre la "semeiotica" è la scienza che studia i segni.
Il rapporto fra segno è significato è lo stesso di quello esistente tra le due facciate di un foglio bianco, una non potrebbe esistere senza l’altra, ma insieme sono separate e non coincidono. Un taglio fatto su una facciata si ripercuoterà su quella sottostante.
La semantica non ci aiuta a definire cosa succede quando noi emettiamo una parola - un segno - per suscitare una reazione nell’interlocutore. La semantica non riesce a chiarire fino in fondo cosa accade quando noi mostriamo significati, e che rapporto ci sia tra questi e i segni che li rappresentano.
In compenso ci aiuta su altre cose. Ad esempio ha individuato la differenza tra connotazione e denotazione.
Ha inoltre chiarito che una frase può avere una o più interpretazioni sottostanti, a volte contrastanti. Che la frase può essere ambigua, allusiva, contraddittoria, eppure a suo modo è proprio quella frase che viene scelta perché efficace in quel particolare momento.
La semantica in quanto scienza dei significati, usa le parole.
Le parole sono la parte costituente della nostra comunicazione esteriore, cioè rivolta verso gli altri, ma svolgono anche il ruolo primario nella comunicazione che noi rivolgiamo a noi stessi, nel cosiddetto LINGUAGGIO INTERIORE.
Il linguaggio interiore si sviluppa nel bambino insieme al perfezionamento del suo linguaggio esteriore, quello che usa per rapportarsi con la madre e con il sociale.
Il linguaggio interiore, che pure sembra usare parole, è esso stesso in realtà una trasmutazione in parole di tracce chimiche, quelle che sono lasciate nel nostro cervello quando noi apprendiamo qualche cosa, o quando definiamo qualcosa.
Il cervello parte da questa traccia chimica, in qualche maniera i lobi frontali la trasformano in un concetto, in una parola, questo concetto viene emesso e viene interpretato dalla controparte.
Questa spiegazione del meccanismo del pensiero e della comunicazione, non è esatta in quanto postula l’esistenza dei "concetti" come un qualche cosa di unitario, invece i concetti sono delle pure costruzioni momentanee del cervello, anzi dei suoi lobi frontali dove risiede l’attenzione.

In semantica le parole non possono essere considerate di per se stesse, ma all’interno di un sistema

In semantica si dice che le parole non possono essere considerate di per se stesse, ma vanno viste all’interno di un sistema, di un linguaggio complesso nella sua interezza.
Il linguaggio è da un lato una serie di forme fonetiche che cambiano nel tempo, e dall’altro è un insieme di significati che cambiano nel tempo.
Questa impossibilità di fissare dei momenti discontinui nella perenne evoluzione del linguaggio e dei significati, è una delle problematiche in cui la semantica non riesce a trovare una definizione univoca.

Una metafora interessante per analizzare la comunicazione e l’interazione tra più persone presenti ad una situazione, è paragonarla ad una rappresentazione, ad una recita.
Le interazioni che noi compiamo con gli altri hanno degli aspetti comprensibili all’interno della metafora del teatro e della recitazione. Noi abbiamo una maschera, individuiamo un nostro pubblico, calibriamo i nostri interventi a seconda del tipo di pubblico che abbiamo di fronte, e non teniamo lo stesso atteggiamento a casa e in ufficio, a un funerale o in una birreria.
Questa modo di analizzare la comunicazione come se fosse una recita, trae spunto dall’importante lavoro del 1959 di Erving Goffman "La vita quotidiana come rappresentazione", Il Mulino, da cui abbiamo tratto ampie citazioni.

Esistono più linguaggi di comunicazione
Ci sono dunque più linguaggi di comunicazione, e noi siamo soliti, consciamente o inconsciamente, usarne contemporaneamente più di uno.
Ognuno di questi linguaggi, nell’azione di decodifica da parte del recettore, viene trasformato, consciamente o inconsciamente, in un altro: esso viene tradotto.
Queste traduzioni da linguaggi diversi - di cui una "versione dall’italiano in latino" è un caso ipersemplificato - merita più attenzione. Non ci è del tutto chiaro come ricaviamo - dal comportamento non verbale dell’interlocutore - giudizi che "a pelle" ce lo fanno sentire antipatico o simpatico, ostile o disponibile, eppure questa analisi e successiva deduzione, avviene ogni giorno più volte al giorno. Traduciamo informazioni da linguaggi diversissimi tra loro, molto più diversi che l’Italiano e il latino.
Spesso la traduzione tra linguaggi profondamente diversi come quella dal testo all’immagine, conserva solo una parte delle informazioni che il linguaggio originale offriva.
Facciamo degli esempi. La didascalia di una foto è una traduzione in parole di un linguaggio originale espresso come immagine. E ancora: un archivio fotografico ha sempre un suo catalogo, che è un insieme di parole, con accanto rimandi a buste di fotografie, del tipo "ASCIUGAMANI vedi BAGNO - STANZE DA BAGNO".
I titoli dei quadri ("Notte d’autunno" o, per assurdo, anche il diffusissimo "Senza titolo n°1") sono "traduzioni tra linguaggi diversi". La richiesta ad un illustratore di eseguire un’immagine con un dato titolo (esempio: realizza un’illustrazione su "L’unificazione dei regimi pensionistici", forza un professionista ad elaborare una "traduzione" accettabile della frase verbale in prodotto iconografico.)

Su questo sito abbiamo messo on line ampi estratti da un centinaio di libri, specialmente concernenti il cervello, la comunicazione, la mente, la coscienza e il sè.

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