![]() |
|||||
Siamo tutti pirati |
|
| Il sito di Malatempora con il catalogo |
Il 24 Marzo 2004 è entrato in vigore il "decreto legge Urbani" riguardante la "pirateria" informatica su Internet. La legge prevede che i provider (coloro che vi garantiscono l’accesso alla rete: Telecom, FastWeb ecc.) monitorizzino tutto il traffico che il vostro computer crea, sia in entrata sia in uscita, al fine di denunciarvi nel caso violaste le attuali norme sul diritto d’autore. Il tutto avverrà tramite speciali "filtri" capaci di ridurre o minimizzare le attività di scambio illecito di materiali. Oltre ad impedire a più computer di scambiarsi file, i provider che si accorgessero di attività di scambio illecite da parte di propri utenti, dovranno prontamente sporgere denuncia all’autorità giudiziaria. Verranno colpiti sia coloro che condividono e scaricano materiale protetto da copyright, sia coloro che in qualunque modo e con qualunque mezzo promuovano tale attività. Questo accade oggi che l’IVA sui libri è al 4%, mentre quella sui Cd e sui Dvd è ancora al 20%. Si vendono meno Cd e i discografici aumentano i prezzi. Questo significa andare contro le leggi di mercato! Se tento di vendere una mela al prezzo di 1 euro e nessuno la compra, proporla il giorno dopo a 2 euro è folle! Se scaricare un Mp3 da internet significa essere pirati, se scaricare un video da internet significa frodare gli autori, se ovviare ai prezzi folli applicati alla cultura significa essere dei "ladri di cultura", se arricchire internet di nuovi contenuti mettendo online musica e testi è pirateria, allora siamo tutti pirati, e fieri di esserlo. Le dichiarazioni del Ministro Urbani secondo cui "la violazione della proprietà intellettuale è un furto" sono concettualmente errate. Il termine "furto" indica la sottrazione di un bene al suo legittimo proprietario; al contrario, la realizzazione di una nuova copia di un contenuto digitale non ne impedisce la fruizione ad altri. La tendenza recente è di utilizzare il diritto d’autore per limitare i diritti di proprietà degli acquirenti di prodotti culturali, mediante l’inserimento di tecniche di "protezione" che in realtà limitano la possibilità di fruire liberamente del contenuto regolarmente pagato. Riteniamo che il principio costituzionale della libertà di espressione debba prevalere su interessi legittimi - ma di parte - come quelli dell’industria internazionale dei contenuti; e che in nessun caso la semplice descrizione di tecniche, distribuzione di software o presentazione di link possa venire assimilata a un reato. La questione PalladiumNoi difendiamo una visione aperta della Rete, e intanto la Microsoft progetta Palladium, una nuova funzionalità che sarà inserita nei prossimi sistemi operativi di Windows, per cui dovrebbe diventare impossibile copiare e installare software pirata o Mp3. La notizia è preoccupante, ed ha motivazioni non immediatamente evidenti. Perché Bill Gates dovrebbe rischiare la sua immagine aziendale e i suoi profitti per difendere le Majors e i loro diritti d’autore? Eppure è quello che sta accadendo. Un pezzo di Windows è finito con una velocità impressionante dentro a tutti i lettori di DVD. Tutti i nuovi lettori DVD saranno compatibili con Windows Media 9. Forse di questa decisione sono responsabili i produttori di hardware - i fabbricanti di lettori di Dvd - che si sono così spaventati da preferire di essere compatibili con Microsoft per non rischiare di rimanere fuori del mercato. Tra avere Bill Gates come alleato e "non averlo alleato", è meglio scegliere il male minore. Per cui ad una velocità realmente imbarazzante, stanno uscendo tutti prodotti e lettori compatibili con Window Media Player. Così lo zio Bill si trova a poter aspirare alla posizione di monopolista, perché contemporaneamente in questo momento sono riuniti in un convegno virtuale - che è il "DVD Forum" - tutti quelli che decidono sul futuro dei DVD. È quindi facile da prevedere che da qui ad un anno ci sarà una nuova versione DVD con un nuovo formato video "made in Microsoft". Il diritto di farsi una copia di riservaIl grosso gioco mediatico delle grandi case discografiche e cinematografiche - la loro versione dei fatti, l’interpretazione che cercano di far passare tra le righe - è il negare che noi consumatori abbiamo un diritto che attualmente è sancito dalla legge: il "diritto di farci una copia di riserva" delle cose che compriamo. Al di la del fatto che questa cosa sia giusta o sbagliata, il farsi una copia di un Cd è sicuramente qualcosa di sancito, di implicitamente permesso, dalla legge. Insomma in questo momento la legge concede - come complemento delle procedure d’acquisto - il permesso di farsi una copia del proprio software. Sulla questione si avventano come avvoltoi, gli avvocati delle aziende, che stanno facendo enormi pressioni perché ciò non sia più possibile. Addirittura si arrogano il diritto di dare tutta un’altra interpretazione alla legge che regola il mio acquisto di un Cd, cioè tendono a dire: «Tu apparentemente avresti questo diritto di copia del Cd che hai comprato, ma questo non vale per il mio software, perché io in realtà non ti cedo il software, ma la licenza d’uso. Questa non prevede che tu ne possa fare delle copie: io non ti vendo un CD, ma il diritto di ascoltare o di installare questo CD.» Questo ragionamento vale sia per la musica che per i libri (che è proibito fotocopiare oltre un certo limite), sia per i film che per i software. Finché la legge permette di avere una copia ad uso personale - un cd di riserva caso mai si graffiasse l’originale - questo diritto del consumatore andrebbe preservato. Nella nostra epoca digitale, "fare una copia" è una pratica che ha risvolti insoliti. Si è stati costretti ad inventare il termine "Copyleft", che è il contrario di "Copyright". Il concetto di "copyleft" è stato inventato negli anni Ottanta dal "free software movement" di Richard Stallman. È una filosofia che si traduce in diversi tipi di licenze commerciali, la prima delle quali è stata la GPL [GNU Public License] del software libero. Si tratta di rivoltare il copyright come un calzino, per trasformarlo da ostacolo alla libera riproduzione a suprema garanzia di quest’ultima. In parole povere: io metto il copyright, quindi sono proprietario di quest’opera, dunque approfitto di questo potere per dire che con quest’opera potete farci quello che volete: potete copiarla, diffonderla, modificarla, però non potete impedire a qualcun altro di farlo, cioè non potete appropriarvene e fermarne la circolazione, non potete metterci un copyright a vostra volta, perché ce n’è già uno, appartiene a me. Sempre su questo tema, è opportuno soffermarsi su un punto poco noto della prassi di Google: la "copia chache". Google è un marchio protetto da "Copyright", però di ogni pagina che il motore indicizza Google si fabbrica una sua copia personale, ovviamente senza l’autorizzazione dei suoi autori. Quindi, almeno in linea di principio, o Google abbraccia la filosofia del "Copyleft", o cancella le pagine cache. Ciò non toglie che il servizio della "copia cache" è indubbiamente un servizio utilissimo: ad esempio molti siti sequestrati sono stati "ripescati" proprio grazie alla cache di Google, utilità che si ripresenta anche quando un sito è off-line per un qualche motivo. Tornando alla copiatura degli Mp3, fino a due anni fa, alle major musicali non importava nulla della pirateria. Le case discografiche adesso sono arrabbiate non perché i consumatori piratano i loro prodotti, ma perché non fatturano più come un tempo. Non perché la pirateria fa danni incommensurabili - dato ancora da verificare - ma perché loro hanno sicuramente delle perdite incommensurabili, o almeno così dicono. A questo punto si sono svegliate anche le case cinematografiche, ma per i lungometraggi i danni sono ancora contenuti. Per quante copie possano esserci di un film, la gente continua ancora ad andare al cinema. Mentre il godimento della musica ormai è prevalentemente il risultato di download e masterizzazioni, l’attività cinematografica resta un’attività che incassa. Ma se continua così, gli ingressi al cinema nei prossimi anni saranno meno di oggi, perché questo fenomeno si sta diffondendo. Avvocati e lobby tentano di contrastare - con scarsi risultati - il fenomeno. Grazie a loro tutto questo can-can contro la diffusione della cultura, viene mascherato in nome della "difesa del diritto d’autore". La storia del DIRITTO D’AUTOREFino a Platone, nessuno aveva mai scritto nulla. Una volta se si voleva conoscere il pensiero di Socrate, l’unico sistema era di ascoltarlo direttamente mentre parlava per le piazze di Atene o nei banchetti la sera, quando il filosofo era ospite di qualche ricco armatore greco. Tutto - cioè la nascita della Filosofia occidentale - è avvenuto grazie alla cultura orale. Socrate si rifiutava di scrivere, la sua era una "ricerca" che la pergamena avrebbe pietrificato, mentre la verità doveva essere fatta nascere, doveva essere generata dalle riflessioni degli "amanti della sapienza", cioè dei "filosofi". Socrate non amava vedere i suoi pensieri cristallizzati in una formula scritta e resa definitiva. Con lui si chiude un’epoca. Già con i suoi allievi Platone e Aristotele, cominciano ad esserci i libri. All’epoca non c’erano certo i diritti d’autore, e le copie venivano fatte a mano. Non si pagava in base al valore del pezzo, ma in proporzione al costo della sua riproduzione. Tutto questo fino al 1457 quando, grazie alla stampa, l’oggetto divenne più disponibile. La tipografia era meno costosa dell’amanuense che copiava. La stampa viene inventata nel XV secolo, ma il diritto d’autore agli inizi del XX. Cinquecento anni di pirateria? In realtà accadeva che l’editore commissionasse il libro, e pagasse una cifra fissa all’autore e poi nient’altro. Ma ecco che ad un certo punto, magicamente, nasce il diritto d’autore. Nasce ma non da per tutto. Ancora oggi la Russia post sovietica non aderisce alle convenzioni internazionali sul diritto d’autore. Si può stampare un libro di Umberto Eco a Pietroburgo, naturalmente in italiano, e poi venderlo. Se non c’è legge non c’è reato. Accade che il mondo si evolve, e la legislatura arriva in ritardo. La pirateria tramite internet ne è un caso classico. Il diritto d’autore non vale più come un tempoIl diritto d’autore ha fatto la sua epoca ed adesso non vale più come un tempo. Ne è un esempio meraviglioso il sistema operativo Linux. Da un lato l’uomo più ricco del mondo che impone gli standard Microsoft (e i suoi dividendi) all’universo, dall’altro una risorsa gratuita, che ognuno è libero di usare e di arricchire. Un bel precedente giuridico sono le barzellette. Chi ha il diritto d’autore sulle storielle umoristiche? La barzelletta è il prodotto "Copyleft", per eccellenza: è tutto il contrario del "Copyright", quello con il simboletto Ó. Uno la crea ex novo (ma i misteriosissimi "inventori di barzellette" sono del tutto irrintracciabili), o la modifica, o la adatta, oppure si limita a diffonderla nelle mailing list, come quella di cui sono il moderatore: ’’Il palo’’ (per vedere i messaggi inviati alla lista: http://it.groups.yahoo.com/group/ilpalo/messages ; per iscriversi inviare una email del tutto vuota all’indirizzo: ilpalo-subscribe@yahoogroups.com ) Perché la SIAE non apre una sezione "barzellettieri"? Perché sopporta che una categoria di autori venga defraudata in modo così totale? Altro esempio: i libri più venduti del mondo. Come si sa essi sono la "Bibbia" e il "Corano", ambedue testi ispirati da Dio, che - a quanto risulta - non è neppure iscritto alla SIAE. L’Autore dei maggiori best-seller di questo (e dell’altro) mondo viene spudoratamente frodato dei suoi diritti, benché abbia molti capolavori al suo attivo, non ultimo "Il libro tibetano dei morti". Dalle stelle alle stalle. Dopo la "SIAE-sezione Divinità", l’umile caso del sottoscritto. Io per venti anni ho realizzato fotomontaggi ritagliando fotografie. Partivo da un oggetto riprodotto nella pubblicità X, a cui univo una "mano con pistola" ripresa dalla copertina di "Panorama" e per sfondo potevo mettere un’immagine ritagliata da "Famiglia cristiana". Ne veniva fuori una nuova immagine, una diapositiva che scattavo ai frammenti di foto tenuti pressati sotto un vetro anti-riflessi. Se il fotomontaggio era ben realizzato e illustrava in maniera intelligente un certo argomento, una rivista - magari la stessa "Famiglia cristiana" - poteva acquistarlo, il che mi permetteva di guadagnarmi da vivere. Stavo violando il "diritto d’autore"? Stavo truffando il fotografo che aveva fatto uno degli scatti di cui io mi appropriavo? Oppure stavo usando in maniera creativa della carta colorata regolarmente acquistata in edicola? E se io ero un "ladro", "Famiglia cristiana" era un ricettatore? (inserire un fotomontaggio?) La violazione aveva anche altri aspetti paradossali. Mentre il reporter è sempre il proprietario delle sue foto, il fotografo pubblicitario cede interamente i diritti di un’immagine all’azienda che la usa. Quindi non "rubavo" a Oliviero Toscani, ma a Benetton. Ma allora quella maglietta ritagliata e finita nel mio fotomontaggio, non era forse un riconoscimento, una qualche forma di pagamento, che il mio lavoro di "ladro" tributava alla famiglia Benetton? Qui scattava un ulteriore occasione di confusione circa il "diritto d’autore". La legge infatti finiva per proteggere l’autore del "furto". Se una rivista avesse pubblicato un mio fotomontaggio senza pagarmi il dovuto, essa avrebbe violato il mio proprio e personale diritto d’autore. Io, che agivo nell’era dell’analogico, riciclavo foto di riviste finite al macero, per comunicare significati. Estraevo la vita dalla morte, creavo nuove immagini - realizzate accostando frammenti disparati - e le spedivo a giornali e agenzie fotografiche di tutto il mondo. Che dire poi della "intertestualità", un termine usato dai filologi per indicare la rintracciabilità di testi precedenti in un testo nuovo. Ad esempio: Virgilio ha piratato Omero nella sua Eneide? E Dante li ha defraudati entambi? Mentre i filologi dibattono nelle università di "intertestualità" e "furti/ispirazioni" tra autori, nel mondo dei computer esplode Internet: la gente può leggere miliardi di pagine, e alcuni possono scriverne di nuove. Ed ecco che le pagine nuove escono fuori, ecco che un’alluvione di nuovi file - in .htm o in .mp3 - arricchiscono la Rete. La smania di mettere qualcosa su internetLa gente vuole "esserci", contribuire, propagandare un hobby, una propria passione. Un tizio ama gli Squallor (un gruppo musical/cabarettistico degli anni ’60), ha i loro 45 giri e vuole condividere - parola magica - la sue preferenze, ed ecco che mette in rete i loro Mp3. Un altro ha un VHS con un film poco diffuso con Alberto Sordi, lo digitalizza ed eccolo disponibile in rete. Un terzo - io in questo caso - si innamora di un filosofo: Gregory Bateson. Grazie all’OCR, e perdendoci comunque due o tre pomeriggi, scannerizza decine e decine di pagine, le trasforma in testo, le confeziona come pagine .htm e le mette sul proprio sito personale. Chi sta danneggiando? Il filosofo - nel buio della sua tomba o nella luce del Paradiso - apprezzerà certamente questo lavoro di diffusione dei suoi pensieri. La casa editrice vedrà pubblicizzato un proprio prodotto: se un filosofo interessa per averne letto delle cose su internet, la voglia di prenderne l’intero libro sarà aumentata. È un po’ come se io realizzassi il sito del libro in questione. Gli eredi di Bateson forse strilleranno, ma a noi poco importa, e comunque se l’editore poi vende una copia in più, qualche spicciolo lo riceveranno anche loro. Io con la mia azione forse derubo qualcuno, ma ho il diritto di sentirmi "Robin Hood", perché col mio gesto arricchisco tutti. È chiaro che il messaggio di un filosofo gode nel vedersi diffuso, ma la musica? Magari di un autore contemporaneo? Come si deve sentire un discografico quando il suo prodotto scaricato gratis è più comodo di quello acquistato, perché sul computer occupa meno posto che su uno scaffale, è già digitalizzato, ed è pronto per le proprie compilation? Rubolandia: migliaia di "non soldi"L’elenco di chi ha perso soldi (e tempo) su Internet è enormemente più ampio di chi li ha guadagnati. Questo è tristemente vero per l’aspetto monetario della questione, ma tutti hanno guadagnato "informazioni". L’informazione è l’unico bene che possa venire ceduto e conservato nello stesso tempo. È una merce strana: non impoverisce chi la da, e può arricchire enormemente chi la riceve. Un animale come l’uomo che vive in gruppo, gode di un doppio vantaggio: quello del sapere, e quello di scambiare il suo sapere con qualcos’altro, con un altro sapere. La Grande Rete sembra fatta apposta per moltiplicare questa tipica capacità dell’uomo: "diffondere e scambiare cultura". Solo una società capitalistica e mercificante come la nostra, può denominare merce una musica o un testo filosofico. Nei secoli bui del Medioevo non si sarebbe osato farlo. L’amanuense che copiava Platone, lavorava per il bene di tutti. La nobile istituzione delle "Biblioteche pubbliche", non è stato che un precedente storico della Rete: tutta la cultura riunita un solo luogo, disponibile per essere studiata e copiata, conservata in ordine perché tutti possano approfittarne. Il signor Napster è - per metafora - il Grande Bibliotecario contemporaneo. Ha aperto una filiale del più enorme negozio di musica del mondo, proprio sulla nostra scrivania. Ha realizzato un supermercato niente affatto ingombrante: è ospitato in un pezzetto del nostro computer, ed è tutto gratis! Ditemi se non è "scroccolandia" tutto questo! Ditemi se una chat sonora è qualcosa di meno di una telefonata Roma Milano, eppure non costa come un’interurbana. Vista la quantità di film scaricati gratis, fossi il gestore di una sala cinematografica comincerei a preoccuparmi. Dopo il software piratato e la musica, oggi è il cinema l’oceano dove scorrazzano i pirati. C’è però una discriminazione importante: la pirateria colpisce più i film europei basati sul dialogo che i lungometraggi americani. I film di Verdone vanno bene anche su monitor, le battute si godono lo stesso. Invece i Kolossal con 10.000 comparse e tutti in esterno, con trucchi e colori e grandi paesaggi - in una parola Hollywood - quelli meritano ancora il grande schermo. Fossi Salvatores comincerei ad essere seriamente preoccupato. Uno scontro tra due valori diversiOgni tanto la legislazione incappa in due valori antitetici, tali che salvaguardando uno si distrugge e si vanifica l’altro. Per esempio: si ha diritto di fotografare quello che si vuole? Un reporter può scattare quello che gli pare? In questi casi vanno in contrasto il "diritto di cronaca" e il "rispetto della privacy". In questi casi c’è una sola discriminante: dipende se si è "fuori" (per strada, in uno stadio, insomma all’aperto) oppure "dentro" (una casa, lo studio fotografico, ecc.). Se il fotografo osa pubblicare una foto senza il "release" - autorizzazione firmata dalla persona fotografata - passa dei guai inenarrabili. Tutti i giudici gli daranno torto. Se invece si è all’aperto, prevale il "diritto di cronaca". Mettere online il testo di un autore o un Mp3 è una vicenda che ha dei punti di contatto con quella del diritto d’autore del reporter: anche per quest’ultima esistono due valori antitetici, tali che salvaguardando uno si distrugge l’altro. Il tutto mostra un caos legislativo totale, sottolineato dall’impotenza giuridica che ne promana. Da un lato il bla bla bla di "noi difendiamo gli autori" - che evoca il fallimento del proibizionismo nella lotta alla droga - dall’altro si prefigurano crimini diffusissimi, tali che tutti noi dovremmo andare in galera. Insomma la vicenda evidenzia lo scontro tra due valori. Non potremmo mai avere la "botte piena e la moglie ubriaca". O il valore supremo è una difesa miope del diritto d’autore, oppure il vero valore è la diffusione della cultura, dell’arte, della musica, dei contributi testuali. Se prevale una visione reazionaria del diritto d’autore, questo arricchirà produttori e vedove, figli illegittimi ma nominati nei testamenti, discografici ed editori. Se prevale una visione più nobile, la precedenza va data alla diffusione della cultura, e il mondo ne otterrà una Rete sempre più ricca di contenuti. Per fare una metafora storica, all’epoca di Carlo Magno generazioni di monaci benedettini copiarono i manoscritti della cultura pagana trasmettendo il passato al futuro, per permettere a noi - loro eredi - di conoscere Tacito o Aristotele o Euclide. Questo nel passato - quando ancora non esisteva il diritto d’autore. Oggi spetta a noi di mettere su digitale e telematico, tutta la cultura che ci ha preceduto e tutta quella contemporanea. Mettere a disposizione tramite la Rete arte musica e filosofia non è un optional, non è un hobby: è un preciso dovere sociale. A questa generazione tocca di trascrivere in linguaggio htm l’intero universo culturale, alla faccia di vedove e discografici. Allora i diritti di questi ultimi non vanno difesi? In fondo anche loro sono "cittadini che pagano le tasse", la legge dovrebbe quindi provvedere a garantirli contro i "ladri di cultura". A questo proposito c’è un divertente fattarello che può valere da ammonimento. C’era una volta un ricco e avaro buongustaio. Costui aveva i migliori cuochi e non lesinava spese per i suoi banchetti sempre allietati dai cibi più saporiti e raffinati. Nella stessa città c’era un povero che era solito venire a mangiare il suo tozzo di pane accanto alle cucine del buongustaio, per masticare la sua pagnotta respirando a pieno naso gli aromi della cucina del ricco. L’avaro gastronomo viene a sapere la cosa, e cita in giudizio il poveraccio. "Vostro onore" chiede il ricco al giudice, "io spendo quattrini su quattrini per la legna e le spezie con cui insaporisco i miei cibi. Costui ne vuole godere senza pagare. Io chiedo il mio giusto compenso." Il magistrato, dopo aver riflettuto sulla vicenda, chiede un soldo al povero. Fattoselo dare, lo getta sul tavolo facendolo rimbalzare e risuonare. "Questo suono di moneta" sentenzia il giudice, "è il sufficiente compenso per l’odore dei tuoi aromi" |
|
Abbiamo dimenticato qualche
barzelletta? |
|
| Le immagini del libro | |
| Il computer rivelato dalle barzellette | |
| Ringraziamenti | |
| L’autore | |
|
Potete trovare il
libro "Barzellette sui computer", edizioni Malatempora,
nelle migliori librerie. |
|