La satira ha la capacità di annusare il vento, di capirne in fretta la direzione e di anticiparlo
«Il Male» non era un giornale di satira politica o, meglio, non era un giornale di satira politica per come lo si intende nella vulgata comune, ma era un giornale di satira, questo sì. In quegli anni «Il Male», come un laboratorio, conduceva un'analisi, uno studio della realtà, osservandola da un altro punto di vista, da un punto di vista che non è quello normale, quello semplice, ma quello che ti permette di scoprire ben altro rispetto alla realtà, che a volte te la fa leggere meglio e prima. E difatti «Il Male» ha azzeccato tante previsioni. Per esempio quando facciamo il falso «Bild», c'inventiamo per la prima pagina l'unificazione della Germania, cosa che sarebbe avvenuta solo dieci anni dopo. Ma la cosa più bella non è tanto aver anticipato l'unificazione della Germania.. no, la cosa più bella è aver intuito quale sarebbe stata l'immagine fotografica che avrebbe rappresentato questo evento: la gente che entra ed esce dalla Porta di Brandeburgo! È questo il punto, la magia di quel falso: non si limita a raccontare qualcosa di strambo o improbabile, ma cattura anche l'iconografia, l'immagine che nel 1989 avrebbe rappresentato il tutto. L'episodio del «Bild» è una delle nostre magie più riuscite, anche perché intrecciava perfettamente la nostra aspirazione internazionale a una dimensione piuttosto locale, infatti il falso venne distribuito solo nelle edicole della Riviera romagnola, in modo da raggiungere i molti turisti tedeschi. In seguito arrivò anche in Germania, attraverso un circuito anomalo, dalle librerie italo-tedesche ai ristoranti italiani di nostri amici emigrati. Fu talmente apprezzato che Axel Springer, l'editore del «Bild», ci telefonò per complimentarsi. Quella volta non ci eravamo limitati a prevedere un evento, ma avevamo mostrato nel dettaglio quello che sarebbe avvenuto. Una cosa simile avvenne con il falso «Giornale di Sicilia», anche questa volta un falso locale. Ricordo che partimmo per Palermo con un'idea molto forte: volevamo inventarci che Vito Ciancimino, il sindaco Dc, era stato ammazzato. Ma una volta in città, i giornalisti dei principali quotidiani locali, fra cui alcune grandi firme come Salvo Licata e Francesco La Licata, ci sconsigliarono di portare avanti quel progetto. Il fatto era che di personaggi pubblici ne morivano tanti e quindi era nell'ordine delle cose: invece sarebbe stato molto più eclatante se uno di loro fosse stato arrestato e avesse parlato. E ancor di più se fosse stato proprio Ciancimino a collaborare con la giustizia. All'epoca Ciancimino deteneva il pieno controllo del cosiddetto “pignatone”, il calderone nel quale confluivano le tangenti che venivano poi ridistribuite a tutti i partiti e alle singole correnti, e il suo rapporto diretto con gli ambienti mafiosi era cosa nota. Allora lanciammo una falsa edizione straordinaria del «Giornale di Sicilia» che titolava: "Ciancimino: 'Ecco nomi e cognomi di mandanti e killers degli ultimi delitti"'. Raccontammo il suo arresto, la sua confessione: una cosa incredibile, dirompente. Era un falso ricchissimo, anche grazie alla preziosa collaborazione di Sciascia, che ci regalò un bellissimo pezzo falsificando se stesso: la voce "Palermo" estratta da una sua immaginaria riscrittura dell'Enciclopedia di Diderot. Anche quella volta riuscimmo a intuire delle cose che poi in effetti sarebbero avvenute. Avevamo capito quale sarebbe stato il meccanismo con cui la mafia avrebbe preso una botta solenne, cioè quello del pentitismo: infatti sarà Buscetta a rompere l'omertà, raccontando quello che tutti i palermitani già sapevano. Inoltre riuscimmo a vederci giusto anche nelle previsioni più assurde. Avevamo ribattezzato Franco e Ciccio "I killer che ridono" e nell'89, neanche a farlo apposta, Falcone inviò a Franco Franchi un avviso di garanzia, accusandolo di associazione mafiosa. Distribuimmo il nostro falso solo in Sicilia – proponendone ai lettori del resto d'Italia un riassuntino –, ma venne sequestrato in tutte le edicole la mattina stessa. In seguito, il giudice Costa (che qualche anno dopo sarebbe stato ucciso dalla mafia) ci spiegò le ragioni del sequestro: il fatto che ci fossimo appropriati della testata del «Giornale di Sicilia» non c'entrava nulla, né c'era una denuncia di Ciancimino, che invece si vantava del nostro falso con i suoi amici. Niente di tutto questo. In realtà il capo della procura aveva il terrore che negli ambienti mafiosi si pensasse che qualcuno gli avesse davvero raccontato qualcosa. Il giorno dopo, nonostante il sequestro, il nostro falso tornò nelle edicole siciliane piegato e nascosto nel «manifesto». In quel modo riuscimmo a distribuirne cinquemila copie. Non ci ricavammo una lira, ma quel che contava era non dargliela vinta. |