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Introduzione
dal
libro di Bateson:
"Mente e natura", Adelphi
Nel giugno del 1977 ritenni di avere materiale sufficiente per iniziare due
libri. Uno lo chiamai L’idea evoluzionistica e l’altro Ogni scolaretto lo sa.
Il primo doveva essere un tentativo di riesaminare le teorie dell’evoluzione
biologica alla luce della cibernetica e della teoria dell’informazione. Ma quando
cominciai a scriverlo, trovai difficile immaginare un pubblico reale in grado
di capire i presupposti formali e quindi semplici di ciò che andavo dicendo.
Mi resi conto con spaventosa chiarezza che negli Stati Uniti e in Inghilterra,
e immagino in tutto l’Occidente, la scuola evitava con tanta cura tutti i problemi
cruciali, che avrei dovuto scrivere un altro libro per spiegare quelle che a
me sembravano idee elementari che interessano l’evoluzione e quasi ogni altra
indagine biologica o sociale, o addirittura la vita quotidiana fino all’atto
stesso del mangiare. L’istruzione ufficiale non insegna quasi nulla riguardo
alla natura di tutte le cose che si trovano sulle spiagge e nelle foreste di
sequoie, nei deserti e nelle pianure. Perfino molti adulti con figli non sono
in grado di fornire una spiegazione soddisfacente di concetti come entropia,
sacramento, sintassi, numero, quantità, struttura, disegno, relazione
lineare, nome, classe, pertinenza, energia, ridondanza, forza, probabilità,
parti, tutto, informazione, tautologia, omologia, massa, messa, spiegazione,
descrizione, legge dimensionale, tipo logico, metafora, topologia, eccetera.
Che cosa sono le farfalle? Che cosa sono le stelle di mare? Che cosa sono la
bellezza e la bruttezza?
Mi parve che l’esposizione scritta di alcune di queste idee così elementari
si sarebbe potuta intitolare, con un pizzico d’ironia, Ogni scolaretta lo sa.
Tuttavia, mentre me ne stavo a Lindisfarne e lavoravo a questi due manoscritti,
aggiungendo un pezzo ora all’uno ora all’altro, essi pian piano confluirono,
e il risultato fu ciò che penso si chiami una visione platonica.
La più famosa scoperta di Platone riguardava la ’realtà’ delle idee. Comunemente si pensa che un piatto sia ’reale’ ma che la sua rotondità sia ’solo un’idea’. Ma Platone osservò, primo, che il piatto non è proprio rotondo e, secondo, che nel mondo si può discernere un grandissimo numero di oggetti che simulano la ’rotondità’ o ad essa si approssimano o tendono. Egli quindi asserì che la ’rotondità’ è ideale (l’aggettivo derivato da idea) e che queste componenti ideali dell’universo costituiscono la base esplicativa reale delle sue forme e della sua struttura. Per lui, come per William Blake e molti altri, quell’"universo corporeo" che i nostri giornali considerano ’reale’ era una specie di emanazione di ciò che è veramente reale. cioè delle forme e delle idee. In principio era l’idea.
Mi parve che nello Scolaretta stessi formulando idee estremamente elementari
sull’epistemologia (si veda il Glossario), cioè su come noi conosciamo
le cose in genere. Nel pronome noi comprendevo, naturalmente, la stella di mare
e la foresta di sequoie, l’uovo in corso di segmentazione e il Senato degli
Stati Uniti.
E fra le cose in genere che queste creature conoscono, ciascuna a suo modo,
comprendevo: "come crescere secondo una simmetria pentagonale", "come
sopravvivere a un incendio nella foresta", come crescere mantenendo la
stessa forma", "come apprendere", "come scrivere una costituzione,
"come inventare e guidare un’automobile", "come contare fino
a sette" e così via. Meravigliose creature dotate di conoscenze
e abilità quasi miracolose!
Soprattutto, vi comprendevo "come evolvere", poiché mi pareva
che tanto l’evoluzione quanto l’apprendimento dovessero conformarsi alle stesse
regolarità formali o, come si dice, leggi. Insomma, cominciavo a usare
le idee dello Scolaretta per riflettere non sul nostro sapere, ma su quel più
ampio sapere che è la colla che tiene insieme le stelle e gli anemoni
di mare, le foreste di sequoie e le commissioni e i consigli umani.
I miei due manoscritti stavano diventando un unico libro, perché vi è
un unico sapere che caratterizza tanto l’evoluzione quanto gli aggregati umani,
anche se le commissioni e le nazioni possono sembrare stupide a genii bipedi
come voi e me.
Stavo superando quel confine che si suppone racchiuda l’essere umano. In altre
parole, mentre scrivevo, la mente diventò, per me, un riflesso di vaste
e numerose porzioni del mondo naturale esterno all’essere pensante.
Nell’insieme, non erano gli aspetti più rozzi, più semplici, più
animaleschi e primitivi della specie umana che venivano riflessi nei fenomeni
naturali; erano piuttosto gli aspetti più complessi, gli aspetti estetici,
involuti ed eleganti degli uomini che riflettevano la natura. Non era la mia
avidità, la mia risolutezza, la mia cosiddetta ’animalità’, non
erano i miei cosiddetti ’istinti’ e così via che io ravvisavo dall’altra
parte di quello specchio, nella ’natura’. Quello che vi vedevo erano invece
le radici della simmetria umana, la sua bellezza e la sua bruttezza, l’estetica,
la sensibilità stessa dell’uomo e quel pizzico di saggezza che gli è
proprio. La sua saggezza, la grazia del suo corpo, persino la sua abitudine
di fare begli oggetti sono altrettanto ’animaleschi’ quanto la sua crudeltà.
Dopotutto, la parola stessa "animale" significa "dotato di mente
o spirito (animus) ".
Su questo sfondo, le teorie dell’uomo che partono dalla psicologia più
animalistica e inadatta si rivelano premesse prime inattendibili per affrontare
la domanda del salmista: "Signore, cos’è l’uomo? ".
Non ho mai potuto accettare il primo passo della storia della Genesi: "In
principio la terra era informe e vuota" - Quella primordiale tabula rasa
avrebbe rappresentato un formidabile problema di tennodinamica per il miliardo
d’anni successivo. Forse la terra non è mai stata una tabula rasa più
di quanto non lo sia uno zigote umano - un uovo fecondato.
Cominciò a sembrarmi che le idee antiquate e tuttora radicate sull’epistemologia,
in particolare su quella umana, fossero il riflesso di una fisica sorpassata
e contrastassero in modo curioso con il poco che sappiamo, o così ci
sembra, sulle cose viventi. Era come se si pensasse che i membri della specie
’uomo’ fossero totalmente unici e totalmente materiali sullo sfondo di un universo
vivente generico (anziché unico) e spirituale (anziché materiale).
Pare che esista una sorta di legge di Gresham dell’evoluzione culturale, secondo
la quale le idee ultrasemplificate finiscono sempre con lo spodestare quelle
più elaborate, e ciò che è volgare e spregevole finisce
sempre con lo spodestare la bellezza. Ciò nonostante la bellezza perdura.
Cominciavo ad avere l’impressione che la materia organizzata (su quella non
organizzata, ammesso che esista, io non so nulla), anche solo in un insieme
di relazioni semplice come quello che vige in una macchina a vapore con regolatore,
fosse saggia ed elaboratissima, rispetto all’immagine che dello spirito umano
tracciavano comunemente il materialismo ortodosso e gran parte della religione
ortodossa.
Il germe di queste idee era presente nella mia mente fin dall’adolescenza, ma
voglio partire da due situazioni in cui questi pensieri cominciarono a premere
per venire alla luce. Negli Anni Cinquanta avevo due incarichi di insegnamento:
insegnavo agli psichiatri interni di un ospedale per malattie mentali della
Veterans Administration a Palo Alto e ai giovani beatniks della Scuola di Belle
Arti della California a San Francisco. Voglio raccontare come ebbero inizio
questi due corsi e come esordii davanti a due pubblici così diversi fra
loro. Se metterete queste prime due lezioni una accanto all’altra capirete ciò
che voglio dire.
Agli psichiatri presentai una sfida sotto forma di un piccolo questionario,
dicendo loro che alla fine del corso avrebbero dovuto capire le domande in esso
contenute. La prima chiedeva una breve definizione di (a) "sacramento"
e (b) "entropia ".
In generale i giovani psichiatri degli Anni Cinquanta non erano in grado di
rispondere a nessuna delle due domande. Oggi ce ne sarebbe qualcuno di più
capace di avventurarsi a parlare dell’entropia (si veda il Glossario). E ci
sarà ancora (o no?) qualche cristiano in grado di dire che cos’è
un sacramento.
Avevo offerto alla mia classe le nozioni essenziali di 2500 anni di pensiero
religioso e scientifico. Mi sembrava che, visto che sarebbero diventati dottori
(medici) dell’anima umana, dovessero imparare a muoversi con un certo agio nei
due campi dove si di-battevano le annose questioni, che dovessero familiarizzarsi
con le idee principali tanto della religione quanto della scienza.
Con gli studenti d’arte usai un sistema più diretto. Si trattava di un
gruppetto di dieci o quindici ragazzi e sapevo che mi sarei trovato in un’atmosfera
di scetticismo confinante con l’ostilità. Appena entrato fu evidente
che per loro io ero un incarnazione del demonio venuto lì per difendere
la ragionevolezza della guerra atomica e degli insetticidi. A quei tempi (e
anche oggi?) si credeva che la scienza "prescindesse dai valori" e
non fosse guidata da "emozioni ".
Ma io mi ero preparato. Avevo portato due sacchetti di carta: ne aprii uno e
ne estrassi un granchio appena cotto che posai sul tavolo. Poi affrontai gli
studenti più o meno in questi termini: "Voglio sentire da voi ragioni
che mi convincano che questo oggetto è ciò che resta di un essere
vivente. Potreste immaginare di essere dei marziani: su Marte avete dimestichezza
con gli esseri viventi, dato che voi stessi siete vivi, ma naturalmente non
avete mai visto granchi o aragoste. Un meteorite o altro ha portato un certo
numero di oggetti come questo, molti ridotti in frammenti: voi dovete esaminarli
e arrivare alla conclusione che si tratta dei resti di esseri viventi. Come
fareste per arrivarci? ".
Naturalmente, la domanda rivolta agli psichiatri e quella rivolta agli artisti
erano la stessa domanda: esiste una specie biologica di entropia?
Entrambe le domande riguardavano l’idea di fondo dell’esistenza di una linea
di separazione tra il mondo dei viventi (dove si tracciano distinzioni, e la
differenza può essere una causa) e il mondo dei non viventi, il mondo
delle palle da biliardo e delle galassie (dove le ’cause’ degli eventi sono
le forze e gli urti). Sono i due mondi che Jung (seguendo gli gnostici) chiama
rispettivamente creatura e pleroma. La mia domanda era: qual è la differenza
tra il mondo fisico del pleroma, dove le forze e gli urti costituiscono una
base esplicativa sufficiente, e la creatura, dove non si può capire nulla
senza invocare differenze e distinzioni?
Nella mia vita ho messo la descrizione dei bastoni, delle pietre, delle palle
da biliardo e delle galassie in una scatola, il pleroma, e li ho lasciati lì.
In un’altra scatola ho messo le cose viventi: i granchi, le persone, i problemi
riguardanti la bellezza, quelli riguardanti la differenza. Argomento di questo
libro è il contenuto della seconda scatola.
Qualche tempo fa me la sono presa con i difetti dell’istruzione scolastica occidentale.
Stavo scrivendo ai miei colleghi del Board of Regents dell’Università
della California e nella lettera mi si insinuò questa frase:
" Infrangete la struttura che connette gli elementi di ciò che si
apprende e distruggerete necessariamente ogni qualità
Vi offro la locuzione la struttura che connette come sinonimo, come altro possibile
titolo di questo libro.
La struttura che connette. Perché le scuole non insegnano quasi nulla
su questo argomento? Forse perché gli insegnanti sanno di essere condannati
a rendere insipido, a uccidere tutto ciò che toccano e sono quindi saggiamente
restii a toccare o insegnare ogni cosa che abbia importanza vera e vitale? Oppure
uccidono ciò che toccano proprio perché non hanno il coraggio
di insegnare nulla che abbia un’importanza vera e vitale? Dov’è l’errore?
Quale struttura connette il granchio con l’aragosta, l’orchidea con la primula
e tutti e quattro con me? E me con voi? E tutti e sei noi con l’ameba da una
parte e con lo schizofrenico dall’altra?
Voglio spiegarvi perché è tutta la vita che faccio il biologo,
che cos’è che ho sempre tentato di studiare. Quali pensieri posso offrire
che riguardino il complesso del mondo biologico in cui viviamo e in cui riceviamo
la nostra esistenza? Come viene costruito?
Ciò che si deve dire a questo punto è difficile, appare del tutto
vuoto ed è d’importanza grandissima e assai profonda per voi come per
me. In questo momento storico credo che esso sia importante per la sopravvivenza
di tutta la biosfera, che come sapete e minacciata.
Qual è la struttura che connette tutte le creature Viventi?
Torniamo al mio granchio e alla mia classe di beatniks. Era una vera fortuna
che insegnassi a persone che non erano scienziati e che anzi avevano una inclinazione
mentale antiscientifica. Propendevano tutti, anche se in maniera informe e inesperta,
per un approccio di tipo estetico. Definirei, per il momento, questa parola
dicendo che essi non erano come Peter Beh, il personaggio di cui Wordsworth
cantava
A primrose by the river’s brim
A yellow primrose was to him,
And it was nothing more.
Una primula sulla proda del fiume / era per lui una primula gialla. / nulI’altro
era..
Anzi, essi si sarebbero accostati alla primula con empatia e riconoscendosi
affini ad essa. Per estetico intendo sensibile alla struttura che collega. Vedete
dunque com’ero fortunato. Forse per caso misi davanti a loro quello che era
(a mia insaputa) un problema estetico: In che modo siete in relazione con questa
creatura? Quale struttura vi collega con essa?
Collocandoli su un pianeta immaginario, "Marte", li mettevo nell’impossibilità
di pensare ad aragoste, amebe, cavoli e così via, e riportavo forzatamente
la diagnosi della vita all’identificazione con il proprio io vivente: "Siete
voi che portate i segni di riferimento, i criteri che vi permettono di esaminare
il granchio e scoprire che esso pure porta gli stessi segni ". La mia domanda
era assai più complessa di quanto io non sapessi.
I ragazzi esaminarono il granchio, e la prima cosa che osservarono fu che era
simmetrico, cioè che la parte destra somigliava alla sinistra.
" Benissimo. Volete dire che è composto, come un quadro? ".
(Silenzio).
Poi osservarono che una chela era più grossa dell’altra: dunque non era
simmetrico.
A mo’ di suggerimento, dissi che se con i meteoriti fossero arrivati molti di
quegli oggetti, avrebbero scoperto che in quasi tutti gli individui la chela
più grossa si trovava dalla stessa parte (destra o sinistra). (Silenzio.
"Dove vuole arrivare Bateson? ").
Tornando alla simmetria, uno disse: "Sì, una chela è più
grossa dell’altra, ma entrambe sono composte delle stesse parti ".
Ah! Com’è bella e nobile questa osservazione, con che prontezza il ragazzo
aveva educatamente gettato nel cestino dei rifiuti l’idea che le dimensioni
potessero avere un’importanza primaria o radicale e si era concentrato sulla
struttura che connette. Aveva scartato un’asimmetria di dimensioni a favore
di una più profonda simmetria di relazioni formali.
Sissignore, ciò che caratterizza (brutta parola) le due chele è
proprio il fatto che esse incarnano relazioni simili tra le parti. Mai quantità,
sempre contorni, forme e relazioni. Ecco davvero qualcosa che caratterizzava
il granchio come appartenente alla creatura, come cosa vivente.
In seguito si vide che non solo le due chele sono costruite sullo stesso ’progetto
di base’ (cioè su insiemi corrispondenti di relazioni fra parti corrispondenti):
ma che queste relazioni fra parti corrispondenti si estendono alla serie degli
arti motori. In ciascuno di essi erano riconoscibili elementi che corrispondevano
agli elementi della chela.
E naturalmente la stessa cosa vale per il nostro corpo: l’omero, nel braccio,
corrisponde al femore nella coscia e la coppia radio-ulna corrisponde alla coppia
tibia-perone; le ossa del carpo corrispondono a quelle del tarso; le dita della
mano a quelle del piede.
L’anatomia del granchio è ripetitiva e ritmica; come la musica, essa
è ripetitiva con modulazioni. Anzi, la direzione dalla testa alla coda
corrisponde a una sequenza temporale: in embriologia la testa è più
antica della coda. È possibile un flusso di informazioni in direzione
antero-posteriore.
I biologi parlano di omologia filogenetica (si veda il Glossario) per quella
classe di fatti di cui è un esempio la somiglianza formale tra le ossa
dei miei arti e quelle di un cavallo. Un altro esempio è la somiglianza
formale tra gli arti di un granchio e quelli di un’aragosta.
Questa è una classe difatti; un’altra classe difatti (in qualche modo
simile?) è quella che i biologi chiamano omologia seriale. Ne è
un esempio la ripetizione ritmica con cambiamenti che passando da un membro
all’altro percorre tutta la lunghezza dell’animale (granchio o uomo); un secondo
esempio (forse non proprio dello stesso ordine perché diverso in relazione
al tempo) sarebbe la simmetria bilaterale dell’uomo o del granchio.
Ricominciamo daccapo. Le parti di un granchio sono connesse secondo varie strutture
di simmetria bilaterale, di omologia seriale e così via. Chiamiamo queste
strutture interne al singolo granchio che cresce connessioni di primo ordine.
Ma se ora consideriamo il granchio e l’aragosta, troviamo di nuovo connessioni
strutturali. Chiamiamole connessioni di secondo ordine, o omologie filogenetiche.
Consideriamo ora l’uomo o il cavallo: anche qui osserviamo simmetrie e omologie
seriali. Quando li consideriamo insieme, riscontriamo la stessa comunanza interspecifica
di strutture con qualche differenza (omologia filogenetica). E, naturalmente,
troviamo anche che alle dimensioni si preferiscono le forme, le strutture e
le relazioni. In altri termini, quando si analizza questa distribuzione di somiglianze
formali, si scopre che l’anatomia nei suoi tratti generali presenta tre livelli
o tipi logici di proposizioni descrittive:
1. Per ricavare connessioni di primo ordine si devono confrontare le parti di
ogni membro della creatura con altre parti dello stesso individuo.
2. Per scoprire relazioni simili tra le parti (ossia per ottenere connessioni
di secondo ordine) si devono confrontare i granchi con le aragoste o gli uomini
con i cavalli.
3. Per dedurre connessioni di terzo ordine si deve confrontare il confronto
tra granchi e aragoste con quello tra uomo e cavallo.
Abbiamo costruito una scala di come si deve pensare a... a che cosa? Ah, già,
alla struttura che connette.
La mia tesi fondamentale può essere ora espressa in questi termini: la
struttura che connette è una metastruttura. È una struttura di
strutture. È questa metastruttura che definisce l’asserzione generale
che sono effettivamente le strutture che connettono.
Qualche pagina sopra ho avvertito che avremmo incontrato il vuoto, e difatti
eccolo: la mente è vuota; essa è niente, un non-ente. Esiste solo
nelle sue idee, che sono anch’esse non-enti. Solo le idee sono immanenti, incarnate
nei loro esempi, e gli esempi a loro volta sono non-enti. La chela, come esempio,
non è la Ding an sich; per l’appunto non è la "cosa in sé
È invece ciò che la mente ne fa, cioè un esempio di questa
o quella cosa.
Torniamo alla classe di giovani artisti.
Ricorderete che avevo due sacchetti di carta, in uno c’era il granchio, nell’altro
una splendida conchiglia. Da quale indizio, chiesi loro, potevano arguire che
quella conchiglia a spirale aveva fatto parte di un essere vivente?
Quando aveva circa sette anni, mia figlia Cathy ricevette in regalo un occhio
di gatto montato ad anello. Vedendoglielo al dito, le chiesi cos’era, e lei
mi rispose che era un occhio di gatto.
Ma che cos’è? insistei.
"Be’, so che non è l’occhio di un gatto. Sarà una pietra."
"Toglitelo e guarda com’è dietro." Dissi.
Fece come le avevo detto ed esclamò: "Oh, c’è sopra una spirale!
Dev’essere appartenuto a qualcosa di vivo ".
Questi dischi verdastri sono in realtà gli opercoli di una specie di
chiocciola dei mari tropicali. Alla fine della seconda guerra mondiale i soldati
ne portarono a casa moltissimi dal Pacifico.
La premessa maggiore di Cathy, che tutte le spirali di questo mondo, tranne
i gorghi, le galassie e i vortici di vento, sono fatte da esseri viventi, era
giusta. Su questo argomento esiste un’ampia bibliografia, che qualche lettore
potrebbe avere interesse a consultare (le parole chiave sono serie di Fibonacci
e sezione aurea).
Il risultato di tutto ciò è che la spirale è una figura
che conserva la sua forma (cioè le sue proporzioni) man mano che cresce
in una dimensione, per successive aggiunte all’estremità libera. Perché
dovete sapere che non esistono spirali veramente statiche.
Ma i miei studenti si trovavano in difficoltà: essi cercavano tutte quelle
belle caratteristiche formali che avevano scoperto con gioia nel granchio; pensavano
che ciò che l’insegnante voleva fosse la simmetria formale, la ripetizione
delle parti, la ripetizione modulata e così via. Ma la spirale non aveva
simmetria bilaterale; non era segmentata.
Essi dovevano scoprire (a) che ogni simmetria e ogni segmentazione erano in
qualche modo un risultato, una conclusione del fenomeno della crescita; (b)
che la crescita ha le sue esigenze formali; e (c) che una di queste è
soddisfatta (in senso matematico, ideale) dalla forma a spirale.
Così la conchiglia porta in sé il precronismo del mollusco - la
registrazione di come, nel proprio passato, ha risolto in tempi successivi un
problema formale di Costituzione di una struttura (si veda il Glossario). Anch’essa
dichiara la propria appartenenza alla struttura di strutture che connette.
Tutti gli esempi che ho dato fin qui - le strutture che appartengono alla struttura
che connette, l’anatomia del granchio e dell’aragosta, della conchiglia, dell’uomo
e del cavallo - erano superficialmente statici. Erano forme congelate, risultato
sì di un cambiamento soggetto a regole, ma ormai immobili, come le figure
dell’Ode on a Grecian Urn di Keats:
Fair youth, beneath the trees, thou canst not leave
Thy song, nor ever can those trees be bare;
Bold lover, never, never canst thou kiss,
Though winning near the goal - yet, do not grieve;
She cannot fade, though thou hast not thy bliss,
Forever with thou love, and she be fair!
/ Bel giovane, sotto gli alberi, tu non puoi lasciare I la tua canzone, nè
possono mai quegli alberi essere spogli; / ardito amante, mai, mai potrai baciare,
/ benché vicinissimo ’alla meta - eppure, non dolerti; / lei non può
sfiorire, anche tu non hai il tuo paradiso, / per sempre tu amerai, e lei sarà
bella.
Siamo stati abituati a immaginare le strutture, salvo quelle della, musica,
come cose fisse. Ciò è più facile e comodo, ma naturalmente
è una sciocchezza. In verità, il modo giusto per cominciare a
pensare alla struttura che connette è di pensarla in primo luogo (qualunque
cosa ciò voglia dire) come una danza di parti interagenti e solo in secondo
luogo vincolata da limitazioni fisiche di vario genere e dai limiti imposti
in modo caratteristico dagli organismi.
C’è una storia che ho già raccontato altrove e che voglio raccontare
di nuovo. Un tale voleva arrivare a conoscere la mente, non in natura, bensì
in un suo grande calcolatore personale. Gli chiese (sicuramente nel suo Fortran
più forbito): "Calcoli che penserai mai come un essere umano? ".
La macchina allora si mise al lavoro per analizzare le proprie abitudini di
calcolo; infine stampò la risposta su un foglio di carta, come fanno
queste macchine. L’uomo corse a vedere la risposta e trovò, nitidamente
stampate, le seguenti parole: QUESTO MI RICORDA UNA STORIA.
Una storia è un piccolo nodo o complesso di quella specie di connessione
che chiamiamo pertinenza. Negli Anni Sessanta gli studenti lottavano per la
"pertinenza", e a mio avviso un qualunque A è pertinente a
un qualunque B se A e B sono entrambi parti o componenti della stessa ’storia’.
Di nuovo la connessione ci si presenta a più di un livello:
Primo, il nesso tra A e B per il fatto che sono componenti della stessa storia.
Poi, la connessione tra le persone in quanto tutti pensano in termini di storie.
(Perché il calcolatore aveva proprio ragione: è così che
pensa la gente).
Voglio dimostrare ora che, qualunque sia il significato della parola storia
nella storia che vi ho raccontato, il fatto di pensare in termini di storie
non fa degli esseri umani qualcosa di isolato e distinto dagli anemoni e dalle
stelle di mare, dalle palme e dalle primule. Al contrario, se il mondo è
connesso, se in ciò che dico ho sostanzialmente ragione, allora pensare
in termini di storie dev’essere comune a tutta la mente o a tutte le menti,
siano esse le nostre o quelle delle foreste di sequoie e degli anemoni di mare.
Il contesto e la pertinenza debbono essere caratteristici non solo di tutto
il cosiddetto comportamento (le storie che si manifestano all’esterno in ’azione
’), ma anche di tutte le storie interne, le sequenze del processo costitutivo
dell’anemone di mare. La sua embriologia dev’essere fatta in qualche modo della
sostanza di cui son fatte le storie. E risalendo ancor più indietro,
il processo evolutivo che, attraverso milioni di generazioni, ha generato l’anemone
di mare, così come ha generato voi e me, anche questo processo dev’essere
fatto della sostanza di cui son fatte le storie. In ogni gradino della filogenesi
e fra i vari gradini dev’esserci pertinenza.
Dice Prospero: "Noi siamo della stessa sostanza di cui son fatti i sogni",
e certo egli ha quasi ragione. Ma io penso a volte che i sogni siano solo frammenti
di quella sostanza. È come se la sostanza di cui siamo fatti fosse del
tutto trasparente e quindi non percettibile, e come se le uniche apparenze da
noi avverti-bili fossero le crepe e i piani di frattura di quella matrice trasparente.
I sogni, le percezioni e le storie sono forse le crepe e le irregolarità
della matrice uniforme e senza tempo. È questo che voleva dire Plotino
quando parlava di una "invisibile e immutabile bellezza
che "pervade tutte le cose "?
Che cos’è una storia, che possa connettere gli A e i B, sue parti? Ed
è vero che il fatto generale che le parti sono connesse in questo modo
sta alla radice stessa di ciò che è l’esser vivi? Vi propongo
la nozione di contesto, di struttura nel tempo.
Che accade quando, ad esempio, vado da uno psicoanalista freudiano? Entro in
qualcosa che anche creo e che chiameremo contesto, delimitato e isolato almeno
simbolicamente ’(come un frammento del mondo delle idee) dalla chiusura della
porta. La geografia della stanza e della porta viene usata come rappresentazione
di uno strano messaggio non geografico.
Ma io arrivo lì con delle storie: non solo con una riserva di storie
da raccontare all’analista, ma con storie che fanno parte del mio stesso essere:
le strutture e le sequenze dell’esperienza infantile sono parte integrante di
me. Mio padre faceva questo e questo, mia zia faceva così e cosà,
e ciò che essi facevano accadeva fuori di me. Ma quali che siano state
le cose da me apprese, il mio apprendere si è verificato all’interno
della mia sequenza esperienziale di ciò che facevano quelle persone importanti,
mia zia e mio padre.
E ora eccomi dall’analista, un’altra persona che diventa ora importante, che
deve essere vista come un padre (o forse un anti-padre), poiché nulla
ha significato se non è visto in un qualche contesto. Questo modo di
vedere è chiamato trasferimento ed è un fenomeno generale dei
rapporti umani. Si tratta di una caratteristica universale di ogni interazione
tra persone, perché, in fin dei conti, la forma di ciò che è
accaduto ieri tra voi e me rimane e informa di sé il nostro rapporto
di oggi. E questo informare è, in linea di principio, un trasferimento
dall’apprendimento passato.
Questo fenomeno del trasferimento è un esempio di come sia nel vero il
calcolatore a percepire che noi pensiamo in storie. L’analista deve venir stirato
o scorciato sul letto di Procruste delle storie d’infanzia del paziente. Ma
riferendomi alla psicoanalisi, io ho anche ristretto l’idea di "storia
". Ho avanzato l’ipotesi che essa abbia a che fare con il contesto, concetto
cruciale, in parte non definito e quindi da esaminare.
E il "contesto" è legato a un’altra nozione non definita che
si chiama "significato ". Prive di contesto, le parole e le azioni
non hanno alcun significato. Ciò vale non solo per la comunicazione verbale
umana ma per qualunque comunicazione, per tutti i processi mentali, per tutta
la mente, compreso ciò che dice all’anemone di mare come deve crescere
e all’ameba che cosa fare il momento successivo.
Quella che sto tracciando è un’analogia tra il contesto nell’ambito superficiale
e in parte conscio delle relazioni personali e il contesto nei processi molto
più profondi e arcaici dell’embriologia e dell’omologia. La mia tesi
è che, qualunque sia il suo significato, la parola contesto è
una parola appropriata, una parola necessaria alla descrizione di tutti questi
processi in lontana relazione tra loro.
Consideriamo l’omologia alla rovescia. Tradizionalmente, per dimostrare che
c’è stata evoluzione si citano casi di omologia. Io farò il contrario:
supporrò che l’evoluzione ci sia stata, e passerò a indagare la
natura dell’omologia. Chiediamoci: che cos’è un dato organo alla luce
della teoria evoluzionistica?
Che cos’è la proboscide di un elefante? Che cos’è filogeneticamente?
Che cosa le ha ordinato di essere la genetica?
Come sapete, la risposta è che la proboscide di un elefante è
il suo "naso" (lo sapeva perfino Kipling!). E ho messo "naso"
tra virgolette perché la proboscide viene definita da un processo interno
di comunicazione nella crescita. La proboscide è un "naso"
in virtù di un processo di comunicazione: è il contesto della
proboscide che la identifica come naso. Ciò che sta tra due occhi e sopra
una bocca è un "naso", punto e basta. È il contesto
che fissa il significato, e dev’essere sicuramente il contesto ricevente a dar
significato alle istruzioni genetiche. Quando chiamo questa cosa "naso"
e quella "mano", io cito - magari a sproposito - le istruzioni di
sviluppo nell’organismo in crescita, e cito l’interpretazione data a questo
messaggio dai tessuti che l’hanno ricevuto.
Alcuni preferirebbero definire i nasi mediante la loro ’funzione’, l’olfatto.
Se però analizziamo queste definizioni arriviamo allo stesso risultato
impiegando un contesto temporale in luogo di uno spaziale. All’organo viene
dato un significato attribuendogli un determinato ruolo in sequenze di interazione
tra la creatura e l’ambiente. Chiamo questo contesto temporale. La classificazione
temporale dei contesti interseca la classificazione spaziale; ma in embriologia
la prima definizione dev’essere sempre in termini di relazioni formali. La proboscide
del feto, in genere, non sente alcun odore. L’embriologia è formale.
Voglio illustrare ancora brevemente questa specie di connessione, questa struttura
connettiva, citando una scoperta di Goethe. Goethe era un valente botanico,
assai abile nel riconoscere il non banale (cioè nel riconoscere le strutture
che connettono), il quale mise ordine nel vocabolario dell’anatomia comparata
delle piante. Egli scoprì che definire una ’foglia’ come "una cosa
piatta e verde" o un ’picciolo’ come "una cosa cilindrica" non
è soddisfacente. Il modo di procedere nella definizione - che è
senza dubbio il modo in cui vanno le cose nel profondo dei processi di crescita
della pianta - consiste nell’osservare che le gemme (cioè i piccioli
appena nati) si formano nelle ascelle delle foglie. Partendo da qui il botanico
formula le definizioni sulla base delle relazioni tra picciolo, foglia, gemma,
ascella, eccetera.
" Un picciolo è ciò che porta le foglie"
" Una foglia è ciò che ha una gemma nell’ascella"
" Un picciolo è ciò che in quella stessa posizione era prima
una gemma"
Tutto questo è noto (o dovrebbe esserlo); ma il passo seguente forse
è nuovo.
Nell’insegnamento della lingua vi è un’analoga confusione che non è
mai stata chiarita. Forse oggi i linguisti di professione sanno come stanno
le cose, ma a scuola si continuano a insegnare sciocchezze: i bambini si sentono
dire che il "sostantivo" è un "nome di persona, di luogo
o di cosa", che il "verbo" è" una parola che indica
un’azione" e così via. Imparano, cioè, in tenera età
che una cosa la si definisce mediante ciò che, si suppone, essa è
in sé, e non mediante le sue relazioni con le altre cose.
Quasi tutti noi ricordiamo di aver sentito dire che un sostantivo è "un
nome di persona, di luogo o di cosa ". E ricordiamo la noia mortale che
ci procurava l’analisi grammaticale e logica delle frasi. Oggi tutto ciò
andrebbe cambiato: ai bambini si potrebbe dire che un sostantivo è una
parola che sta in una certa relazione con un predicato, che un verbo sta in
una certa relazione con un sostantivo, il suo soggetto e così via. Alla
base della definizione potrebbe stare la relazione, e allora qualunque bambino
sarebbe in grado di capire che nella frase ""Andare" e un verbo"
c’è qualcosa che non va.
Ricordo la mia noia quando dovevo analizzare le frasi e la noia, più
tardi a Cambridge, di dover studiare l’anatomia comparata. Così come
venivano insegnate, erano tutt’e due materie di un’irrealtà straziante.
Avrebbero potuto dirci qualcosa sulla struttura che connette: che ogni comunicazione
ha bisogno di un contesto, che senza contesto non c’è significato, che
i contesti conferiscono significato perché c’è una classificazione
dei contesti. L’insegnante avrebbe potuto dimostrare che la crescita e la differenziazione
devono essere controllate dalla comunicazione. Le forme degli animali e delle
piante sono trasformazioni di messaggi. Il linguaggio è di per sé
una forma di comunicazione. La struttura immessa a un’estremità dev’
essere in qualche modo rispecchiata come struttura all’uscita. L’anatomia deve
contenere qualcosa di analogo alla grammatica, poiché tutta l’anatomia
è una trasformazione di materiale di messaggio, che deve essere conformato
in modo contestuale. E infine, conformazione contestuale non è che un
sinonimo di grammatica.
Torniamo così alle strutture di connessione e alla proposizione più
astratta, più generale (e vuotissima) che, in effetti, esiste una struttura
delle strutture di connessione.
Questo libro è costruito sull’opinione che noi facciamo parte di un
mondo vivente. In epigrafe a questo capitolo ho messo un passo di sant’Agostino
in cui il santo dichiara esplicitamente la sua epistemologia. Oggi una simile
dichiarazione suscita nostalgia:
la maggior parte di noi ha perso quel senso di unità di biosfera e umanità
che ci legherebbe e ci rassicurerebbe tutti con un’affermazione di bellezza.
La maggior parte di noi oggi non crede che, anche con gli alti e bassi che segnano
la nostra limitata esperienza la più vasta totalità sia fondamentalmente
bella.
Abbiamo perduto il nocciolo del cristianesimo. Abbiamo perduto Siva, il dio
danzante dell’Olimpo induista, la cui danza a livello banale è insieme
creazione e distruzione, ma nella totalità è bellezza. Abbiamo
perduto Abraxas, il dio bello e terribile del giorno e della notte dello gnosticismo.
Abbiamo perduto il totemismo, il senso del parallelismo tra l’organizzazione
dell’uomo e quella degli animali e delle piante. Abbiamo perduto persino il
Dio Che Muore.
Stiamo cominciando a giocherellare con le idee dell’ecologia, e benché
subito le degradiamo a commercio o a politica, c’è se non altro ancora
un impulso nel cuore degli uomini a unificare e quindi a santificare tutto il
mondo naturale di cui noi siamo parte.
Notate, però, che nel mondo vi sono state, e ancora vi sono, molte epistemologie,
diverse e addirittura contrastanti, che hanno però sostenuto tutte l’idea
di un’unità di fondo e, benché ciò sia meno certo, hanno
anche sostenuto l’idea che questa unità di fondo è estetica. L’uniformità
di questi pareri fa sperare che forse la grande autorità della scienza
quantitativa non basti per negare l’idea di una bellezza unificatrice fondamentale.
Io mi attengo al presupposto che l’aver noi perduto il senso dell’unità
estetica sia stato, semplicemente, un errore epistemologico. Sono convinto che
questo errore è forse più grave di tutte le piccole follie che
caratterizzano quelle più vecchie epistemologie che concordavano sull’unità
fondamentale.
Parte della storia di come abbiamo perduto il senso dell’unità è
stata raccontata con eleganza da Arthur O. Lovejoy, in The Great Chain of Being:
A Study of the History of an Idea, Cambridge, Mass., Harvard University Press,
1936 [trad. it. La grande catena dell’essere, Milano, Feltrinelli, 1966], che
ripercorre questa storia dalla filosofia greca classica a Kant e agli inizi
dell’idealismo tedesco nell’Ottocento. È la storia dell’idea che il mondo
è/fu creato fuori del tempo sulla logica deduttiva, idea evidente nella
citazione da La Città di Dio posta in epigrafe: in cima alla catena deduttiva
sta la Mente suprema, o Logos; sotto vi sono gli angeli, poi gli uomini, poi
le scimmie e così via fino alle piante e alle pietre. Tutto è
in ordine deduttivo ed è legato in quell’ordine da una premessa che prefigura
la nostra seconda legge della termodinamica. Questa premessa asserisce che ciò
che è ’più perfetto’ non può mai essere generato da ciò
che è ’meno perfetto’.
Nella storia della biologia fu Lamarck a capovolgere la grande catena dell’essere:
sostenendo che la mente è immanente nelle creature viventi e che ne ha
potuto determinare le trasformazioni, egli si sottrasse alla premessa di carattere
negativo che il perfetto deve sempre precedere l’imperfetto. Egli avanzò
poi una teoria del "trasformismo" (che noi chiameremmo evoluzione)
che, partendo dagli infusori (protozoi), procedeva fino all’uomo e alla donna.
La biosfera di Lamarck era sempre una catena; l’unità epistemologica
rimaneva, nonostante lo spostamento d’accento da un Logos trascendente a una
mente immanente.
I cinquant’anni successivi videro la crescita esponenziale della Rivoluzione
industriale, il trionfo dell’Ingegneria sulla Mente, sicché l’epistemologia
culturalmente in armonia con On the Origin of Species (1859) fu il tentativo
di eliminare la mente come principio esplicativo. Una battaglia contro i mulini
a vento.
Vi furono proteste molto più profonde delle strida dei fondamentalisti.
Samuel Butler, il più acuto critico di Darwin, vide che negare la mente
come principio esplicativo era inammissibile e tentò di ricondurre la
teoria evoluzionistica al lamarckismo. Ciò tuttavia non poteva andare,
a causa dell’ipotesi (condivisa perfino da Darwin) dell’"ereditarietà
dei caratteri acquisiti". Questa ipotesi - che le risposte di un organismo
al proprio ambiente potrebbero influire sul patrimonio genetico della prole
- era sbagliata.
Cercherò di dimostrare che questo era in realtà un errore epistemologico,
una confusione di tipi logici e proporrò una definizione di mente assai
diversa dalle nozioni vaghe che ne avevano sia Darwin sia Lamarck. In particolare
accetterò il presupposto che il pensiero somigli all’evoluzione in quanto
processo stocastico (si veda il Glossario).
In ciò che viene presentato in questo libro, il posto della struttura
gerarchica della Grande Catena dell’Essere verrà preso dalla struttura
gerarchica del pensiero, che Bertrand Russell ha chiamato gerarchia dei tipi
logici, e si tenterà di proporre una sacra unità della biosfera
che contenga meno errori epistemologici delle versioni che di essa sono state
presentate (lalle varie religioni storiche. L’importante è che, giusta
o sbagliata, questa epistemologia sarà esplicita. Sarà così
possibile criticarla in modo altrettanto esplicito.
Il proposito immediato di questo libro è dunque di costruire un quadro
di come il mondo è collegato nei suoi aspetti mentali. Come si accordano
e si collegano fra di loro le idee, le informazioni, gli stadi di coerenza logica
o pragmatica, e via dicendo? In che relazione sta la logica,il procedimento
classico per costruire catene di idee, con un mondo esterno di cose e creature,
di parti e di totalità? Le idee si presentano davvero in catene oppure
questa struttura "lineale (si veda il Glossario) viene loro imposta da
studiosi e filosofi? Com’è collegato il mondo della logica, che evita
il "ragionamento circolare", con un mondo in cui le serie causali
circolari sono piuttosto la regola che l’eccezione?
Oggetto dell’indagine e della descrizione è una vasta rete o matrice
di materiale di comunicazione e di tautologie, premesse e esemplificazioni astratte,
tutti collegati tra di loro.
Ma oggi, nel 1979, non esiste alcun metodo convenzionale per descrivere un simile
intrico. Non sappiamo neppure da che parte cominciare.
Cinquant’anni fa si sarebbe pensato che i procedimenti migliori per tentare
questa impresa fossero o logici o quantitativi o di entrambi i generi. Vedremo
invece che, come dovrebbe sapere ogni scolaretto, la logica è appunto
incapace di affrontare i circuiti ri-corsivi senza generare paradossi, e che
le quantità appunto non sono la sostanza dei sistemi comunicanti complessi.
In altre parole, la logica e la quantità si dimostrano strumenti inadeguati
per descrivere gli organismi, le loro interazioni e la loro organizzazione interna.
La natura particolare di questa inadeguatezza verrà mostrata a tempo
debito; per il momento, chiedo solo al lettore di accettare per vera l’asserzione
che oggi, nel 1979, non esiste alcun metodo convenzionale per spiegare o anche
solo descrivere, i fenomeni dell’organizzazione biologica e dell’interazione
umana.
Trent’anni fa John von Neumann, nel suo Theory of Games osservò che le
scienze del comportamento non posseggono alcun modello ridotto che possa fare
per la biologia e la psichiatria ciò che la particella newtoniana ha
fatto per la fisica.
Tuttavia, vi sono molti pezzetti sparsi, di saggezza, che faciliteranno il compito
di questo libro. Adotterò quindi il metodo del piccolo Jack Horner della
filastrocca: estrarrò le prugne a una a una e le metterò in bella
mostra una accanto all’altra, costruendo uno spiegamento dal quale potremo prendere
le mosse per elencare alcuni criteri fondamentali del processo mentale.
Nel capitolo II "Ogni scolaretto sa che...", raccoglierò, a
beneficio del lettore, alcuni esempi di quelle che considero verità semplici
e necessarie: necessarie, in primo luogo, se lo scolaretto deve imparare a pensare;
e ancora necessarie perché, come io credo, il mondo biologico si innesta
su queste semplici proposizioni.
Nel capitolo in procederò in modo analogo, richiamando però l’attenzione
del lettore su un certo numero di casi in cui due o più sorgenti di informazione
si combinano per generare informazione di tipo diverso da quella che si trovava
in ciascuna sorgente presa da sola.
Nessuna delle scienze esistenti si occupa oggi espressamente della combinazione
di informazioni; io invece cercherò di dimostrare che il processo evolutivo
deve dipendere da questi doppi incrementi di informazione. Ogni passo dell’evoluzione
è un’aggiunta di informazioni a un sistema già esistente. Per
questo motivo le combinazioni, le armonie e le discordanze tra elementi e strati
di informazione successivi presenteranno molti problemi di sopravvivenza e determineranno
molte direzioni di cambiamento.
Il capitolo IV, "I criteri del processo mentale", tratterà
le caratteristiche che sembrano sempre combinarsi nella nostra biosfera terrestre
per costituire la mente. Il resto del libro si concentrerà in particolare
su alcuni problemi di evoluzione biologica.
La tesi che informa tutto il libro è che pensare a molti problemi di
ordine e di disordine nell’universo biologico sia possibile e proficuo e che
oggi noi possediamo un notevole corredo di strumenti concettuali di cui non
facciamo uso in parte perché siamo tutti
- professori e scolaretti - all’oscuro di molte conquiste concettuali direttamente
accessibili, in parte perché siamo riluttanti ad accettare le necessarie
conseguenze di una chiara visione dei dilemmi umani.
Bateson G., "Mente e natura", Adelphi, pag. 37