Il "Male" e l'edicolante
Ancora oggi nessun editore ha capito che l'edicolante è il suo venditore, il suo agente, è la persona che meglio di chiunque altro ha il polso della situazione, che meglio di chiunque altro conosce i lettori. Noi l'avevamo capito benissimo: si sentivano coinvolti nei nostri giochi, li alimentavano e noi – per ringraziarli – ce li arruffianiamo dedicandogli una copertina, inventandoci la festa di Sant'Edicola: io ci misi l'idea e Pazienza la disegnò. I giornali che prendevamo di mira non facevano obiezioni. Eccetto Scalfari, che era scemo e fu l'unico che s'arrabbiò. Ma gli altri non si comportarono come «la Repubblica». Anzi, «Paese Sera» ci chiamò e ci chiese: «Per favore, ce lo dite il giorno prima quando fate un falso di "Paese Sera"?». Grazie al falso del «Male», «Paese Sera» andava esaurito, quindi se li avessimo avvisati si sarebbero regolati sulla tiratura. Ma noi il falso non lo abbiamo mai annunciato. Che senso avrebbe avuto? Così finiva il gioco, un gioco improvviso, che scoppiava fra le mani della gente, che trovava questa notizia spropositata all'interno del giornale, capiva lo scherzo e lo rivoltava in prima pagina, giocando a sua volta. Avvisare il lettore dicendogli: «La prossima settimana, in edicola con “Il Male", il falso "Corriere"!» non serve a niente, rovini il gioco e poi nessuno ci casca più. E a noi che la gente ci cascasse ci interessava ancora più che vendere tante copie. E per far questo non dovevamo annunciare niente. Mai. «Il Male» era pieno di cose non annunciate, al limite dell'autolesionismo. Nell'estate del '79, fra le iniziative dell'Estate Romana, c'era il primo Festival dei Poeti, che si svolgeva alla spiaggia di Castel Porziano. Un raduno importante, con grandi nomi italiani e internazionali: Evgenij Evtxsénko, William Burroughs, Fernanda Pivano, Gregory Corso, Dario Bellezza... Decidemmo di far sorvolare il festival da un aeroplanino che distribuiva volantini, facendo così cadere sui poeti una pioggia di poesie scritte dal «Male». Il bello è che nessuno si prese la briga di firmare i volantini e così l'iniziativa sul momento restò anonima. Si trattò di una distrazione, ma faceva parte del gioco. Noi non eravamo tipi da comunicati. No. A noi interessava la sostanza: un aeroplano carico di pacchi di poesie da rovesciare sulla testa dei poeti. Questo era il nostro gioco: partecipare a - un avvenimento, interpretarlo ma non mettere né firme né cappelli. Se lo capivano, bene, se non lo capivano, non importa. La settimana dopo avremmo fatto un altro gioco. L'importante era che ogni lavoro fosse realizzato con grande cura del dettaglio, in modo che si potesse rendere credibile anche la trovata più assurda. Ne è un ottimo esempio il falso «Corriere della Sera» sui marziani. L'idea nasce in un momento in cui i giornali erano pieni di "Avvistato un ufo di qua", "Avvistato un ufo di là"... ogni tanto in estate c'era un periodo in cui cominciavano a vedere dischi volanti da qualche parte, e allora era tutto un susseguirsi di avvistamenti. Insomma, per i giornali i marziani erano dietro l'angolo, potevano arrivare da un momento all'altro. Allora «Il Male» decide di occuparsi anche di questo. Per documentarci facciamo un serio lavoro d'archivio e andiamo a studiare con attenzione come il «Corriere della Sera» aveva trattato lo sbarco sulla Luna, che era la cosa più simile alla nostra idea dello sbarco alieno. Ogni giornale ha un suo modo di trattare ciascun genere di notizie, una sua grafica, un suo stile di scrittura dei titoli, degli articoli, una sua impaginazione, un suo modo di raccontare le cose. Il «Corriere» non avrebbe mai usato un titolo d'effetto: una cosa come "Arrivano i marziani!" non sarebbe stata credibile. Ricordo che lavorammo a lungo, fino a quando trovammo la formula giusta: "Da un'altra galassia hanno raggiunto la Terra", e l’occhiello: "L'uomo non è più solo nell'universo". Pensare un falso era un esperimento di scrittura creativa: il gioco lasciava spazio alla nostra analisi sul mondo dei media, sul loro modo di raccontare la realtà. Il falso diventa una delle cose più importanti della nostra avventura perché «Il Male» lo reinventa come strumento narrativo. È chiaro che nella satira nulla si inventa, e ho scoperto che cose simili ai nostri falsi c'erano già un centinaio d'anni prima. Ma l'unicità del «Male» sta nel fatto che noi usavamo quel mezzo al massimo delle sue potenzialità, senza proteggerci con nessun accorgimento: noi riprendiamo le testate pari pari, non avvisiamo in nessun modo il lettore che quello che ha per le mani è un falso. Noi facciamo un falso da denuncia. Perché nessuno può appropriarsi della testata del «Corriere della Sera», della «Repubblica» o di «Paese Sera» per scriverci su quello che gli pare. Però noi eravamo così, eravamo volontariamente eversivi, noi ci riappropriavamo del giornale, della testata, la studiavamo, la riscrivevamo, la riadattavamo a quello che volevamo raccontare. Riuscivamo a interpretare perfettamente e a raccontare benissimo il tempo in cui vivevamo. |