« Dovevamo stupire, stupire ogni settimana »
Un bel giorno nella sezione moda di «Panorama» troviamo la foto di una modella in bici con una copia del «Male»: il nostro giornale era diventato trend.
Capiamo al volo che la cosa sta cominciando a funzionare.
Che il nostro giornale fosse un gioco lo sapevamo fin dall'inizio, ma a quel punto cominciamo a chiederci se possiamo davvero uscire a ricavarci dei soldi. Tenete presente che Pasquini, Sparagna, io e tutti gli altri eravamo persone che sei mesi prima
guadagnavano cinquemila lire al giorno, vendevamo cinque pezzi al mese: in pratica non vedevamo una lira e all'improvviso ci troviamo in un'avventura che per due anni sarà clamorosamente bella, divertentissima, un gioco in cui puoi dar sfogo a tutte le stronzate che ti vengono in testa, insieme a persone intelligenti, gente che riconosce al volo il tuo talento, gente con cui litighi, ma con la quale realizzi le tue fantasie, puoi andare oltre ogni aspettativa. Quello è il presidente della Repubblica? Vaffanculo, noi lo sputtaniamo! Quello è il segretario del partito più importante? Chi se ne frega, noi non abbiamo paura di nessuno, scherziamo su tutte le tragedie. E per fare tutte queste cose stupende ti pagano pure.
Facevamo delle cose belle, creative, dovevamo stupire, stupire ogni settimana, il tutto senza mai porsi un problema di validità politica, ma solo ed esclusivamente estetica. Consideravamo inutile fossilizzarsi su quello che si era fatto la settimana prima e infatti non amavo molto vedere il giornale una volta stampato. Io pensavo sempre al numero successivo, perché ero completamente dentro all'idea che stavamo dando vita a un nuovo genere artistico. Avevamo capito che pensare un giornale è come allestire uno spettacolo da sfogliare tra le mani, e allora «Il Male» diventa un cabaret, una cosa che apri e a un certo punto... stupore! Madonna mia! C'è un giochetto di Angese, un faccione di Craxi che pieghi a fisarmonica e diventa un cazzo! Allora chiami il vicino e glielo fai vedere. Oppure vedi un fotomontaggio di Cascioli, una cosa da fottersi dalle risate, e se lavori in banca lo fai vedere subito a un tuo collega. Cascioli era un tipo timidissimo, che ti parlava con i suoi fotomontaggi. Era molto diverso da noi perché lavorava alla Zecca, quindi sapeva bene per cosa si rideva negli uffici tra impiegati. Insomma, «Il Male» non è un gioco che fai da solo, un gioco che si ferma nelle mani del primo lettore, di quello che l'ha comprato in edicola, ma è un gioco che si apre anche agli altri, che continua di lettore in lettore, sul passaparola. E questo anche perché non c'era una parte politica che trattavamo meglio delle altre: ne avevamo per tutti, compresi noi stessi. Non ci risparmiavamo: ci insultavamo tra di noi come dei pazzi! Nel giornale finivano un sacco di cose contro di me, contro Sparagna... il principio era semplice: arriva uno con una vignetta incredibile contro di te? Va benissimo, si pubblica, non si può censurare una cosa che funziona. E questo perché tra un'idea politicamente giusta e un'idea stupida ma che stupiva, l'idea stupida che stupiva era quella che seguivamo. |