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OGNI SCOLARETTO SA CHE...
dal
libro di Bateson:
"Mente e natura", Adelphi
By education most have been misled;
So they believe because they were so bred.
The priest continues what the nurse began,
And thus the child imposes on the man.
JOHN DRYDEN, The Hind and the Panther
[ I più sono stati sviati dall’istruzione; / credono a questo e quello perché così li hanno educati. / Il prete continua ciò che iniziò la balia, / e in tal modo il bambino inganna l’uomo.]
La scienza, come l’arte, la religione, il commercio, la guerra e anche il sonno,
è basata su presupposti. Essa, tuttavia, differisce dalla maggior parte
delle altre branche dell’attività umana non solo perché sono i
presupposti degli scienziati a determinare le vie seguite dal pensiero scientifico,
ma anche perché gli obiettivi stessi di questi ultimi consistono nel
controllo e nella revisione dei vecchi presupposti e nella creazione di nuovi.
In quest’ultima attività, è chiaramente desiderabile (ma non assolutamente
necessario) che lo scienziato abbia piena coscienza dei propri presupposti e
sia in grado di enunciarli. Inoltre, per dare giudizi scientifici è vantaggioso
e necessario conoscere i presupposti dei colleghi che lavorano nello stesso
campo. Soprattutto, è necessario che il lettore di testi scientifici
conosca i presupposti di chi scrive.
Ho insegnato varie branche della biologia del comportamento e dell’antropologia
culturale a studenti americani di diverse scuole e ospedali, dalle matricole
universitarie agli psichiatri interni, e mi sono imbattuto in una stranissima
lacuna nel loro modo di pensare, che deriva dalle carenza di certi strumenti
concettuali. Questa carenza è distribuita in modo abbastanza uniforme
a tutti i livelli di istruzione, tra gli studenti di entrambi i sessi, tra chi
si occupa di letteratura o arte e chi si occupa di scienza. Si tratta, in modo
specifico, dell’ignoranza dei presupposti non solo della scienza, ma anche della
vita di ogni giorno.
Questa lacuna, stranamente, è meno clamorosa in due gruppi di studenti
che molto farebbe supporre in forte contrasto tra loro: i cattolici e i marxisti.
Entrambi i gruppi, per riflessione personale o per averne sentito parlare, sanno
qualcosa sugli ultimi 2500 anni del pensiero umano, e riconoscono entrambi,
in una certa misura, l’importanza dei presupposti filosofici, scientifici ed
epistemologici. Ad entrambi è difficile insegnare, perché tale
è l’importanza che essi attribuiscono alle premesse e ai presupposti
"giusti", che l’eresia equivale per loro a una minaccia di scomunica.
È naturale che chi nell’eresia sente un pericolo si preoccuperà
di chiarire bene a se stesso i propri presupposti e diventerà una specie
di esperto in materia.
Coloro cui sfugge completamente l’idea che è possibile aver torto non
possono imparare nulla, se non la tecnica.
L’argomento di questo libro è molto vicino a ciò che sta al centro
della religione e dell’ortodossia scientifica. I presupposti - e alla maggior
parte degli studenti bisogna insegnare come si presenta un presupposto - sono
cose da portare alla luce del giorno.
C’è tuttavia un’altra difficoltà, tipica soprattutto dell’ambiente
americano. Nei loro presupposti gli americani sono indubbiamente rigidi al pari
di chiunque altro (e sono rigidi, su questi argomenti, quanto l’autore del presente
libro), ma reagiscono in modo strano di fronte a qualunque enunciazione precisa
di un presupposto. Di solito, una tale enunciazione è considerata ostile
o ironica oppure (ed è la cosa più grave) è avvertita come
autoritaria.
Accade così che in questo paese, fondato per garantire la libertà
religiosa, l’insegnamento della religione sia bandito dal sistema dell’istruzione
pubblica. Naturalmente, chi appartiene a una famiglia poco religiosa non riceve
alcuna preparazione religiosa fuori della famiglia.
Di conseguenza, enunciare in modo formale e articolato una qualunque premessa
o presupposto significa trovarsi di fronte alla sottile resistenza non della
contraddizione, poiché chi ascolta non conosce le premesse contraddittorie
e non sa enunciarle, ma di quella raffinata sordità che i bambini usano
per allontanare da sé i comandi e gli ammonimenti di genitori, insegnanti
e autorità religiose.
Sia come sia, io credo all’importanza dei presupposti scientifici, all’idea
che esistano modi più o meno buoni di costruire le teorie scientifiche
e alla necessità di una chiara enunciazione dei presupposti, così
da poterli migliorare.
Questo capitolo è dedicato perciò a un elenco di presupposti,
alcuni familiari, altri sconosciuti ai lettori i cui pensieri sono stati tenuti
lontani dalla brutale idea che certe proposizioni sono semplicemente errate.
Alcuni strumenti di pensiero hanno perso il loro filo e sono quasi del tutto
inutili, altri sono così taglienti da risultare pericolosi. Ma il saggio
avrà l’uso degli uni e degli altri.
Vale la pena tentare di individuare certi presupposti fondamentali che tutte
le menti devono condividere, o viceversa, definire la mente elencando un certo
numero di queste caratteristiche fondamentali della comunicazione.
I. LA SCIENZA NON PROVA MAI NULLA
La scienza talora migliora le ipotesi, talora le confuta, ma la prova è
un altro paio di maniche e forse non si dà mai, se non nel regno della
tautologia completamente astratta. Talvolta possiamo dire che se sono dati il
tale e il talaltro postulato o supposizione astratta, allora la tale e talaltra
cosa deve assolutamente seguire. Ma la verità su ciò che può
essere percepito o raggiunto induttivamente partendo dalla percezione è
qualcosa di affatto diverso.
Ammettiamo che la verità significhi una corrispondenza precisa tra la
nostra descrizione e ciò che descriviamo, o tra la nostra rete totale
di astrazioni e deduzioni e una qualche comprensione totale del mondo esterno.
La verità in questo senso non è raggiungibile. E anche se ignoriamo
le barriere della codificazione, cioè la circostanza che la nostra descrizione
sarà fatta di parole, cifre o figure, mentre ciò che descriviamo
sarà di carne, sangue e azione, anche se trascuriamO questo ostacolo
della traduzione, non potremo mai sostenere di aver raggiunto la conoscenza
ultima di alcunché.
Un modo convenzionale di presentare argomentativamente questo punto è
più o meno il seguente supponiamo che io vi dia una serie (di numeri
o di altre indicazioni) e vi fornisca anche il presupposto che la serie è
ordinata. Supponiamo per semplicità che si tratti di una serie di numeri:
2, 4, 6, 8, 10, 12...
Poi vi chiedo: "Qual è il numero successivo di questa serie? ".
Probabilmente risponderete: "14 ".
Ma in questo caso io replicherò: "Niente affatto, il numero successivo
è 27 ". In altre parole, la vostra immediata generalizzazione sulla
base dei dati forniti all’inizio, che si trattasse cioè della serie dei
numeri pari, è stata dimostrata sbagliata o solo approssimata dall’evento
successivo.
Andiamo avanti. Continuerò la mia esposizione generando la serie seguente:
2, 4, 6, 8, 10, 12, 27, 2, 4, 6, 8, 10, 12, 27, 2, 4, 6,
8, 10, 12, 27...
Se ora vi chiedo di indovinare il numero successivo, probabilmente direte "2
". Dopo tutto, vi sono state fornite tre ripetizioni della successione
da 2 a 27, e se avete una buona preparazione scientifica influirà su
di voi il presupposto detto rasoio di Occam o regola della parsimonza cioè
la preferenza per le più semplici tra le ipotesi che si conformano ai
fatti. Ma i fatti, quali sono? In realtà i fatti che voi avete a disposizione
non vanno oltre la fine della successione (forse incompleta) che vi ho dato.
Voi ritenete di poter prevedere e in effetti sono stato io a suggerirvi questo
presupposto. Ma la sola base che possedete è la vostra preferenza (inculcata)
per la risposta più semplice e la fiduciosa convinzione che la mia richiesta
significasse davvero che la successione era incompleta e ordinata.
Sfortunatamente (o forse fortunatamente) il fatto successivo non è in
realtà mai accessibile: tutto ciò che possedete è la speranza
della semplicità, e il fatto successivo può sempre portarvi al
livello di complessità successivo.
Oppure diciamo che, qualunque successione di numeri io vi presenti, esisteranno
sempre alcuni modi semplici di descriverla, ma vi sarà un numero infinito
di modi alternativi non vincolati dal criterio della semplicità.
Supponiamo che i numeri siano rappresentati da lettere:
x, w, p, n
e così via. Queste lettere potrebbero rappresentare numeri qualsiasi,
magari frazioni. Basta solo che io ripeta la serie tre o quattro volte in una
qualche forma verbale o visiva, o comunque sensoriale, anche sotto forma di
stimolazione dolorosa o cinestetica, perché voi cominciate a percepire
in essa una struttura. Nella vostra mente - e nella mia - essa diventerà
un tema, e avrà un valore estetico: in questa misura sarà familiare
e comprensibile.
Ma la struttura può venir cambiata o spezzata dall’addizione, dalla ripetizione,
da qualunque cosa vi costringa a percepirla in modo nuovo, e questi cambiamenti
non possono essere mai previsti con assoluta certezza perché non sono
ancora avvenuti.
Non abbiamo sufficiente conoscenza del modo in cui il presente sfocerà
nel futuro; non saremo mai in grado di dire: Ecco! Il modo in cui percepisco
e interpreto questa serie vale per tutte le sue componenti prossime e future",
oppure: "La prossima volta che m’imbatterò in questi fenomeni, sarò
in grado di prevedere l’intero loro corso ".
La previsione non può mai essere valida in modo assoluto e perciò
la scienza non può mai provare una proposizione generale e neppure verificare
un singolo enunciato descrittivo e arrivare così alla verità ultima.
Vi sono altri argomenti per mostrare questa impossibilità. La tesi di
questo libro (che a sua volta può convincervi certo solo nella misura
in cui ciò che io dico si accorda a ciò che voi sapete, e può
sgretolarsi o cambiare radicalmente nel giro di pochi anni) presuppone che la
scienza sia un modo di percepire e di dare per così dire "senso"
a ciò che percepiamo. Ma la percezione opera solo sulla differenza. Ricevere
informazioni vuol dire sempre e necessariamente ricevere notizie di differenza,
e la percezione della differenza è sempre limitata da una soglia. Le
differenze troppo lievi o presentate troppo lentamente non sono percettibili:
non offrono alimento alla percezione.
Quindi ciò che noi, come scienziati, possiamo percepire è sempre
limitato da una soglia: ciò che è subliminale non giunge ad arricchire
le nostre cognizioni. In qualsiasi istante, la nostra conoscenza è sempre
funzione della soglia dei mezzi di percezione di cui disponiamo. L’invenzione
del microscopio, del telescopio, degli strumenti per misurare il tempo fino
a una frazione di nanosecondo e per pesare quantità di materia fino a
un milionesimo di grammo, tutti questi raffinatissimi dispositivi di percezione
svelano quel che era del tutto imprevedibile ai livelli di percezione raggiungibili
in precedenza.
Non solo non possiamo far previsioni sul momento successivo nel tempo, ma, più
radicalmente, non possiamo far previsioni relative allo stadio successivo della
dimensione microscopica, della distanza astronomica o del passato geologico.
La scienza, come metodo di percezione - perché essa non può pretendere
di essere altro che questo -, così come ogni altro metodo di percezione,
ha una capacità limitata di raccogliere i segni esteriori e visibili
di ciò che può essere verità.
La scienza non prova, esplora.
lI. LA MAPPA NON È IL TERRITORIO E IL NOME NON ÈLA COSA DESIGNATA
Questo principio, reso famoso da Alfred Korzybski, opera a molti livelli. Esso
ci ricorda in termini generici che quando pensiamo alle noci di cocco o ai porci,
nel cervello non vi sono né noci di cocco né porci. Ma in termini
più astratti la proposizione di Korzybski asserisce che sempre quando
c’è pensiero o percezione oppure comunicazione sulla percezione vi è
una trasformazione, una codificazione, tra la cosa comunicata, la Ding an sich,
e la sua comunicazione. Soprattutto, la relazione tra la comunicazione e la
misteriosa cosa comunicata tende ad avere la natura di una classificazione,
di un’assegnazione della cosa a una classe. Dare un nome è sempre un
classificare e tracciare una mappa è essenzialmente lo stesso che dare
un nome.
Tutto sommato, Korzybski parlava da filosofo e cercava di convincere gli altri
a disciplinare il loro modo di pensare. Ma era una battaglia perduta in partenza.
Quando passiamo ad applicare la sua massima alla storia naturale dei processi
mentali umani, la cosa non è più così semplice. Forse la
distinzione tra il nome
e la cosa designata, o tra la mappa e il territorio, è tracciata in realtà
solo dall’emisfero dominante del cervello. L’emisfero simbolico o affettivo,
di solito quello destro, è probabilmente incapace di distinguere il nome
dalla cosa designata: certo esso non si Occupa di questo genere di distinzioni.
Accade quindi che certi tipi di comportamento non razionale siano necessariamente
presenti nella vita dell’uomo. ~ un fatto che noi abbiamo due emisferi, e da
questo fatto non possiamo prescindere. E’ un fatto che questi due emisferi operino
in modo un po’ diverso l’uno dall’altro, e non possiamo sfuggire alle complicazioni
che questa differenza comporta.
Con l’emisfero dominante possiamo considerare, ad esempio, una bandiera come
una sorta di nome del paese o dell’organizzazione che essa rappresenta. Ma l’emisfero
destro non fa questa distinzione e considera la bandiera sacramentalmente identica
a ciò che essa rappresenta. Così "Old Glory è gli
Stati Uniti: se qualcuno la calpesta, può esserci una reazione di rabbia.
E questa rabbia non la si diminuisce spiegando le relazioni tra mappa e territorio.
(Dopo tutto chi calpesta la bandiera la identifica a sua volta con ciò
che essa rappresenta). Ci saranno sempre e necessariamente moltissime situazioni
in cui la reazione non e guidata dalla distinzione logica tra il nome e la cosa
designata.
III. NON ESISTE ESPERIENZA OGGETTIVA
Ogni esperienza è soggettiva. Questo non è che un corollario di
ciò che viene discusso nel paragrafo IV: che è il nostro cervello
a costruire le immagini che noi crediamo di ’ percepire’.
É significativo che ogni percezione - ogni percezione conscia - abbia
le caratteristiche di un’immagine. Un dolore è localizzato in una parte
del corpo: ha
un inizio, una fine e una collocazione, e si evidenzia su uno sfondo indifferenziato.
Queste sono le componenti elementari di un’immagine. Quando qualcuno mi pesta
un piede, ciò che sperimento non è il suo pestarmi un piede, ma
l’immagine che io mi faccio del suo pestarmi il piede, ricostruita sulla base
di segnali neurali che raggiungono il mio cervello in un momento successivo
al contatto del suo piede col mio. L’esperienza del mondo esterno è sempre
mediata da specifici organi di senso e da specifici canali neurali. In questa
misura, gli oggetti sono mie creazioni e l’esperienza che ho di essi è
soggettiva, non oggettiva.
Tuttavia, non è banale osservare che pochissimi, almeno nella cultura
occidentale, dubitano dell’oggettività di dati sensoriali come il dolore
o delle proprie immagini visive del mondo esterno. La nostra civiltà
è profondamente basata su questa illusione.
IV. I PROCESSI DI FORMAZIONE DELLE IMMAGINI SONO INCONSCI
Questa asserzione generale sembra sia vera per tutto ciò che accade
tra la mia azione a volte conscia di rivolgere un organo di senso verso una
sorgente di informazione e l’azione conscia di ricavare informazioni da un’immagine
che ’io’ credo di vedere, udire, sentire, gustare o odorare. Anche un dolore
è sicuramente un’immagine creata.
Gli uomini, gli asini e i cani indubbiamente sono tutti consci di ascoltare
e addirittura di drizzare le orecchie nella direzione del suono. Quanto alla
vista, un oggetto che si muova alla periferia del mio campo visivo richiamerà
la mia ’attenzione’ (qualunque cosa voglia dire), sicché volgerò
gli occhi e anche il capo per guardare. È un atto spesso conscio, ma
a volte quasi automatico, al punto che passa inosservato. Spesso sono conscio
di girare il capo, ma ignoro quale oggetto periferico mi abbia spinto a farlo.
La retina periferica riceve moltissime informazioni che rimangono fuori della
coscienza - forse, ma non sicuramente, sotto forma d’immagine.
I processi della percezione sono inaccessibili; solo i prodotti sono consci
e, ovviamente, sono i prodotti ad essere necessari. I due fatti generali - primo,
che non sono conscio del processo di formazione delle immagini che vedo consciamente,
e, secondo, che in questi processi inconsci io uso tutta una gamma di presupposti
che vanno a integrarsi nell’immagine compiuta - sono, per me, il principio dell’epistemologia
empirica.
Tutti, ovviamente, sappiamo che le immagini che ’vediamo’ sono in realtà
fabbricate dal cervello o dalla mente; ma saperlo con l’intelletto è
molto diverso dal rendersi conto che è davvero così. Questo aspetto
della faccenda si impose con forza alla mia attenzione una trentina di anni
fa a New York, in occasione di una dimostrazione pubblica data da Adalbert Ames,
Jr. di certi esperimenti su come conferiamo profondità alle nostre immagini
visive. Ames era un oculista che aveva lavorato su pazienti affetti da anisoconia,
i cui occhi cioè formavano immagini di grandezza diversa. Ciò
lo aveva portato a studiare le componenti soggettive della percezione della
profondità. Poiché questo argomento è importante e costituisce
la base stessa dell’epistemologia empirica o sperimentale, mi soffermerò
un poco a descrivere il mio incontro con gli esperimenti di Ames.
Ames li aveva allestiti in un grande appartamento vuoto nel centro di New York.
Ricordo che ce n’erano una cinquantina. Quando arrivai, non c’erano altri visitatori.
Ames mi accolse e mi propose di cominciare dalla prima dimostrazione della serie
mentre lui continuava a lavorare ancora un po’ in una stanzetta che fungeva
da ufficio. Il resto dell’appartamento, a parte due sedie a sdraio pieghevoli,
non conteneva alcun mobile.
Passai da un esperimento all’altro: ciascuno comprendeva un qualche tipo di
illusione ottica sulla percezione della profondità. La tesi di tutta
la dimostrazione era che noi usiamo cinque indizi principali per arrivare a
creare l’apparenza della profondità nelle immagini che formiamo quando
attraverso gli occhi guardiamo il mondo esterno.
Il primo di questi indizi sono le dimensioni,’ cioè le dimensioni dell’immagine
fisica sulla retina. Naturalmente non possiamo vedere quest’immagine, sicché
sarebbe più esatto dire che il primo indizio per stabilire la distanza
è l’angolo che l’oggetto sottende nell’occhio. Ma di fatto neppure quest’angolo
è visibile. L’indizio della distanza registrato sul nervo ottico è
forse la variazione dell’angolo sotteso. Per dimostrare questa verità
vi erano due palloncini posti in un ambiente buio, illuminati allo stesso modo,
ma collegati in modo da poter trasferire l’aria dall’uno all’altro. I palloncini
non si muovevano, ma quando uno si gonfiava e l’altro si sgonfiava l’osservatore
aveva l’impressione che quello che si gonfiava s’avvicinasse e l’altro s’allontanasse.
Col passaggio alterno dell’aria dall’uno all’altro, sembrava che i palloncini
si muovessero alternativamente avanti e indietro.
Il secondo indizio era il contrasto di luminosità. Per dimostrano, i
palloncini conservavano le stesse dimensioni e naturalmente non venivano affatto
mossi. Cambiava solo l’illuminazione, che era più intensa ora sull’uno
ora sull’altro. Quest’alternanza di illuminazione, come l’alternanza delle dimensioni,
dava l’impressione che i palloncini si allontanassero a turno, secondo che la
luce cadeva ora sull’uno e ora sull’altro.
Gli esperimenti successivi mostravano come questi due indizi, dimensioni e luminosità,
potevano essere usati insieme e in opposizione tra di loro per dan luogo a una
contraddizione. Il palloncino che si sgonfiava riceveva ora più luce
dell’altro: questo esperimento composito introduceva l’idea che certi indizi
sono dominanti rispetto ad altri.
La successione complessiva degli indizi così dimostrati comprendeva le
dimensioni, la luminosità, la sovrapposizione, la parallasse binoculare
e la parallasse prodotta dai movimenti del capo. La più potente tra esse
era la parallasse generata dal moto del capo.
Dopo aver osservato venti o trenta di queste dimostrazioni, ero pronto per una
breve pausa e andai a sedermi su una delle sedie a sdraio. La sedia mi rovinò
sotto. Udendo il fracasso, Ames venne ad assicurarsi che tutto fosse a posto;
poi restò con me e mi presentò i due esperimenti seguenti.
Il primo riguardava la parallasse (si veda il Glossario). Su un tavolo lungo
circa un metro e mezzo c’erano due oggetti: un pacchetto di sigarette Lucky
Strike, infilzato su una punta di metallo che lo teneva sollevato di qualche
centimetro dal piano del tavolo, e, all’estremità opposta, una scatoletta
di fiammiferi anch’essa infilzata su uno spillo.
Ames mi fece mettere a un’estremità del tavolo e mi chiese di descrivere
ciò che vedevo, cioè dove erano posti i due oggetti e quanto mi
sembravano grandi. (Nei suoi esperimenti Ames fa sempre osservare al soggetto
la verità prima di sottoporlo alle illusioni).
Poi Ames mi indicò un’asse di legno posta verticalmente contro il bordo
del tavolo, dalla mia parte, con un semplice foro rotondo attraverso il quale
potevo guardare il tavolo per il verso della lunghezza. Mi disse di guardare
attraverso il foro e di riferirgli ciò che vedevo. Naturalmente i due
oggetti apparivano sempre li dove sapevo che si trovavano, e le loro dimensioni
erano quelle ben note.
Guardando attraverso il foro dell’asse non avevo più una veduta panoramica
del tavolo ed ero costretto a usare un occhio solo. Ames però suggerì
che avrei potuto ottenere una parallasse sugli oggetti facendo scorrere l’asse
lateralmente.
Mentre spostavo l’occhio di lato seguendo l’asse, come per incanto l’immagine
cambiò del tutto. Il pacchetto di Lucky Strike era finito d’un tratto
all’estremità opposta del tavolo e sembrava alto e largo il doppio di
un pacchetto normale. Anche la superficie della carta di cui era fatto aveva
cambiato grana, e le sue minuscole irregolarità apparivano adesso più
grandi. La scatoletta di fiammiferi, invece, aveva assunto all’improvviso dimensioni
lillipuziane e pareva situata a metà del tavolo, nella posizione in cui
prima si vedeva il pacchetto di sigarette.
Che cosa era accaduto?
La risposta era semplice: sotto il tavolo, invisibili, c’erano due leve o sbarre
che facevano spostare gli oggetti dilato quando io spostavo l’asse. Nella parallasse
normale, come tutti sanno, quando guardiamo il paesaggio da un treno in corsa,
gli oggetti più vicini sembrano passare più rapidamente: le mucche
presso le rotaie spariscono in un batter d’occhio. Invece le montagne sullo
sfondo passano così lentamente che, rispetto alle mucche, sembrano quasi
viaggiare alla stessa velocità del treno.
In questo caso, le leve sotto il tavolo facevano muovere l’oggetto più
vicino insieme con l’osservatore: il pacchetto di sigarette si comportava come
se fosse stato lontano, la scatoletta di fiammiferi si muoveva come se fosse
stata vicina.
In altre parole, muovendo l’occhio e insieme l’asse, creavo un rovesciamento
di ciò che appare alla vista. In tali circostanze, i processi inconsci
di formazione delle immagini costruivano l’immagine corretta. L’informazione
ricavata dal pacchetto di sigarette veniva letta e utilizzata per formare l’immagine
di un pacchetto lontano, ma l’altezza del pacchetto sottendeva nel mio occhio
sempre lo stesso angolo: perciò ora il pacchetto sembrava avere dimensioni
enormi. Analogamente la scatoletta di fiammiferi in apparenza veniva avvicinata,
ma continuava a sottendere lo stesso angolo che sottendeVa dalla sua posizione
reale. Ciò che avevo prodotto era un’immagine in cui la scatoletta sembrava
aver dimezzato la sua distanza ma dimezzato anche le sue solite dimensioni.
Il meccanismo della percezione aveva prodotto l’immagine in conformità
con le regole della parallasse, regole che furono espresse chiaramente per la
prima volta dai pittori del Rinascimento; e l’intero processo - la creazione
dell’immagine incorporante le conclusioni tratte dagli indizi della parallasse
- si era svolto completamente al di fuori della mia coscienza. Le regole dell’universo
che crediamo di conoscere sono sepolte nel profondo dei nostri processi di percezione.
L’epistemologia, al livello della storia naturale, è in gran parte inconscia
e perciò altrettanto difficile da cambiare. Il secondo esperimento che
Ames mi presentò illustra la difficoltà di questo cambiamento.
Questo esperimento è stato chiamato la stanza trapezoidale. Questa volta
Ames mi fece esaminare uno scatolone largo un metro e mezzo, alto un metro e
profondo altrettanto, di una strana forma trapezoidale: Ames mi disse di osservano
con cura per mandar bene a mente le sue vere dimensioni.
Nella parte anteriore dello scatolone c’era uno spioncino abbastanza largo per
entrambi gli occhi, ma prima di iniziare l’esperimento Ames mi fece mettere
un paio di occhiali prismatici che avrebbero falsato la mia visione binoculare.
Avrei così avuto il presupposto soggettivo di possedere la parallasse
dei due occhi, mentre in realtà non ricevevo quasi nessun indizio binoculare.
Quando guardai attraverso lo spioncino, l’interno dello scatolone mi apparve
perfettamente rettangolare e raffigurante una stanza con finestre rettangolari.
Ovviamente le linee che rappresentavano le finestre erano in realtà tutt’altro
che semplici: erano state tracciate in modo da dare l’illusione ottica di un
rettangolo, contraddicendo la vera forma trapezoidale della stanza. Come sapevo
dal mio esame precedente, il lato dello scatolone che avevo di fronte, guardando
attraverso lo spioncino, era posto obliquamente, sicché mi era più
vicino a destra e più lontano a sinistra.
Ames mi diede una stecca e mi disse di infilarla nello scatolone e di toccare
con la punta un foglio di carta fissato sulla parete sinistra. Ci riuscii abbastanza
facilmente. Quindi Ames disse: "Lo vede un foglio uguale sulla destra?
Cerchi di colpire con la stecca anche quello. Parta appoggiando la punta della
stecca contro il foglio di sinistra e colpisca con forza ".
Feci partire il colpo. L’estremità della stecca percorse pochi centimetri,
urtò la parete di fondo della stanza e non poté proseguire. Ames
mi disse: "Provi di nuovo ".
Provai una cinquantina di volte almeno, finché il braccio cominciò
a dolermi. Naturalmente sapevo che correzione dovevo apportare al movimento
per evitare la parete di fondo avrei dovuto tirare indietro il braccio mentre
colpivo. Ma ciò che facevo era guidato dalla mia immagine, e io cercavo
di andar contro il mio movimento spontaneo. (Se avessi chiuso gli occhi probabilmente
sarei riuscito a far meglio, ma non ci provai).
Non riuscii a colpire quel secondo foglio, ma è interessante notare che
i miei movimenti migliorarono e verso la fine riuscivo a spostare la stecca
di parecchi centimetri prima che urtasse contro il fondo. E man mano che provavo
e riprovavo migliorando la mia azione, la mia immagine cambiava e mi dava un’impressione
più trapezoidale della forma della stanza.
In seguito Ames mi disse che a forza di provare si imparava davvero a colpire
molto facilmente il secondo foglio e insieme a vedere la stanza nella sua vera
forma trapezoidale.
La stanza trapezoidale era l’ultimo esperimento della serie, e a questo punto
Ames mi propose di andare a pranzo insieme. Andai a lavarmi le mani nel bagno
dell’appartamento: girai il rubinetto segnato "F" e ne uscì
un getto fumante di acqua caldissima.
Poi scesi con Ames in cerca di un ristorante. La fiducia che nutrivo nella mia
formazione delle immagini era così scossa che quasi non riuscii ad attraversare
la strada. Non ero sicuro che le automobili sopraggiungenti fossero davvero
in ogni istante là dove mi pareva di vederle.
Insomma, il libero arbitrio non serve davanti agli ordini immediati delle immagini
che la percezione presenta all’ "occhio della mente ". Ma con uno
strenuo esercizio e con l’autocorrezione è in parte possibile modificare
queste immagini. (Questi cambiamenti di calibrazione verranno ulteriormente
discussi nel capitolo VII).
Nonostante questa bellissima serie di esperimenti, il fenomeno della formazione
delle immagini rimane quasi del tutto misterioso: non sappiamo né come
avviene né, in verità, a quale scopo.
Siamo d’accordo che sotto il profilo dell’adattamento ha senso presentare alla
coscienza soltanto le immagini, senza spreco di attività psicologica
per rendere cosciente la loro formazione. Ma non esiste alcuna chiara ragione
fondamentale per cui si debbano usare proprio le immagini, o anzi si debba essere
consapevoli delle fasi dei nostri processi mentali.
Il ragionamento suggerisce che la formazione delle immagini è forse un
metodo vantaggioso o economico per far passare informazioni attraverso un qualche
genere di interfaccia. In particolare, quando un essere umano deve operare in
un contesto tra due macchine, è vantaggioso che esse gli forniscano le
loro informazioni sotto forma di immagini.
Un caso che è stato studiato sistematicamente è quello di un artigliere
addetto a un pezzo antiaereo su una nave. Le informazioni provenienti da una
serie di dispositivi di puntamento orientati su un bersaglio in volo vengono
riassunte all’artigliere sotto forma di un punto mobile su uno schermo (cioè
di un’immagine). Sullo stesso schermo vi è un altro punto, la cui posizione
riassume la direzione in cui è puntato il cannone antiaereo. L’uomo può
spostare questo secondo punto girando certe manopole del dispositivo. Queste
manopole modificano anche il puntamento del cannone. L’uomo deve manovrare le
manopole finché i due punti sullo schermo non coincidono: allora spara.
Il sistema contiene due interfacce: sistema sensoreuomo e uomo-sistema effettore.
Naturalmente, è possibile immaginare in questo caso che le informazioni
tanto in entrata quanto in uscita possano essere trattate facendo uso di segni
discreti piuttosto che di una presentazione iconica. Tuttavia a me pare che
il dispositivo iconico sia senz’altro più vantaggioso, non solo perché,
in quanto essere umano, io sono un costruttore di immagini mentali, ma anche
perché in queste interfacce le immagini sono economiche o efficienti.
Se questo ragionamento è corretto, sarebbe logico congetturare che i
mammiferi formano immagini perché i loro processi mentali devono attraversare
molte interfacce.
La nostra non-consapevolezza dei nostri processi di percezione ha alcuni interessanti
effetti collaterali. Ad esempio, quando questi processi operano senza essere
controllati dal materiale in entrata proveniente da un organo di senso, come
nel caso del sogno o dell’allucinazione o dell’immaginazione eidetica (si veda
il Glossario), è talora difficile dubitare della realtà esterna
di ciò che le immagini sembrano rappresentare. Per converso, è
forse un bene non conoscere o quasi il meccanismo di creazione delle immagini
percettive. Ignorando questo lavoro, siamo liberi di credere a ciò che
ci dicono i nostri sensi. Potrebbe essere scomodo dubitare continuamente della
validità dei messaggi mandati dai nostri sensi.
V. LA DIVISIONE IN PARTI E IN TOTALITA DELL’UNIVERSO PERCEPITO È VANTAGGIOSA
E FORSE NECESSARIA, MA NESSUNA NECESSITÀ DETERMINA
COME CIÒ DEBBA ESSERE FATTO
Ho tentato molte volte di insegnare questo concetto generale a varie classi
di studenti, e a questo fine mi sono servito della figura 1.
Figura 1
Per la presentazione, la figura viene tracciata sulla lavagna con una certa
cura, ma senza le lettere che contrassegnano i vari vertici. Si chiede alla
classe di dare della ’cosa’ una descrizione scritta lunga circa una pagina.
Quando tutti hanno finito, si confrontano i risultati.
Essi si suddividono in diverse categorie:
a) Circa il dieci per cento o meno degli studenti afferma, ad esempio, che l’oggetto è uno stivale, o, più pittorescamente, lo stivale di un gottoso, o addirittura un cesso. È evidente che chi ascoltasse queste o simili descrizioni analogiche o iconiche troverebbe difficile riprodurre l’oggetto.
b) Un numero molto più elevato di studenti vede che l’oggetto contiene la maggior parte di un rettangolo e di un esagono, e dopo averlo diviso in parti a questo modo, passa a cercare di descrivere le relazioni tra il rettangolo e l’esagono incompleti. Solo alcuni di loro (ma di solito, e sorprendentemente, uno o due in ogni classe) scoprono che è possibile tracciare un segmento BH e prolungarlo fino a toccare la base DC in un punto I, tale che il segmento HI completi un esagono regolare (figura 2).
Figura 2
Questo segmento immaginario definirà le proporzioni del rettangolo ma,
naturalmente, non le lunghezze assolute. Di solito mi congratulo con questi
studenti per la loro capacità di creare ciò che somiglia a molte
ipotesi scientifiche, che ’spiegano’ una regolarità percettibile in termini
di qualche entità creata dall’immaginazione.
c) Molti studenti preparati ricorrono a un metodo di descrizione operativo:
partono da un qualche punto del perimetro (sempre un vertice, si noti) e di
lì procedono, solitamente in senso orario, a dare le istruzioni per disegnare
l’oggetto.
d) Esistono anche altri metodi di descrizione ben conosciuti che nessuno studente
ha finora seguito. Nessuno è partito dall’asserzione: È fatto
di gesso e lavagna. Nessuno ha mai usato il metodo del cliché a mezzatinta,
suddividendo la superficie della lavagna con un reticolo (di rettangoli arbitrari)
e assegnando a ogni casella del reticolo un "sì" o un "no"
a seconda che contenga o non contenga una parte dell’oggetto. Naturalmente,
se il reticolo è rado e l’oggetto è piccolo, andrà persa
una quantità molto rilevante d’informazione. (Si pensi al caso in cui
tutto l’oggetto è più piccolo di una casella del reticolo: la
descrizione consisterà allora in un numero di "sì "compreso
tra uno e quattro, secondo come cadono le divisioni del reticolo rispetto all’oggetto).
Si tratta comunque, in linea di principio, del modo in cui vengono trasmessi,
con impulsi elettrici, i cliché delle illustrazioni dei giornali, e anzi,
del modo in cui funziona la televisione.
Si noti che nessuno di questi metodi di descrizione dà alcun contributo
alla spiegazione di questo oggetto, l’esarettangolo. La spiegazione deve sempre
scaturire dalla descrizione, ma la descrizione da cui essa scaturisce conterrà
sempre di necessità caratteristiche arbitrarie, come quelle esemplificate
qui.
VI. LE SUCCESSIONI DIVERGENTI SONO IMPREVEDIBILI
Secondo l’immagine popolare della scienza, tutto è, per principio, prevedibile
e controllabile; e se qualche evento o processo non è prevedibile e controllabile
allo stato attuale delle nostre conoscenze, un lieve aumento della conoscenza
e, soprattutto, della tecnologia ci metterà in grado di prevedere e controllare
le variabili ribelli.
Quest’opinione è errata, non soltanto nei particolari, ma anche nel principio.
È anzi possibile definire ampie classi di fenomeni in cui la previsione
e il controllo sono semplicemente impossibili per ragioni fondamentali ma comprensibilissime.
L’esempio più comune di questa classe di fenomeni è forse la rottura
di un materiale superficialmente omogeneo, come il vetro. Del pari imprevedibile
è il moto browniano (si veda il Glossario) delle molecole in un liquido
o in un gas.
Se getto un sasso contro il vetro di una finestra, in condizioni opportune il
vetro si rompe o s’incrina secondo una figura a stella. Se il sasso colpisce
il vetro con la velocità di una pallottola, può darsi che ne stacchi
di netto un pezzetto di forma conica, detto cono di percussione. Se il sasso
è troppo lento e troppo piccolo, può darsi che il vetro non si
rompa affatto. A questo livello la previsione e il controllo sono perfettamente
possibili: purché nello scagliare il sasso io non mi trovi in situazioni
estreme, posso facilmente prevedere quale dei tre risultati seguirà (la
stella, il cono di percussione o nessuna rottura).
Ma all’interno delle condizioni che portano alla rottura a stella, sarà
impossibile prevedere o controllare il percorso e la posizione dei raggi della
stella.
Parrà strano, ma quanto più precisi sono i metodi di laboratorio,
tanto più imprevedibili diventano gli eventi. Se prendo il vetro più
omogeneo che esista, ne levigo la superficie fino a ottenere la massima regolarità
ottica e controllo il moto del sasso con la maggior precisione possibile, ottenendo
un urto quasi assolutamente verticale sulla superficie del vetro, ebbene, tutti
questi sforzi non faranno che rendere ancora più impossibile la previsione
degli eventi.
Se viceversa incido la superficie del vetro o uso un vetro già incrinato
(il che equivarrebbe a imbrogliare), allora sono in grado di fare qualche previsione
approssimata. Per un qualche motivo (che non conosco) la linea di frattura correrà
parallela all’incisione, a una distanza di circa un quarto di millimetro, sicché
l’incisione rimarrà tutta dalla stessa parte della frattura. Alla fine
dell’incisione, la frattura prenderà una direzione imprevedibile.
Una catena sottoposta a tensione si spezzerà nel suo anello più
debole. Questo lo si può prevedere. Ciò che è difficile
è individuare l’anello più debole prima che si spezzi. Possiamo
conoscere la cosa generale, ma è la cosa specifica che ci sfugge. Vi
sono catene costruite per spezzarsi a una certa tensione e in un certo anello;
ma una buona catena è omogenea e non permette alcuna previsione. E non
potendo sapere qual è l’anello più debole, non possiamo neppure
sapere con precisione quanta tensione occorrerà per spezzare la catena.
Se scaldiamo un liquido trasparente (ad esempio dell’acqua distillata) in un
matraccio pulito e ben liscio, in che punto comparirà la prima bolla
di vapore? A che temperatura? E in quale istante?
Sono domande cui non si può rispondere, a meno che non vi sia una lieve
rugosità sulla superficie interna del matraccio o un granello di polvere
nel liquido. In assenza di un così manifesto nucleo per l’inizio del
cambiamento di stato, nessuna previsione è possibile; e siccome non possiamo
dire dove comincerà il cambiamento, non possiamo neppure dire quando.
Perciò non possiamo dire a quale temperatura avrà inizio l’ebollizione.
Se l’esperimento è condotto in modo critico, cioè se l’acqua è
molto pura e il matraccio molto liscio, vi sarà un certo surriscaldamento.
Alla fine l’acqua bollirà. Alla fine vi sarà sempre una differenza
che fungerà da nucleo per il cambiamento. Alla fine il liquido surriscaldato
’troverà’ questo punto differenziato e bollirà in modo esplosivo
per alcuni istanti finché la temperatura non si ridurrà al punto
di ebollizione normale corrispondente alla pressione baro-metrica dell’ambiente.
Analogo discorso vale per il congelamento di un liquido e per la precipitazione
dei cristalli in una soluzione soprassatura. Affinché il processo cominci,
occorre un nucleo, cioè un punto differenziato che, nel caso della soluzione
soprassatura, può essere appunto un cristallo microscopico.
Osserveremo più avanti che vi è un abisso tra le asserzioni relative
a un individuo specifico e quelle relative a una classe. Tali asserzioni sono
di tipo logico diverso, e le previsioni che muovono dalle une alle altre sono
sempre incerte. L’asserzione "Il liquido bolle" è di tipo logico
diverso dall’asserzione "Questa molecola sarà la prima a muoversi
".
Quanto sopra è per molti versi pertinente alla teoria della storia,
alla filosofia su cui si fonda la teoria evoluzionistica e, in generale, alla
nostra comprensione del mondo in cui viviamo.
Nella teoria della storia, la filosofia marxista sostiene, seguendo Tolstoj,
che i grandi uomini che sono stati i nuclei storici di profondi cambiamenti
o invenzioni sociali erano in un certo senso marginali ai cambiamenti che hanno
fatto precipitare. Si sostiene, ad esempio, che nel 1859 il mondo occidentale
era maturo (forse più che maturo) per creare e ricevere una teoria dell’evoluzione
che riflettesse e giustificasse l’etica della Rivoluzione industriale. Da questo
punto di vista, si potrebbe far apparire poco importante lo stesso Darwin. Se
non fosse stato lui a formulare la sua teoria, qualcun altro ne avrebbe formulata
una simile nel giro di cinque anni. E in effetti il parallelismo fra la teoria
di Alfred Russel Wallace e quella di Darwin sembrerebbe a prima vista confortare
questa opinione.
I marxisti, se ho ben capito, sosterrebbero che deve necessariamente esistere
un anello più debole, che in presenza di determinate forze6 o tensioni
sociali certi individui saranno i primi a iniziare una certa tendenza, e che
non importa chi essi siano.
È chiaro, invece, che la cosa ha importanza. Se l’iniziatore fosse stato
Wallace, invece di Darwin, oggi avremmo una teoria dell’evoluzione molto diversa.
In seguito al parallelo tracciato da Wallace tra la macchina a vapore con regolatore
e il processo di selezione naturale, tutto il movimento cibernetico sarebbe
forse potuto cominciare cent’anni prima. O forse questo grande passo teorico
sarebbe potuto avvenire in Francia, come conseguenza delle idee di Claude Bernard,
il quale, verso la fine del secolo scorso, scoprì ciò che più
tardi si sarebbe chiamato omeostasi del corpo. Egli osservò che il milieu
interne - l’ambiente interno - era equilibrato, cioè si autocorreggeva.
Sono convinto che sia una sciocchezza affermare che non ha importanza quale
singolo uomo sia stato il nucleo del cambiamento. È appunto questo che
rende la storia futura imprevedibile. L’errore marxista non è altro che
una grossolana confusione di tipi logici, una confusione tra l’individuo e la
classe.
VII. LE SUCCESSIONI CONVERGENTI SONO PREVEDIBILI
Questa asserzione generale è l’inversa di quella esaminata nel paragrafo
precedente, e la relazione tra esse dipende dall’opposizione esistente tra i
concetti di divergenza e di convergenza. Tale opposizione è un caso particolare,
benché assai fondamentale, della differenza tra i livelli successivi
di una gerarchia russelliana, argomento che sarà discusso nel capitolo
IV. Per il momento basterà osservare che le componenti di una gerarchia
russelliana stanno tra di loro come un elemento sta a una classe, una classe
sta a una classe di classi o una cosa sta al proprio nome.
Ciò che importa nelle successioni divergenti è che la descrizione
che ne diamo riguarda gli individui, specialmente le singole molecole. L’incrinatura
del vetro, il primo accenno di ebollizione dell’acqua e tutti gli altri esempi
sono casi in cui l’ubicazione e l’istante dell’evento sono determinati da qualche
costellazione momentanea di un piccolo numero di singole molecole. Analogamente,
nessuna descrizione dei percorsi delle singole molecole del moto browniano consente
alcuna estrapolazione. Ciò che accade in un istante dato, ammesso che
lo si possa conoscere, non ci fornirebbe i dati per prevedere ciò che
accadrà un istante dopo.
Viceversa, il moto dei pianeti del sistema solare, l’evoluzione di una reazione
chimica in un miscuglio ionico di sali, l’urto tra le palle di un biliardo,
tutte cose che interessano milioni di molecole, sono eventi prevedibili, perché
la descrizione che ne diamo ha come oggetto il comportamento di immense moltitudini
o classi di individui. È questo che in certa misura giustifica l’uso
della statistica nella scienza, purché lo statistico rammenti sempre
che le sue asserzioni riguardano solo gli aggregati.
In questo senso, le cosiddette leggi della probabilità mediano fra le
descrizioni del comportamento del singolo e le descrizioni del comportamento
della massa. Vedremo in seguito che questo tipo di conflitto tra l’individuale
e lo statistico ha perseguitato lo sviluppo della teoria dell’evoluzione dai
tempi di Lamarck in poi. Se Lamarck avesse affermato che i cambiamenti dell’ambiente
possono influire sulle caratteristiche generali di intere popolazioni, egli
sarebbe stato al passo con i più recenti esperimenti di genetica, come
quelli di Waddington sull’assimilazione genetica, che descriveremo nel capitolo
VI. Ma Lamarck, e in effetti tutti i suoi seguaci, sembrano aver avuto un’innata
propensione a confondere i tipi logici. (Questo argomento e le corrispondenti
confusioni degli evoluzionisti ortodossi saranno discussi nel capitolo VI).
Sia come sia, nei processi stocastici (si veda il Glossario), tanto dell’evoluzione
quanto del pensiero, il nuovo può essere tratto esclusivamente dal disordine
del casuale. E per trarre il nuovo dal casuale, se e quando esso si manifesta,
occorre un qualche meccanismo selettivo che dia conto della persistenza nel
tempo della nuova idea. Deve vigere qualcosa di simile alla selezione naturale,
in tutta la sua lapalissiana tautologia. Per persistere, il nuovo deve essere
tale da durare più a lungo delle sue alternative. Ciò che dura
più a lungo tra le increspature del casuale deve durare più a
lungo di quelle increspature che non durano altrettanto a lungo. Ecco, in poche
parole, la teoria della selezione naturale.
L’idea marxista della storia (che nella sua forma più rozza sosterrebbe
che se Darwin non avesse scritto l’Origine delle specie, qualcun altro avrebbe
messo fuori un libro simile nel giro di cinque anni) è un infelice tentativo
di dare applicazione pratica a una teoria che vorrebbe vedere il processo sociale
come convergente su eventi che interessano singoli e specifici esseri umani.
L’errore riguarda, ancora una volta, i tipi logici.
VIII. " DAL NULLA NASCE NULLA "
Questa citazione da Re Lear condensa in un’unica frase tutta una serie di sagge
massime medioevali e moderne. Tra le altre:
a) La legge della conservazione della materia e la sua inversa, che non ci si
può aspettare che compaia materia nuova in laboratorio. (Lucrezio diceva:
"Nulla può mai esser creato dal nulla per potere divino ").
b) La legge della conservazione dell’energia e la sua inversa, che non ci si
può aspettare che compaia energia nuova in laboratorio.
c) Il principio dimostrato da Pasteur che non ci si può aspettare che
compaia materia vivente nuova in laboratorio.
d) Il principio che nessun ordine o struttura nuovi possono essere creati senza
informazione.
Di tutti questi enunciati negativi e di altri analoghi possiamo dire che si
tratta di regole probabilistiche piuttosto che dileggi di natura. Tale è
la loro approssimazione al vero che tutte le loro eccezioni sono di estremo
interesse.
Ciò che è particolarmente interessante si nasconde nelle relazioni
tra queste importanti negazioni. Ad esempio, oggi sappiamo che tra la conservazione
dell’energia e la conservazione della materia esiste un nesso per il quale ciascuna
di queste negazioni è a sua volta negata da una trasformazione di materia
in energia e, presumibilmente, di energia in materia.
In questo momento, tuttavia, ha un interesse particolare l’ultima della serie,
e cioè la proposizione che nei campi della comunicazione, dell’organizzazione
del pensiero, dell’apprendimento e dell’evoluzione "dal nulla nasce nulla"
senza informazione.
Questa legge differisce dalle leggi della conservazione dell’energia e della
massa in quanto non contiene alcuna clausola che neghi la distruzione e la perdita
d’informazione, di struttura o di entropia negativa. La struttura e/o l’informazione,
ahimè (ma anche per fortuna), vengono divorate fin troppo facilmente
dal casuale. I messaggi e le direttrici per l’ordine esistono solo, per così
dire, sulla sabbia o sono scritti sull’acqua: quasi ogni disturbo, anche il
semplice moto browniano, li distrugge. L’informazione può essere dimenticata
o offuscata. Il cifrario può andar perduto.
I messaggi cessano di essere tali quando nessuno li può leggere. Senza
la stele di Rosetta non sapremmo nulla di quanto era scritto nei geroglifici
egiziani: essi sarebbero solo eleganti decorazioni sui papiri o sulla pietra.
Per avere significato - finanche per essere riconosciuta come struttura - ogni
regolarità deve incontrarsi con regolarità, o forse abilità,
complementari, e tali abilità sono evanescenti quanto le strutture stesse.
Anch’esse sono scritte sulla sabbia o sull’acqua.
La genesi dell’abilità di reagire al messaggio costituisce il rovescio,
l’altra faccia del processo evolutivo. È la coevoluzione (si veda il
Glossario).
Paradossalmente la profonda verità parziale che "dal nulla nasce
nulla" nel mondo dell’informazione e dell’organizzazione incontra una contraddizione
interessante nel fatto che zero, l’assenza completa di ogni evento indicativo,
può essere un messaggio. La larva della zecca si arrampica su un albero
e resta in attesa su uno dei rami esterni; se fiuta esalazioni di sudore, si
lascia cadere e può darsi che vada a finire su un mammifero; ma se non
fiuta il sudore di li a qualche settimana, si lascia cadere e va ad arrampicarsi
su un altro albero.
La lettera che non scriviamo, le scuse che non porgiamo, il cibo che non mettiamo
fuori per il gatto possono essere tutti messaggi sufficienti ed efficaci, poiché
zero può aver significato in un contesto; e il contesto lo crea chi riceve
il messaggio. Questa capacità di creare il contesto è l’abilità
del ricevente, e acquisirla è la sua parte della coevoluzione di cui
dicevo sopra. Egli deve acquisire questa abilità mediante l’apprendimento
o mediante una felice mutazione, cioè mediante una fortunata incursione
nel casuale. Il ricevente in un certo senso dev’essere pronto per la scoperta
giusta quando essa arriva.
Così, è ipotizzabile che nell’ambito di un processo stocastico
sia valida l’inversa della proposizione: "dal nulla nasce nulla" senza
informazione. Una pronta disposizione può servire a selezionare certe
componenti del casuale che in tal modo diventano informazioni nuove. Tuttavia,
dev’esserci sempre una certa quantità di aspetti casuali da cui poter
formare le nuove informazioni.
Questa circostanza suddivide l’intero campo dell’organizzazione, dell’evoluzione,
della maturazione e dell’apprendimento in due aree separate, quella dell’epigenesi,
o embriologia, e quella dell’evoluzione e dell’apprendimento.
Epigenesi è il termine prescelto da C.H. Waddington per designare il
suo principale campo di interesse, chiamato un tempo embriologia. Esso sottolinea
il fatto che ogni stadio embriologico è un atto di divenire (in greco
génesis) che dev’essere costruito sopra (in greco epz’) lo stato immediatamente
precedente. È significativo che Waddington disprezzasse la teoria dell’informazione
tradizionale, nella quale, così com’egli la vedeva, non c’era posto per
le "nuove" informazioni che egli riteneva si generassero a ogni stadio
dell’epigenesi. E in effetti, secondo la teoria tradizionale, in questo caso
non vi sono informazioni nuove.
Idealmente l’epigenesi dovrebbe somigliare allo sviluppo di una complessa tautologia
(si veda il Glossario), in cui nulla viene aggiunto una volta stabiliti gli
assiomi e le definizioni. Il teorema di Pitagora è implicito (cioè
già racchiuso) negli assiomi, nelle definizioni e nei postulati di Euclide.
Non occorre far altro che portarlo alla luce, dispiegarlo, e, per gli esseri
umani, avere una certa conoscenza dell’ordine dei passaggi da compiere. Quest’ultima
specie d’informazione diventa necessaria solo quando la tautologia di Euclide
è espressa da un modello verbale e simbolico disposto sequenzialmente
sulla carta o nel tempo. Nella tautologia ideale non esiste né tempo,
né dispiegamento, né argomentazione. Ciò che è implicito
è già presente, ma, naturalmente, non in una collocazione spaziale.
Contrapposto all’epigenesi e alla tautologia, che costituiscono i mondi della
replicazione, c’è tutto il regno della creatività, dell’arte,
dell’apprendimento e dell’evoluzione, in cui i processi dinamici del cambiamento
si alimentano del casuale. L’essenza dell’epigenesi sta nella ripetizione prevedibile;
l’essenza dell’apprendimento e dell’evoluzione sta nell’esplorazione e nel cambiamento.
Nella trasmissione della loro cultura, gli uomini cercano sempre di replicare,
di trasmettere alla generazione successiva le abilità e i valori dei
genitori: un tentativo che, però, fallisce sempre e inevitabilmente,
poiché la trasmissione della cultura è legata all’apprendimento,
non al DNA. Il processo di trasmissione della cultura è una specie di
ibrido o mescolanza dei due regni: per conseguire la replicazione esso deve
cercare di usare i fenomeni dell’apprendimento, poiché ciò che
i genitori posseggono è stato da loro appreso. Se per miracolo i figli
avessero un DNA che desse
loro le abilità dei genitori, tali abilità sarebbero diverse e
forse non vitali.
È interessante che fra i due mondi si situi il fenomeno culturale della
spiegazione, cioè la proiezione sulla tautologia di successioni poco
familiari di eventi.
infine, si noterà che i regni dell’epigenesi e dell’evoluzione, a un
livello più profondo, sono esemplificati nei paradigmi gemelli della
seconda legge
della termodinamica: 1) che l’operato casuale della probabilità consuma
sempre l’ordine, la struttura e l’entropia negativa, ma, 2) che, per la creazione
di un nuovo ordine, è necessario l’operato del casuale, la pletora di
alternative non vincolate (entropia). È dal casuale che gli organismi
estraggono le nuove mutazioni, ed è lì che l’apprendimento stocastico
prende le sue soluzioni. L’evoluzione porta all’acme, alla saturazione ecologica
di tutte le possibilità di differenziazione; l’apprendimento porta a
un sovraccarico della mente. Con il ritorno all’uovo, ignorante e prodotto in
serie, la specie, che non si arresta, sgombra ancora una volta la propria memoria
e si prepara ad accogliere il nuovo.
IX. IL NUMERO È DIVERSO DALLA QUANTITÀ
Questa differenza è fondamentale per ogni genere di attività
teoretica nelle scienze del comportamento, per ogni genere di speculazione su
ciò che accade tra gli organismi o al loro interno come parte dei loro
processi di pensiero.
I numeri sono il risultato del contare, le quantità sono il risultato
del misurare. Si capisce quindi come i numeri possano essere precisi, poiché
fra ciascun intero e il successivo c’è discontinuità: fra il due
e il tre c’è un salto. Nel caso della quantità questo salto non
c’è; e poiché nel mondo della quantità mancano i salti,
è impossibile che le quantità siano esatte. Si possono avere esattamente
tre pomodori; non si possono mai avere esattamente tre litri d’acqua. La quantità
è sempre approssimata.
Anche quando la distinzione tra il numero e la quantità è chiara,
vi è un altro concetto da riconoscere e distinguere sia dal numero sia
dalla quantità. Per quest’altro concetto non esiste, credo, alcuna parola
nella nostra lingua, quindi dobbiamo contentarci di ricordare che esiste un
sottoinsieme di strutture o configurazioni [patterns] i cui elementi sono di
solito chiamati "numeri ". Non tutti i numeri si ottengono contando
e in effetti sono i numeri più piccoli e pertanto più comuni che
spesso non vengono contati ma riconosciuti a colpo d’occhio come configurazioni.
I giocatori di carte non si soffermano a contare i semi dell’otto di picche,
anzi possono riconoscere le disposizioni caratteristiche dei semi fino al "dieci
".
In altre parole: il numero appartiene al mondo della struttura formale, della
Gestalt e del calcolo numerico; la quantità appartiene al mondo del calcolo
analogico e probabilistico.
Certi uccelli possono in qualche modo distinguere i numeri fino a sette, ma
non si sa se ciò avvenga perché contano o perché riconoscono
delle strutture. L’esperimento che più di ogni altro si approssimò
alla verifica di questa differenza tra i due metodi fu compiuto da Otto Koehler
con una cornacchia. L’uccello fu addestrato a fare quanto segue: si prepara
un certo numero di tazzine con coperchio, nelle quali vengono posti bocconi
di carne. Alcune tazzine contengono un solo boccone, altre due o tre, altre
nessuno. A parte c’è un piatto che contiene un numero di bocconi di carne
superiore al numero complessivo di quelli contenuti nelle tazzine. La cornacchia
impara a togliere il coperchio da ciascuna tazzina così da poter mangiare
i bocconi che vi si trovano. Quando ha mangiato tutta la carne delle tazzine,
può andare al piatto e mangiare lo stesso numero di bocconi che ha trovato
nelle tazzine. Se mangia dal piatto più carne di quella che era nelle
tazzine, viene punita. Essa è in grado di apprendere questa procedura.
Ora la domanda è: la cornacchia conta i bocconi, oppure usa qualche altro
metodo per identificarne il numero? L’esperimento è progettato con cura
per costringere l’uccello a contare: le sue azioni vengono interrotte dall’atto
necessario a sollevare i coperchi e la sequenza è resa ancora più
confusa dal fatto che alcune tazzine contengono più di un boccone e altre
nessuno. Con questi accorgimenti lo sperimentatore ha tentato di impedire alla
cornacchia di creare una qualche sorta di struttura o di ritmo mediante il quale
riconoscere il numero dei pezzetti di carne. In questo modo l’uccello viene
obbligato, per quanto è possibile farlo, a contare i bocconi.
Non è escluso, naturalmente, che il processo di prendere la carne dalle
tazzine diventi una specie di danza ritmica, e che il ritmo venga in qualche
modo ripetuto dall’uccello quando prende la carne dal piatto. La questione è
probabilmente ancora irrisolta, ma nel complesso l’esperimento è piuttosto
convincente e fa propendere per l’ipotesi che la cornacchia, più che
riconoscere una qualche struttura nella disposizione dei bocconi o nella successione
delle proprie azioni, conti effettivamente i pezzi di carne.
È interessante osservare il mondo biologico nei termini posti dalla seguente
domanda: i vari casi in cui si manifesta il numero debbono essere considerati
come esempi di Gestalt, di numero contato o di pura quantità? C’è
una differenza piuttosto notevole, ad esempio, tra l’enunciato "Questa
rosa semplice ha cinque petali e cinque sepali, anzi la sua simmetria è
strutturata sul cinque e l’enunciato "Questa rosa ha centododici stami,
questa ne ha novantasette e quest’altra solo sessantaquattro . Il processo che
controlla il numero degli stami è sicuramente diverso da quello che controlla
il numero dei petali o dei sepali. È interessante notare invece che nella
rosa doppia, dove a quanto pare alcuni degli stami si sono trasformati in petali,
il procedimento per determinare il numero dei petali da produrre è in
seguito a ciò passato da quello che normalmente limita a cinque il numero
dei petali a qualcosa di simile al processo che determina la quantità
degli stami. Possiamo dire che nella rosa semplice normalmente i petali sono
"cinque", ma gli stami sono "molti", dove "molti"
è una quantità variabile da rosa a rosa.
Tenendo presente questa differenza, possiamo ora osservare il mondo biologico
e chiederci qual è il numero più grande che i processi di crescita
possono trattare come struttura fissa e oltre il quale la cosa riguarda la quantità.
Per quanto ne so, i ’numeri’ più comuni nella simmetria delle piante
e degli animali, specialmente nella simmetria radiale, sono il due, il tre,
il quattro e il cinque.
Il lettore può divertirsi a raccogliere casi in natura di numeri rigidamente
controllati oppure organizzati in una certa struttura formale. Sembra, per una
qualche ragione, che i numeri più grandi siano limitati a successioni
lineari di segmenti, come le vertebre dei mammiferi, i segmenti addominali degli
insetti e la segmentazione anteriore dei lombrichi. (Dalla parte del capo la
segmentazione è controllata in modo piuttosto rigido fino ai segmenti
che portano gli organi genitali. Il loro numero varia da specie a specie, ma
può arrivare fino a quindici. Scendendo oltre, la coda ha ’molti’ segmenti).
A queste osservazioni è interessante aggiungere il comune fenomeno che
un organismo, una volta scelto un numero per la simmetria radiale di un qualche
suo insieme di parti, ripe terà lo stesso numero in altre pani. Un giglio
ha tre sepali, tre petali, sei stami e un ovario trilobato. Ciò che pareva
la bizzarria o la peculiarità di
un’operazione umana - cioè che noi occidentali ricaviamo i numeri contando
o riconoscendo strutture e configurazioni, mentre ricaviamo le quantità
da una
misurazione - sembra proprio, in fin dei conti, una sorta di verità universale.
Tanto la cornacchia quanto la rosa sono costrette a mostrare che anche per loro
- per la rosa nella sua anatomia e per la cornacchia nel suo comportamento (e
ovviamente nelle segmentazioni delle sue vertebre) - esiste questa profonda
differenza tra numeri e quantità.
Cosa significa ciò? Il problema è molto antico e risale certo
a Pitagora, che si dice avesse incontrato una regolarità simile nella
relazione tra le armoniche.
Per porre questi problemi possiamo servirci dell’esarettangolo discusso nel
paragrafo V. Abbiamo visto là che le componenti della descrizione potevano
essere svariatissime. In quel caso sarebbe stata pura illusione attribuire a
un modo di organizzare la descrizione una validità maggiore che a un
altro. Ma per quanto riguarda le quantità e i numeri biologici sembra
di essere davanti a qualcosa di più profondo. Questo caso differisce
da quello dell’esarettangolo? E se sì, in che modo?
È mia opinione che nessuno dei due casi è così banale come
a prima vista potevano sembrare i problemi dell’esarettangolo. Ritorniamo alle
verità eterne di sant’Agostino: "Ascoltate le parole tonanti pronunciate
da questo santo verso il 400 d.C.: "sette più
tre fa dieci; sette più tre ha sempre fatto dieci; mai e in nessun modo
sette più tre ha fatto qualcosa di diverso da dieci; sette più
tre farà sempre dieci" "
Sostenendo l’antitesi tra numeri e quantità indubbiamente mi avvicino
all’asserzione di una verità eterna, e Agostino sarebbe certo d’accordo.
Tuttavia, potremmo replicare al santo: "Verissimo, sì. Ma è
proprio questo ciò che vuoi e intendi dire? È certamente anche
vero che tre più sette fa dieci, che due più uno più sette
fa dieci, che uno più uno più uno più uno più uno
più uno più uno più uno più uno più uno fa
dieci. In effetti, la verità eterna che tu cerchi di asserire è
molto più generale e profonda del caso particolare di cui ti sei servito
per esprimere quel profondo messaggio ". Ma possiamo convenire che la verità
eterna, più astratta, è difficile da enunciare con precisione
e senza ambiguità.
In altre parole, è possibile che dei vari modi di descrivere l’esarettangolo
molti siano solo manifestazioni in superficie della stessa più profonda
e più generale tautologia (considerando la geometria euclidea come un
sistema tautologico).
Ritengo che sia corretto affermare non solo che le varie formulazioni descrittive
dell’esarettangolo concordano alla fin fine su ciò che i descriventi
credevano di vedere, ma anche che esiste un accordo su un’unica, più
profonda e generale tautologia nei cui termini sono organizzate le varie descrizioni.
In questo senso la distinzione tra numeri e quantità non è, credo,
banale, e lo dimostra l’anatomia della rosa coi suoi "cinque" petali
e i suoi "molti" stami, dove le virgolette indicano che i nomi dei
numeri e delle quantità sono manifestazioni in superficie di idee formali
immanenti nella rosa in crescita.
In linea di principio è impossibile spiegare una qualunque struttura
invocando un’unica quantità. Si osservi però che un rapporto tra
due quantità è già l’inizio della struttura formale. In
altre parole, quantità e struttura sono di tipo logico diverso e non
armonizzano bene entro la stessa operazione di pensiero.
Ciò che appare come generazione di struttura da pane della quantità
si manifesta là dove la struttura formale era latente prima che la quantità
esercitasse i suoi effetti sul sistema. Un esempio noto è quello della
tensione che spezza la catena nel suo anello più debole. Al variare di
una quantità, la tensione una differenza latente viene resa manifesta
o, come direbbero i fotografi, viene sviluppata. Lo sviluppo di un negativo
fotografico è appunto un rendere manifeste differenze latenti introdotte
nell’emulsione fotografica da una precedente esposizione differenziale alla
luce.
Immaginiamo un’isola con due montagne: una variazione quantitativa, un aumento,
del livello del mare può trasformare quest’isola in due isole. Ciò
accade nel momento in cui il livello del mare supera quello della sella tra
le due montagne. Anche qui la struttura qualitativa era latente prima che la
quantità vi esercitasse un effetto; e quando la forma è cambiata,
il cambiamento è stato improvviso e discontinuo.
Vi è una forte tendenza, nelle spiegazioni, ad invocare quantità
di tensione, di energia e altro per spiegare la genesi della struttura. Sono
convinto che tutte
queste spiegazioni siano improprie o errate. Dal punto di vista dell’agente
qualsivoglia che impone un cambiamento quantitativo, qualunque cambiamento di
struttura che potrà verificarsi sarà imprevedibile o divergente.
XI. IN BIOLOGIA NON ESISTONO VALORI MONOTONI
Un valore monotòno è un valore che o cresce sempre o decresce
sempre. La sua curva non serpeggia, cioè non passa mai da un aumento
a una diminuzione o viceversa. Sostanze, cose, strutture o successioni di esperienze
desiderate che sono in un certo senso ’buone’ per l’organismo - regimi alimentari,
condizioni di vita, temperatura, divertimenti, sesso e così via -, non
sono mai tali che una quantità maggiore di esse sia sempre meglio che
una quantità minore. Al contrario, per tutti gli oggetti e le esperienze
esiste sempre una quantità con un valore ottimale; al di sopra di essa
la variabile diventa tossica, scendere al di sotto di quel valore significa
subire una privazione.
Questa caratteristica dei valori biologici non si riscontra nel denaro. Il denaro
ha sempre un valore transitivo: più denaro è presumibilmente sempre
meglio che meno denaro; per esempio mille e un dollaro sono preferibili a mille
dollari. Per i valori biologici le cose non stanno così: più calcio
non è sempre meglio che meno calcio. Vi è una quantità
ottimale di calcio di cui un dato organismo può aver bisogno nella sua
dieta: al di sopra di essa il calcio diventa tossico. Analogamente, per l’ossigeno
che respiriamo, per i cibi o per le componenti di una dieta e probabilmente
per tutti gli elementi presenti in una relazione, il troppo è nemico
del bene. Si può anche soffrire per troppa psicoterapia. Una relazione
senza conflitti è noiosa, una relazione con troppi conflitti è
tossica: ciò che è desiderabile è una relazione con una
quantità ottimale di conflitti. Perfino il denaro, considerato non in
sé, ma nei suoi effetti su chi lo possiede, può forse, oltre un
certo limite, risultare tossico. In ogni caso, la filosofia del denaro, l’insieme
dei presupposti secondo cui quanto più denaro si ha tanto meglio è,
è del tutto antibiologica. Nondimeno, pare che questa filosofia possa
essere insegnata a cose viventi.
XII. TALVOLTA Ciò CHE è PICCOLO è BELLO
Forse più di ogni altra variabile, le dimensioni mettono sotto gli occhi
dello studioso in modo vivido e chiaro i problemi dell’esser vivi. L’elefante
è afflitto dai problemi della grandezza, il toporagno da quelli della
piccolezza. Ma per ciascuno esistono dimensioni ottimali: l’elefante non starebbe
meglio se fosse molto più piccolo, né il toporagno si sentirebbe
sollevato se fosse molto più grosso. Possiamo dire che ciascuno è
assuefatto alle proprie dimensioni.
La grandezza e la piccolezza presentano problemi puramente fisici, problemi
che riguardano il sistema solare, il ponte e l’orologio da polso. Ma oltre a
questi vi sono problemi che interessano specificamente gli aggregati di materia
vivente, si tratti di creature singole o di intere città.
Consideriamo prima l’aspetto fisico. I problemi di instabilità meccanica
sorgono perché, ad esempio, le forze della gravità non seguono
le stesse regolarità quantitative di quelle della coesione. Se la si
lascia cadere, una zolla di terra grande si frantuma più facilmente che
non una piccola. Un ghiacciaio cresce, e quindi, in parte fondendo e in parte
frantumandosi, deve iniziare una diversa esistenza sotto forma di valanghe,
unità minori che devono separarsi dalla matrice più grande. Per
contro, anche nell’universo fisico ciò che è molto piccolo può
diventare instabile perché la relazione tra superficie e peso non è
lineare.
Se vogliamo far sciogliere un certo materiale, lo frantumiamo, perché
i pezzi più piccoli hanno un maggior rapporto tra superficie e volume
e quindi offrono più ampio accesso al solvente: i pezzi più grossi
sono gli ultimi a scomparire. E così via.
Per trasferire queste riflessioni nel mondo più complesso delle cose
viventi, ecco un apologo:
La storia del cavallo poliploide
Si dice che ancor oggi per gettare nell’imbarazzo i signori del premio Nobel
basti menzionare i cavalli poliploidi. Vero o no, verso la fine degli Anni Ottanta
il dottor P.U. Posif, il grande genetista erewhoniano, ricevette il premio per
le sue manipolazioni del DNA del comune cavallo da tiro (Equus caballus). Si
disse che egli aveva apportato un grande contributo all’ancor giovane scienza
della trasportologia. In ogni caso vinse il premio per aver creato (nessun’altra
parola potrebbe render giustizia a un’operazione di scienza applicata che quasi
usurpava l’attività divina), creato, dico, un cavallo di dimensioni esattamente
doppie di quelle del comune Clydesdale. Era lungo il doppio, alto e largo il
doppio: era un poliploide, con un numero di cromosomi quadruplo del normale.
Posif sostenne sempre che c’era stato un tempo in cui questo animale straordinario,
quando era ancora un puledro, poteva reggersi sulle quattro zampe. Dovette certo
essere uno spettacolo fantastico! Fatto sta che quando fu esposto al pubblico
e ripreso e immortalato da tutti gli strumenti di comunicazione della civiltà
moderna, il cavallo non si reggeva affatto in piedi. Per farla breve, era troppo
pesante. Pesava, naturalmente, otto volte un normale Clydesdale.
Per le sue comparse in pubblico o alla televisione, il dottor Posif faceva sempre
chiudere gli idranti, che erano altrimenti costantemente necessari per mantenere
l’animale alla normale temperatura di un mammifero; ma c’era sempre il timore
che le parti più interne cominciassero a cuocere. Dopo tutto, la pelle
e il pannicolo adiposo della povera bestia erano spessi il doppio del normale,
mentre la sua superficie era solo quattro volte quella di un cavallo comune,
sicché esso non si raffreddava adeguatamente.
Ogni mattina il cavallo doveva essere sollevato sulle zampe con una piccola
gru e infilato in una sorta di scatola a ruote dove poggiava su una serie di
molle, calibrate per alleggerirlo di metà del suo peso.
Il dottor Posif sosteneva che l’animale era straordinariamente intelligente.
Aveva, naturalmente, otto volte più cervello (in peso) di qualsiasi altro
cavallo, ma io non ebbi mai l’impressione che si occupasse di problemi più
complessi di quelli che interessano gli altri cavalli. Aveva pochissimo tempo
libero, tutto preso com’era sempre a sbuffare in parte per raffreddarsi in parte
per ossigenare il suo corpo ottuplo. Dopo tutto la sua trachea aveva una sezione
soltanto quadrupla di quella normale.
Poi c’era l’alimentazione. Ogni giorno doveva ingerire in qualche modo una quantità
pari a Otto volte quella sufficiente a un comune cavallo, e doveva far scendere
tutto quel cibo lungo un esofago che aveva un calibro solo quadruplo del normale.
Anche i vasi sanguigni avevano dimensioni relativamente ridotte, e ciò
rendeva più difficile la circolazione e imponeva al cuore un lavoro supplementare.
Una bestia infelice!
Questo apologo mostra ciò che inevitabilmente accade quando interagiscono due o più variabili le cui curve siano discrepanti. Questo è ciò che produce l’interazione tra cambiamento e tolleranza. Ad esempio, la crescita graduale di una popolazione (di automobili o di persone) non ha effetti manifesti su un sistema di trasporto finché improvvisamente la soglia di tolleranza viene superata e il traffico s’ingorga. Il cambiamento di una delle variabili rivela un valore critico dell’altra.
Fra tutti questi casi, quello oggi più noto è il comportamento
del materiale fissile nella bomba atomica. L’uranio si trova in natura e subisce
una continua fissione, ma non si hanno esplosioni perché non s’instaura
nessuna reazione a catena. Ciascun atomo, disintegrandosi, emette neutroni che,
se colpiscono altri atomi di uranio, possono causarne la fissione; ma molti
neutroni vanno semplicemente perduti. Se la massa di uranio non ha dimensioni
critiche, meno di un neutrone per atomo fissionato, in media, va a disintegrare
un altro atomo e la catena si estingue. Se la massa è più grande,
aumenta la frazione dei neutroni che colpiscono gli atomi di uranio e ne causano
la fissione. Allora il processo consegue un guadagno esponenziale positivo e
si trasforma in un’esplosione.
Nel caso del cavallo immaginario, lunghezza, superficie e volume (o massa) sono
in discrepanza perché le loro curve di crescita hanno caratteristiche
mutua-mente non lineari. La superficie varia come quadrato della lunghezza e
il volume come cubo della lunghezza, sicché la superficie varia come
volume elevato alla potenza di 2/,
Per il cavallo (e per tutte le creature reali) la faccenda si fa più
seria, poiché per rimanere in vita devono essere assicurate molte dinamiche
interne. C’è una logistica interna del sangue, del cibo, dell’ossigeno
e delle scorie, e una logistica dell’informazione, sotto forma di messaggi neurali
e ormonali.
La focena, che è lunga circa un metro e ha un pannicolo di grasso di
circa tre centimetri e una superficie di poco più di mezzo metro quadrato,
ha un bilancio termico noto bene equilibrato per le acque dell’Artico. Il bilancio
termico di una grossa balena, che è lunga circa dieci volte la focena
(e ha dunque un volume mille volte più grande e una superficie cento
volte più grande) e che possiede un pannicolo spesso quasi trenta centimetri,
è del tutto misterioso. Si presume che essa abbia un sistema logistico
superiore che
fa scorrere il sangue attraverso le pinne dorsali e caudali, dove tutti i cetacei
smaltiscono il calore.
Nelle cose viventi il fenomeno della crescita aggiunge un ulteriore ordine di
complessità ai problemi della grandezza. La crescita altererà
le proporzioni dell’organismo? I problemi relativi ai limiti della crescita
sono risolti in modi assai diversi dalle diverse creature.
Un caso semplice è quello delle palme, che non modificano la circonferenza
per compensare l’altezza. Una quercia, che tra il legno e la corteccia ha un
tessuto che cresce (il cambio), si sviluppa in altezza e in larghezza durante
tutta la sua esistenza. Una palma del cocco, invece, dove il tessuto soggetto
a crescita si trova solo all’apice del fusto (è la cosiddetta insalata
dei miliardari, e ottenerla significa uccidere la palma), presenta solo uno
sviluppo in altezza accompagnato da un lento ingrossamento alla base del tronco.
Per quest’organismo la limitazione dell’altezza è semplicemente un normale
aspetto dell’adattamento a una nicchia. È la pura e semplice instabilità
meccanica provocata da un’altezza eccessiva non compensata da una circonferenza
adeguata che normalmente la conduce alla morte.
Molte piante evitano (o risolvono?) questi problemi di limitazione della crescita
legando la durata della loro vita al calendario o al loro ciclo riproduttivo.
Le piante annuali iniziano una nuova generazione ogni anno, mentre quelle come
la cosiddetta pianta secolare (iucca) possono vivere per molti anni ma, come
i salmoni, muoiono inevitabilmente con la riproduzione. La iucca, a parte una
ramificazione multipla sulla cima che reca il fiore, non produce rami. La stessa
infiorescenza ramificata è la pane terminale del suo stelo, e quando
ha compiuto la propria funzione, la pianta muore. La sua morte fa parte della
norma del suo modo di vivere.
In certi animali superiori la crescita è controllata:
la creatura raggiunge una dimensione o un’età o uno stadio in cui la
crescita semplicemente si arresta (cioè viene arrestata da messaggi chimici
o d’altro genere interni all’organizzazione della creatura). Le cellule, così
controllate, smettono di crescere e di dividersi. Quando i controlli non funzionano
più (perché il messaggio non viene generato o non viene ricevuto)
il risultato è il cancro. Dove hanno origine questi messaggi, che cosa
ne provoca l’invio e in quale codice, presumibilmente chimico, sono immanenti?
Che cosa controlla la simmetria bilaterale esterna quasi perfetta del corpo
dei mammiferi? Quel che sappiamo del sistema di messaggi che controlla la crescita
e in verità assai poco. Deve esistere tutto un sistema di interrelazioni
che finora è stato poco studiato.
XIII. LA LOGICA È UN CATTIVO MODELLO DELLA CAUSALITA
Quando parliamo di sequenze logiche e di sequenze causali usiamo le stesse parole;
diciamo: "Se si accettano le definizioni e i postulati di Euclide, allora
due triangoli che abbiano i tre lati ordinatamente uguali sono tra loro uguali
". E diciamo: "Se la temperatura scende sotto lo zero, allora l’acqua
comincia a gelare
Ma il se... allora del sillogismo logico è molto diverso dal se... allora
della causalità.
In un calcolatore, che lavora per causa ed effetto e dove un transistor ne eccita
un altro, le sequenze causali vengono usate per simulare la logica. Trent’anni
fa ci si chiedeva: può un calcolatore simulare tutti i processi logici?
La risposta era sì, ma la domanda era certamente sbagliata. Avremmo dovuto
chiedere invece: può la logica simulare tutte le sequenze causali? E
la risposta sarebbe stata no.
Quando le sequenze causali diventano circolari (o più complesse), la
descrizione o proiezione di queste sequenze sulla logica, che è atemporale,
diventa contraddittoria. Si generano paradossi che la logica pura non può
tollerare. Come esempio può andar bene il circuito di un comune campanello,
uno degli apparenti paradossi che si producono in milioni di casi di omeostasi
ricorrenti in biologia. Il circuito del campanello è costruito in modo
da essere percorso da corrente quando l’armatura fa contatto con l’elettrodo
nel punto A; ma il passaggio della corrente attiva l’elettromagnete, il quale
attira l’armatura interrompendo il contatto in A. Allora la corrente non percorre
più il circuito, l’elettromagnete si disattiva e l’armatura torna a ristabilire
il contatto in A facendo ricominciare il ciclo.
Descriviamo questo ciclo nei termini di una sequenza causale:
Se si stabilisce il contatto in A, allora il magnete viene attivato.
Se il magnete viene attivato, allora il contatto in A viene interrotto.
Se il contatto in A viene interrotto, allora il magnete viene disattivato.
Se il magnete viene disattivato, allora si stabilisce il contatto.
Questa successione è del tutto soddisfacente purché s’intenda
chiaramente che i nessi se... allora sono causali. Trasferiti con un bisticcio
nel mondo della logica i se e gli allora creerebbero il caos:
Se il contatto viene stabilito, allora il contatto viene interrotto.
Se P, allora non-P.
Il se... allora della causalità contiene il tempo, mentre il se... allora
della logica è atemporale; ne segue che la logica è un modello
incompleto della causalità.
XIV. LA CAUSALITÀ NON OPERA ALL’INDIETRO
Spesso la logica può essere invertita, l’effetto invece non precede
la causa. Questa asserzione generale rappresenta un ostacolo per le scienze
psicologiche e biologiche fin dai tempi di Platone e Aristotele. I greci erano
inclini a credere in quelle che più tardi furono dette cause finali.
Essi ritenevano che la struttura o forma generata alla fine di una successione
di eventi potesse essere considerata in qualche modo come causa del cammino
seguito dalla successione. Ciò condusse a quella che si chiamò
teleologia (telos significa il termine o lo scopo di una successione).
Il problema che si trovarono ad affrontare i teorici della biologia fu quello
dell’adattamento. L’osservazione faceva concludere che il granchio aveva le
chele per afferrare le cose. La difficoltà era sempre quella del ragionamento
all’indietro, dallo scopo delle chele alla causa che le aveva fatte sviluppare.
A lungo in biologia fu considerato eretico credere che le chele esistessero
perché erano utili: questa credenza conteneva l’errore teleologico, cioè
un’inversione cronologica della causalità.
Il ragionamento lineale genera sempre o l’errore teleologico (secondo cui il
processo è determinato dal fine) o il mito di una qualche entità
regolatrice soprannaturale.
Il fatto è che quando i sistemi causali diventano circolari (argomento
che sarà discusso nel capitolo IV), un cambiamento in un punto qualsiasi
del circolo può essere considerato causa di un cambiamento verificantesi
successivamente in una qualsiasi variabile in un punto qualsiasi del circolo.
Accade così che un aumento della temperatura della stanza possa essere
considerato causa del cambiamento che avviene nell’interruttore del termostato,
e per converso che l’azione del termostato possa essere considerata l’agente
che regola la temperatura della stanza.
XV. IL LINGUAGGIO SOTTOLINEA DI SOLITO SOLO UN ASPETfO DI QUALUNQUE INTERAZIONE
Di solito ci esprimiamo come se una singola "cosa potesse avere una qualche
caratteristica. Diciamo che una pietra è "dura", "piccola",
"pesante", "gialla", "densa", fragile", "calda",
"in moto", "ferma", "visibile", "commestibile",
"incommestibile", eccetera.
Così è fatto il nostro linguaggio: "La pietra è dura",
e via di seguito. È un modo di parlare che va benissimo al mercato: "Questa
è una nuova marca ".
"Le patate sono marce ". "Le uova sono fresche ".
" Il contenitore è rotto". "Il diamante è difettoso
".
" Un chilo di mele basterà ". E così via.
Ma nella scienza o nell’epistemologia questo modo di parlare non va bene. Per
pensare correttamente è consigliabile supporre che tutte le qualità,
gli attributi, gli aggettivi e così via si riferiscano almeno a due insiemi
di interazioni temporali.
" La pietra è dura" significa (a) che, colpita, essa si è
dimostrata resistente alla penetrazione, e (b) che le parti molecolari della
pietra sono in qualche modo
tenute insieme da certe interazioni continue tra quel le stesse parti.
La pietra è ferma è un commento sull’ubicazione della pietra rispetto
all’ubicazione di chi parla e di altre eventuali cose in moto. È anche
un commento su fatti interni alla pietra: la sua inerzia, l’assenza di distorsione
interna, l’assenza di attrito superficiale
e così via.
Mediante la sintassi del soggetto e del predicato il linguaggio asserisce continuamente
che le "cose in un certo modo "hanno" qualità e attributi.
Un modo di parlare più preciso sottolineerebbe che le cose sono prodotte,
sono viste separate dalle altre cose" e sono rese "reali" dalle
loro relazioni interne e dal loro comportamento rispetto ad altre cose e a chi
parla.
È necessario chiarire bene questa verità universale:
le "cose", quali che siano nel loro mondo pleromatico e ’cosale’,
possono entrare nel mondo della comunicazione e del significato solo mediante
i loro nomi, le loro qualità e i loro attributi (cioè mediante
resoconti delle loro relazioni e interazioni interne ed esterne).
Bateson G., "Mente e natura", Adelphi, pag. 89