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Indice. Premessa del corso
Gli inizi dell’espressione iconografica. Scimmie e uomini primitivi alle prese col linguaggio delle immagini
Strumenti, palette e file nuovo (per principianti)

Il pensiero simbolico
Il simbolismo è innegabilmente l’essenza dell’umanità. Se vi è una sola cosa che distingue l’uomo da tutte le altre forme di vita, attuali o estinte, è la capacità di pensiero simbolico: saper generare complessi simboli mentali ed elaborarli in nuove combinazioni.
È proprio questo il fondamento dell’immaginazione e della creatività: la capacità, unicamente umana, di creare un mondo nella propria mente, e di ricrearlo in quello reale che si trova all’esterno. Altre specie possono sfruttare il mondo esterno con grande efficienza, come gli scirnpanzé, ma mantengono sostanzialmente il ruolo di soggetti passivi e meri osservatori. Anche i Neandertaliani, per quanto notevoli possano essere stati, con tutta probabilità si erano a malapena liberati da questa condizione.
È nelle manifestazioni artistiche dei Cro-Magnon che si rivela pienamente la singolare capacità umana di questa popolazione. La loro arte fu molto più di un’interpretazione meccanica dell’ambiente che li circondava. Fu invece una complessa ri-creazione del mondo esterno, reso con squisito senso dell’osservazione e con padronanza dei propri mezzi. Non conosceremo mai con certezza il contesto mitico (o i contesti) di quella ri-creazione, ma è evidente che persino le superbe immagini degli animali con cui i Cro-Magnon condividevano il territorio avevano per loro un significato simbolico che trascendeva la semplice identità zoologica. Riconosciamo subito i segni astratti che punteggiano i fregi degli animali di Lascaux indicandoli come "simboli" (quale altro senso avrebbero?), ma è evidente che le immagini degli animali erano per i Cro-Magnon che le dipinsero molto più di semplici raffigurazioni: sono pregne di tutti i significati che popolavano il complesso universo mentale dei loro autori.
Tattersal T., "Il cammino dell’uomo", Garzanti, pag. 163

Unificare due fotografie con Photoshop (per principianti)
Luminosità e ombre
Errori piu’ comuni in Photoshop e le azioni
Scontornare i capelli con Photoshop. Testo con ombreggiature
Fondere due volti con Photoshop Morfing. Viraggio seppia
Principali scorciatoie da tastiera
Esercizio bandiera per principianti in Photoshop
Esercizio cielo nuvoloso per principianti in Photoshop
Tanto tempo in arte per inventare la prospettiva. Non esiste il progresso in arte
Come ho iniziato a fare fotomontaggi non digitali
Quella di formare immagini è una facoltà meravigliosa, ma non entusiasmiamoci troppo all’idea di avere dei dipinti in testa.
Tanto per cominciare, non siamo in grado di ricostruire l’immagine di un intero campo visivo. Le immagini sono frammentarie. Noi ricordiamo barlumi di parti, li combiniamo in un quadro mentale, dopo di che ci diamo a giochi di prestigio per rinfrescare ogni parte mentre svanisce. Peggio, ogni barlume registra solo le superfici visibili da un unico punto d’osservazione, con le sue distorsioni prospettiche. (Ne è una semplice dimostrazione il paradosso dei binari. La maggior parte delle persone li vede convergere anche nelle immagini mentali, non solo nella vita reale.) Per ricordare un oggetto lo rigiriamo o ci camminiamo attorno, il che significa che il ricordo che ne abbiamo è un album di vedute separate. Un’immagine dell’intero oggetto è una proiezione di diapositive o un pastiche.
Questo spiega perché è occorso tanto tempo in arte per inventare la prospettiva, anche se in prospettiva vedono tutti. Non toccati dal genio del Rinascimento, i dipinti appaiono irrealistici, ma non perché manchino del tutto di prospettiva. (Persino nelle pitture rupestri di Cro-Magnon si nota, in una certa misura, la presenza di una prospettiva accurata.) Di solito gli oggetti lontani sono più piccoli, gli oggetti opachi nascondono lo sfondo e si mangiano pezzetti degli oggetti retrostanti, e molte superfici inclinate sono presentate di scorcio. Il problema è che parti diverse del dipinto sono mostrate come apparirebbero da punti d’osservazione diversi, invece che dal reticolo visivo fisso dietro la finestra di Leonardo.
Nessuna persona in carne e ossa, incatenata in un dato momento a un dato posto, e solo a quello, può percepire una scena da numerosi punti d’osservazione nello stesso tempo, quindi il dipinto non corrisponde a nulla di mai veduto da una persona. Ma poiché l’immaginazione, è ovvio, non è incatenata in un dato momento a un dato posto, i dipinti che mancano di vera e propria prospettiva possono, curiosamente, evocare le nostre immagini mentali. I pittori cubisti e surrealisti, avidi consumatori di psicologia, ricorrevano di proposito nei dipinti a prospettive molteplici, forse per far prendere coscienza agli spettatori, sazi di fotografie, dell’evanescenza dell’occhio della mente.
Un secondo limite è che le immagini mentali sono schiave dell’organizzazione della memoria. È difficile che la nostra conoscenza del mondo possa trovar posto in un’unica grande immagine o mappa. Ci sono troppe scale, dalle montagne alle pulci, perché possano adattarsi a un unico supporto di grana di dimensioni fisse. Ed è anche difficile che la nostra memoria visiva possa essere una scatola delle scarpe piena zeppa di fotografie. Non ci sarebbe modo di trovare quella che serve senza esaminarle tutte una per una per riconoscere che cosa raffigurano. (Con un problema simile si scontrano fototeche e videoteche.) Le immagini in memoria devono essere etichettate e organizzate all’interno di una sovrastruttura proposizionale, forse un po’ come negli ipermedia, dove files grafici sono collegati a punti di connessione all’interno di un grande testo o database.
Il pensiero visivo è spesso guidato più dal sapere concettuale di cui facciamo uso per organizzare le nostre immagini, che dai contenuti delle immagini stesse. I campioni di scacchi sono famosi per la loro grande capacità di memorizzare le posizioni dei pezzi sulla scacchiera. Ma non è che a diventare campioni di scacchi siano le persone dotate di memoria fotografica. Quando si tratta di ricordare le posizioni di pezzi distribuiti a casaccio, i campioni non sono più bravi dei principianti. La loro memoria cattura rapporti significativi fra i pezzi, come minacce e difese, non semplicemente la loro distribuzione nello spazio.
Infine, le immagini non possono fungere da concetti, né da significati di parole nel dizionario mentale. Una lunga tradizione di empirismo filosofico e psicologico ha cercato di sostenere che potrebbero: è in sintonia con il dogma che non c’è nulla nell’intelletto che non sia stato prima nei sensi. Si è supposto che le immagini siano copie degradate o sovrapposte di sensazioni visive, con spigoli netti martellati e colori fusi insieme affinché possano stare per intere categorie, invece che per oggetti singoli.
Le immagini nella preistoria. Gli inizi dell’espressione iconografica.
Approfondimenti in Photoshop: rapporti tra linguaggio verbale e delle immagini
Immagini e concetti. Il concetto e l’espressione iconografica
Pensare per poter raffigurare. Le idee. Il cervello sociale
Il bello. Simmetria, femminilità e mascolinità nelle raffigurazioni
Comunicare con immagini. Lavorare file leggeri. Salvare versioni progressive
Photoshop e la composizione iconografica
Creatività ed espressione artistica. Come vengono le idee
Photoshop e il metalinguaggio della percezione. I ritocchi fotografici
Gli emisferi cerebrali destro e sinistro e le immagini
Adobe Photoshop: note tecniche sul software
Adobe Photoshop per lavorare ad un sito web. Dreamweaver e Photoshop
Referenze del docente. Primo su Google come docente di Photoshop
Link e tutorial a Photoshop sul web
Illustrazioni su argomenti complessi realizzati con
Photoshop da Francesco Cascioli

Iscrizioni per il corso di Photoshop a Roma

Finché non si pensa troppo all’aspetto che queste immagini composite dovrebbero avere, l’idea suona plausibile. Ma come rappresentarsi idee astratte, anche qualcosa di semplice come il concetto di triangolo? È un triangolo qualunque poligono che abbia tre lati. Ma in qualunque immagine un triangolo dev’essere isoscele, scaleno o equilatero.
All’inizio del XX secolo Edward Titchener, uno dei primi psicologi sperimentali d’America, accettò la sfida. Analizzando scrupolosamente le proprie immagini mentali, giunse alla conclusione che esse potevano rappresentare qualunque idea, non importa quanto astratta:
"Riesco piuttosto bene a ottenere l’immagine di Locke, il triangolo che non è nessuno specifico triangolo e tutti i triangoli nello stesso e medesimo tempo. E’ qualcosa che lampeggia, che viene e va da momento a momento; fa intravedere due o tre angoli rossi, con le linee rosse che si accentuano in nero, visti su uno sfondo verde scuro. Non resta lì abbastanza a lungo perché possa dire se gli angoli si connettono a formare la figura completa, e nemmeno se sono dati tutti e tre gli angoli richiesti.
Il cavallo, per me, è una doppia curva e una posizione rampante con qualcosa di una criniera; la mucca è un rettangolo un po’ lungo con una certa espressione facciale, una sorta di broncio esagerato.
Ho passato tutta la vita a concepire significati. E non solo significati, ma anche il significato.
È difficile che la Mucca del Cheshire di Titchener, il suo triangolo ad angoli rossi che nemmeno si congiungono fossero i concetti sottesi ai suoi pensieri. Egli non credeva di certo che le mucche fossero rettangolari o che i triangoli potessero benissimo fare a meno di un angolo. A incarnare tali cognizioni nella sua testa doveva essere qualcos’altro, non un’immagine.
Ed è questo il problema di altre tesi secondo le quali tutti i pensieri sono immagini. Supponiamo di cercare di rappresentare il concetto di "uomo" tramite l’immagine di un uomo prototipico, Fred MacMurray, per esempio. Il problema è: che cosa fa sì che l’immagine funga da concetto "uomo" invece che da concetto "Fred MacMurray"? O da concetto "uomo alto", "adulto", "essere umano", "americano" o "attore che interpreta un rappresentante di una compagnia di assicurazioni indotto all’assassinio da Barbara Stanwyck"? Noi non abbiamo difficoltà a distinguere fra un determinato uomo, gli uomini in generale, gli americani in generale, le vittime delle vamp in generale e così via; nella nostra testa, quindi, dev’esserci qualcosa di più dell’immagine di un uomo prototipico.
Come può, inoltre, un’immagine concreta rappresentare un concetto astratto, quello di "libertà" per esempio?
La Statua della Libertà non è più disponibile; presumibilmente essa rappresenta il concetto "la Statua della Libertà". E che cosa usereste per concetti negativi, come "non giraffa"? L’immagine di una giraffa attraversata in diagonale da una linea rossa? Che cosa, allora, rappresenterebbe il concetto "giraffa attraversata in diagonale da una linea rossa"? E i concetti disgiuntivi, come "o un gatto o un uccello", o proposizioni come "tutti gli uomini sono mortali"?
Le immagini sono ambigue, ma i pensieri, quasi per definizione, non possono esserlo. Il buon senso opera distinzioni che le immagini di per sé non operano; quindi il buon senso non è solo una raccolta di immagini. Se un’immagine mentale viene usata per rappresentare un pensiero, dev’essere accompagnata da una didascalia, da una serie di istruzioni su come interpretarla, su ciò cui si deve prestare attenzione e ciò che si deve ignorare. Le didascalie non possono essere a loro volta immagini, o torneremmo al punto di partenza. Quando finisce la visione e inizia il pensiero, non ci si può più sottrarre all’esigenza di simboli astratti e proposizioni che colgano aspetti di un oggetto affinché la mente li possa manipolare.
Un’immagine vale mille parole, ma questo non è sempre un gran bene. A un certo punto, fra guardare e pensare, le immagini devono lasciare il posto alle idee.
Pinker S., "Come funziona la mente", Mondadori, pag. 319

Animali dipinti ad Altamira
Gli artisti primitivi dovevano avere conosciuto intimamente i loro soggetti. Erano zoologi eccellenti, come tutti i cacciatori. Perché allora quegli animali avevano qualcosa di artificiale?
Di artificiale! Naturalmente, ecco il punto. Erano le zampe che erano sbagliate. Gli zoccoli, le unghie puntavano verso il basso, come se gli animali non stessero in piedi su di essi.
Che strano.
Non riuscivo a spiegarmelo. La guida si stava dilungando sul modo in cui il bisonte era raffigurato " in tutte le sue posizioni naturali ", ma io ero conservatore di bisonti, tra le altre cose e sapevo che non c’era nulla di naturale nel modo in cui stavano in piedi. Eppure la sfumatura e le proporzioni del corpo erano rese perfettamente. Era come se gli artisti antichi avessero voluto mostrare le zampe degli animali in questo modo. Erano tanto dotati di talento che sembrava ridicolo che avessero compiuto un semplice errore nel disegnare la posizione degli zoccoli.
La guida proseguiva:
Vedete come alcuni animali camminano, altri galoppano a tutta velocità, altri procedono quatti quatti... vedete le linee fluttuanti del cinghiale in corsa... vedete come gli altri stanno sdraiati, a riposare ".
La guida diede insomma la spiegazione tradizionale della magia contenuta in quei dipinti, come l’artista aveva ritratto gli animali in modo da avere potere su di loro quando veniva il momento di partire per la caccia. "Intrappolandoli" nel suo affresco, poteva poi intrappolarli nella realtà. Sembrava tutto abbastanza ragionevole, ma io lasciai la grotta con un dubbio in mente che non riuscivo a definire.
Era un dubbio che non dovevo risolvere fino al nostro ritorno in Inghilterra. Là, mentre facevamo ricerche per il nostro libro sui serpenti, scoprii un notevole e poco noto articolo di un certo P. A. Leasen che proponeva
"Una nuova visione dell’... arte quaternaria delle grotte".
Era stato trascurato perché pubblicato nel 1939, proprio allo scoppio della guerra, quando la gente si preoccupava di realtà più attuali. M’irritai a leggerlo, non perché non fossi d’accordo con Leasen ma perché non ci avevo pensato io stesso. Leasen forniva la soluzione di ciò che mi aveva reso perplesso e lo faceva con tanta chiarezza e forza di convinzione da farmi sentire stupido per non esserci arrivato da solo. Per farla breve, dimostrava che tutti gli animali dipinti sul soffitto di Altamira erano morti!
Tutte quelle chiacchiere sull’andare al galoppo, di corsa, al passo, tutti quei discorsi sugli animali che si riposavano erano soltanto robaccia romantica, anche se erano stati accettati tranquillamente da generazioni di esperti di preistoria. Leasen era convincente: dava la spiegazione mostrando dozzine di fotografie di animali domestici sia prima sia dopo che erano stati uccisi. Le fotografie, prese dall’alto, mentre gli animali giacevano morti sul terreno, rivelavano posizioni degli zoccoli identiche a quelle dei dipinti di Altamira. Le zampe, prive di peso, puntavano verso il basso nella stessa maniera caratteristica. Le zampe degli animali vivi, ritti all’impiedi, apparivano assai differenti.
Così gli artisti antichi erano stati anche più accurati di quanto si potesse immaginare. Il loro potere di osservazione era veramente notevole e la loro abilità di trasferire le osservazioni con grande precisione nei dipinti era anche più sorprendente. I miei dubbi fastidiosi su Altamira svanirono. Ora sapevo perché le posizioni artificiali mi irritavano e sembravano stonare con l’accuratezza del resto dell’anatomia di quegli animali. Questi non erano animali vivi, i dipinti rappresentavano un massacro!
Naturalmente ciò cambiava l’interpretazione della funzione deIl’affresco. Invece di aiutare i cacciatori ad avere più potere sugli animali che avrebbero ucciso l’indomani, i disegni più probabilmente commemoravano gli animali uccisi il giorno prima, li onoravano con un segno di rispetto. O forse gli artisti antichi registravano semplicemente un trionfo, senza alcun pensiero di magia?
L’idea della magia nell’arte primitiva è spesso usata a sproposito.
Morris D., "La mia vita con gli animali", CDE-Mondadori, pag. 242

Come lo scimpanzè dipinge un suo quadro
Non c’era bisogno di incitare lo scimpanzé a dipingere un suo quadro con una ricompensa. A dire il vero, una volta che cercai di abbreviare una seduta di disegno prima che avesse finito il suo lavoro, esplose in urla selvagge e si calmò soltanto quando gli permisi di continuare e completare l’opera. Giudicando dalla forza di questa reazione, collocava il disegno tanto in alto quanto il mangiare o il bere, benché la sua unica gratificazione fosse la produzione del quadro stesso.
Questo mi fece comprendere meglio l’arte della grotta di Lascaux. Mi ero sempre chiesto come i nostri antenati, vivendo nelle condizioni tecnologicamente primitive dell’età della pietra, si sentissero motivati a dedicare tanto tempo ed energie alla loro elaborata opera d’arte. Ma se un’umile scimmia poteva mostrare un interesse quasi ossessivo per il disegno, allora la cosa diventava più facile da accettare. A quanto pareva, "l’arte per l’arte" aveva una storia molto più lunga di quello che si supponeva.
Dopo avergli offerto di lavorare con una matita, passai ad offrigli pennelli e tubetti di colore. Lo scimpanzè Congo fu felice del cambiamento. Si rese conto che poteva fare con un piccolo sforzo segni molto più grossi, mentre il colore passava dai suoi pennelli ai larghi fogli che gli avevo fornito. Ero anche pronto a lasciargli spalmare i colori con le dita, ma fortunatamente lui non trovò alcuna difficoltà a maneggiare i pennelli, che imparò a reggere con una presa tipicamente umana. Io gli regalavo un colore dopo l’altro e lui continuava a lavorare a un quadro finché non lo considerava finito. Poi si fermava e non voleva più aggiungervi nulla.
Col passare delle settimane acquistò sicurezza e ogni linea o macchia colorata era posta esattamente dove lui voleva, quasi senza esitazione. Ora lavorava molto più a lungo e i colori brillanti aggiungevano un fascino particolare, che rese più intensa la sua concentrazione. Nulla avrebbe potuto farlo smettere finché non fosse soddisfatto dell’equilibrio tra le parti del suo quadro. Una volta lo provocai togliendogli un lavoro semi-finito che sostituii con un foglio bianco. Dopo una protesta iniziale si concentrò sul foglio nuovo e riprese il lavoro. L’indomani gli offrii il suo quadro lasciato a metà, in cui aveva abbozzato un modello a ventaglio. Subito si accinse a completare l’opera. Non c’era alcun dubbio, sapeva assai bene che cosa voleva fare.
L’Istituto delle Arti Contemporanee accettò di fare una mostra dei quadri dello scimpanzè, il 17 settembre 1957. Julian Huxley venne convinto a inaugurare la mostra con un discorso in cui metteva in rilievo come non si trattasse di una bravata frivola, ma di una ricerca affascinante sulla "nascita dell’arte".
Gran folla alla "vernice". Molti vennero per dare un’occhiata ironica all’ultima pazzia dell’Istituto delle Arti Contemporanee ma quelli che capivano davvero l’arte astratta si convertirono immediatamente. Si resero conto alla prima occhiata che questo non era il caso del pennello legato alla coda di uno scimmiotto. L’artista americano William Copley venne in aereo a Londra per ridicolizzare la mostra, ma si profuse subito in scuse quando vide i quadri appesi alle pareti.
Il "New York Times" commentò sobriamente:
"Questi quadri sono di considerevole interesse perché ci dicono qualcosa del modo in cui l’arte può essersi sviluppata... In effetti, stiamo assistendo alla nascita dell’arte. I risultati mostrano in definitiva che gli scimpanzé hanno potenzialità artistiche che si possono portare alla luce fornendo loro adeguate opportunità ".
Salvador Dalì davanti a uno di essi esclamò: " La mano della scimmia è quasi umana; la mano di Jackson Pollock è totalmente animale! ". Restai colpito dalla percettività di questo commento. Dalì aveva scoperto, senza conoscere nulla dei particolari dei miei esperimenti, che la scimmia tentava risolutamente di portare ordine nelle sue linee e forme dipinte: stava cercando di organizzare le sue semplici composizioni. Jackson Pollock, d’altro canto, era, a quanto pareva, intento a distruggere l’ordine.
La reazione di Picasso fu più immediata. Roland Penrose aveva acquistato uno dei dipinti per lui e glielo portò nel suo studio nel sud della Francia. Picasso ne restò assai contento e lo collocò al posto d’onore nel caos di oggetti della sua casa. Successivamente ricevette la visita di un giornalista il quale gli chiese che cosa pensasse della pittura degli scimpanzé. Picasso uscì dalla stanza e riapparve all’improvviso con le braccia ciondoloni, balzò sul giornalista e lo morsicò.
A suo modo voleva dire che la scimmia e lui erano artisti, avevano qualcosa in comune.
Morris D., "La mia vita con gli animali", CDE-Mondadori, pag. 189


Preistoria delle immagini. Lo specchio sociale: i primitivi e le fotografie
Poiché non disponevano né di argilloscisti né di superfici metalliche, e nemmeno di fiumi capaci di restituire un nitido riflesso, si riteneva che i Biami, una tribù Papua della Nuova Guinea, non avessero mai visto la propria immagine. Ciò ne fece l’ideale oggetto di studio di Edmund Carpenter, un antropologo interessato agli aspetti visivi della propria disciplina che aveva deciso di documentare le prime reazioni umane in presenza di uno specchio.
"Rimasero paralizzati: dopo la prima reazione allarmata - si coprirono la bocca e mossero il capo da un lato e dall’altro - rimasero impietriti a fissare la propria immagine, e solo i muscoli dell’addome tradivano la loro grande tensione. AI pari di Narciso erano totalmente affascinati dal proprio riflesso. Penso realmente che il mito di Narciso possa riferirsi a questo fenomeno. Ma pochi giorni dopo si tastavano e si ispezionavano senza timore davanti allo specchio".
Le fotografie scattate con la Polaroid si rivelarono ancora più sconcertanti. All’inizio i Biami non capivano: l’antropologo dovette insegnare loro a interpretare l’immagine indicando il naso sulla foto e subito dopo toccando il naso reale, e così via per le altre parti del corpo. Con il riconoscimento venne la paura. L’individuo ritratto tremava incontrollabilmente, distoglieva lo sguardo, sgusciava via e andava a rifugiarsi per conto proprio con la fotografia fortemente premuta contro il petto. Poi restava immobile con lo sguardo fisso sul ritratto anche per una ventina di minuti. A causa di questa reazione. Carpenter parla di "terrore dell’autocoscienza." Ma questo stadio veniva superato presto, e nell’arco di pochi giorni gli abitanti del villaggio avevano allegramente imparato a filmarsi da sé: si fotografavano l’un l’altro, si riascoltavano al registratore e molto orgogliosamente portavano in giro sulla fronte il proprio ritratto.
E’ evidente che i Biami non erano privi dell’autocoscienza prima che l’antropologo mettesse piede nel loro villaggio. L’unico effetto degli specchi e delle fotografie è acuire la coscienza di sé ed esternarne la presenza. Se queste persone non avessero avuto reazioni di sorpresa, paura e fascino avremmo potuto pensare che si fossero già viste in precedenza, oppure che non capissero quanto vedevano. La seconda ipotesi è inconcepibile, poiché l’autocoscienza è la parte più essenziale della natura umana. Senza autocoscienza potremmo benissimo essere le creature senz’anima delle leggende popolari, come i vampiri, che non proiettano alcun riflesso di sé. Ma ciò che più conta è che non saremmo capaci di empatia cognitiva, perché essa richiede di fare distinzione fra sé e gli altri, e di rendersi conto che un altro ha un sé simile al nostro.
Non c’è da stupirsi che le reazioni allo specchio abbiano attratto anche l’attenzione degli studiosi degli animali. Mentre quasi tutti i mammiferi che fanno particolare assegnamento sulla vista tentano lì per lì di toccare l’immagine riflessa o esplorano la parte posteriore dello specchio, solo gli individui di due specie non umane - lo scimpanzé e l’orango - sembrano capire di star guardando se stessi.
La particolarità di queste due antropomorfe è stata riconosciuta già da parecchio tempo. Nel 1922 Anton Portieljie, un naturalista olandese, osservò che mentre le scimmie non antropomorfe non colgono la relazione fra sé e il proprio riflesso, un orango "per prima cosa guarda attentamente l’immagine, ma poi osserva anche il proprio didietro e il tozzo di pane che vi sono riflessi… palesemente comprendendo l’uso di uno specchio."
de Waal F., "Naturalmente buoni", Garzanti, pag. 91

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Come integrare i corsi di Photoshop. Siti con tutorial e risorse (sono prevalentemente in inglese)

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