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Se è possibile eliminare, si elimini
Il testo digitato al computer è più flessibile di un testo su carta e si può riscrivere a piacere. È difficile, però, stabilire se la videoscrittura consenta di risparmiare tempo nel lavoro: accelera le operazioni, ma contemporaneamente induce a moltiplicarle e incoraggia alla prolissità.
Non è fuor di luogo, allora, ricordare alcune regole semiserie dettate, nel 1946, dallo scrittore inglese George Orwell:
1. Non usate mai una metafora, una similitudine o un’altra figura
retorica che si è soliti veder pubblicata [per pubblicata s’intende qui una figura retorica logora, abusata].
2. Non usate mai una parola lunga laddove va bene una parola più corta.
3. Se è possibile eliminare una parola, eliminatela.
4. Non usate la forma passiva quando potete usare quella attiva.
5. Non usate mai una parola straniera, un termine scientifico o gergale se potete pensare a un equivalente nella lingua d’ogni giorno.
6. lnfrangete una qualsiasi di queste regole se vi portano a scrivere qualcosa di assolutamente ignobile.
I testi argomentativi
I testi argomentativi sono spesso scritti per essere letti. Argomentare significa proporre dei ragionamenti che hanno come scopo principale quello di convincere gli interlocutori ai quali ci si rivolge. L’argomentazione si avvale di ragionamenti, collegati tra loro, allo scopo di convalidare o di confutare una tesi.
Chi argomenta deve aver presente il suo interlocutore, perché i suoi ragionamenti saranno tanto più efficaci, quanto più terrà conto degli aspetti psicologici del destinatario. L’argomentazione non è, infatti, mai un ragionamento impersonale, perché si basa sull’effetto che provoca.
Lo scopo principale è quello di suscitare, o di accrescere, l’adesione di un uditorio alle tesi che si vogliono far approvare. Per far questo, si diceva, è necessaria una buona conoscenza del proprio destinatario. Non si convince mai nessuno parlando di qualcosa di assolutamente sconosciuto o, in ogni caso, di lontano dagli interessi delle persone alle quali ci si rivolge. Lo scopo, infatti, è molto spesso quello di incitare, o di disporre, all’azione.
Un buon oratore dovrà molto spesso sapersi adattare al suo pubblico, scegliere il registro linguistico più opportuno, ricorrere agli esempi più adatti e comprensibili in quella situazione.
La lingua dell’argomentazione
Nei testi argomentativi chi scrive può mettere in evidenza la sua presenza con espressioni come: credo di poter sostenere, a mio parere, ritengo giusto. Ovviamente, anche il destinatario deve essere ben presente. Un modo per richiamare l’attenzione del destinatario e coinvolgerlo nel discorso, è l’uso di un formulario personalizzato, per esempio: certamente vi sarete trovati nella situazione di, oppure, forse vi domanderete perché.
Ci sono, però, testi argomentativi nei quali si lasciano parlare i fatti e il discorso rimane impersonale. In questo caso hanno si usano molto le descrizioni di avvenimenti, le esemplificazioni e le conclusioni logiche. Allora prevalgono i connettivi, elementi che rendono il testo coeso ed evidenziano i passaggi salienti dell’argomentazione. Prevalgono, ovviamente, i legamenti di tipo logico: perciò, appunto, insomma, senza dubbio, tuttavia.
Lo stile persuasivo della scrittura funzionale
Per argomentare bisogna capire e valutare attentamente gli argomenti altrui. È necessario saper trovare delle tematiche valide e forti, da contrapporre a quelle che ci sembrano difettose.
Per “prosa funzionale” si intende una prosa lineare, chiara e altamente comunicativa. Tale modello di scrittura riguarda i testi di natura espositiva, che vanno scritti in uno stile neutro ma efficace. La scrittura funzionale riguarda testi di carattere non inventivo, che hanno come scopo principale la trasmissione dell’informazione e, come tali, devono avere spiccate caratteristiche di chiarezza, accuratezza e facilità di consultazione.
Basic writing. La scrittura funzionale
La scrittura funzionale deve essere efficace, priva di componenti emotive e molto vicina a quella che gli angloamericani chiamano basic writing (scrittura di base). Questo non ne implica naturalmente la piattezza; ogni tipo di testo richiede una propria misura espressiva. Quella dei testi argomentativi è l’efficacia informativa prodotta dallo stile chiaro che, grazie alla sua linearità di ordine lessicale e alla sintassi diretta, comunica immediatamente dei contenuti che accrescono la conoscenza del destinatario.
Lo stile brillante ci stordisce con i suoi effetti speciali, distrae la nostra attenzione dal significato reale dell’enunciato e agisce sulla nostra emotività, senza per questo aiutarci ad accrescere le nostre conoscenze, o a maturare la nostra capacità critica. Mirando a stupire, piuttosto che ad informare, è esibizionistico fino alla forzatura espressiva dello stile immaginifico. Al contrario lo stile chiaro ha un’espressività intrinseca, che può occasionalmente intensificarsi in un semplice stile figurato.
Concretezza, concisione, persuasione
La scrittura argomentativa deve essere il regno della concretezza e della concisione, in vista della persuasione.
Le quattro massime di Grice (uno studioso della comprensione dei testi):
• scrivi la quantità di informazione necessaria: non di più, non di meno (massima della quantità);
• scrivi ciò di cui hai prove (sii sincero, massima della qualità);
• sii pertinente: scrivi quello che è rilevante e coerente con l'argomento (massima della relazione);
• sii chiaro (massima del modo).
Principali tecniche argomentative
Secondo il tema che si deve trattare, sarà necessario scegliere degli argomenti adeguati e disporli nel modo più efficace.
Ci sono diverse tecniche argomentative: si può far leva su un argomento e scomporlo in tutti i suoi aspetti, per poi trarre una conclusione probante. Si può ricorrere all’analogia, vale a dire, ai rapporti di somiglianza e affinità di due o più cose fra loro, per poi sviluppare nuove relazioni. Ci si può basare su argomenti pragmatici, che consentono di valutare i fatti in funzione delle loro conseguenze. Si può far leva sul ridicolo, o ancora, si può far pesare la propria autorità, o si può ricorrere alla ritorsione.
Si devono organizzare gli argomenti, gli esempi e i riferimenti di vario genere, cercando di dar loro l’ordine espositivo più adatto al caso. Si può scegliere l’ordine di forza crescente (con argomenti sempre più di peso), quello decrescente (con l’esibizione degli argomenti forti all’inizio e meno forti verso la fine) o, invece, riservare argomenti forti all’inizio e alla fine del discorso, lasciando in mezzo gli altri.
La gerarchia degli argomenti
Non tutto ciò che è esposto in un testo scritto ha lo stesso peso, va quindi verificato a fondo che i diversi livelli di importanza siano ben percepibili.
Un testo che voglia raggiungere l’efficienza comunicativa, segnalerà il diverso grado d’importanza dei contenuti in parecchi modi differenti. Lo scopo è quello di indicarne la gerarchia, alla quale si collega la disposizione, o distribuzione, dei contenuti stessi. Si può, ad esempio, far uso di alcuni caratteri tipografici, per mettere in rilievo alcune parole e, quindi, alcuni concetti. A questo scopo si usano il grassetto, il sottolineato o il corsivo; è da evitare l’uso del MAIUSCOLO e del MAIUSCOLO CORSIVO, che servono ad altri scopi.
Poi c’è l’uso delle note, che saranno in caratteri più piccoli. Nelle note si scrive, non l’informazione inutile, ma un’indicazione di dettaglio, una bibliografia, una notizia accessoria, o particolare, oppure collegata solo tangenzialmente alla linea principale dell’esposizione. Vi si espongono punti molto particolari, discussioni con altri autori che si sono occupati della materia e argomenti che hanno a che fare, per qualche motivo, con quanto si dice nel testo, anche se sono estranei all’argomentazione principale.
Organizzazione logico-concettuale
Perché un testo risulti ben organizzato occorre verificare e, quindi, chiedersi:
1. "Chi è il destinatario?" Fare delle ipotesi sul possibile lettore e su alcune sue caratteristiche. L'età, il sesso, il titolo di studio, il mestiere o la professione di chi leggerà ciò che noi scriviamo, possono rendere uno stesso testo semplice e chiaro per alcuni, difficile e incomprensibile per altri. Infatti, quanto più è ampia, e imprevedibile, la fascia dei destinatari di un testo, tanto più esso deve essere leggibile e comprensibile.
2. "Qual è il contenuto?" Chiarirsi le idee sul contenuto del testo.
3. "Qual è l'obiettivo?" Definire con chiarezza l'obiettivo che intende raggiungere il testo che stiamo correggendo.
Bisogna, poi, fare delle verifiche:
• verificare che le informazioni nel testo siano separate e raggruppate in blocchi omogenei. La divisione del testo in paragrafi e capoversi rende, infatti, il testo più leggibile;
• verificare che l'oggetto del testo sia esplicitato;
• verificare che siano fornite tutte le informazioni necessarie;
• verificare di rispondere alle famose domande delle 5W (regola del giornalismo anglosassone):
who? (chi?);
what? (che cosa?);
when? (quando?);
where? (dove?);
why? (perché/come?);
• verificare che le informazioni siano ordinate;
• verificare che nulla sia dato per scontato.
Sintassi. Come scrivere un testo chiaro
• Un testo è chiaro se si scrivono frasi brevi che non superano le 20/25 parole. Il criterio da seguire per produrre testi comprensibili è quello di far corrispondere ad ogni frase una sola idea, o informazione principale, perché non richiedono a chi legge sforzi di memoria.
• Preferire la forma coordinata a quella subordinata, essa è, infatti, più diretta e chiara.
• Evitare l'uso del gerundio e di un numero eccessivo di proposizioni subordinate. Le frasi subordinate distraggono l'attenzione di chi legge e richiedono più letture per ritrovare il filo del discorso.
• Evitare di inserire incisi nelle frasi.
• Scrivere proposizioni in forma attiva. Le frasi impersonali e l'uso delle forme passive rendono il linguaggio distante.
• Specificare sempre il soggetto della frase, in modo che il soggetto grammaticale coincida con quello logico.
• Scrivere frasi in forma affermativa.
• Evitare di usare la doppia negazione.
• Usare verbi con modi e tempi semplici. Preferire il modo indicativo al congiuntivo, o al condizionale e, quando è possibile, usare il presente, perché assicura immediatezza alla comunicazione.
• Un testo è chiaro se non si cerca di fare colpo ad ogni costo. • Chi legge deve poter capire tutte le parole e il senso completo del testo, perciò:
1. non usare termini di uso raro o arcaico;
2. non usare parole o formule dotte;
3. non usare parole e locuzioni solenni;
4. evitare termini latini e stranieri di natura tecnica o gergale;
5. evitare locuzioni complesse: al loro posto usare congiunzioni e proposizioni semplici;
6. evitare l'uso di parole astratte, che possano creare confusione, perché sono aperte all'interpretazione del lettore. Al loro posto usare parole semplici e concrete;
7. evitare l'uso di abbreviazioni e sigle.
Piero Ottone. Il decalogo del giornalista
Per quanto riguarda un testo giornalistico, si veda il seguente decalogo, per scrivere e per correggere:
1. Scrivi sempre la verità, tutta la verità, solo la verità.
2. Cita le fonti. Se la tua fonte vuole restare anonima, diffida.
3. Verifica quel che ti dicono. Se non puoi verificare, prendi le
distanze.
4. Non diffamare il prossimo, ed evita le frasi del tipo: “Sembra che il tale abbia rubato...”.
5. Non obbligare il lettore a leggere una colonna di roba prima che cominci a capire che cosa è successo.
6. Non fare lunghe citazioni fra virgolette all’inizio di un “pezzo” senza rivelare subito chi sia il loro autore.
7. Non mettere mai fra virgolette, nei titoli, frasi diverse da quelle che sono state pronunciate.
8. Evita le iperboli e le metafore di Pierino, come “bufera” (“il partito è nella bufera”), “giallo” (“il giallo di Ustica”), “rissa” (“ed è subito rissa fra x e y”), “fulmine a ciel sereno”.
9. Prima di scrivere nel titolo che “Londra è nel panico”, va’ a Londra e controlla se otto milioni di persone sono davvero usciti di testa.
10. Non dire mai: “L’obiettività non esiste”. È l’alibi di chi vuole raccontare balle.
Regole per scrivere su internet
Il testo deve seguire le seguenti direttive, partendo dalla più importante:
• leggi, rileggi, correggi e taglia.
• Non si dice: “Tu non hai capito”. Si dice: “Io mi sono spiegato male”.
• Essere onesto. Non lasciarsi trascinare dall’esagerazione.
• Essere semplice, chiaro e preciso. Evitare il gergo.
• Spiegare chiaramente l’offerta.
• Informare dei limiti e delle debolezze del prodotto.
• Dare indicazioni precise su che cosa fare e come. Percorsi semplici e chiari. Se qualcuno è interessato all’offerta, come fa ad effettuare l’acquisto?
• Dire subito quali sono i clienti che non si possono servire.
• Dare i particolari. Se qualcuno avesse voglia di saperne di più su una certa caratteristica di un prodotto, metterlo in grado di farlo.
• Scrivere per essere letti direttamente. Evitare che il cliente debba scaricare documenti word, powerpoint o pdf.
• Se si vogliono creare 10 regole e se ne hanno solo 9, fermarsi a quelle.
• Soprattutto bisogna sapersi mettere nei panni di chi legge.
Come viene letto un testo web
La lettura si fonda su due processi: il primo consiste nel riconoscimento visivo, il secondo nell'estrazione del significato. Il secondo processo è ostacolato da una cattiva percezione. Leggere sul monitor è più faticoso che su carta. La lettura è più lenta del 25%. Come conseguenza gli utenti del web non leggono, ma "scannerizzano" mentalmente il testo alla ricerca di frasi o parole che attirino la loro attenzione.
Alla luce di quanto appena chiarito:
• Controllare sintassi e grammatica.
- Rendere il testo "percorribile con lo sguardo".
• Utilizzare elenchi puntati e grassetti per sottolineare le parole chiave.
• Spezzare i periodi andando frequentemente a capo.
• Attenzione alla scrittura dei sottotitoli, che devono essere precisi: il loro compito non è creare attesa, ma riassumere il contenuto di ciò che segue.
• Separare il testo. Usare linee vuote, invece di indentare.
• Allineare il testo. In genere l'allineamento a sinistra è il migliore.
• Curare l’ampiezza delle righe. In una riga non dovrebbero esserci più di 15 parole, o più di 75 caratteri.
• Non si esageri con lo scrolling e tenere il testo ridotto. Il testo deve essere contenuto, circa 650 parole in una sola pagina. Nelle pagine di destinazione, però, i testi possono essere più lunghi. Se un utente è interessato farà lo sforzo, oppure salverà la pagina e la leggerà con calma, magari dopo averla stampata.
• Attenzione ai colori per il testo. Meglio usare nero o grigio scuro su bianco.
• Scrivere per tutti. Se si scrive in inglese, dovrebbe trattarsi di un inglese non solo corretto, ma semplice, evitando slang o espressioni sofisticate. Se si scrive in italiano, l'accorgimento, a meno di precise scelte artistiche o espressive, è quello di evitare termini troppo dotti, dialettali o specialistici.
• Scegliere i caratteri. Ci sono due caratteri progettati per la massima leggibilità sullo schermo: il Verdana e il Georgia. Il loro lato negativo è che non sempre sono così leggibili una volta stampati, mentre l’Arial e il Times New Roman sono leggibili anche sulla carta.
• Evitare le parole scritte in maiuscolo. Le maiuscole rallentano il processo di riconoscimento e quindi la velocità di lettura.
• Tenere i testi aggiornati. Scrivere sempre la data di pubblicazione nell'intestazione.
• Organizzare le pagine assieme ad un buon designer con competenze nella grafica web.
• Scrivere in maniera giornalistica, scoprendo le carte fin da subito con l'esposizione della conclusione, o della notizia. I dettagli vanno aggiunti in seguito. Se la lettura fosse troncata a metà, l'utente deve comunque aver già incontrato i concetti principali.
• Che le prime frasi siano le più importanti vale non solo per l'intero testo, ma anche per i singoli paragrafi. Bisogna rendere possibile la comprensione anche solo attraverso le frasi principali poste in cima ai paragrafi, o attraverso le frasi chiave, evidenziate in neretto.
• Dedicare un periodo od un paragrafo ad un solo concetto. Quando si esaurisce l'argomento e si passa al successivo, si cambia anche il periodo.
• Dominare il contenuto.
Lo stile
Stile essenziale. A causa soprattutto delle difficoltà nella lettura, il web vuole una scrittura pratica e concisa, quindi:
• togliere tutte le parole superflue;
• siate oggettivi, concisi e precisi;
• evitare frasi lunghe e periodi con troppe coordinate e subordinate. Da abolire gerghi e termini incomprensibili;
• argomentare il più possibile attraverso i fatti e tentare di separarli dalle opinioni, che pure è lecito esprimere.
Stile brillante. Essere divertenti, il che non significa essere umoristici, e non rendere il testo freddo e noioso. Si può usare un ritmo sincopato:
• da evitare frasi che abbiano tutte la stessa cadenza;
• ad un periodo più lungo anteporre e posporre sequenze di frasi più brevi;
• se viene in mente un commento su quanto si sta scrivendo, inserirlo pure: si sembrerà più umani, più spontanei, si trasmetterà un certo entusiasmo.
Stile scorrevole. Il testo deve fluire, scorrere facilmente alla lettura.
È molto utile sprecare tanta carta
Il video offre una porzione limitata di testo e guardarlo non giova alla vista, perciò non bisogna stampare alla fine, ma nel corso del lavoro e molte volte. Il testo, in altre parole, si può scorrere e ripulire superficialmente in video, ma va riveduto e corretto in profondità su carta. Le correzioni vanno riportate in video, nuovamente stampate e così via. In questo modo il computer rende la revisione e correzione del testo più efficace che con i metodi tradizionali.
Le parole. I verbi. Gli avverbi e il loro abuso
La materia della scrittura sono le parole.
I sostantivi sono inevitabili e possono essere espressivi anche senza gli aggettivi, che servono, più in qualità che in quantità, ad arricchire le immagini proiettate dai sostantivi.
Gli avverbi si aggiungono ai verbi per precisarne o modificarne il significato. A volte l’uso dell’avverbio denuncia nella scrittura mancanza di precisione o misura. Lo scrittore di talento è soprattutto abile e inventivo nell’uso dei verbi che, indicando azioni e modi di essere, danno ritmo cinetico alla narrazione o alla rappresentazione in versi. I sostantivi sono la realtà e l’essere, i verbi sono l’esistere e il movimento.
Accanto all’imprecisione o alla sovrabbondanza di lessico, all’eccesso di gergo, alla pedanteria didascalica e all’enfasi, anche l’uso insistito delle esclamazioni, delle interiezioni e dei pronomi, limitano l’efficacia della scrittura. Attenzione, soprattutto, all’intrusione incontrollata dell’io, io, io.
Capitoli, paragrafi e capoversi
Un testo deve possedere alcune caratteristiche che aiutino il lettore a identificare lo svolgimento dell’esposizione, senza obbligarlo alla lettura integrale: è necessario, quindi, che sia ben suddiviso in capitoli, paragrafi e capoversi.
I capitoli e i paragrafi hanno normalmente dei titoli che funzionano da indicatori degli argomenti trattati nel corso dell’esposizione, segnalando esplicitamente il contenuto e l’ordine dell’esposizione. I capitoli sono blocchi di testo all’interno del libro e i paragrafi blocchi di testo all’interno dei capitoli; entrambi servono a classificare e a ripartire la materia.
C’è, poi, anche una divisione del testo in blocchi più piccoli dei paragrafi: gli a capo o i capoversi. Il nuovo periodo nella riga seguente comincia dopo un breve spostamento a destra rispetto al margine: è il rientro che serve a confermare l’a capo.
Fare punto e andare a capo è un segnale significativo: vuol dire che, dentro la trattazione unitaria di un paragrafo, l’argomento compie una svolta, che l’informazione progredisce per affrontare un argomento nuovo, o un aspetto nuovo dell’argomento in discussione. Tuttavia, l’a capo ha una funzione meno precisa della ripartizione in capitoli e paragrafi: risponde ad un gusto più soggettivo e il suo impiego si deve spesso a ragioni estrinseche (in una voce d’enciclopedia è ridotto o eliminato, per risparmiare spazio) o a convenzioni particolari (quando si trascrive una conversazione si va a capo ogni volta che cambia l’interlocutore).
Connessioni linguistiche tra e nei capoversi
L’organizzazione fisica dei capoversi trova una corrispondenza in quella del contenuto. L’importante è che il discorso si sviluppi secondo una progressione coerente, avvalendosi delle suddivisioni utili alla migliore esposizione del contenuto.
Allo snodarsi dei capoversi corrispondono gruppi di parole che indicano tanto i passaggi da un capoverso all’altro, quanto i rapporti tra fatti e concetti all’interno dello stesso capoverso. Questa è la funzione di preposizioni, congiunzioni, avverbi o gruppi di parole, che esprimono i rapporti interni di un’esposizione. Rapporti che possono essere di prima e di dopo, di causa e di effetto, di confronto per via di somiglianza e per via di differenza, di bilanciamento tra un’affermazione generale e una considerazione particolare, alla quale non si applichi l’affermazione generale. Le possibilità di esprimere rapporti e sfumature all’interno di un’esposizione sono affidate alle parole di cui si è detto, in funzione di connettivo o legamento.
Non è possibile fornire una lista completa dei legamenti, che costituiscono una classe aperta. Vediamo allora una lista indicativa delle loro funzioni fondamentali:
• congiungere: unendo (ed, anche, pure, oltre a ciò); unendo e negando (né, neanche, neppure, nemmeno); separando (od, oppure, altrimenti);
• mettere in relazione: sia... sia, né... né, così... come;
• contrapporre: ma, però, invece, tuttavia, comunque, nondimeno, mentre;
• stabilire rapporti nel tempo: di contemporaneità (contemporaneamente, nello stesso momento o nello stesso istante, in quel momento, mentre, intanto, nel frattempo); di anteriorità (prima, prima di ciò, preliminarmente); di successione (poi, dopo, dopo di ciò, successivamente, in seguito);
• stabilire rapporti nello spazio: davanti, dietro, anteriormente, posteriormente, lateralmente, all’interno, all’esterno, sopra, sotto, accanto;
• stabilire un rapporto di causa e di effetto: poiché, perché, dato che, dal momento che;
• segnalare una conclusione: perciò, dunque, quindi, pertanto, insomma, in conclusione, in definitiva;
• indicare una causa dalla quale non deriva un effetto: benché, anche se, per quanto, quantunque, tuttavia;
• mettere in rilievo una conseguenza: così che, tanto che, tanto da;
• individuare il fine: affinché, perché (con il verbo al congiuntivo), per (con il verbo all’infinito), allo scopo di, con o nell’intento di;
• istituire un confronto, per via di somiglianza (così... come, analogamente, allo stesso modo, similmente, non diversamente) o di contrasto (al contrario, a differenza di, diversamente, diversamente da) oppure di semplice bilanciamento (da una parte... dall’altra, d’altro canto);
• esprimere la modalità della condizione (possibile o impossibile, probabile o improbabile): se, se allora, qualora, purché, a patto che, nell’eventualità che, nell’ipotesi che, nel caso che;
• scandire una lista, enumerare: prima di tutto... poi.., infine, anzitutto... inoltre, in primo luogo... in secondo luogo, intanto… ancora... inoltre.., infine;
• riformulare: cioè, vale a dire, in altre parole, in altri termini, detto diversamente, ossia;
• esemplificare: per esempio, in particolare, così, un’illustrazione di ciò che si è affermato finora proviene da;
• aggiungere un’idea, un fatto, un argomento: inoltre, si osservi poi, si noti in particolare che, si aggiunga;
• sottolineare la trattazione di un argomento: circa, quanto a, per quanto riguarda.
Non solo è aperta la classe delle funzioni svolte dai legamenti, ed è allungabile indefinitamente la lista delle espressioni di ogni classe, ma si sarà notato che alcune parole svolgono più di una funzione. Alcune, infatti, come “mentre” o “quindi”, si possono impiegare per esprimere sia un rapporto di tempo sia un rapporto logico e spesso i due significati convivono.
L'arte di titolare e suddividere i concetti
• Titoli e titolini sono preziosi per aiutare la "scansione" del testo e per "tenere il segno" in lettura. Non devono essere però troppo grandi.
• Non si scrive solo con le parole ma anche con le spaziature, i neretti, i titolini, le immagini di appoggio o di semplice interruzione.
• Le liste consentono di essere più sintetici e di focalizzare l'attenzione.
• I titoli non debbono essere "creativi". Devono farsi capire immediatamente: descrivere e non evocare.
• Spezzettare il discorso: non creare legami con la frase precedente. Ogni unità deve essere autoconsistente.
• Possibilmente dare del "tu". Se non è il caso, meglio il "voi" che il "lei". Il "voi" viene usato nei magazine (quindi è già attestato) e sta a significare una pluralità di utenti.
Congiuntivo e condizionale
Come già sottolineato, è importante anche il controllo linguistico del testo.
Per quanto riguarda l’uso del congiuntivo e del condizionale, in primo luogo, il “se” non vuole sempre il congiuntivo. Si veda, ad esempio, la frase: “Se dici questo, hai ragione”. In secondo luogo, bisogna fare la distinzione tra il se ipotetico e il se interrogativo. Basta considerare i diversi significati delle seguenti due frasi:
1. Raffaella non sapeva se Carla sarebbe partita.
2. Raffaella non sapeva se Carla fosse partita.
Non ci si lasci ingannare dalla terminologia grammaticale, che definisce “sarebbe partita” un condizionale passato. Nella n. 1, il condizionale esprime il futuro nel passato: “Non sapeva” è nel passato e la partenza di Carla è un futuro rispetto a “non sapeva”; nella n. 2, invece, la partenza è passata rispetto al passato di non sapeva.
L’uso del congiuntivo
A differenza dell’indicativo, tempo della realtà e della certezza, il congiuntivo è il modo verbale che esprime la possibilità, l’opinione, il dubbio, la speranza, il timore.
Il congiuntivo è obbligatorio:
• nelle finali introdotte da: affinché, perché, a far sì che;
• nelle concessive introdotte da: benché, sebbene, malgrado, per quanto, quantunque. Si ricordi invece che le concessive introdotte da anche se si costruiscono con l’indicativo;
• dopo le locuzioni congiuntive: ammesso che, concesso che, a patto che, posto che, nell’ipotesi che;
• dopo le congiunzioni ipotetiche: se anche, se mai, casomai, ove, laddove, qualora;
• dopo le congiunzioni condizionali-restrittive: purché, sempreché;
• nelle temporali introdotte da: prima che;
• nelle esclusive introdotte da: senza che;
• nelle eccettuative introdotte da: salvo che, eccetto che, a meno che;
• nelle proposizioni di adeguatezza introdotte da: perché, quando nella reggente c’è un avverbio di quantità (poco, troppo, abbastanza, troppo poco), se il soggetto della dipendente è diverso da quello della reggente.
Ci sono poi le interrogative indirette: frasi dipendenti che esplicitano una domanda, o un dubbio, contenuti nella reggente. Sono preferibili le costruzioni con il congiuntivo, se il registro espressivo è elevato, mentre, in contesti stilisticamente bassi, è accettabile anche l’indicativo.
Nelle subordinate soggettive, oggettive e relative il congiuntivo si usa, non soltanto in funzione della sfumatura di significato che si vuole attribuire all’espressione, ma anche secondo alcune regole particolari.
Soggettive: di regola si usa il congiuntivo con verbi impersonali che appartengono alla sfera dell’apparenza, della necessità, della convenienza e dei moti dell’animo.
Oggettive: il congiuntivo è necessario dopo verbi e locuzioni che esprimono volontà, desiderio, ordine, speranza, timore e simili; dopo verbi e locuzioni che esprimono opinione, dubbio o possibilità; nelle costruzioni negative “non essere sicuro”, “non dire”.
Relative: quando nella reggente c’è un superlativo relativo, oppure, in dipendenza da locuzioni del tipo “l’unico che”, “il solo che”, “nessuno che”, “il primo che”, “l’ultimo che”, è preferibile ricorrere al congiuntivo. Ma si guardino i due esempi:
a) Metterò il vestito che ha il colletto bianco.
b) Voglio comprare un vestito che abbia il colletto bianco.
Dagli esempi a e b si capisce che il significato di una relativa può cambiare sensibilmente, a seconda che vi compaia l’indicativo o il congiuntivo. Nel primo caso si parla di un vestito specifico, che esiste e può essere indossato, mentre, nella seconda frase, il vestito oggetto della ricerca è immaginario, ideale, e la relativa, con sfumatura consecutiva, ne indica le caratteristiche desiderate (“voglio comprare un vestito tale che abbia il colletto bianco”).
Bisogna infine ricordare che il modo congiuntivo si usa nella protasi del periodo ipotetico della possibilità:
• al presente: “Se mi ascoltasse, lo convincerei”;
• al passato: “Se mi avesse ascoltato, l’avrei convinto”;
e nella protasi del periodo ipotetico dell’irrealtà:
• al presente: “Se questo sasso fosse un diamante [ma non lo è], sarei ricco”
• al passato: “Se questo sasso fosse stato un diamante [ma non lo era], sarei stato ricco”.
Il passivo. Uso e abuso
Il modo più semplice e diretto di costruire una frase consiste nell’assumere come soggetto la persona, o la cosa, che compie l’azione. Se poi l’azione ricade su qualcuno, o qualcosa, e se il verbo è transitivo, si avrà anche un complemento oggetto, come nell’esempio: “Io sbuccio una mela”.
Questo modello di frase può essere ribaltato: la costruzione attiva si trasforma allora in passiva, il complemento oggetto diventa soggetto, mentre quello che prima era soggetto, diventa complemento d’agente (se si tratta di persona o di animale) o di causa efficiente (se si tratta di un’entità inanimata). La frase precedente, volta in forma passiva, suona così: “Una mela è sbucciata (o viene sbucciata) da me”. In primo piano adesso c’è la mela e l’io che materialmente compie l’azione di sbucciare è messo in disparte, grammaticalmente declassato: il passivo ha cambiato in maniera netta il punto di vista del discorso.
Se poi si osserva la parte verbale della frase, si nota che, per realizzare lo stesso modo e tempo (indicativo presente), nella costruzione attiva basta una parola, “sbuccio”, mentre in quella passiva ne occorrono due, “è sbucciata” oppure “viene sbucciata”. La costruzione passiva richiede un ausiliare, per lo più essere o venire, ma anche, meno frequenti, finire o andare.
L’uso del “che” nella lingua parlata
Si legga l’esempio:
“Maria mi ha detto che non si serve più da quella sarta che le ha rovinato il vestito rosso”.
Il primo “che” è una congiunzione (“mi ha detto che”). La natura del secondo, invece, è molto più incerta: quel “che” non è né pronome relativo né congiunzione, ma un legamento generico, tipico del parlato. Questo uso è da evitarsi nella scrittura professionale, ma gli scrittori lo usano quando vogliono rendere al vivo il modo di esprimersi di un personaggio.
L’uso di “ne”
“Ne” ha, in primo luogo, significato avverbiale, come nella frase: “Me ne [= da lì, o da qui] andrò senza rimpianti”. Inoltre, può avere anche funzione di pronome e, in tal caso, sostituisce le locuzioni: di lui, di lei, di ciò, di loro, da lui, da lei, da ciò, da loro, di questo, di questa, ecc. Si veda l’esempio: “Domani parlerò di Cesare e ne [= di lui] metterò in luce l’astuzia strategica”.
Sia in funzione di avverbio, che di pronome, la particella “ne” diventa enclitica, quando accompagna un verbo di modo non finito (infinito o gerundio), come nell’esempio: “Me ne [= da qui] vado. Devo proprio andarmene”.
Come avverbio “ne” può trovarsi in locuzioni in cui il complemento di luogo è già espresso in forma esplicita, ad esempio: “Ho intenzione di andarmene al più presto da questa locanda”. Anche se il “ne” (= da qui) è reso superfluo dalla presenza del complemento “da questa locanda”, si può osservare che le frasi di questo tipo, costruite con i verbi “andarsene”, “venirsene” e “tornarsene”, sono considerate accettabili e ben consolidate dall’uso.
Come pronome, il “ne” compare in forma pleonastica abbastanza di frequente:
• ci sono alcune locuzioni fisse da cui non può essere eliminato, come, ad esempio: non poterne più di, farne di;
• ci sono gli usi intensivi di “ne”, che hanno invaso il parlato, del tipo: “Di questo problema ne ho parlato con tutti”, uso non accettabili se il livello espressivo è formale;
• infine, ci sono i casi, del tutto inaccettabili, anche nel parlato, in cui “ne” è pleonastico, rispetto a un pronome relativo, come: *”Vado dal mio amico Andrea, di cui te ne ho tanto parlato”.
In molti casi la frase costruita con il pronome “ne” è nettamente preferibile a quella costruita con “di ciò”, “di questo”. Per esempio, è più elegante “ne parliamo dopo”, che “di ciò parliamo dopo”.
* L’asterisco, da qui in avanti, indicherà che la frase non è corretta.
La posizione dell’aggettivo
In italiano l’aggettivo può sia precedere, sia seguire il sostantivo cui si riferisce. In alcuni casi, però, il significato della frase cambia a seconda che l’aggettivo si trovi a destra o a sinistra del nome. Un esempio:
Un vecchio amico / Un amico vecchio.
In generale, si può affermare che gli aggettivi tendono a disporsi secondo le relazioni di significato che instaurano col nome. Per lo più vanno preposti quelli che hanno valore qualificativo (belle gambe, ottimi voti), posposti, invece, quelli che restringono o specificano l’insieme indicato dal nome (teatro inglese, prezzi fissi), con l’avvertenza che la categoria dei qualificativi ammette anche di essere dislocata dopo il nome, mentre quella dei restrittivi non si presta ad essere spostata a sinistra.
Quando un nome è accompagnato da due aggettivi, il diverso comportamento delle due categorie si manifesta in modo ancor più evidente. Si può dire, infatti, un nuovo romanzo sudamericano, ma non *”un sudamericano romanzo nuovo”, salva restando la maggior mobilità dell’aggettivo qualificativo, che permetterebbe pur sempre di produrre un sintagma come: “Un romanzo sudamericano nuovo”.
A sottolineare la differenza fra i due tipi di aggettivi, interviene anche il fatto che i qualificativi possono passare al grado superlativo, mentre i restrittivi non possono. È dunque possibile dire “un nuovissimo romanzo sudamericano”, ma non *”un nuovo romanzo sudamericanissimo”.
Nuove frontiere per maschile e femminile
La lingua italiana possiede parole di genere maschile e parole di genere femminile che, in alcuni casi, sono distribuite in modo arbitrario, in altri, in corrispondenza col sesso dell’oggetto nominato. Quando, però, si vuole indicare una categoria indipendentemente dal sesso dei suoi singoli membri, si usa il maschile plurale. Inoltre, il maschile può essere usato in senso comprensivo di entrambi i sessi, anche al singolare.
Esistono alcune parole che, pur appartenendo ad un genere grammaticale, designano individui del sesso opposto: è il caso del maschile “soprano” che indica, salvo rarissime eccezioni, una “cantante donna”, e dei femminili: recluta, sentinella, guardia, usati quasi esclusivamente per individui di sesso maschile. Si tratta di nicchie morfologiche limitate, che la lingua ha risolto, finora, costruendo le concordanze secondo il genere grammaticale delle parole.
Un argomento al centro della discussione, è la definizione della forma femminile corretta per professioni, cariche, titoli e mestieri che, fino a qualche tempo fa, erano di pertinenza esclusivamente maschile, come: deputato, ministro, direttore d’orchestra e così via. Le possibilità sono molte: si possono estendere a questi sostantivi i suffissi femminili già attivi nella lingua italiana e coniare termini come: senatrice, direttrice d’orchestra, deputatessa, prefettessa, nonché arbitra, ministra, notaia. Si può anche decidere che conta la funzione svolta, e non il sesso di chi la svolge, quindi, sarebbe più corretto dire: il presidente della Camera Irene Pivetti. Una variante, in questo caso, consiste nel lasciare invariato il titolo, ma farlo precedere dall’articolo femminile (La giudice Silvia Conti).
C’è poi la possibilità, molto frequentata dai giornalisti, ma aborrita dalle donne e, in generale, rifiutata negli ambienti ufficiali, di precisare il titolo con l’aggiunta di “donna” (il giudice donna), o peggio ancora con l’estensione in “gonne/la” (il vigile in gonne/la), che ha un effetto francamente offensivo.
Bisogna quindi porre attenzione e, in primo luogo, cercare di essere coerenti.
Sigle o acronimi
Le denominazioni degli enti, delle associazioni, delle imprese industriali, dei partiti politici, spesso costituite da molte parole, nella loro forma completa, sono difficili da memorizzare e anche da pronunciare. Prendiamo, per esempio, l’Istituto Regionale per la Ricerca la Sperimentazione e l’Aggiornamento Educativo, di cui sarebbe impegnativo ripeterne per intero il nome, ma, per fortuna, esiste la sigla e tutti, al bisogno, lo chiamiamo IRRSAE.
È importante, quando si costruisce una sigla nuova, curare, per quanto si può, che il suo significato sia comprensibile, che non assomigli ad altre, che risulti facile da pronunciare e, infine, se ce n’è la possibilità, che evochi qualcosa di positivo.
In molti casi si va imponendo l’uso di scrivere le sigle come nomi propri, per esempio, Anas o ANAS (Azienda Nazionale Autonoma delle Strade). Sono scomparsi quasi del tutto anche i puntini di separazione che dividono le singole iniziali di cui l’acronimo è composto. Uno dei pochi casi in cui resistono è G.d.F. (= Guardia di Finanza), sigla peraltro impronunciabile per la mancanza di vocali.
Va ricordato, infine, che il nome di enti, o associazioni, a volte è costruito, non a partire dalle singole iniziali, ma giustapponendo parti più sostanziose di parole: è il caso, per esempio, di Coldiretti, Criminalpol, Totocalcio, Confcommercio.
Guida per un controllo finale del testo
Verificare se sono stati rispettati i criteri di: ordine, semplicità, essenzialità.
Un testo è ordinato se:
• le informazioni in esso contenute rispettano un ordine gerarchico, preciso e sistematico;
• i destinatari, gli obiettivi e il contenuto delle informazioni sono ben chiari a chi scrive;
• si presenta diviso in pacchetti di informazioni tra loro omogenee;
• non mescola (o alterna) in modo casuale informazioni diverse o disomogenee;
• non contiene frasi più lunghe di 20-25 parole;
• rispetta le regole della grammatica e della sintassi, ed usa una ortografia e una punteggiatura corrette.
Un testo è semplice se usa:
• parole di uso comune;
• parole brevi;
• parole di significato non ambiguo;
• parole di origine italiana (e non straniera);
• parole intere (e non abbreviazioni, sigle, ecc.);
• parole tecnico-specialistiche necessarie e accompagnate da spiegazione breve e comprensibile.
Un testo è essenziale se non contiene:
• troppi aggettivi e avverbi;
• parole di tono troppo elevato, ricercato o solenne;
• parole di linguaggi tecnico-specialistici, quando non necessarie;
• formulazioni troppo minuziose;
• frasi prolisse, vaghe o vuote di senso.
Ulteriori controlli per la battitura del testo
• i segni di punteggiatura sono seguiti, ma non preceduti da uno spazio in bianco;
• le note sono numerate progressivamente e disposte a piè di pagina; l’esponente di nota è un numero piccolo in alto che si scrive, senza spazio, a destra della parola a cui si riferisce. Se la parola è seguita da segno d’interpunzione, la nota si scrive dietro al segno;
• i segni d’interpunzione si scrivono dopo le virgolette (tranne i punti esclamativi e interrogativi, se appartengono al testo riportato tra virgolette).
Orecchio al ritmo
Non è facile dire cosa è scritto bene, perché la categoria del bello in letteratura è misteriosa e fatta di tanti elementi diversi: ci sono il ritmo, la scelta delle parole, l’accostamento delle frasi, la composizione generale del testo, l’originalità del pensiero, l’invenzione delle immagini, la capacità di costruire strutture narrative che reggono all’urto con il lettore, eccetera. Un ritmo funziona, quando chi legge sente che la prosa scorre fluida e piacevole sotto gli occhi ed è invogliato ad andare avanti, quando sente che la chiarezza dei concetti e la sensualità delle descrizioni lo raggiungono attraverso l’inanellarsi musicale delle parole.
Dice Dacia Maraini:
“Io, dopo avere scritto, mi rileggo: e metto in moto il senso critico, sensibilizzando il mio orecchio di lettrice. Mi rendo conto subito se c’è una stonatura, se ci sono parole che potrebbero essere sostituite da altre più precise e significative e allora riscrivo anche venti volte, finché non sento di aver messo le parole giuste al posto giusto”.
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al docente Francesco Cascioli |