La Panda sottratta alla Fiat
Fino a quando – per fortuna! — non arriva un imprevisto a movimentarci le giornate. Ci si presenta un'occasione: la Fiat lancia la Panda e noi, come tutti quanti i giornali, abbiamo il diritto di telefonare e chiedere di farcela provare. Sul momento progettiamo una delle nostre trovate. Ci diciamo: «Potremmo andare in una concessionaria di Roma dove ci sono le Panda dell'ufficio stampa Fiat, chiedere di fare un giro e poi, con una scusa, facciamo scendere il meccanico e via! Scappiamo con la Panda!». In realtà la cosa fu molto più semplice, perché l'ufficio stampa della Fiat ci disse: «Vi lasciamo la Panda per un giorno, così potete fare il servizio fotografico in tutta calma». Poveri illusi. Noi ci impossessiamo della Panda e via, comincia lo sfrenamento. Tutti a giocarci, a provarla. Due giorni dopo ci chiamano. «Allora, avete provato la Panda?» «Sì.» «Bene, quando possiamo venirla a prendere?» «Mai.» «Eh, eh... simpatici! Va be', veniamo domani?» «No.» «Veniamo domani.» Il giorno dopo richiamano: «Oggi passiamo a riprendere la Panda». E noi, di nuovo: «No». Insomma, c'eravamo inguattati la Panda. Quattro giorni dopo, í] capo dell'ufficio stampa della Fiat riesce a beccarmi al telefono. «Voglio parlare col direttore.» «Sono io, buongiorno. Mi dica pure.» «Senta una cosa. A proposito della Panda... va bene, è stato un bello scherzo, ora però ce la dovete ridare, perché serve agli altri giornali, dobbiamo far fare altri servizi.» «No.» «Come no?» «Guardi, il suo è un caso di incauto affidamento» cerco di spiegargli io, «mi dispiace che ci sia capitato di mezzo proprio lei.» «Come un caso di incauto affidamento?» «Scusi, ma lei lo sa come si chiama il nostro giornale?» «"Il Male"...» «Ecco, appunto! Ma lei, scusi, affida al "Male" una Panda?! E poi, mi permetta, l'Avvocato ne ha tante di Panda, ne fa tante ogni settimana! Ce ne avete dato una sola, e lasciatecela, suvvia!» A quel punto il capo dell'ufficio stampa comincia a dare i numeri, è incazzato nero, mentre noi manteniamo sempre un'aria sempre molto cortese, molto gentile. Insomma, ha provato a telefonarci ancora una decina di volte, sino a quando ha capito che non c'era trippa per i gatti. Ormai è chiaro che la Panda è nostra e allora cominciamo a pensare cosa farci. Le prime proposte non Promettevano bene. «Le facciamo fare due chilometri in retromarcia fino a quando non scoppia!» «No, andiamo da Roma a Ostia in prima, sino a quando non fonde!» «Macchè! La buttiamo a cento all'ora contro qualcosa!» Del resto si sa che spesso le prime idee non sono le migliori, e davanti a tante atrocità qualcuno s'era già commosso. Allora dissi: «Ma dico, scusate, perché la dobbiamo distruggere? In fondo è una bella macchinetta». Era una Panda beige chiaro, a quell'epoca era carina, e ci piaceva. Era un gioiellino, e poi ci eravamo già affezionati. «Va bene, sapete cosa facciamo? Facciamo che questa qua è la macchina del giornale! In fondo una macchina ci serve. La usiamo a turno, ce la giochiamo un po' tutti.» E Jacopo disse: «Io questo fine settimana devo andare a Napoli con la mia fidanzata». E via per tre giorni a Napoli. La cosa divertente era essere fermati dai carabinieri, dalla polizia. Ci dicevano: «Di chi è questa macchina?». E noi: «Non lo vede, è della Fiat!». «Sì, va be', è della Fiat ma di chi è?», «E una Panda della Fiat.» Allora prendevano il libretto e leggevano "Proprietario: Fiat S.p.A., Torino, viale Marconi". Rimanevano zitti, davanti a questa Panda della Fiat. Noi ridevamo e loro non sapevano come prenderla, perché ci guardavano e vedevano ‘ste facce da barboni. In quegli anni eravamo un'eccezione. L'epoca dei collettivi era già finita, e noi eravamo uno strano collettivo politico sopravvissuto, un collettivo che faceva bei soldi, cosa assurda perché nella stampa di sinistra non c'era nessun altro che guadagnava. Erano tutti in perdita, eccetto noi. «Il Male» funzionava, ma proprio per questa nostra leggerezza, perché eravamo un po' matti. |