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Forma, sostanza e differenza
dal libro di Bateson: "Verso un’ecologia della mente", Adelphi
[Questa è la conferenza per il diciannovesimo Annual Korzybski Memorial, tenuta il 9 gennaio 1970 sotto gli auspici dell’Institute of General Semantics]
Mi sia concesso dire che è per me un onore straordinario essere qui
questa sera, e un grande piacere. Mi sento anche un po’ in soggezione, perché
sono sicuro che tra voi ci sono persone che conoscono molto meglio di me ogni
campo dello scibile di cui mi sono occupato. È vero che mi sono occupato
di molti campi, e di fronte a ciascuno di voi potrei probabilmente dire che
esiste un campo che egli non ha conosciuto e io sì; ma sono certo che
per ciascuno di questi campi vi sono qui persone molto più esperte di
me. Io non sono un filosofo colto, e la filosofia non è il mio mestiere;
non sono un antropologo molto colto, e l’antropologia non è esattamente
il mio mestiere.
Tuttavia io ho tentato di fare qualcosa che stava molto a cuore a Korzybski,
e che sta molto a cuore a tutto il movimento semantico: ho studiato, cioè,
l’àrea d’incontro tra il pensiero filosofico molto astratto e formale
da una parte e la storia naturale dell’uomo e delle altre creature dall’altra.
Quest’area in cui premesse formali e comportamento effettivo si sovrappongono
è oggi, secondo me, di tremenda importanza. Ci troviamo davanti a un
mondo che è minacciato non solo da vari tipi di disorganizzazione, ma
anche dalla distruzione dell’ambiente e noi, oggi, non siamo ancora in grado
di pensare con chiarezza ai rapporti che legano un organismo al suo ambiente.
Ma, dopo tutto, che razza di cosa è questa che noi chiamiamo organismo
più ambiente?
Rifacciamoci alla proposizione originale per la quale Korzybski va più
famoso, la proposizione cioè che la mappa non è il territorio.
Questa proposizione scaturì da un vastissimo fiume di riflessione filosofica,
che risale alla Grecia e serpeggia attraverso la storia del pensiero europeo
per tutti gli ultimi duemila anni. In tutta questa vicenda è insita una
specie di grossolana dicotomia e si sono avute frequentemente profonde controversie,
violenta ostilità e spargimento di sangue. Credo che tutto sia cominciato
con l’atteggiamento assunto dai pitagorici verso i loro predecessori, e la controversia
fu formulata così:
" Chiedi di che cosa sia fatto? Se di terra, fuoco, acqua o altro? Oppure
chiedi: Qual è la sua forma? " . Pitagora era per l’indagine sulla
forma più che per l’indagine sulla sostanza. Questa controversia si è
protratta nel tempo, e il partito pitagorico è stato nel complesso perdente
fino a tempi recenti. Gli gnostici seguirono ai pitagorici, e gli alchimisti
seguirono agli gnostici, e così via. La disputa raggiunse l’acme alla
fine del Settecento, quando fu edificata e poi confutata una teoria evoluzionistica
di sapore pitagorico, una teoria che implicava la Mente.
La teoria evoluzionistica della fine del Settecento, la teoria di Lamarck, che
fu la prima organica teoria trasformista dell’evoluzione, fu costruita sulla
base di una curiosa tradizione storica che è stata descritta da Lovejoy
in The Great Chain of Being: prima di Lamarck si riteneva che il mondo organico,
il mondo vivente, possedesse una struttura gerarchica, con la mente al vertice.
La catena, o scala, scendeva attraverso gli angeli, gli uomini, le scimmie,
giù giù fino agli infusori o protozoi, e ancora più in
basso, alle piante e alle pietre.
Ciò che Lamarck fece fu di capovolgere quella catena. Egli osservò
che sotto la pressione dell’ambiente gli animali cambiavano; egli naturalmente
aveva torto nel credere che quei cambiamenti fossero ereditari, ma comunque
essi erano per lui la prova dell’evoluzione. Quando ebbe capovolto la scala,
ciò che era stata la spiegazione, cioè la mente al vertice, ora
diveniva ciò che si doveva spiegare: il suo problema era di spiegare
la Mente. Egli era convinto dell’evoluzione, e lì si fermava il suo interesse
per essa, sicché leggendo la sua Philosophie Zoologique (1809) si vede
che, mentre per il primo terzo essa è dedicata a risolvere il problema
dell’evoluzione e a Capovolgere la tassonomia, il resto del libro è in
realtà dedicato alla psicologia comparata, scienza da lui fondata. In
verità, l’oggetto del suo interesse era la Mente. Egli si era servito
dell’abitudine come di un fenomeno assiomatico nella sua teoria dell’evoluzione,
e ciò lo aveva portato naturalmente al problema della psicologia comparata.
Ora, mente e forma, in quanto principi esplicativi che più di tutti richiedevano
indagine, furono estromesse dal pensiero biologico nelle teorie evoluzionistiche
successive, sviluppate verso la metà dell’Ottocento da Darwin, Huxley,
eccetera. Vi furono ancora alcuni monelli, come Samuel Butler, che andavano
affermando che la mente non poteva essere ignorata a quel modo, ma si trattava
di voci isolate e tra l’altro essi non osservavano mai gli organismi. Penso
che Butler non abbia mai osservato altro che il suo gatto, eppure ne sapeva
sull’evoluzione più di alcuni dei pensatori più tradizionali.
Infine ora, con la scoperta della cibernetica, della teoria dei sistemi, della
teoria dell’informazione, eccetera, cominciamo ad avere una base formale che
ci permette di riflettere sulla mente e ci permette di affrontare tutti questi
problemi in un modo che era stato del tutto eterodosso dal 1850 circa a tutta
la seconda guerra mondiale. Ciò di cui voglio parlare è di come
si è prodotta la dislocazione della grande dicotomia dell’epistemologia
sotto l’urto della cibernetica e della teoria dell’informazione.
Possiamo ora dire (o, per lo meno, cominciare a dire) che cosa pensiamo sia
una mente. Nei prossimi vent’anni vi saranno altre maniere di dirlo e, poiché
le scoperte sono recenti, posso darvi soltanto la mia versione personale. Le
vecchie versioni sono certo errate, ma quale delle revisioni sopravviverà
non sappiamo.
Partiamo dal campo evoluzionistico. È ora chiaro su basi empiriche che
la teoria evoluzionistica di Darwin conteneva un grossissimo errore relativo
all’identificazione dell’unità di sopravvivenza nel contesto della selezione
naturale. L’unità che veniva ritenuta cardinale, e intorno a cui era
organizzata la teoria, era o l’individuo riproduttore o la famiglia o la sottospecie
o qualche analogo insieme omogeneo di individui di una stessa specie. Ora io
ritengo che gli ultimi cent’anni abbiano dimostrato empiricamente che se un
organismo o un aggregato di organismi stabilisce di agire avendo di mira la
propria sopravvivenza e pensa che questo sia il criterio per decidere le proprie
mosse adattative, allora il suo ’progresso’ finisce col distruggere l’ambiente.
Se l’organismo finisce col distruggere il suo ambiente, in effetti avrà
distrutto se stesso. E può molto facilmente darsi che noi vedremo questo
processo spinto alla sua reductio ad absurdum definitiva nei prossimi vent’anni.
L’unità di sopravvivenza non è né l’organismo riproduttore,
né la famiglia, né la società.
Il vecchio concetto di unità è già stato in parte corretto
dai genetisti della popolazione, i quali hanno sottolineato che l’unità
evolutiva non è in realtà omogenea. Un gruppo di individui di
qualsiasi specie allo stato naturale consiste sempre in individui la cui costituzione
genetica è molto varia; in altri termini la potenzialità e la
prontezza al cambiamento sono già insite nell’unità di sopravvivenza.
L’eterogeneità della popolazione allo stato naturale costituisce già
una metà di quel metodo per tentativo ed errore che è necessario
per affrontare l’ambiente.
Le popolazioni di animali e piante domestici, rese artificialmente omogenee,
sono assai poco adatte alla lotta per la sopravvivenza.
E oggi è necessaria un’ulteriore correzione del concetto di unità.
Insieme con un organismo flessibile, si deve considerare anche un ambiente flessibile,
poiché, come ho già detto, l’organismo che distrugge il suo ambiente
distrugge se stesso. L’unità di sopravvivenza è il complesso flessibile
organismo-nel-suo-ambiente.
Lasciamo ora da parte per un momento l’evoluzione per chiederci che cos’è
l’unità mentale. Torniamo alla mappa e al territorio e chiediamoci: "Quali
sono le parti del territorio che sono riportate sulla mappa?". Sappiamo
che il territorio non si trasferisce sulla mappa: questo è il punto centrale
su cui qui siamo tutti d’accordo. Ora, se il territorio fosse uniforme, nulla
verrebbe riportato sulla mappa se non i suoi confini, che sono i punti ove la
sua uniformità cessa di contro a una più vasta matrice. Ciò
che si trasferisce sulla mappa, di fatto, è la differenza, si tratti
di una differenza di quota, o di vegetazione, o di struttura demografica, o
di superficie, o insomma di qualunque tipo. Le differenze sono le cose che vengono
riportate sulla mappa.
Ma che cos’è una differenza? Una differenza è un concetto molto
peculiare e oscuro. Non è certo né una cosa né un evento.
Questo pezzo di carta differisce dal legno di questo leggio; vi sono tra essi
molte differenze, di colore, di grana, di forma, eccetera. Ma se cominciamo
a porci domande sulla localizzazione di quelle differenze, cominciano le difficoltà.
Ovviamente la differenza tra la carta e il legno non è nella carta; ovviamente
non è neppure nel legno; ovviamente non è nello spazio che li
separa; e non è ovviamente nel tempo che li separa. (Una differenza che
si produce nel corso del tempo è ciò che chiamiamo ’cambiamento’).
Dunque una differenza è un’entità astratta.
Nelle scienze fisiche gli effetti, in generale, sono causati da condizioni o
eventi piuttosto concreti: urti, forze e così via. Ma quando si entra
nel mondo della comunicazione, dell’organizzazione, eccetera, ci si lascia alle
spalle l’intero mondo in cui gli effetti sono prodotti da forze, urti e scambi
di energia. Si entra in un mondo in cui gli ’effetti’ (e non sono sicuro che
si debba usare la stessa parola) sono prodotti da differenze. Cioè essi
sono prodotti da quel tipo di ’cosa’ che viene trasferita dal territorio alla
mappa. Questa è la differenza.
La differenza si trasferisce dal legno e dalla carta nella mia retina; qui viene
rilevata ed elaborata da quella bizzarra macchina calcolatrice che è
nella mia testa.
La relazione energetica è interamente diversa. Nel mondo della mente
il nulla - ciò che non esiste - può essere una causa. Nelle scienze
fisiche noi ricerchiamo le cause, e ci aspettiamo che queste esistano e siano
’reali’. Ma si rammenti che zero è diverso da uno, e poiché zero
è diverso da uno, zero può essere una causa nel mondo della psicologia,
nel mondo della comunicazione. Una lettera che non viene scritta può
ricevere una risposta incollerita; e un modulo di dichiarazione dei redditi
che non viene compilato può indurre a un’energica azione gli impiegati
del Fisco, dal momento che anch’essi fanno colazione, pranzo, merenda e cena,
e possono reagire con l’energia che traggono dal loro metabolismo. Una lettera
mai esistita non può essere fonte di energia.
Ne consegue, naturalmente, che dobbiamo mutare tutto il nostro modo di vedere
il processo mentale e comunicativo. Le solite analogie con la teoria dell’energia
che la gente prende a prestito dalle scienze fisiche per avere una base concettuale
su cui cercar di edificare teorie della psicologia e del comportamento, quest’intera
struttura alla Procuste, è insensata. È sbagliata.
Voglio ora tentare di dimostrarvi che la parola ’idea’, nella sua accezione
più elementare, è sinonimo di ’differenza’. Nella Critica del
Giudizio, Kant, se interpreto bene, afferma che l’atto estetico più elementare
è la scelta di un fatto; egli sostiene che in un pezzo di gesso c’è
un numero infinito di fatti potenziali. La Ding an sich, il pezzo di gesso,
non può mai entrare nella comunicazione o nel processo mentale proprio
a causa di questa infinità.
I ricettori sensoriali non possono accettarla; la eliminano. Ciò che
essi fanno è di trascegliere certi fatti dal pezzo di gesso, i quali
fatti poi divengono, nella terminologia moderna, l’informazione.
Secondo me, modificando l’affermazione di Kant, si potrebbe dire che vi è
un numero infinito di differenze intorno e dentro il pezzo di gesso. Vi sono
differenze tra il gesso e il resto dell’universo, tra il gesso e il sole o la
luna. E all’interno del pezzo di gesso c’è, per ogni molecola, un infinito
numero di differenze tra la sua posizione e le posizioni in cui essa si sarebbe
potuta trovare; da questa infinità noi ne scegliamo un numero limitatissimo,
che diviene informazione. In effetti ciò che intendiamo per informazione
(per unità elementare d’informazione) è una differenza che produce
una differenza ed è in grado di produrre una differenza perché
i canali neurali, lungo i quali essa viaggia e viene continuamente trasformata,
sono anch’essi dotati di energia. Questi canali sono pronti per essere innescati.
Si può dire addirittura che la questione è già implicita
in essi.
C’è tuttavia un importante contrasto fra la maggior parte dei canali
d’informazione interni al corpo e la maggior parte dei canali esterni. Le differenze
tra la carta e il legno sono dapprima trasformate in differenze nella propagazione
della luce o del suono, e viaggiano sotto questa forma fino ai miei organi sensoriali
periferici. Nella prima parte del loro viaggio essi ricevono energia nel solito
modo della fisica, da ’dietro’; ma quando le differenze entrano nel mio corpo
eccitando un organo periferico, questo tipo di propagazione è sostituito
da una propagazione la cui energia è fornita a ogni passo dall’energia
metabolica latente nel protoplasma che riceve la differenza, la rigenera o la
trasforma e la passa avanti.
Quando colpisco con un martello la testa di un chiodo, un impulso viene trasmesso
alla sua punta; ma è un errore semantico, una metafora fuorviante, dire
che ciò che viaggia in un assone è un ’impulso’: correttamente
si potrebbe dire che è la ’notizia di una differenza’.
Comunque sia, questa disparità tra canali interni ed
esterni non è assoluta; si riscontrano eccezioni da una parte e dall’altra:
alcune catene di eventi esterni ricevono energia da relé, mentre alcune
catene di eventi interni al corpo ricevono energia da ’dietro’. In particolare
l’interazione meccanica dei muscoli può essere usata come modello computazionale.
Nonostante queste eccezioni, è pur vero di massima che la codificazione
e la trasmissione delle differenze esterne al corpo sono assai diverse dalla
codificazione e trasmissione interne, e questa diversità dev’essere menzionata,
perché può indurci in errore. Di solito pensiamo al ’mondo fisico’
esterno come in qualche modo separato da un ’mondo mentale’ interno; io credo
che questa distinzione sia basata sul contrasto nella modificazione e trasmissione
all’interno e all’esterno del corpo.
Il mondo mentale - la mente - il mondo dell’elaborazione dell’informazione -
non è delimitato dall’epidermide.
Torniamo ora al concetto che la trasformata di una differenza che viaggia in
un circuito è un’idea elementare. Ammesso che ciò sia corretto,
chiediamoci che cosa sia una mente. Diciamo che la mappa è diversa dal
territorio; ma che cos’è il territorio? Da un punto di vista operativo,
qualcuno con la sua retina, o con un metro, è andato a ricavare certe
rappresentazioni che poi sono state riportate sulla carta. Ciò che si
trova sulla carta topografica è una rappresentazione di ciò che
si trovava nella rappresentazione retinica dell’uomo che ha tracciato la mappa;
e se a questo punto si ripete la domanda, ciò che si trova è un
regresso all’infinito, una serie infinita di mappe: il territorio non entra
mai in scena. Il territorio è la Ding an sich, e con esso non c’è
nulla da fare, poiché il procedimento di rappresentazione lo eliminerà
sempre, cosicché il mondo mentale è costituito solo da mappe di
mappe, ad infinitum? Tutti i ’fenomeni’ sono letteralmente ’apparenze’.
Oppure si può andare nel verso della catena. Io ricevo vari generi di
mappe, che chiamo dati o informazioni; e, quando le ricevo, agisco. Ma le mie
azioni, le mie contrazioni muscolari, sono trasformate di differenze nel materiale
d’ingresso; e io ricevo dati che sono a loro volta trasformate delle mie azioni.
Si ottiene così un quadro del mondo mentale che in qualche modo si è
affrancato dal nostro quadro tradizionale del mondo fisico.
Questa non è una novità, e per precedenti storici possiamo risalire
di nuovo agli alchimisti e agli gnostici. C.G. Jung scrisse un libriccino assai
curioso, che raccomando a tutti voi, intitolato Septem Sermones ad Mortuos,
Sette sermoni ai morti. Nei suoi Ricordi, Sogni e Riflessioni, Jung ci dice
che la sua casa era piena di fantasmi, che erano molto rumorosi e che disturbavano
lui, disturbavano sua moglie e disturbavano i bambini. Nel gergo corrente della
psichiatria, potremmo dire The tutti in quella casa erano pazzi da legare, e
ne avevano ottime ragioni. Se s’intorbida la propria epistemologia, si diviene
psicopatici, e Jung stava attraversando una crisi epistemologica. Allora si
sedette al tavolino, prese una penna e cominciò a scrivere. Appena cominciò
a scrivere, tutti i fantasmi scomparvero, ed egli scrisse questo libricino.
È a questo che egli fa risalire tutte le sue intuizioni posteriori. Lo
firmò ’Basilide’, famoso gnostico alessandrino del II secolo.
Egli osserva che vi sono due mondi. Noi potremmo chiamati due mondi esplicativi,
lui invece li battezza il piero-ma e la creatura, che sono termini gnostici.
Il pleroma è il mondo in cui gli eventi sono causati da forze e urti
e nel quale non vi sono ’distinzioni’, o, come direi io, ’differenze’. Nella
creatura, gli effetti sono provocati proprio dalla differenza. In effetti, eccoci
davanti la solita vecchia dicotomia tra mente e sostanza.
Possiamo studiare e descrivere il pleroma, ma in ogni caso le distinzioni che
tracciamo sono attribuite al pleroma da noi. Il pleroma non sa nulla di differenze
e distinzioni; esso non contiene alcuna ’idea’ nel senso in cui io impiego il
termine. Quando studiamo e descriviamo la creatura, dobbiamo identificare in
modo corretto le differenze agenti nel suo interno.
Direi che "pleroma" e "creatura" sono termini che si potrebbero
utilmente adottare; quindi mette conto di considerare i ponti che collegano
questi due ’mondi’. Dire che le ’scienze fisiche’ si occupano solo del pleroma
e che le scienze della mente si occupano solo della creatura è un’eccessiva
semplificazione. Le cose sono un po’ più complicate.
In primo luogo, consideriamo la relazione tra energia ed entropia negativa.
La classica macchina termica di Carnot consiste in un cilindro pieno di gas
con un pistone. Questo cilindro è posto alternativamente in contatto
con una sorgente calda e con una fredda; il gas nei cilindro si espande e si
contrae quando è alternativamente scaldato o raffreddato dalla sorgente
calda e dalla fredda; il pistone è perciò spinto avanti e indietro.
Ma a ogni ciclo della macchina la differenza fra la temperatura della sorgente
calda e quella della sorgente fredda si riduce. Quando tale differenza si annulla,
la macchina si ferma.
Il fisico, descrivendo il pleroma, scriverà equazioni che traducano la
differenza di temperatura in ’energia libera’, che assocerà a una ’entropia
negativa’, e da lì procederà.
Chi analizza la creatura osserverà che l’intero sistema è un organo
di senso che è innescato dalla differenza di temperatura; egli chiamerà
questa differenza che produce una differenza ’informazione’ o ’entropia negativa’.
Per lui si tratta solo di un caso particolare, in cui la differenza efficace
si trova a essere sotto forma di energia; ma è del pari interessato a
tutte le differenze che possano attivare qualche organo di senso. Per lui, una
qualunque differenza di questo tipo è ’entropia negativa’.
Oppure si consideri il fenomeno che il neurofisiologo chiama di "sommazione
sinaptica": si osserva che in certi casi, quando due neuroni A e B sono
connessi sinapticamente con un terzo neurone C, l’eccitazione di uno soltanto
dei due non è sufficiente da sola a eccitare C; ma quando A e B sono
eccitati simultaneamente (o quasi), i loro ’impulsi’ combinati faranno eccitare
C.
Nel linguaggio del pleroma questo combinarsi di eventi fino al superamento di
una soglia si chiama sommazione.
Ma dal punto di vista dello studioso della creatura (e il neurofisiologo deve
certamente avere un piede nel pleroma e uno nella creatura), qui non si tratta
affatto di sommazione: in realtà il sistema lavora per creare differenze.
Vi sono due classi distinte di eccitazioni di A: quelle che sono accompagnate
da eccitazioni di B, e quelle che non lo sono. Allo stesso modo vi sono due
classi di eccitazioni di B.
La cosiddetta ’sommazione’, quando ambedue sono eccitati, non è, da questo
punto di vista, un processo additivo: è la formazione di un prodotto
logico, un processo di frazionamento più che di sommazione.
La creatura è quindi il mondo visto come mente, ogni volta che questa
visione sia appropriata. E ogni volta che questa visione è appropriata,
interviene una complessità di un tipo che manca nella descrizione pleromatica:
la descrizione della creatura è sempre gerarchica.
Ho detto che ciò che si trasferisce dal territorio alla mappa sono le
trasformate delle differenze e che queste differenze (in qualche modo selezionate)
sono idee elementari.
Ma tra le differenze vi sono differenze. Ogni differenza efficace denota una
demarcazione, una linea di classificazione, e tutte le classificazioni sono
gerarchiche. In altre parole, le differenze debbono a loro volta esser differenziate
e classificate. In questo contesto mi limiterò solo a un cenno sulla
questione delle classi di differenze, poiché una più approfondita
trattazione del problema ci porterebbe a questioni discusse nei Principia Mathematica.
Vi voglio invitare a un esperimento psicologico, fosse solo per dimostrare la
fragilità del calcolatore uomo. Si osservi prima che le differenze di
grana sono diverse: a) dalle differenze di colore. Si osservi ora che le differenze
di dimensione sono diverse: b) dalle differenze di forma. Analogamente i rapporti
sono diversi: c) dalle differenze sottrattive.
Ora vi invito, in quanto discepoli di Korzyhski, a definire le differenze tra
’diverso a) ’, ’diverso b) ’ e ’diverso c)’ nel paragrafo qui sopra.
Il calcolatore situato nella nostra testa rifugge da questo compito.
Ma non tutte le classi di differenze sono altrettanto scomode da trattare.
Con una di queste classi avete tutti familiarità; precisamente la classe
delle differenze che sono create dal processo di trasformazione per il quale
le differenze immanenti nel territorio diventano differenze immanenti nella
mappa. In un angolo di ogni mappa che si rispetti si troveranno specificate
(di solito in parole) queste regole di trasformazione. Entro la mente umana
è assolutamente necessario riconoscere le differenze di questa classe,
e di fatto sono queste che costituiscono l’argomento principale di " Science
and Sanity ".
Un’allucinazione, o un’immagine di sogno, è certamente una trasformata
di qualcosa; ma di che cosa? E secondo quali regole di trasformazione?
Infine c’è quella gerarchia di differenze che i biologi chiamano "
livelli ". Intendo differenze come quella tra una cellula e un tessuto,
tra tessuto e organo, organo e organismo, organismo e società.
Queste sono le gerarchie delle unità o Gestalten, in cui ogni subunità
è una parte dell’unità successiva di più vasto ambito.
E, sempre, in biologia, questa differenza o relazione che chiamo ’parte di’
è tale che certe differenze nella parte hanno effetto informazionale
sull’unità più vasta e viceversa.
Avendo enunciato questa relazione fra la parte e il tutto in biologia, posso
ora passare dalla nozione della creatura come Mente in generale alla questione
di che cosa sia una mente.
Che cosa intendo per ’mia’ mente?
Direi che la delimitazione di una mente individuale debba sempre dipendere da
quali fenomeni desideriamo comprendere o spiegare. Ovviamente c’è un
sacco di canali d’informazione fuori dell’epidermide, e questi canali e i messaggi
da essi trasportati devono essere considerati parte del sistema mentale ogni
volta che siano pertinenti.
Si consideri un albero, un uomo e un ascia, constatiamo che l’ascia fende dapprima
l’aria e produce certi tipi di tacche in un preesistente taglio nel fianco dell’albero.
Se ora vogliamo spiegare quest’insieme di fenomeni, ci dobbiamo occupare di
differenze nel fianco intaccato dell’albero, differenze nella retina dell’uomo,
differenze nel suo sistema nervoso centrale, differenze nei suoi messaggi neuronici
efferenti, differenze nel comportamento dei suoi muscoli, differenze nel modo
di avventarsi dell’ascia, fino a differenze che l’ascia poi produce sulla superficie
del tronco.
La nostra spiegazione (per certi fini) verterà sempre intorno a questo
circuito. In linea di principio, se si vuole spiegare o capire qualcosa nel
comportamento umano, si ha sempre a che fare con circuiti totali, completi.
Questo è il pensiero cibernetico elementare.
Il sistema cibernetico elementare coi suoi messaggi in circuito è di
fatto l’unità mentale più semplice; e la trasformata di una differenza
che viaggia in un circuito è
l’idea elementare. Sistemi più complicati sono forse più degni
di esser chiamati sistemi mentali, ma in sostanza ciò di cui stiamo parlando
è questo. L’unità che presenta caratteristiche di funzionamento
per tentativi ed errori sarà legittimamente chiamata un sistema mentale.
Che posso allora dire di ’me’? Supponiamo che io sia cieco e che usi un bastone
e vada tentoni. In quale punto comincio io? Il mio sistema mentale finisce all’impugnatura
del bastone? O finisce con la mia epidermide? Comincia a metà del bastone?
O alla punta del bastone? Tutte queste sono domande senza senso. Il bastone
è un canale, lungo il quale vengono trasmesse trasformate di differenze.
Il sistema va delimitato in modo che la linea di demarcazione non tagli alcuno
di questi canali in modi che rendano le cose inesplicabili. Se ciò che
si vuol tentare di spiegare è un dato elemento di comportamento, ad esempio
la marcia del cieco, allora a questo scopo sono necessari la strada, il bastone
e l’uomo; la strada, il bastone, e così via, circolarmente.
Ma quando il cieco si siede per mangiare, il bastone e i suoi messaggi non saranno
più pertinenti (se è il mangiare che si vuole capire).
E oltre ciò che ho detto per definire la mente individuale, penso sia
necessario includere le parti pertinenti della memoria e le ’banche’ di dati.
Dopo tutto, si può dire che il più semplice circuito cibernetico
possiede una memoria di tipo dinamico - non basata sulla registrazione statica,
ma sulla circolazione dell’informazione lungo il circuito. Il comportamento
del regolatore di una macchina a vapore all’istante 2 è in parte determinato
dal suo comportamento all’istante 1 (dove l’intervallo tra l’istante i e l’istante
2 è il tempo necessario all’informazione per fare il giro completo del
circuito).
Si ricava dunque un quadro della mente come sinonimo di sistema cibernetico:
il sistema totale che elabora l’informazione e che completa il procedimento
per tentativi ed errori. E sappiamo che all’interno della mente nell’accezione
più ampia ci sarà una gerarchia di sottosistemi, ciascuno dei
quali possiamo chiamare mente individuale.
Questo quadro d’altra parte coincide esattamente con quello cui ero giunto discutendo
l’unità evolutiva. Ritengo che quest’identità sia la più
importante proposizione generale che io sia in grado di offrirvi questa sera.
Quando ho considerato le unità evolutive, ho sostenuto che a ogni passo
si debbono mettere in conto i canali completi fuori dell’aggregato protoplasmico,
si tratti del DNA nella cellula, o della cellula nel corpo, o del corpo nell’ambiente.
La struttura gerarchica non è una novità. Dianzi abbiamo parlato
dell’individuo riproduttore o della famiglia o della specie, e così via.
Ora ogni gradino della gerarchia dev’essere pensato come un sistema, e non come
un pezzo tagliato via e visto in opposizione alla matrice circostante.
Questa identità fra unità mentale e unità di sopravvivenza
evolutiva è di grandissima importanza non solo teorica ma anche etica.
Essa significa, vedete, che ora riesco a collocare qualcosa che chiamo ’Mente’
come unità immanente nel grande sistema biologico, l’ecosistema. Ovvero,
se traccio le frontiere del sistema a un diverso livello, allora la mente è
immanente nella struttura evolutiva totale. Se questa identità fra unità
mentale e unità evolutiva è grosso modo corretta, allora ci troviamo
di fronte a numerosi cambiamenti nel ùostro modo di pensare.
Consideriamo dapprima l’ecologia. L’ecologia è considerata oggi sotto
due aspetti: c’è l’aspetto detto bio-energetico (l’economia dell’energia
e della materia all’interno di un atollo corallifero, di una foresta di sequoie
o di una città); e c’è poi un’economia dell’informazione, dell’entropia,
dell’entropia negativa, eccetera. Questi due aspetti non vanno molto d’accordo,
proprio perché le unità hanno nei due tipi di ecologia diverse
frontiere. Nell’aspetto bio-energetico è naturale e opportuno pensare
a unità delimitate dalla membrana cellulare o dall’epidermide; o a unità
costituite da insiemi di individui della stessa specie. Queste sono allora le
frontiere alle quali si possono compiere misure per determinare il bilancio
energetico di tipo additivo-sottrattivo per l’unità considerata. Viceversa,
l’ecologia informazionale o entropica si occupa di bilanci di canali e di probabilità;
i corrispondenti bilanci sono partitivi (non sottrattivi): le frontiere debbono
racchiudere, e non tagliare, i canali che interessano.
Inoltre il significato stesso di ’sopravvivenza’ subisce un cambiamento quando
smettiamo di parlare della sopravvivenza di qualcosa che è limitato dall’epidermide
e cominciamo a pensare alla sopravvivenza del sistema di idee nel circuito.
Il contenuto dell’epidermide dopo la morte viene ridistribuito casualmente e
così pure i canali all’interno dell’epidermide; ma le idee, dopo ulteriori
trasformazioni, possono sopravvivere nel mondo sotto forma di libri o di opere
d’arte. Socrate come individuo bioenergetico è morto, ma molto di lui
continua a vivere nella contemporanea ecologia delle idee.
È anche chiaro che la teologia subisce un mutamento e forse un rinnovamento.
Le religioni del Mediterraneo hanno oscillato per cinquemila anni tra immanenza
e trascendenza: a Babilonia gli dèi erano entità trascendenti
situate sulla cima delle colline; in Egitto la divinità era immanente
nel Faraone; e il cristianesimo è una complessa combinazione di queste
due credenze.
L’epistemologia cibernetica che vi ho presentato suggenirebbe un’altra impostazione.
La mente individuale è immanente, ma non solo nel corpo: essa è
immanente anche in canali e messaggi esterni al corpo; e vi è una più
vasta Mente di cui la mente individuale è solo un sottosistema. Questa
più vasta Mente è paragonabile a Dio, ed è forse ciò
che alcuni intendono per ’Dio’, ma essa è ancora immanente nel sistema
sociale totale interconnesso e nell’ecologia planetaria.
La psicologia freudiana ha dilatato il concetto di mente verso l’interno, fino
a includervi l’intero sistema di comunicazione all’interno del corpo (la componente
neurovegetativa, quella dell’abitudine, e la vasta gamma dei processi inconsci).
Ciò che sto dicendo dilata la mente verso l’esterno. E tutti e due questi
cambiamenti riducono l’ambito dell’io conscio. Si rivela opportuna una certa
dose di umiltà, temperata dalla dignità o dalla gioia di far parte
di qualcosa di assai più grande: parte, se si vuole, di Dio.
Se mettete Dio all’esterno e lo ponete di fronte alla sua creazione, e avete
l’idea di essere stati creati a sua immagine, voi vi vedrete logicamente e naturalmente
come fuori e contro le cose che vi circondano. E nel momento in cui vi arrogherete
tutta la mente, tutto il mondo circostante vi apparirà senza mente e
quindi senza diritto a considerazione morale o etica. L’ambiente vi sembrerà
da sfruttare a vostro vantaggio. La vostra unità di sopravvivenza sarete
voi e la vostra gente o gli individui della vostra specie, in antitesi con l’ambiente
formato da altre unità sociali, da altre razze e dagli animali e dalle
piante.
Se questa è l’opinione che avete sul vostro rapporto con la natura e
se possedete una tecnica progredita, la probabilità che avete di sopravvivere
sarà quella di una palla di neve all’inferno. Voi morrete a causa dei
sottoprodotti tossici del vostro stesso odio o, semplicemente, per il sovrappopolamento
e l’esagerato sfruttamento delle riserve. Le materie prime del mondo sono limitate.
Se io sono nel giusto, allora il nostro atteggiamento mentale rispetto a ciò
che siamo e a ciò che sono gli altri dev’essere ristrutturato. Non si
tratta di uno scherzo, e non so quanto tempo abbiamo ancora prima della fine.
Se continuiamo ad agire sulla base delle premesse che erano di moda nell’èra
pre-cibernetica e che furono particolarmente messe in risalto e rafforzate durante
la rivoluzione industriale quando sembravano convalidare l’unità di sopravvivenza
ipotizzata da Darwin, potrebbero restarci ancora venti o trent’anni prima che
la reductio ad absurdum logica delle nostre vecchie posizioni ci distrugga.
Nessuno sa quanto tempo ci resti, nel sistema attuale, prima che si abbatta
su di noi qualche disastro, più grave della distruzione di un qualunque
gruppo di nazioni. Il compito più importante, oggi, è forse di
imparare a pensare nella nuova maniera. Dirò che io non so come si faccia
a pensare in questa maniera: dal punto di vista intellettuale, io posso star
qui a fornirvi un’esposizione ragionata di questa materia; ma se mi metto ad
abbattere un albero, penso ancora che è ’Gregory Bateson’ che sta abbattendo
l’albero. Io sto abbattendo l’albero. ’Me stesso’ è ancora per me un
oggetto troppo concreto, diverso dal resto di ciò che qui ho chiamato
’Mente’.
Il passaggio necessario per attuare (per rendere abituale) l’altra maniera di
pensare (talché in modo spontaneo si pensi in quella maniera quando si
prende un bicchiere d’acqua o si abbatte un albero), quel passaggio non è
facile.
Inoltre, e parlo seriamente, secondo me non dovremmo
fidarci di alcuna decisione politica che provenga da persone che non hanno ancora
quell’abito mentale.
Vi sono esperienze e discipline che possono aiutarmi a immaginare che effetto
farebbe avere questo corretto abito mentale. Sotto l’effetto dell’LSD ho sperimentato,
come molti altri, la scomparsa della distinzione tra l’io e la musica che ascoltavo.
Il soggetto percipiente e la cosa percepita vengono stranamente uniti in una
sola entità; questo stato è certo più corretto di quello
in cui sembra che ’io ascolto la musica’. Il suono, dopo tutto, è la
Ding an sich, ma la mia percezione di esso è una parte della mente.
Si racconta che Bach a chi gli domandava come potesse suonare così divinamente
rispondesse: " Io suono le note in ordine, come sono scritte; è
Dio che fa la musica ". Ma non molti di noi possono, vantarsi della stessa
correttezza epistemologica di Bach; o di William Blake, il quale sapeva che
la fantasia poetica era l’unica realtà. In tutte le età i poeti
hanno sempre saputo queste cose, ma noi, gli altri uomini, ci siamo smarriti
in ogni sorta di falsa reificazione dell’ ’io’ e di separazione tra 1’ ’io’
e 1’ ’esperienza
Per me un altro indizio - un altro momento in cui la natura della mente mi è
stata per un attimo chiara - è stato fornito dai famosi esperimenti di
Adelbert Ames, Jr. Si tratta di illusioni ottiche nella percezione della profondità.
Come la cavia di Ames, voi scoprite che i processi mentali coi quali create
il mondo in una prospettiva tridimensionale sono dentro la vostra mente, ma
del tutto inconsci e al di là del controllo volontario. Naturalmente
noi tutti sappiamo che è così, cioè che la mente crea le
Immagini che ’noi’ vediamo. Eppure l’esperienza diretta di questo fatto che
sapevamo da sempre è un profondo trauma epistemologico.
Cercate di non fraintendermi. Quando dico che i poeti hanno sempre saputo queste
cose, o che i processi mentali sono per lo più inconsci, non sto raccomandando
un impiego più esteso dell’emozione o un uso più ridotto dell’intelletto.
Solo che, se quello che dico qui stasera è più o meno vero, allora
le nostre idee sul rapporto tra pensiero ed emozione debbono essere rivedute.
Se i confini dell’ ’io’ sono stati tracciati male o addirittura sono del tutto
fittizi, allora può non aver senso considerare le emozioni o i sogni
o i nostri inconsci calcoli di prospettiva come ’estranei all’io’.
Noi viviamo in una strana epoca, in cui molti psicologi tentano di ’umanizzare’
la loro scienza predicando un vangelo anti-intellettuale. Essi, altrettanto
ragionevolmente, potrebbero tentare di purificare la fisica bandendone gli strumenti
della matematica.
È il tentativo di separare l’intelletto dall’emozione che è mostruoso,
e secondo me è altrettanto mostruoso (e pericoloso) tentare di separare
la niente esterna da quella interna, o la mente dal corpo.
Blake osservò che " Una lacrima è una cosa intellettuale
", e Pascal affermava che "Il cuore ha le sue ragioni che la ragione
non conosce". Non dobbiamo essere sviati dal fatto che i ragionamenti del
cuore (o dell’ipotalamo) sono accompagnati da sensazioni di gioia o di dolore.
Questi ’ragionamenti’ riguardano questioni che sono vitali per i mammiferi,
cioè questioni di relazione, e intendo dire amore, odio, rispetto, dipendenza,
ammirazione, adempimento, autorità, e così via. Esse sono fondamentali
nella vita di qualunque mammifero, e non vedo perché questi calcoli non
si dovrebbero chiamare ’pensiero’, benché certo le unità di calcolo
per le relazioni siano diverse dalle unità che usiamo per i calcoli sulle
cose isolabili.
Ma vi sono collegamenti fra l’uno e l’altro tipo di pensiero e mi sembra che
artisti e poeti si occupino in modo specifico di questi collegamenti. Non è
che l’arte sia l’espressione dell’inconscio, ma piuttosto essa si occupa del
rapporto tra i livelli del processo mentale. Da un’opera d’arte può esser
possibile estrarre alcuni pensieri inconsci dell’artista, ma io credo ad esempio
che l’analisi che Freud fa della Madonna col Bambino e S. Anna di Leonardo fallisca
in pieno il suo scopo. L’abilità artistica è un combinare molti
livelli mentali - inconsci, consci ed esterni -per asserire la loro combinazione.
Non è questione di esprimere un unico livello.
Analogamente, quando diceva: " Se potessi esprimerlo a parole, non avrei
bisogno di danzano ", Isadora Duncan diceva una cosa senza senso, poiché
la sua danza riguardava combinazioni di parola e movimento.
In effetti, se ciò che ho detto è in qualche modo corretto, l’intera
base dell’estetica dovrà essere riesaminata. Sembra che noi annettiamo
sentimenti non solo ai ragionamenti del cuore, ma anche a quelli che avvengono
nei canali esterni della mente. È quando riconosciamo le operazioni della
creatura (rispetto al pleroma) nel mondo esterno che abbiamo la sensazione della
’bellezza’ o della ’bruttezza’. La ’primula sulla proda del fiume’ è
bella perché ci rendiamo conto che la combinazione di differenze di cui
consta il suo aspetto avrebbe potuto attuarsi soltanto mediante un’elaborazione
d’informazione, cioè mediante il pensiero. Riconosciamo un’altra mente
entro la nostra stessa mente esterna.
E da ultimo c’è la morte. È comprensibile che in una civiltà
che separa la mente dal corpo, si debba o cercare di dimenticare la morte o
costruire mitologie sulla sopravvivenza della mente trascendente. Ma se la mente
è immanente non solo nei canali d’informazione ubicati dentro il corpo,
ma anche nei canali esterni, allora la morte assume un aspetto diverso. Il ganglio
individuale di canali che io chiamo ’me’ non è più così
prezioso perché quel ganglio è solo una parte di una mente più
vasta.
Le idee che sembravano essere me possono anche diventare immanenti in voi. Possano
esse sopravvivere - se sono vere.
dal libro
di Bateson: "Verso un’ecologia della mente",
Adelphi, pag. 484
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