I falsi quotidiani
Quando nasce il falso ha gia un suo retroterra storico, teorico di riferimento. In realtà era quello che aspettavamo, era la mela, la pera che pendeva su di noi e a un certo punto ci è caduta in testa. Però noi l'aspettavamo, avevamo già coltelli e forchette pronti per tagliarla, mangiarla e spiegarla. Sulla teoria eravamo già ferrati, ma ci mancava ancora la mela. Il falso nasce casualmente, dall'idea di un grafico, Marcello Borsetti. All'epoca schizzavamo il menabò del «Male» su dei giornali completamente bianchi e questo suggerì a Marcello una soluzione stupefacente. Un giorno si alzò davanti a tutti noi e fece un gesto di una semplicità che si sarebbe rivelata geniale: aprì nel mezzo uno di quei giornali prova e lo rivoltò. «Vedete? Se apriamo il giornale e lo rigiriamo, ci si ritrova il paginone centrale in prima pagina!» In quel modo la copertina vera e propria del «Male» finiva al centro, mentre all'esterno il giornale diventava un'altra cosa, diventava – di volta in volta – una copia perfetta della «Repubblica», di «Paese Sera», della «Stampa»... insomma, il lettore comprava «Il Male» e con un semplice gesto si ritrovava per le mani tutt'altro: un gioco facile, immediato, uno trucco perfetto. La nostra avventura comincia da una falsa «Repubblica», una finta prima pagina in cui il quotidiano di Scalfari, in un'edizione straordinaria nei giorni dei funerali di Moro con le facce impietrite dei dirigenti democristiani, dichiarava "Lo Stato si è estinto", e di conseguenza, il giornale cessava le pubblicazioni. Il direttore salutava per l'ultima volta i lettori: «Questa è l'ultima volta che mi leggete... Ormai "la Repubblica" non ha più ragion d'essere». Il giorno dopo l'uscita in edicola, squillò il telefono in redazione. «Pronto?» «Pronto, volevo parlare con il direttore del "Male". È lei il direttore?» «No, sono un redattore.» «E il direttore chi è?» «Non so... è scritto sul giornale...» «Io non lo leggo.» «Ma lei chi è?» «Sono Scalfari, il direttore di "Repubblica".» «Ah... io non leggo molto "la Repubblica".» «Non me ne frega niente di quello che legge, io le telefono perché sono una persona cortese.» «Come cortese?» «Lei lo sa che avete commesso un reato... una cosa inammissibile...» «Certo.» «Volevo avvisarvi che vi denuncio per avermi messo fra i vostri collaboratori.» «Stupendo! Sì, denunciaci! Ehi, c'è Scalfari qua, ha detto che ci denuncia!» E riattacca. La telefonata era un po' diversa, ma questa era la sostanza. Sapevamo che una denuncia di Scalfari era l'ideale per un giornale di satira: tutto purché si parlasse di noi. Insomma, questo primo tentativo aveva dato i suoi frutti. Il falso era nato. Il falso, l'imitazione sono gli strumenti più antichi della satira, ma per noi non si trattava solo di un gioco fine a se stesso: era come annusare l'aria, intuire uno stato d'animo diffuso, un'aspettativa... insomma, il punto non era trovare e sbattere in prima pagina una qualsiasi idea folle o smisurata, il nostro scopo era quello di dar voce a un bisogno reale, a un'aspirazione che girava fra la gente senza avere il modo di essere espressa. Era solo trovando un'idea che rispecchiasse un desiderio generale che il falso poteva dirsi riuscito. Se non si creava questa magia, questo scambio di stimoli fra noi e i lettori, non si poteva sperare che qualcuno ci cascasse. Ma perché uno creda a una bugia, bisogna fare in modo che questa somigli in tutto e per tutto a una cosa vera. Non basta un'idea, bisogna che il racconto si sviluppi secondo le regole. Inventandoti la prima pagina di un giornale nazionale, studi e analizzi come si comporta la stampa,come si muovono i vari giornali, il meccanismo delle notizie. Quindi, una volta individuata la notizia nell'aria, si cominciava la nostra ricerca. Era fondamentale che nei nostri falsi tutto somigliasse al vero. L'impaginazione, la titolazione, la rilevanza tipografica, l'uso delle foto e delle firme ...ogni dettaglio veniva studiato a fondo e riprodotto con precisione, rispettando fedelmente lo schema della testata. La teoria era semplice: se nasce un’idea la devi raccontare subito. Infatti i falsi nascevano sull'onda di una grande ingiustizia nel campo dello sport, nel campo della politica o nel campo di chissà cos'altro, perché la gente voleva rimuovere, cambiare questa realtà che aveva davanti. Il falso muoveva, cambiava questa realtà. Nell'estate del '78 facciamo il falso «Corriere dello Sport» "Annullati i Mondiali", la gente non desiderava altro, perché la sconfitta con l'Olanda non era andata giù a nessuno. Anche quella volta, l'idea era nata per caso, in uno scambio di battute fra Jacopo e Giovanna Caronia. Erano in redazione, seduti davanti alla tv, e un attimo dopo vennero da me con questa trovata. Fu un bel colpo, una cosa che ci permise di aprirci a un pubblico molto più vasto: quella volta facemmo ridere sognare un Paese intero. Il trucco consisteva appunto in questo, il falso per dire quelle cose che tutti avrebbero voluto poter dire, che tutti avrebbero voluto diventassero realtà. Per esempio, quando all'«Unità» facciamo dire “Basta con la Dc!", soddisfiamo il 100 per cento dei militanti del Pci, quelli che non ne potevano più del compromesso storico, dell’unità nazionale, di dividere le cose coi democristiani e, soprattutto, non ne più di vedere la degenerazione dei propri quadri dirigenti, i capi dei servizi segreti scelti in concordia con la Dc, tutti nomi finiti nei registri della P2. Provate a mettervi nei panni del militante che va a vendere «l'Unità», mentre i suoi capi fanno begli affaracci con il capo del Banco Ambrosiano, con Calvi. Non andava bene, non funzionava. C'era la nausea di questa unità con la Dc, e allora noi facciamo contento il militante, dedicandogli una falsa «Unità» che in prima pagina grida: "Basta con la Dc!". In concomitanza con il Festival nazionale dell'Unità! Immaginate che felicità! Con i computer non ci vuole niente a fare un titolo falso, ma a quell'epoca veniva fatto tutto con letraset, trasferibili, colla, forbici, taglie ritagli: lettera per lettera si sforbiciava e appiccicava. Era una cosa faticosissima, e noi avevamo un gruppo di grafici all'altezza, bravissimi, in grado di fare tre quotidiani diversi in un pomeriggio. Oggi è una cosa facilissima e infatti molti ci hanno írnitato, ma con uno spirito che non era il nostro, ossia partendo da questo discorso: «Ah, ah, ah! Facciamogli dire una stronzata all'Unità" o al "Corriere"». I falsi del «Male» erano un'altra cosa, erano una ricerca sull'energia desiderante, su cosa desiderava la gente in un determinato momento, un concetto alla base del movimento bolognese. Ecco perché dico che avevamo un retroterra teorico già pronto: il falso non era solo una furbata o, peggio ancora, un gioco. I nostri amici di Bologna non facevano i biglietti falsi soltanto per svoltare, per risparmiare le tre lire del biglietto del treno, fare i biglietti falsi voleva dire permettere agli studenti, ai giovani senza arte né parte di riappropriarsi della capacità di movimento. Con il biglietto falso potevano andare in giro per il mondo e quindi il mondo ridiventava una loro possibilità. Stesso discorso per i trucchi per telefonare senza spendere soldi, riappropriarsi della capacità di comunicazione; è come la classe operaia che si riappropria dei mezzi di produzione, quei mezzi che un tempo erano i macchinari delle fabbriche, e che nel frattempo erano diventati il poter viaggiare, il poter comunicare. Lavorare al falso era una cosa seria, ma al tempo stesso era anche un piacere: ci divertivamo moltissimo e se cominciavamo a ridere in riunione capivamo che stava funzionando. Non posso nascondere che uno dei motivi dimaggior divertimento era che trattavamo i giornalisti come degli stronzi: col mezzo del falso, massacravamo la stampa italiana, mettendo alla berlina il modo in cui si riportavano le notizie, mostrando al lettore come i casi giornalistici venivano montati a dismisura. L'esempio più eclatante è quello dei falsi di «Paese Sera», della «Stampa» e del «Giorno» con Tognazzi capo delle Brigate rosse. Quell'episodio racconta bene l'esagerazione, gli errori dello Stato nella lotta al terrorismo. Anche quella volta tutto capitò per caso. L'idea arrivò da Sandro Parenzo,che era molto amico di Ugo Tognazzi. Sandro non faceva parte della nostra redazione, e si presentò da noi con un'idea pazzesca. Noi avevamo praticamente chiuso quel il numero del giornale, ma la proposta di Sandro rimise tutto in gioco. Nonostante la moglie gli ripetesse che si stava inguaiando con una manica di pazzi, Tognazzi si prestò con entusiasmo e giocò tutto il giorno con noi. Ci procurammo agenti e inscenammo alla perfezione l'arresto di Ugo per le foto delle prime pagine. Insieme a lui abbiamo dato vita a uno dei momenti più divertenti nella storia della carta stampata. Non era da tutti offrire la propria immagine per un gioco così rischioso: vivevamo in un clima piombo, e per un attore legare il proprio nome a una vicenda così seria non era uno scherzo. Eppure riuscimmo a trovare la chiave giusta per scherzare anche su quel clima grigio e mortifero: il triplice falso di Tognazzi brigatista fu un successo enorme, l'ulteriore dimostrazione che la nostra redazione poteva improvvisare qualsiasi cosa, lanciarsi a capofitto nelle imprese più impensabili. Per un giorno Parenzo era diventato direttore del «Male» e attorno a lui la redazione aveva lavorato in un clima da happening, dimostrando tutta la sua incredibile duttilità. Ogni singolo falso ci faceva arrivare a un pubblico diverso, un pubblico che altrimenti non Avremmo mai raggiunto, come quando col nostro «Corriere dello sport” conquistammo gli sportivi. Ma la chiave del successo stava nel fatto che il gioco del falso non era una cosa limitata alla redazione. Il gioco rimbalzava da noi agli edicolanti, che esponevano il falso del «Male» come una locandina. La cosa li divertiva e si accorsero che funzionava come richiamo per i lettori, che a loro volta facevano continuare il gioco portando in giro il giornale, rivoltando la prima pagina sotto gli occhi di tutti, magari in autobus, alimentando la curiosità della gente, che lo leggeva di sfuggita e poi correva in edicola. «Mi dia "Paese Sera".» «A lei.» «Ma... non è quello di oggi... non Tognazzi!» «No... quello lì è il "Paese Sera" del "Male".» «Ah, quello del "Male", ho capito.» |