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Lavori strani: il bancario (o banchiere) dei poveri

Come la banca dei poveri assume il proprio personale

Se per gestire un’agenzia occorrono cinque persone, consigliamo di prenderne dieci da addestrare, e di selezionare gradualmente le cinque migliori sulla base delle prestazioni fornite nel corso dell’addestramento.
Il lavoro in una banca dei poveri è un lavoro altamente specializzato, e dev’essere riconosciuto come tale. Questo è vero a ogni livello, da quello della pianificazione a quello della presa di contatto con i clienti. Se si ammette che la banca dei poveri sia una struttura del tutto originale, è ovvio che anche il suo personale dovrà essere di un genere affatto nuovo.
Che cosa differenzia un impiegato o un funzionario di Grameen da altri giovani, oltre al fatto di essere disposto a lavorare in condizioni difficili?
La nostra formazione è semplice ma molto rigorosa. E semplice perché essenzialmente consiste in una autoformazione: non esistono libri, non esiste materiale da leggere; ci sembra che nei villaggi del Bangladesh ci siano per i giovani più cose da imparare sulla vita di quante se ne possano trovare nelle pagine di qualsiasi libro.
Chiunque sia in possesso di una laurea - non importa in quale disciplina - conseguita con una buona media a tutti gli esami di fine corso, e abbia un’età non superiore ai ventisette anni, può fare domanda come direttore di una delle nostre agenzie.
Agli annunci che pubblichiamo sui giornali nazionali rispondono sempre molti candidati. Ci dispiace di non poterli ammettere tutti ai corsi di formazione; almeno la metà di quelli che ci scrivono farebbero un’ottima riuscita come funzionari di Grameen. Ma dato che le nostre strutture possono ospitare un numero limitato di persone, siamo costretti a selezionarli prima attraverso i colloqui.
I candidati prescelti sono invitati a presentarsi al nostro istituto di formazione, dove un seminario di due giorni li informerà sulle fasi del loro addestramento; poi vengono smistati nelle varie agenzie, alle quali resteranno aggregati per sei mesi. Prima della partenza i responsabili dell’istituto si raccomandano: "Osservate attentamente ogni cosa. Quando l’addestramento sarà finito, avrete il compito di costruire una vostra agenzia, che dovrà essere in tutto e per tutto migliore di quella che avete appena lasciato".
Così i candidati scoprono da soli cos’è Grameen osservando nel concreto il funzionamento di un’agenzia. Durante quel periodo sono invitati a formulare critiche, a proporre modifiche o miglioramenti dei metodi di lavoro e a presentarle a altri candidati quando, dopo due mesi, si riuniranno per una verifica all’istituto di formazione presso i nostri uffici di Dhaka.
In quegli incontri bimestrali, che durano una settimana, i praticanti portano un soffio d’aria fresca e hanno sempre molte acute osservazioni da fare.
Mentre noi, la vecchia guardia rintanata negli uffici, ci culliamo nell’autocompiacimento per l’ottimo lavoro che svolgiamo, i ragazzi di ritorno dal campo ci riportano ogni sorta di cose terribili. Arrivano e raccontano a tutti come le nostre regole sacre e inviolabili vengano quotidianamente violate; come l’organizzazione che immaginavamo perfetta stia andando rovinosamente in frantumi. Arrivano con l’idea di modificare molte cose, e propongono azioni repressive contro chi trasgredisce le regole. E noi vecchie cariatidi dobbiamo tenerci ben saldi, aggrappandoci all’ultima relazione, all’ultimo profilo analitico, a qualunque cosa ci capiti sottomano, per non farci travolgere dall’assalto.
Nella libera discussione che segue, e che noi sollecitiamo vivamente, molti spigoli vengono smussati; resta il fatto, tuttavia, che alcune delle critiche contengono elementi di verità. Anche se rassicurati nell’insieme, mandiamo tutte le informazioni al nostro ufficio di valutazione e di controllo, perché riservi una maggiore attenzione a quei problemi e ne sorvegli di tanto in tanto l’evoluzione.
Non solo noi siamo aperti alla diversità di stile e opinione, ma anzi la incoraggiamo. Non ci sarebbe innovazione senza un clima di tolleranza, diversità e curiosità. In un contesto troppo rigido, non c’è posto per la creatività.
Alcune pratiche adottate da Grameen su scala nazionale sono state sperimentate prima dai nostri giovani funzionari nelle situazioni locali. È il caso, in particolare: 1) della riunione annuale di atletica organizzata da ogni agenzia per i figli dei suoi membri; 2) dei festeggiamenti annuali nella data di fondazione dell’agenzia; 3) degli esercizi ginnici.
In un primo tempo, molti all’interno di Grameen - e io ero tra quelli - pensavano che gli esercizi ginnici fossero un’attività un po’ troppo militaresca, e che alla maggioranza dei membri non sarebbe piaciuta. Invece scoprimmo che i membri della nostra componente maschile si riunivano già spontaneamente ogni settimana in uno spazio aperto per esercitarsi ed esibirsi assieme ad altri membri provenienti da vari centri  e agenzie: sentivano che l’attività sportiva li aiutava a rafforzare la determinazione e l’attività l’autodisciplina migliorandone l’impegno anche in altri ambiti della vita. Perciò decidemmo di estendere la pratica a tutti i nostri centri.
In generale, i giovani e le giovani del Bangladesh hanno molto senso di responsabilità sociale. Gli studenti sono sempre stati all’avanguardia dei movimenti sociali e politici. Hanno partecipato in prima linea alla nostra Guerra di liberazione e ancora oggi si sacrificano generosamente a sostegno delle cause nazionali.
Grameen offre a questi giovani la possibilità di esercitare pienamente il proprio senso di responsabilità, con l’appoggio di una struttura flessibile e tollerante.
A differenza del personale delle altre banche, i nostri funzionari si pongono soprattutto come insegnanti. E lo sono nel senso che insegnano ai propri clienti a sviluppare appieno il proprio potenziale, a scoprire i propri punti di forza, ad ampliare i propri orizzonti e le proprie capacità in modi fino a quel momento inediti. Noi diamo ai nostri funzionari la possibilità di utilizzare tutto il sapere, la fantasia e l’esperienza di cui dispongono per diventare autentici insegnanti. Fare il direttore in una nostra agenzia è un’avventura, una sfida personale.
Io sono insegnante per scelta. Molti quadri dirigenti di Grameen sono stati miei studenti all’università di Chittagong, e sono lieto che mi considerino più come un professore che come un capo. Nel lavoro bisogna mantenere un rapporto formale con il proprio capo, mentre con l’insegnante c’è più scioltezza, il rapporto ha un’impronta più di intesa spirituale.
Con l’insegnante si può parlare liberamente dei propri problemi e delle proprie debolezze, si possono ammettere i propri errori senza paura di incorrere in sanzioni.
Un funzionario, per sentirsi tale, ha bisogno di un ufficio, di un telefono, di una scrivania; senza questi accessori si sente smarrito. Il funzionario di Grameen può fare a meno di tutto questo, perché la sua natura è e rimane quella di un insegnante.
I semplici impiegati, invece, in genere non sono laureati; è sufficiente che abbiano un diploma di avviamento al lavoro. Se entrassero nella pubblica amministrazione potrebbero diventare tirocinanti o fattorini, situandosi al gradino più basso della gerarchia.
Ogni anno riceviamo, per questo tipo di mansioni, migliaia di domande di lavoro. Purtroppo possiamo accoglierne soltanto una su dieci. Dico purtroppo perché ritengo che il 75 per cento dei giovani che si presentano ai colloqui farebbero una buona riuscita. È un peccato che non si possa assumerli
tutti e metterli a fare qualcosa che valga la pena di essere fatto. Molti di loro hanno un estremo bisogno di lavorare, e in Bangladesh cercare lavoro può essere un’esperienza costosa e mortificante.
Quasi tutte le aziende, infatti, richiedono ai candidati un deposito non rimborsabile a copertura dei costi di selezione. Esistono organizzazioni fantasma che pubblicano false richieste di lavoro solo per estorcere denaro ai candidati. Con Grameen si può avere l’impiego senza necessità di distribuire tangenti. In Bangladesh una tangente per un posto di lavoro equivale a una cifra che va da due a venti volte il salario mensile previsto per quella mansione. E succede perfino che, in cambio del lavoro, il candidato debba sposare la figlia di qualcuno! Molti candidati non riescono a crederci quando diciamo loro che non chiediamo depositi preliminari, e che saranno selezionati soltanto sulla base del merito.
La stragrande maggioranza dei candidati che si presentano da noi per un colloquio (l’85 per cento dei ragazzi e il 97 per cento delle ragazze) viene a Dhaka per la prima volta. Per avere il denaro necessario per le spese di viaggio, spesso i genitori devono vendere il bestiame, gli alberi da frutto, le mucche, le capre, i monili, qualunque cosa in loro possesso. Almeno metà delle famiglie ha avuto in prestito il denaro, il più delle volte dagli usurai. Più della metà dei candidati arriva a Dhaka il giorno stesso del colloquio, perché in città non conoscono nessuno che li possa ospitare, e andare in una pensione o in un albergo risulterebbe troppo costoso. Circa un quarto dei candidati trascorre una notte alla stazione, perché a volte gli orari dei treni rendono impossibile evitare una notte a Dhaka.
Quasi tutti quelli che si presentano sono bravi ragazzi attaccati ai valori tradizionali. La maggior parte di loro prega cinque volte al giorno, come è d’obbligo per ogni buon musulmano. Lavorare con noi è faticoso, ma i nostri giovani lo apprezzano perché dà loro sicurezza, rispettabilità, fiducia in se stessi, e la possibilità di avere avanzamenti di carriera, o àl nostro interno, o eventualmente presso altre aziende.
In effetti, dopo avere lavorato con Grameen, le possibilità di carriera sono eccellenti. E tuttavia, per quanto i nostri stipendi siano al livello di quelli retribuiti dal governo, e inferiori a quelli delle banche commerciali e delle Ong, è raro che i nostri dipendenti si licenzino. Che cosa trovano, da noi, che li rende così affezionati? Probabilmente le nostre caratteristiche rispondono in modo soddisfacente alle loro aspirazioni personali.
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 161

Come si presenta il funzionario di Grameen

Nel novembre del 1982 i membri della Banca Grameen erano arrivati a 28.000, di cui 11.000 erano donne. Come avevamo fatto a compiere un balzo così grande, dai cinquecento membri del 1979? Muovendoci, all’inizio, con estrema prudenza.
A ogni nuova partenza Grameen è solita procedere lentamente, senza fretta. Ritengo che questa sia una condizione importante per la riuscita del lavoro. Da un lato non vogliamo urtare le persone alimentandone l’ostilità o la diffidenza; dall’altro crediamo sia meglio andare con prudenza e far bene le cose piuttosto che commettere errori per eccessiva precipitazione.
Nel primo anno di vita nessuna agenzia dovrebbe cercare di attirare più di un centinaio di clienti. Solo quando i primi cento prestiti sono rientrati interamente e senza inconvenienti si può cominciare a pensare che il lavoro sia stato impostato nel modo giusto (in genere occorrono due anni per scoprire eventuali difetti strutturali in un programma).

Il funzionario inviato da Grameen, generalmente accompagnato da un vice (un praticante al quale si prevede di affidare in futuro la creazione di una nuova filiale) arriva nel villaggio dove si intende impiantare un’agenzia. È molto importante che questo funzionario e il suo vice non abbiano un ufficio, né un posto dove abitare, né contatti stabiliti in precedenza. Essi arrivano senza conoscere nessuno e senza nessuna presentazione. Il loro primo compito è quello di familiarizzarsi con la zona e di rilevarne le caratteristiche in modo dettagliato.
In un primo momento gli abitanti del villaggio guarderanno con perplessità ai due nuovi arrivati, che hanno così poco bagaglio e nessuna idea di dove passare la notte.
Il motivo di questo modo di agire è che vogliamo distinguerci il più possibile dai personaggi ufficiali, che, quando arrivano nei villaggi, sono accolti con premurosa deferenza dalle autorità locali, le quali hanno provveduto in anticipo a predisporre per loro un comodo alloggio e un lauto banchetto nelle case dei ricchi. Grameen vuole farsi portatrice di idee e di pratiche nuove, e tiene a mostrare la sua diversità fin dall’inizio.
Il nostro funzionario e il suo vice dovranno cercarsi pertanto una stanza a pagamento, e la loro sistemazione dovrà essere tra le più sobrie: preferibilmente in un ostello, o in un ospizio pubblico, o anche in una casa abbandonata. Rifiuteranno gli inviti a pranzo dei notabili spiegando che è contro le regole di Grameen. Il loro cibo sarà così spartano da far meraviglia persino agli abitanti del villaggio.
All’inizio nessuno crederà che si tratti davvero di funzionari di una banca. Come fa una banca a non avere né ufficio né personale? E come mai il funzionario di una banca vive come un lavorante a giornata, cucinandosi da solo i propri pasti?
In capo a pochi giorni gli abitanti del villaggio apprendo- ’ no che i due stranieri arrivati di recente sono persone istruite e titolari di laurea. Spesso sono i maestri delle scuole locali ad apprezzarli per primi nel loro giusto valore. I maestri non sono mai laureati, e stentano a credere che una persona in possesso di una laurea decida spontaneamente di andarsi a seppellire in un misero villaggio di povera gente, che si adatti a macinare ogni giorno chilometri e chilometri a piedi e a vivere in una stamberga, rinunciando alla bella casa, al bell’ufficio, insomma a tutte le prerogative del suo status.
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 140

Il confronto con le banche convenzionali

Quando oggi qualcuno mi chiede: "Come le sono venute tutte quelle idee innovative? Lei non ha una formazione specifica, come ha fatto a inventare Grameen?," io rispondo: "Abbiamo guardato come funzionano le altre banche e abbiamo fatto il contrario".
La gente pensa che si tratti di una battuta, invece, in un certo senso, è la verità.
Le banche convenzionali chiedono ai clienti di recarsi nei loro uffici. Per un povero - e per giunta analfabeta - un ufficio è un luogo minaccioso, terrificante. È un modo ulteriore per interporre una distanza. Quindi abbiamo pensato che dovessimo essere noi ad andare nelle case. Tutto il sistema Grameen si basa sul principio che non devono essere i clienti ad andare in banca, ma la banca ad andare dai clienti, e questo fin dall’inizio.
Non si tratta di una trovata promozionale ma di un aspetto determinante della nostra politica commerciale. Nelle agenzie della Banca Grameen in Bangladesh non c’è mai coda agli sportelli. Ci potrà essere, eccezionalmente, qualcuno che lavora; ma originariamente, in tutte le nostre sedi, affiggevamo l’avviso: "La presenza in ufficio di qualsiasi membro del personale è da considerarsi una violazione delle regole della Banca Grameen".
A quella vista, i nostri nuovi assunti erano soliti manifestare sconcerto:
"Ma allora... dove dovremmo andare, se non qui?"
"Andate dove volete. Sdraiatevi a dormire sotto un albero, andate a chiacchierare davanti a un baracchino del tè, ma non fatevi vedere in ufficio."
Qualcuno si lamentava: "Ma il personale ha bisogno di venire in ufficio: per fare i conti, depositare i soldi..."
"Allora indicate un orario di apertura. In quell’orario, soprassiederemo; ma al di fuori di quello andrete incontro a provvedimenti. Non vi paghiamo per stare in ufficio, ma per andare in mezzo alla gente."

Noi ci differenziamo dalle banche convenzionali su quasi tutti i punti. Per esempio, una banca commerciale convenzionale studia i bilanci e fonda le sue decisioni su criteri quali il rapporto debito/interesse, la redditività, il valore attuale netto, i piani di rimborso.
Per una banca commerciale la scala di riferimento è la seguente: 1) il mercato, la domanda e l’offerta; 2) il prodotto; 3) il cliente. Gli impiegati lasciano raramente l’ufficio e passano le giornate a studiare i numeri e le percentuali, ad analizzare i costi e i rapporti; a valutare la solvibilità dei clienti e i loro giustificativi di garanzia.
A Grameen tutto questo non accade, anzi è formalmente vietato. I nostri clienti non devono dimostrare quanto sono ricchi, quanto hanno risparmiato, bensì quanto sono poveri, quanto sono realmente privi di risorse.

All’inizio della pratica, la banca commerciale si accerta se il prestito è coperto da una garanzia. Poi si dimentica completamente del cliente. Tornerà a ricordarsene qualora il debito non venga rimborsato.
Mediante visite domiciliari settimanali e mensili, Grameen verifica continuamente lo stato di salute finanziaria dei clienti, accertandosi che siano in grado di pagare e che tutta la famiglia benefici dei vantaggi del credito.
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 116

I rapporti tra uomini e donne del Bangladesh

Nelle campagne del Bangladesh i rapporti tra uomini e donne sono estremamente formali.
Per questo, se volevo parlare con una donna del villaggio, non andavo di certo a bussare alla sua porta. Piuttosto, mi mettevo in uno spiazzo tra le case, in modo da essere visibile e che tutti potessero osservare il mio comportamento. Mi mettevo lì e aspettavo. Soprattutto volevo che capissero che rispettavo la loro privacy e le loro regole di decenza.
Non chiedevo una sedia né altre dimostrazioni di riguardo. I paesani sono abituati a inchinarsi davanti alle autorità, ma io non volevo che tra la banca e i suoi clienti si creasse un rapporto di distanza. Stavo in piedi in quello spazio aperto e chiacchieravo nel modo più informale, spiegando che cosa cercavamo di fare. Scherzavo volentieri, perché l’umorismo è sempre un buon mezzo per stabilire un contatto con la gente.
Mi viene spontaneo essere affettuoso con i bambini, e anche ai miei collaboratori raccomandavo di essere gentili, perché è il modo migliore per conquistare il cuore di una madre. Inoltre, quando andavamo nel villaggio consigliavo ai collaboratori e agli studenti di non indossare abiti costosi.
Di solito mi facevo accompagnare da una delle mie studentesse o da una bambina del villaggio. La portavoce entrava nelle case, segnalava la mia presenza, ed esponeva le cose per mio conto. È così che ho presentato inizialmente la nostra proposta di credito. Poi usciva, mi riportava le domande che le donne eventualmente ponevano, io rispondevo, e lei tornava dentro. Alle volte, faceva la spola su e giù per più di un’ora, senza che io riuscissi a convincere quelle donne celate a fidarsi del progetto Grameen.

Se in capo a un’ora non avevo concluso, generalmente me ne andavo; ma tornavo alla carica il giorno dopo, sempre aiutato dalla mia messaggera. Perdevamo molto tempo nel far ripetere alla bambina quello che io avevo detto e le domande poste dalle donne; ma spesso succedeva che non riuscisse ad afferrare esattamente le mie idee, o i problemi sollevati da loro. Alla fine, magari, venivo ancora congedato e invitato a non
ripresentarmi. Oppure i mariti, irritati, mi prendevano da parte. Immagino che il fatto di avere a che fare con uno stimato capo di dipartimento li lasciasse tranquilli circa i motivi della mia presenza; ma sempre richiedevano che il prestito fosse concesso a loro, invece che alle mogli.
Un giorno, mentre ero seduto in uno di quegli spiazzi tra le case, il cielo si rannuvolò, e siccome era tempo di monsoni, cominciò a cadere una pioggia torrenziale. Le donne mi mandarono un ombrello perché potessi ripararmi. Dal canto mio, quindi, non ero troppo fradicio, ma la bambina che faceva la spola si trovò presto bagnata fino alle ossa. Le donne ne ebbero compassione:
"Che il professore si accomodi qui accanto," disse una di loro, "non c’è nessuno. Così la bambina non si bagnerà."
Per la prima volta venivo invitato a entrare in una casa.
Un corridoio e un tramezzo di bambù dividevano la stanza dal resto della casa, e ogni volta che la mia intermediaria andava a raggiungere le donne udivo frammenti di quello che dicevano, ma non chiaramente, perché le voci giungevano attutite. E quando la bambina tornava a riferirmi le risposte, le donne si affollavano contro la parete di bambù per ascoltare. Non era il modo ideale di comunicare, ma certo era meglio che essere fuori sotto la pioggia.
Dopo aver parlamentato una ventina di minuti in quel modo, le donne al di là della parete cominciarono ad alzare la voce, e a scavalcare la mia aiutante indirizzandomi direttamente commenti e risposte nel dialetto di Chittagong. A mano a mano che i miei occhi si abituavano all’oscurità, vedevo le loro sagome stagliarsi controluce attraverso i listelli di bambù. La mia buona conoscenza del loro dialetto giocò indubbiamente a mio favore.
Molte delle loro domande erano uguali a quelle degli uomini:
"Perché dobbiamo per forza essere un gruppo?"
"Perché non posso avere subito un prestito personale?"
Erano almeno venticinque le donne che mi fissavano attraverso le fessure del tramezzo.
A forza di appoggiarsi contro il tramezzo, le donne finirono col farne cadere una parte, e da un momento all’altro si trovarono con me nella stanza. Alcune nascondevano il viso dietro al velo, altre ridacchiavano ed erano troppo timide per guardarmi; tuttavia riprendemmo il discorso, finalmente senza bisogno di intermediari. Fu quella la prima volta che parlai con le donne di Jobra in una delle loro case.
"Noi abbiamo paura di fare quello che lei dice, signore," disse una coprendosi il volto con un lembo del sari.
"I soldi li ha sempre avuti in mano mio marito," obiettò un’altra voltandomi la schiena perché non la vedessi in viso.
"Il prestito, lo dia a mio marito. Io non ho mai toccato un soldo in vita mia e mi sta bene così," dichiarò una terza.
"Io non saprei cosa farci, con quei soldi," disse una donna che mi sedeva accanto ma stava bene attenta a evitare i miei occhi.
"Ah, no! Abbiamo già avuto abbastanza fastidi per i pagamenti della dote, non vogliamo altri scontri con i nostri mariti," affermò una vecchia. "Professore, lei deve capire che per noi sarebbero soltanto altri guai."
Erano chiari, in quella situazione, gli effetti schiaccianti della povertà. Perennemente umiliati all’esterno, i mariti avevano solo le mogli sulle quali sfogare le loro frustrazioni: perciò le donne potevano essere insultate, picchiate, ripudiate, trattate come animali. La violenza coniugale costituiva un problema in tutte le famiglie, e nessuna delle donne aveva il coraggio di intromettersi in un ambito - quello del denaro - che tradizionalmente era appannaggio degli uomini.
Le obiezioni erano sempre le stesse, e io le avevo sentite tante volte che ormai avevo pronte le risposte. Ma convincere le donne rimaneva ugualmente difficile: per la prima volta si trovavano di fronte un’istituzione, per loro tutto era nuovo e fonte di paura.
Combattere la paura fu il compito più difficile, e molte e molte volte dovemmo ritornare sull’argomento.
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 95

Le donne e l’accesso al credito

Che le donne possano accedere al credito è una novità assoluta per il Bangladesh; molti sostengono che si tratti di una vera e propria rivoluzione sociale.
Inizialmente ci furono comunque degli errori. A causa di una preparazione insufficiente, il nostro programma di credito suscitò enormi tensioni tra mogli e mariti. Piano piano, però, capimmo come fare. Si trattava di muoversi con molta delicatezza affinché le donne "non rischiassero il matrimonio per via dei soldi, e non rischiassero i soldi per via del matrimonio".
Ancora una volta i gruppi giocarono un ruolo importante nell’inventare soluzioni collettive e nell’incoraggiare strategie personali. I mariti furono invitati
a partecipare al dialogo con la banca. E se individualmente alcuni avevano con le mogli un atteggiamento tirannico, una volta chiamati dalla banca a discutere come parti di un gruppo più ampio di mariti, divenivano senz’altro molto più ragionevoli e comprensivi.
Il rapporto tra moglie e marito attraversa una prova del fuoco quando nasce l’esigenza di ottenere un prestito per la casa. Il prestito per la casa viene concesso solo se l’aspirante ha già ricevuto, e rimborsato nei debiti termini, tre prestiti di un anno a supporto dell’attività lavorativa. Inoltre il marito deve sottoscrivere un atto che assegna alla moglie la proprietà del terreno su cui dovrà sorgere la casa. A giudizio di molti mariti una simile pretesa è davvero eccessiva. Tuttavia per Grameen è una condizione imprescindibile, e alla fine non resta che accettare.
Grameen ha concesso a tutt’oggi 400.000 prestiti per la casa, e in ognuno dei casi la proprietà del terreno è stata intestata alla moglie.
Al di là dell’intervento operato istituzionalmente dalla banca, è grazie all’esistenza dei gruppi che siamo riusciti a raggiungere questo obiettivo. Il gruppo mette in campo preziose energie supplementari, e a volte svolge informalmente opera di consulenza matrimoniale.
Ne ho avuto la percezione nel 1983, quando ancora lavoravo per costruire la rete Grameen nel Tangail. Dopo avere assistito a una riunione del centro, camminavo da solo lungo la strada di un villaggio, diretto alla nostra filiale. A poca distanza procedeva un uomo giovane, sulla trentina, che mi salutò. Dopo averlo ricambiato proseguimmo affiancati.
"Lei fa parte di Grameen?" mi domandò.
"Sì," risposi, "come lo sa?"
"L’ho vista andare alla riunione del centro. Anche mia moglie fa parte del gruppo."
Questo risvegliò il mio interesse, cambiando istantaneamente il tenore del nostro rapporto.
L’uomo si chiamava Joynal e faceva il bracciante. Sua moglie Farida era entrata in Grameen da otto mesi. I due avevano una bambina di cinque anni.
"Farida si dà da fare moltissimo per ripagare in tempo le quote settimanali. Finora non ne ha mancata neanche una."
"Lei era d’accordo che entrasse in questa organizzazione?"
"Sì... All’inizio non sapevo se faceva bene o male. Poi c’erano altre donne che provavano, e siccome lei insisteva alla fine le ho dato il permesso."
"E adesso è contento della sua scelta? O guardando indietro preferirebbe che non ne avesse fatto niente?"
"No, no, sono contento che sia entrata. Si lamentava sempre che non avevamo abbastanza da mangiare; adesso non si lamenta più, abbiamo cibo sufficiente per tutti e tre."
Per me udire quelle parole era come passare un esame a pieni voti. Ero davvero compiaciuto che le cose andassero bene. Per un po’ io e Joynal proseguimmo senza parlare.
Poi, la lunga pausa di silenzio fu interrotta da Joynal, che disse in tono deprecativo:
"Però c’è una cosa. Prima, ogni tanto, mi andava di picchiare mia moglie. Ma l’ultima volta che l’ho fatto ho passato dei guai: le donne del suo gruppo sono venute da me a litigare. Questo non mi sta bene. Come pensano di avere il diritto di alzare la voce con me? Con mia moglie posso fare come mi pare. Prima, quando la picchiavo, nessuno diceva niente, non gliene importava niente a nessuno. Adesso non sarà più così. Le donne hanno minacciato che la prossima volta mi faranno vedere i sorci verdi."
Cercai di consolare Joynal:
"Beh, può darsi che sia il caso che lei lasci in pace sua moglie. Dopotutto anche lei sta facendo uno sforzo e ha bisogno di essere sostenuta. Trovi qualche altro modo per sfogare i suoi nervi."
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 114

Lavoro indipendente: ritorno all’essenziale

La disoccupazione è una delle piaghe delle società moderne. Perfino le nazioni industrializzate si trovano nell’impossibilità di fornire a tutti un impiego.
Nel tentativo di creare occupazione, i governatori statunitensi e i presidenti europei tentano di attirare sul proprio territorio le grandi industrie offrendo sgravi fiscali e agevolazioni all’installazione degli impianti. Ma anche la presenza dell’industria non risolve completamente il problema; e, d’altra parte, i benefici sul piano occupazionale sono spesso trascurabili rispetto al danno ecologico di cui si rende responsabile con l’inquinamento dell’aria e dell’acqua e con la produzione di rifiuti nocivi. Per di più i profitti delle aziende straniere non restano nel paese che le ospita, ma vengono riconvogliati verso la casa madre e i proprietari del capitale.
Il lavoro indipendente non presenta nessuno di questi inconvenienti. Certo non è appariscente come una fabbrica nuova di zecca, però i profitti che ne derivano restano dove sono stati prodotti; e in genere le aziende sono troppo piccole per danneggiare gravemente l’ambiente. Inoltre restituisce alla persona una più ampia possibilità di incidere sul proprio destino.
In confronto al lavoro salariato, il lavoro indipendente presenta i seguenti vantaggi:
1. Gli orari sono flessibili e possono essere adattati alle esigenze familiari. Si può quindi decidere di lavorare a tempo pieno, oppure, in caso di necessità, di ridurre l’orario; o addirittura di sospendere temporaneamente l’attività per dedicarsi a un lavoro salariato.
2. Il lavoro indipendente conviene particolarmente a chi conosce la realtà della strada e possiede qualità pratiche invece che un sapere specialistico o libresco. Ciò significa che i poveri e gli analfabeti possono sfruttare i loro punti di forza anziché subire lo svantaggio delle loro debolezze.
3. Può trasformare un hobby in un impiego remunerativo.
4. Permette di lavorare a chi non riesce ad adattarsi ai rapporti gerarchici.
5. Offre la possibilità di sfuggire alla dipendenza dagli aiuti sociali, non per diventare schiavi salariati, ma per aprire un negozio o un piccolo laboratorio artigianale.
6. Può aiutare coloro che, pur avendo un lavoro, continuano a essere poveri.
7. Può offrire a un lavoratore licenziato il sostegno morale necessario per non cadere nella depressione e nell’isolamento.
8. Permette di guadagnarsi da vivere a chi non trova lavoro a causa della discriminazione razziale.
9. Creare un posto di lavoro indipendente costa mediamente alla comunità dieci, venti, cento volte meno di quanto costerebbe un impiego salariato.
10. Permette a un povero isolato di riacquistare progressivamente fiducia in se stesso.
Yunus M., “Il banchiere dei poveri”, Feltrinelli, pag. 208

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