La morte di Gesù è il giallo
più intricato della Storia. Generazioni di fedeli, di scettici, di storici e
di teologi han cercato di capire cosa sia successo in quel tempo in Palestina,
spinti da una “versione ufficiale” che fa acqua da tutte le parti. Le contraddizioni
tra i racconti degli evangelisti, le epistole di Paolo e i pochi altri documenti
che ci son restati, son così evidenti da costituire un irrefrenabile stimolo
alla ricerca della verità, ma questa è così ben celata da risultare tutt’ora
un mistero. Ad esempio il processo a Cristo, svoltosi tutto in una notte, con
grandi sacerdoti e altezzosi procuratori romani tirati giù dal letto, e una
procedura giuridica così astrusa e senza precedenti in Israele, da risultare
del tutto inconsistente. Di sicuro c’è una morte in croce, un tipo di esecuzione
assolutamente vergognosa per un ebreo. Solo i Romani crocefiggevano, e allora
perché la colpa venne fatta ricadere sugli Ebrei? Che rapporti c’erano tra Gesù
e gli oppressori romani?
In Palestina non si parlava che di come scacciare i Romani, le rivolte contro
gli oppressori si succedevano l’una all’altra, ma Gesù non pare minimamente
interessato alla questione. L’unica volta che la gente “incastra” Cristo chiedendogli
di pronunciarsi sull’atteggiamento da tenere con i Romani, la risposta di Gesù
è totalmente non credibile. Per poter dire il celebre: "Date a Cesare quel che
è di Cesare", Gesù si fa mostrare una moneta romana con il volto dell’imperatore.
È una narrazione credibile?
No, un’immagine che raffigurasse un uomo era considerate blasfema dagli Ebrei,
tipo per noi delle sputacchiere con sopra un crocefisso. In Palestina circolavano
esclusivamente monete con solo la cifra e le scritte. La famosa moneta col volto
di Cesare non poteva essere quella citata da Cristo.
Un altro esempio: secondo i Vangeli Gesù liberò un indemoniato dai diavoli che
lo possedevano, e gli spiriti si incarnarono in un branco di duemila porci.
È un episodio storicamente attendibile? No, perché era considerato immondo e
recante impurità un intera zona, nessuno si sarebbe sognato di allevarne o macellarne
uno, peggio delle vacche sacre in India.
Il fatto è che la versione
ufficiale della vicenda umana di Gesù fu costretta ad adattarsi anche alle stesse
variazioni della versione ufficiale. Ad esempio gli evangelisti sprecano righe
e righe per elencare tutti gli antenati di suo padre Giuseppe, il che aveva
un senso nei primi anni, quando era essenziale che Cristo risultasse discendente
di David, perché il Messia doveva essere tale. Quando, uno o due secoli, dopo
si dovette giustificare la nascita verginale del Cristo, ecco che il sapere
gli antenati di Giuseppe diventava totalmente pleonastico. Chi avesse sostenuto
che Gesù era figlio e dello stesso ceppo genetico di Giuseppe veniva considerato
un eretico.
Se è facile elencare le contraddizioni una ad una, è invece difficile anche
solo immaginare cosa ci sia sotto tutto questo lavoro degli esegeti ufficiali.
A questo punto l’ipotesi prospettata da Joel Carmichael nel suo “La morte di
Gesù” (Ubaldini editore) merita quanto meno un profondo rispetto per il suo
tentativo, secondo noi riuscito, di tentare di spiegare tutto, di costruire
una controstoria credibile.
Il nucleo del lavoro di
Carmichael è la celebre “cacciata dei mercanti dal Tempio”. Ammettere che un
tizio qualsiasi, da solo, potesse scacciare degli “onesti mercanti” rovesciando
tavoli e frustando chi voleva è così debole che o la si interpreta - da un punto
di vista ufficiale - come una pia metafora, oppure necessita di una spiegazione
alternativa il cui totale discostarsi da ciò che abbiamo sempre creduto, non
deve atterrire più di tanto. Certo, il Cristo che ne esce fuori non è lo stesso
spiegato a Messa la domenica, ma la verità storica vale più di una tradizione
consolante, e dato che le contraddizioni ufficiali son così lampanti da oggettivamente
impedire di credere alla tradizione, ecco che l’ipotesi che andiamo a presentare,
riassumendo un bel libro di 300 pagine in una decina, diventa senz’altro più
credibile.
Ma andiamo per ordine, iniziamo a tuffarci nell’atmosfera della Palestina di
quel tempo, dove di nient’altro si parlava se non di come cacciare i romani
dalle terre d’Israele.
LE RIVOLTE
Nel periodo tra il 70 d.C.
e l’80 a. C. - 150 anni - ci furono 62 rivolte ebraiche contro i romani, alcune
grandi, altre minori, fino all’ultima del 66 che fu sanguinosissima. Lo stesso
Barabba stava per essere crocefisso per aver ucciso qualcuno durante una sommossa.
La Galilea, la regione ebraica da cui venivano Gesù il Galileo e i suoi seguaci,
aveva fama di essere una regione di anarchici e ribelli. Bastava parlare con
un accento galileo per destare sospetti. Su 62 insurrezioni ebraiche contro
i Romani nell’arco di 150 anni, 61 erano nate in Galilea.
La data di nascita di Gesù, tra lo O e il 6 d.C., segna anche la nascita del
partito degli Zeloti, gli integralisti che invitavano alla lotta, naturalmente
armata, per l’indipendenza contro il colonialismo romano. I Romani chiamavano
gli zeloti col termine spregiativo di “ladroni”, ecco spiegati chi erano i due
ladroni crocefissi con Gesù. Gesù aveva zeloti tra i suoi apostoli. Il vangelo
parla di un Simone lo Zelota come uno dei Dodici Apostoli. La presenza di uno
zelota manifesto tra i discepoli di Gesù è illuminante. Nel movimento di Gesù
doveva esservi qualcosa che attirava l’ala estremista dell’opposizione a Roma.
Del resto per l’opinione
pubblica pagana a chi erano assimilabili i Cristiani? Tacito li chiama "gente
odiata per i loro crimini,’. "L’esecrabile superstizione," scrive lo storico,
.’domata per il momento con l’esecuzione di Cristo, scoppiava pero’ nuovamente,
non solo in Palestina ma pure in Roma dove tutte le brutture e le vergogne convergono
e vi fanno scuola".
Gli zeloti organizzavano continue sommosse. Una convenzionale usanza militare
del tempo consisteva nel nascondere dei pugnali o delle corte spade sotto gli
ampi mantelli orientali, per poi tirarli fuori, brandirli a un segnale e aggredire
chiunque. Nelle circostanze della festa della Pasqua, questa pratica richiedeva
naturalmente una speciale sorveglianza da parte della polizia filoromana che
presidiava il Tempio. Ad esempio la Pasqua della successione di Archelao fu
celebrata in Gerusalemme con un grande eccidio di pellegrini. Quando Quirinio,
governatore della Siria (6-7 D.C.), introdusse il censimento menzionato in Luca,
che essendo un sistema per accrescere il peso delle tasse da pagare allo straniero
esasperò ulteriormente i giudei, Giuda il Galileo si mise alla testa degli insorti
e iniziò ad attaccare lo stesso potere romano, con decine di morti da ambo le
parti.
Non fu il solo ribelle di rilievo: a Perea venne fuori un uomo di nome Simone,
che era stato schiavo di Erode ed era famoso per la sua bellezza e la sua forza
fisica, come pure un pastore dallo strano nome di Athrongas, celebre anche lui
per la sua gigantesca statura e la straordinaria forza fisica. Entrambi questi
uomini avanzarono le loro pretese a governare la Giudea. Furono entrambi giustiziati
e migliaia di insorti furono crocifissi.
Mentre l’oppressione romana cresceva, un intransigente dopo l’altro si presentava
come il Messia promesso da Yawè al suo popolo tormentato.
Gesù fu un capo nazionale, uno dei molti che vennero fuori tra i Giudeo sottoposti
a Roma. Quando lui e i suoi seguaci entrarono in Gerusalemme, le folle gridavano.
“Figlio di Davide, liberaci!”
Nessuno conosce la storia precisa di tutte le 62 insurrezioni ebraiche. Di alcune
sappiamo solo il nome del leader, di altre ancor meno. Sul capo di una di queste
ribellioni - Gesù - è nata una grande leggenda che si è modificata con l’allontanarsi
della data dell’evento, quando la religione riformata da Paolo prese ad adorare
non più un essere umano, un ebreo, ma una metafora, in cui, comunque, milioni
di persone a quel tempo e poi nei secoli, si sarebbero riconosciute.
Come vissero i contemporanei
la scesa in campo di Gesù, la sua entrata in Gerusalemme, la cacciata dei mercanti
dal Tempio e la sua cattura? Dopo la crocefissione, due discepoli così raccontano
la storia del loro gruppo religioso: “...sei forestiero in Gerusalemme da ignorare
le cose avvenute in questi giorni? ’. Egli disse loro: ’ Quali? ’. Essi gli
risposero: ’ Ciò che è accaduto a Gesù di Nazareth, il quale era un profeta,
potente in opere e in parole davanti a Dio e a tutto il popolo, come i capi
dei sacerdoti e i nostri magistrati l’hanno consegnato perché fosse condannato
a morte e l’hanno crocifisso. Noi speravamo che egli sarebbe stato quello che
avrebbe liberato Israele...’" Gli ebrei, tutti gli ebrei e specie i più pii,
volevano solo che qualcuno liberasse Israele.
GIOVANNI BATTISTA
Dobbiamo adesso parlare
di Giovanni Battista, la cui figura resta essenziale per capire chi si volle,
almeno in un primo tempo, autoconsiderare il successore e il continuatore dell’opera
di Giovanni. Giuseppe Flavio che descrive come i Romani domarono la rivolta
ebraica del 66-70 in Palestina, nomina Gesù o i suoi seguaci?
No, ed è molto strano: già a quel tempo i cristiani erano famosi. Già nel 49
erano stati segnalati dei seguaci del Galileo a Roma. Svetonio scrive che l’imperatore
Claudio scacciò gli ebrei dalla capitale poiché, “istigati da un certo Chrestus
[Cristo] creavano ovunque disordini". Probabilmente ciò che diceva Giuseppe
Flavio è stato epurato e ormai non è più disponibile, come ciò che avveniva
durante i Misteri Eleusini, la più importante cerimonia religiosa della paganità,
un dato assolutamente non più ricuperabile.
Giuseppe Flavio parla invece di Giovanni il Battista, cioè il Battezzatore,
ma ne dà un’interpretazione tutta spirituale, come se il messaggio di Giovanni
fosse di totale e indiscusso pacifismo. Tenendo invece conto della fine violenta
del Battista - che finì decapitato dal re Erode, un fidato esecutore dei voleri
romani - è del tutto improbabile che il messaggio del Battista possa essere
stato capito dai contemporanei come una semplice esortazione alla virtù personale,
un ammonizione ad attendere un miracolo divino. Ciò sarebbe stato senza dubbio
accolto assai bene dalle odiate autorità, come una forma di pio quietismo: il
contentino in cielo. Ciò che è molto più probabile, è che Giovanni Battista
fosse considerato un pericoloso agitatore e che la fine che gli toccò fu appropriata.
Una volta che si è accettata l’idea che Giovanni Battista fece la fine che fece
per una buonissima ragione - dal punto di vista di chi lo giustiziò - è possibile
afferrare il significato di queste parole altrimenti oscure, con cui il Vangelo
presenta Giovanni: "La legge e i profeti furono fino a Giovanni, da allora è
evangelizzato il regno di Dio e ognuno gli fa violenza". È chiara l’implicazione
che prima del Battista la gente si accontentava di parlare; il Battista fu il
primo a fare qualcosa. Le autorità erano sul chi vive per qualsiasi atto che
avesse potuto sembrar loro sedizioso, è appena concepibile che un predicatore
puramente astratto, possa per prima cosa essere venuto fuori, o che, se fosse
venuto fuori, le autorità locali non sarebbero state più che contente dell’aggiunta
di un unguento lenitivo per le turbolente agitazioni popolari che stavano cercando
di calmare. Se le astrazioni di Giovanni fossero state così innocue come sembrano,
sarebbero state senza dubbio bene accolte dal potere e dai Romani.
Si dice che Gesù abbia
istituito il Battesimo, ebbene nei Vangeli non è mai raccontato che Gesù abbia
battezzato qualcuno. Per fare un esempio: Pietro è mai stato battezzato da Gesù?
No, ed è strano, necessita di una spiegazione. Il battesimo praticato per immersione
una e una volta soltanto, fu istituito da Giovanni. Era diretto agli intransigenti
antiromani, ed era inteso come il rito di iniziazione in un nuovo Israele. È
per questo che quando le “moltitudini”’ venivano a lui per il battesimo, egli
non prendeva in considerazione il loro stato precedente di Ebrei già in alleanza
con Dio, non dando loro nessuna priorità nel Regno del futuro Messia. Il peccato
del servire i Romani adoratori di idoli, aveva ridotto i Giudei al livello dei
pagani; il battesimo del Battista era inteso per purificarli da questo peccato
cardinale e stabilirli nel nuovo Israele. Questo è il significato sostanziale
e particolare - non generico - della frase: battesimo nel "nome del Signore".
Giovanni chiamava a riconoscere Yawè come il vero e solo sovrano del mondo,
e a riconoscere il re nazionale, il Messia. A parere di Giovanni Battista, i
giudei potevano essere governati solo dall’Onnipotente, che lo aveva inviato
come Araldo, per questo gridava alle folle: “Pentitevi! Il giorno del giudizio
è vicino!”
Quando Gesù abbandonò il Battista, ne abbandonò il movimento e il rituale, compreso
il battesimo. Da allora in poi non battezzò più. Stava lanciando un’impresa
completamente indipendente, in cui il battesimo come segno di secessione e di
re-iniziazione non aveva più un ruolo da rappresentare.
Se Gesù e Giovanni erano collaboratori in un movimento religioso-militare, quando
Gesù lasciò la Giudea per competere col Battista, deve averlo fatto come conseguenza
di una sostanziale divergenza di opinione, si deve essere staccato da Giovanni,
dopo la loro iniziale collaborazione, perché non condivideva più le sue opinioni
sul battesimo.
Il battesimo era dunque un rito di iniziazione in un gruppo religioso organizzato
- i seguaci del Battista - che predicava il rifugiarsi nel deserto per opporsi
alle autorità attraverso la separazione fisica dalla loro giurisdizione territoriale.
Secondo Giovanni nel deserto il popolo di Israele torna libero, le sabbie aride
non erano territorio romano, ma la sede di un primo nucleo di forze ebraiche
indipendentiste. Quindi una discussione sul battesimo non era soltanto una questione
dottrinale; deve aver rappresentato un certo tipo di strategia in considerazione
del compito primario di combattere gli odiati oppressori. Gesù invece nel deserto
ci restò solo 40 giorni, poi si mise a predicare nelle città. Il Battista al
contrario rimase ’al di fuori’, nel deserto, predicando il suo tipo di secessione
sediziosa. Gesù ritornò alle città, alla civiltà, si unì ai "pubblicani e peccatori
" e incitò il popolo nelle zone abitate della Galilea e della Giudea.
Giovanni viveva nel deserto e si nutriva di cavallette, e comunque si diceva
di lui che "non mangia e non beve". Di Gesù invece si diceva: "è uno che mangia
e beve", e veniva denigrato come un mangione e un beone. Ad esempio il miracolo
delle nozze di Cana riguardò ben 600 litri di vino, e il Vangelo sottolinea
che si trattava di un vino eccellente.
Sbaglia chi sottovaluta il ruolo del Vino nel cristianesimo degli inizi. Paolo
rimprovera i Cristiani che durante i banchetti commemorativi di Gesù c’era gente
che si ubriacava a forza di bere, e li redarguisce in quanto non distribuiscono
equamente cibo e bevande: "Uno ha fame l’altro è ubriaco". L’ubriachezza deve
essere stato un motivo non infrequente della vita associativa dei primi cristiani.
Pietro è costretto a specificare che i primi cristiani che parlano lingue straniere
o incomprensibili non erano ubriachi, situazione come l’ubriachezza potevano
essere frequenti nelle comunità. Alcuni secoli dopo il valore liturgico e conviviale,
sacro ma anche fortemente profano (in fondo sarebbe bastato amministrare il
pane come ricordo di Gesù, l’aggiunta di una bevanda alcoolica deve aver avuto
un qualche senso) del vino, è totalmente misconosciuto. Nel 400 a San Macario
fu offerto un bicchiere di vino che egli tramutò in acqua prima di berlo.
IL TEMPIO
Secondo Carmichael il nucleo
essenziale del racconto evangelico è il seguente: Gesù entrò in Gerusalemme
alla testa di un gruppo di uomini; occupò il Tempio per un certo tempo; fu tradito;
quindi fu processato, condannato e giustiziato su un’accusa di sedizione.
Gesù occupò il Tempio? Come poté essere possibile?
Secondo i vangeli: “Gesù entrò nel tempio e scacciò tutti coloro che vendevano
e compravano nel tempio, rovesciando i tavoli dei cambiavalute e i banchi di
quelli che vendevano le colombe" . E anche "[Gesù] trovò nel tempio venditori
di buoi, di pecore e colombe e, seduti, i cambiavalute. Fattasi una sferza di
funicelle, cacciò tutti dal tempio: pecore e buoi, e rovesciò a terra le monete
dei cambiavalute e i loro banchi".
Ma cos’era il Tempio? Il santuario di Gerusalemme non era soltanto enorme come
estensione; aveva anche un numero straordinario di dipendenti, calcolato a ben
ventimila, addetti a una gran varietà di funzioni. Oltre a essere il centro
attivo della vita giudea, il Tempio era un mercato pubblico. Era anche una grande
tesoreria pubblica; come altri santuari del mondo orientale del tempo, e anche
più, equivaleva a una banca nazionale. Conteneva immense ricchezze sotto forma
di metalli preziosi lavorati, come pure grandi somme di denaro e ingenti depositi
fatti da singoli creditori, non solo dalle vedove e dagli orfani, ma anche dai
ricchi. Questi depositi non potevano rimanere inutilizzati: il santuario non
era un magazzino, il denaro veniva continuamente reimpiegato. Gli Ebrei, insieme
con il resto del mondo ellenistico, avevano ereditato da Babilonia tutto il
sistema di biglietti di scambio, obbligazioni e assegni personali, inventato
molto tempo prima dai babilonesi; e l’enorme ricchezza del Tempio era costantemente
impiegata in trasferimenti di denaro in tutto il mondo. Aveva inoltre una guarnigione
romana di 500 legionari. Come mai tanti soldati? Perché il santuario era il
centro d’Israele, il palcoscenico ideale per presentarsi alla folla. Ad esempio,
verso la fine della vita di Erode, quest’ultimo ordinò una grande aquila d’oro
da porre sull’ingresso principale del Tempio in modo tale che risplendesse luminosa
ai raggi del sole. Ciò incontrò la violenta opposizione di due maestri della
Legge, Giuda ben Sarifai e Matteo ben Margaloth, che esortarono i loro seguaci
a mettere fine a ciò. Insieme con quaranta giovani buttarono giù l’acquila:
morirono tutti bruciati sul rogo.
E’ ovvio che impadronirsi
del tempio sarebbe stato possibile solo con un atto di violenza. Gesù deve aver
avuto sotto di se una forza armata sufficientemente potente da permettergli
di impadronirsi di quel vasto edificio e tenerlo per qualche tempo, a giudicare
dal suo riferimento al fatto che "ogni giorno" era stato a "insegnare" nel Tempio,
quando risponde ai suoi catturatori biasimando il fatto che siano venuti a prenderlo
con le armi.
Del resto - anche se nei catechismi il dato non è mai evidenziato - alcuni apostoli
giravano armati. Nei Vangeli abbiamo testimonianze dirette di armi realmente
portate dai seguaci di Gesù. Ecco il racconto sinottico del suo arresto:" Ma
uno dei presenti, sguainata la spada, colpì il servo del capo del sacerdote”
venuto a catturare Gesù, “e gli portò via l’orecchio. E Gesù, rispondendo, disse
loro: ‘ Siete venuti come contro un ladro con spade e bastoni a catturarmi.‘
“
Il noto persecutore dei cristiani Sossiano Ierocle (citato dal padre della Chiesa
Lattanzio), che fu governatore della Fenicia e prefetto d’Egitto sotto Diocleziano,
e quindi in certo modo un successore di Ponzio Pilato, dice semplicemente che
Gesù era il capo di una banda di “briganti da strada” il cui numero era di più
di novecento uomini. Una copia ebraica medioevale di un’opera perduta di Giuseppe
Flavio riporta inoltre che Gesù aveva con sé più di duemila seguaci armati sul
Monte degli Olivi.
Si dovrebbe osservare che nella citazione che abbiamo tratto da Lattanzio la
parola usata per “briganti da strada”, che nella traduzione suona spregiativa,
era semplicemente una parola corrente per indicare le bande di insorti che erano
attivi contro Roma sia prima che dopo Gesù, quello che i traduttori ufficiali
hanno reso come “ladroni”.
Quando le forze di Gesù presero e tennero il Tempio, entrarono in contrasto
con l’aristocrazia e la classe sacerdotale giudea, perché nel suo movimento
c’era indubbiamente un elemento di protesta sociale. All’interno del Giudaismo
egli era dalla parte degli oppressi. Quindi è più che probabile che il suo attacco
al Tempio avesse l’ulteriore motivazione della protesta contro l’ingiustizia
sociale. In Giuseppe Flavio abbiamo un passo che ci dà un quadro dell’oppressione
dei poveri a opera dei ricchi, tramite il Tempio: Giuseppe Flavio riferisce
che gli insorti volevano "distruggere i registri degli usurai” conservati nel
Santuario, “e impedire l’esazione dei debiti, per guadagnarsi il favore di una
schiera di grati debitori e per sollevare impunemente i poveri contro i ricchi”.
La pressione sulle classi deve aver contribuito al carattere esplosivo di un
movimento destinato a coinvolgere Gesù in uno scontro non solo con i romani
ma anche con l’aristocrazia giudea. Il popolo era sfruttato dal Tempio non solo
attraverso varie esazioni, ma anche attraverso espedienti come una scala di
pagamenti elastica, in cui le bestie che i pellegrini acquistavano dai sacerdoti
erano sempre valutate a un prezzo massimo, mentre coloro che vendevano animali
per il Tempio si sarebbero sempre sentiti dire che i loro animali avevano ogni
sorta di difetti rituali (macchie sulla pelle, ecc.) che li rendevano scadenti
per l’uso sacrificale e quindi pagabili poco. Il Tempio, l’inattaccabile e incrollabile
sede dell’autorità socioreligiosa, deve aver fornito a preti e “mediatori parassiti”
una vera e propria difesa contro qualsiasi protesta popolare non violenta. Il
tentativo di Gesù fu di sfondare questo scudo, in quanto ciò faceva parte della
sue più ampia impresa di istituire il Regno di Dio in sfida al potere romano.
Ciò mise in moto gli avvenimenti che condussero alla sue fine.
Se Giovanni andò incontro alla morte per aver coinvolto i suoi seguaci in una
massiccia secessione dallo Stato, Gesù fu crocifisso per aver voluto portare
con la violenza il Regno di Dio in Gerusalemme, la fortezza e la capitale del
regime secolare e sede del governatore romano.
Il Battista esortava i giudei a rinunciare alla vita sotto un sovrano pagano,
e a essere battezzati nel Nuovo Israele di coloro che attendevano il Messia;
Gesù, dopo aver collaborato con lui per un certo tempo, alla fine cambiò opinione
e andò a cercare una soluzione nella città sacra che era il solo luogo dove
tale soluzione potesse manifestarsi. In tal caso, dovremmo attribuire le sue
affermazioni “quietistiche”, come sono conservate nei Vangeli, al periodo in
cui probabilmente Gesù ancora raccoglieva sostegno per la sua nuova impresa;
ciò spiegherebbe anche la curiosa ambiguità o segretezza circa le sue intenzioni:
le sue ammonizioni ai discepoli di non dire nulla del suo speciale stato, il
suo parlare per parabole, cioè allusioni, e il suo vagare per il paese come
se fuggisse, cose tutte che sembrano riferirsi a qualcuno che, almeno in un
primo tempo, cerchi di evitare di richiamare attenzione.
Il suo atteggiamento però,
ad un tratto, sembra cambiare bruscamente: "Quello che dico a voi nelle tenebre,
ditelo nella luce e quello che udite all’orecchio, predicatelo sui tetti...”
Ciò suona come se significasse che tutto il progetto era allo scoperto, e che
Gesù era adesso il capo pubblicamente proclamato di un movimento di sedizione.
Avendo incominciato col predicare la “migliore giustizia”, a un certo punto
cambiò opinione e si diresse verso Gerusalemme e verso la morte, non solo in
quanto Araldo del Regno, ma anche come l’Araldo del Regno che veniva con la
forza. Un passo che sembra riassumere il momento di transizione, è il seguente:"
[Gesù disse ai discepoli]: ’Quando vi mandai senza borsa, senza bisaccia, senza
sandali, vi mancò mai nulla?’. Essi risposero: ’ Nulla ’. ’ Ma ora ’, disse
loro, ’ chi .. . non ha una spade venda il suo mantello e la comperi.’ Questo
" ma ora" sembra pregno di capovolgimento.
La ricerca dell’occasione
che lo condusse al suo cambiamento di opinione è tentatrice; possiamo trovarla
in una situazione testimoniata fuori dei Vangeli. Giuseppe Flavio ci narra che
Pilato tentò di far innalzare gli stendardi delle legioni romane nell’area del
Tempio. Questi stendardi portavano dei medaglioni contenenti ritratti degli
imperatori ma i giudei reagirono violentemente all’ esposizione di quelle immagini
profane. Giuseppe Flavio ci dà un racconto impressionante della loro costernazione
e della loro furia: erano decisi a lasciarsi uccidere da Pilato purché gli stendardi
che portavano l’immagine di Cesare fossero rimossi. Pilato, sconcertato da quello
che deve aver considerato un incomprensibile fanatismo, alla fine si arrese.
Il punto è che i Giudei consideravano l’innalzamento nell’area del Tempio di
immagini da adorare come l’adempimento della profezia che si trova in Daniele,
quella de: “L’abominazione della desolazione posta là dove non deve stare".
In Daniele questa profanazione del santuario doveva annunciare gli "ultimi giorni",
che si calcolava dovessero estendersi lungo un periodo di circa tre anni e mezzo;
alla fine di questo periodo si doveva aspettare la morte del Messia , così come
la devastazione della Città Santa nella guerra messianica. Ciò sarebbe continuato
fino alla "fine dei giorni" e terminato con l’annichilimento dell’avversario
di Dio, il Principe di questo mondo, e degli empi in generale, mediante un altro
diluvio simile a quello che aveva spazzato via la razza umana al tempo di Noè.
Molti giudei interpretarono l’azione di Pilato come la profanazione del santuario
prevista in Daniele; gli stessi vangeli citano l’episodio, ecco in proposito
l’apocalittico discorso di Gesù: ”Quando poi vedrete l’abominazione della desolazione
posta là dove non deve stare... allora quelli che sono nella Giudea fuggano
verso i monti, chi è sul terrazzo non scenda e non entri per prendere alcunché
dalla sua casa e chi è nel campo non torni indietro per prendere il suo mantello.
Ma guai alle donne incinta e a quelle che allattano in quei giorni".
Gesù e molti dei suoi contemporanei sembrano aver aspettato che il diluvio distruttore
dovesse seguire questa profanazione, conformemente alla profezia in Daniele.
Questo ci suggerisce molte cose; può farci vedere l’occasione specifica che
avviò Gesù nella sua carriera e, individuando il suo cambiamento di opinione
nell’ambito della sua generale opposizione all’ordine sociale contemporaneo,
fare un po’ di luce sulle ragioni che ebbe per imboccare la via della violenza,
per mettersi a capo delle folle ebraiche e opporsi ai romani e all’ordine costituito.
Del resto Gesù pensava che il ’’Regno dei Cieli" si sarebbe avverato pochissimo
tempo dopo la sua predicazione. Nel Vangelo si può trovare scritto che: "Non
passera’ questa generazione prima che tutto ciò sia avvenuto", oppure: "Non
avrete finito di percorrere le città d’Israele prima che venga il Signore."
Nei giorni che occupò il
Tempio, Gesù fu effettivamente Re degli Ebrei. II significato nazionale di questo
titolo è messo in risalto in maniera rivelatrice in una piccola scene secondaria
tra Pilato e i "Pontefici dei Giudei", riportata nel Quarto Vangelo:" Pilato
scrisse anche un cartello e lo pose sulla croce. E vi era scritto: ’ Gesù Nazareno
re dei Giudei ’. . . Dicevano dunque a Pilato i pontefici dei Giudei: ’Non scrivere:
Re dei Giudei, ma che egli ha detto: Sono re dei Giudei ’. Pilato rispose: ’
Quel che ho scritto ho scritto’". La posizione di Pilato è chiara: quando le
autorità del Tempio cercavano di scagionare i Giudei dall’accusa di non amare
i Romani dando al solo Gesù la colpa dell’insurrezione, Pilato ricordò loro
che la presa del potere da parte di Gesù non era stata semplicemente uno scoppio
di fanatismo individuale, ma aveva anche avuto un carattere collettivo. Gesù
era stato acclamato re dai suoi seguaci e da una parte del popolo mentre aveva
governato il Tempio. Al procuratore romano la brevità del suo regno non interessava
dal punto di vista legale: il fatto che i Giudei avessero avuto un re autonominatosi,
era motivo sufficiente per l’intervento romano. Dal punto di vista romano, il
fatto che Gesù sulla croce fosse stato descritto come "Re dei giudei " era una
semplice affermazione di fatto; per i romani non c’era assolutamente nulla di
ultraterreno in ciò; si riferiva a un sostanziale atto di insurrezione, che
era punito come tale.
Quando i successivi seguaci dimenticarono che c’era stata una ribellione armata?
La devozione per Gesù dei suoi fedeli fu sufficiente per generare la loro fede
nella sua Resurrezione e nella sua natura messianica; è inconcepibile che essi
non abbiano potuto conservare un ricordo vivido anche se naturalmente doloroso
della settimana cruciale della sua tragica carriera. Proprio questa lacuna nel
ricordo è la prova più drammatica del processo di trasformazione di tutta la
concezione della carriera di Gesù a opera della prospettiva della sua trionfante
Glorificazione, che portò all’obliterazione di fatti essenziali riguardanti
la sua attività in Gerusalemme, comprese le sue ragioni per recarvisi.
LA SCONFITTA
Ma Gesù, dopo pochi giorni
di occupazione militare, dovette fuggire dal Tempio. Dopo questo fallimento
abbiamo un esempio dell’alone di profondo sconforto del tutto terreno di Gesù,
che deve essere stato ricordato dai più antichi testimoni: " E, presi con sé
Pietro e i due figli di Zebedeo, [Gesù] cominciò a rattristarsi e ad essere
angosciato. Allora dice loro: ’ L’anima mia è triste fino alla morte...’. E,
avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra, pregando e dicendo: ’
Padre mio, se è possibile che si allontani questo calice…” " Essendo in agonia,
pregava più intensamente e il suo sudore diventò come gocce di sangue che scendevano
a terra"
In questi passi e in altri paralleli c’è una tristezza che evoca lo stato mentale
dei compagni di Gesù al tempo del tragico epilogo. Il fallimento della carriera
dell’Araldo di Dio finito sulla croce, non potrebbe essere riassunto più acutamente
che nei due primi Vangeli, in cui la pura disperazione è messa direttamente
ed evidentemente sulla bocca stessa di Gesù, nel momento in cui sta per morire:
"Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?"
Questo grido di disperazione deve essere di carattere storico: in entrambi i
Vangeli è riportato nel nativo linguaggio aramaico di Gesù, che è il più antico
strato della tradizione palestinese ed è presumibilmente usato ogni volta che
per qualche ragione reali parole o frammenti di discorsi sono diventati così
consacrati da essere ricordati nella loro forma originale. È in flagrante e
irrimediabile contraddizione con la sistematica tendenza degli autori dei Vangeli
a presentare invariabilmente Gesù in tranquilla comunione con la volontà divina
e sempre sereno davanti alla sofferenza.
Vediamo di riassumere i
risultati dei precedenti capitoli.
Gesù si sentiva l’Araldo del Regno di Dio, e aveva cercato di prenderlo con
la forza. Nei ricordi stranamente offuscati e mutilati della sua carriera possiamo
distinguere imperfettamente i lineamenti di un visionario che fu anche un uomo
di azione e che tentò di mettere in moto il meccanismo della volontà di Dio.
Era direttamente inserito nella tradizione dei patrioti religiosi giudei, tormentati
dallo schiacciante peso dell’impero romano; egli operò in Palestina e aggredì
il potere romano e i suoi vassalli.
Vediamo la sua impresa frustrata e lui stesso eliminato; i suoi seguaci dispersi
e il suo movimento, senza dubbio, soffocato nel sangue. Finì come molti altri
capi nazionali degli insorti d’Israele: nell’agonia e nella morte, vittima dei
poteri di questo mondo.
Ma questa non fu la fine;
il suo ricordo doveva alimentare una nuova religione, e il suo nome doveva venir
serbato come il punto focale di un movimento completamente differente a cui
egli non aveva mai pensato. L’idea di questa nuova religione con lui stesso
come sua divinità, era una cosa di cui non poté mai avere il minimo sospetto.
Come dice Charles Guignebert, " Non gli passò mai per la mente", e non seppe
mai di essere risorto.
LA RESURREZIONE È UN’APPARIZIONE
Per capire la Resurrezione
bisogna prima comprendere cos’era per l’Ebraismo la “resurrezione dei morti”.
Mosè - che è del 1300 a.C. circa - non credeva all’Inferno. La vita ultraterrena
è un’innovazione recente nel culto di Yawè. Nasce nel 150 a.C sotto l’influsso
della religione persiana di Zoroastro, durante la rivolta dei Maccabei - integralisti
ebrei che combattevano per l’indipendenza dal re di Siria - che promettevano
il Paradiso a chi moriva in battaglia. Per i seguaci dei Maccabei, come poi
per gli Islamici, il Paradiso era una ricompensa per i più zelanti. L’idea del
premio per chi perde la vita nella “guerra santa” fu determinante durante l’insurrezione
ebraica contro i Romani del 66-70 d.C., che provocò più di un milione di morti.
Tacito mette in evidenza il nesso tra fede nella vita ultraterrena e guerra,
caratteristico degli ebrei di quell’epoca. "Gli ebrei credono che le anime dei
periti in battaglia o per supplizi, vivano eterne, di qui il disprezzo della
morte”. Secondo lo storico romano, gli ebrei furono sottoposti ad ogni genere
di prove: "stirati, contorti, bruciati, fratturati, fatti passare sotto ogni
strumento di tortura, affinchè bestemmiassero oppure mangiassero alcunchè di
illecito. Un milione di palestinesi non tollerarono di sottostare a nessuna
delle due ingiunzioni, ma neppure d’adulare giammai i tormentatori o di piangere:
che anzi, sorridendo tra gli spasimi e trattando ironicamente coloro che eseguivano
le torture, rendevano serenamente lo spirito come persone che stiano per riceverlo
nuovamente".
In Palestina esistevano
due partiti politico-religiosi, i Sadducei e i Farisei, la cui differenza più
profonda era proprio il credere o no alla Resurrezione dei Corpi, il che implicava
la necessità di un Paradiso per i giusti. Questa aggiunta fatta dai Maccabei
alla fede ebraica tradizionale, aprì un intenso dibattito durato due secoli,
che coinvolgeva tutti, con discussioni al mercato, nelle piazze e nelle sinagoghe.
Il partito dei Sadducei - conservatori e filoromani guidati dall’alto clero
del Tempio di Gerusalemme - sosteneva che Mosè non aveva mai parlato di “Resurrezione
dei morti”, e dunque i Sadducei credevano che le anime andassero in un Ade -
un Limbo grigio e senza gloria - tutte indistintamente, buone e cattive. L’altro
partito - i Farisei - era formato da innovatori che si richiamavano ai Maccabei;
erano intransigenti, osservanti fino al fanatismo, ostili ai Romani e favorevoli
ad un Oltretomba con ruoli gloriosi per i più pii (cioè per gli zelanti come
loro stessi). Saranno i Farisei a guidare sia le rivolte principali che poi
l’intero Ebraismo della Diaspora. Oggi l’intero Ebraismo è fariseo, tanto che
la Resurrezione dei corpi è ormai accettata da tutti gli Ebrei.
Gesù dunque concordava
con i Farisei. Lui e i suoi seguaci consideravano normale che il corpo risorgesse
il “Giorno del giudizio”. Quindi annunciare: “Cristo tornerà nell’imminente
resurrezione dei corpi” era un concetto accettabile da tutti gli ebrei filo-farisei.
E infatti c’erano Farisei tra i primi seguaci di Gesù risorto. Cristo, che noi
ricordiamo come nemico dei Farisei “sepolcri imbiancati”, esortava: “Fate quello
che i Farisei dicono, non quello che fanno.” Secondo lui, per quel che riguardava
la teoria i Farisei erano nel giusto, che poi si comportassero male (altezzosi,
superbi, rispettosissimi di tutti i cavilli del rituale ebraico, fanatici del
Sabato solo per potersi mostrare zelanti) era un difetto umano, non della loro
concezione che era corretta. Secondo Gesù i suoi seguaci dovevano accettare
i consigli religiosi dei Farisei, ma non il loro cattivo esempio.
Veniamo adesso al nostro
problema.
E’ indubitabile che lo spirito di Gesù sia risorto, come testimoniano le innumerevoli
visioni avute da generazioni di suoi seguaci, ma il corpo materiale di Gesù
si alzò resuscitato dalla tomba rimasta vuota, oppure il suo teschio è ancora
tra la terra del Golgota (che in ebraico significa “teschio”)?
La Resurrezione ha riguardato, come ci racconta la tradizione, sia il suo spirito
che il suo corpo, oppure era una metafora?
Domande difficili, a cui però c’è una risposta parziale ma indiscutibile: i
primissimi cristiani non avevano nessun bisogno di una resurrezione corporea,
per loro le visioni di Gesù, le sue apparizioni erano più che sufficienti per
gridare al miracolo. In effetti aver avuto una visione o credere di averla avuta
è in realtà la stessa cosa. I discepoli non vollero accettare la sua scomparsa,
continuarono a pensare a lui, e questo era già un miracolo, il suo spirito era
risorto anche se la sua resurrezione venne intesa all’inizio solo come Glorificazione.
Del resto, in Palestina si parlava di Giovanni Battista anche dopo la sua esecuzione.
Si chiedeva a Gesù: “Tu sei Giovanni risuscitato?” oppure: “Tu sei lo spirito
del profeta Elia? O di Geremia?” La resurrezione dello spirito di un leader
giustiziato dagli odiati romani, era insieme una notizia credibilissima ma anche
scandalosa per le autorità filo-romane. Bastò dire che si vedeva “…Cristo seduto
alla destra del Signore” per essere lapidato come capitò a Stefano.
Riassumendo: se Gesù fosse apparso una notte ad un apostolo, per quel seguace
il Cristo non era morto invano. Ricordarlo era già gridare a chi l’aveva crocefisso:
“Non avete vinto voi!” Il messaggio di Gesù era ancora vivo, bastava che qualcuno
andasse per piazze e sinagoghe a ripeterlo alla gente. Le bocche dei fedeli
avrebbero rimpiazzato quella di Gesù nell’annunciare che: “Il Regno di Dio è
vicino! Sta per arrivare insieme al ritorno di Nostro Signore Gesù Cristo!”
Inoltre Paolo - il primo
in ordine di tempo a scrivere di Gesù, e quindi il testimone più antico che
abbiamo - non dice mai che Gesù abbia fatto miracoli, non vi accenna minimamente;
per lui era solo importante che fosse resuscitato. Ecco quindi che, per tutto
ciò che riguarda l’aspetto corporale della resurrezione -
la voce di Cristo risorto non poteva essere incisa da un registratore, e in
ciò concordano anche alcuni teologi contemporanei. La resurrezione non va intesa
come la rianimazione di una salma. Secondo Bultmann: "Se Dio è il Dio che sempre
viene, allora la nostra fede è la fede in quel Dio che nella morte viene a noi.
Dio è il Dio che si presenterà a noi al momento della morte a chiederci il conto
di come abbiamo trascorso la vita, se nell’amore e nella crescita dei talenti
o nell’odio verso i fratelli.“
Infatti Paolo sembra ignorare tutte le leggende riguardanti la tomba di Gesù.
Egli non aveva motivo di dubitare che, seppellito dentro una tomba del Golgota,
ci fosse ancora il cadavere di Gesù: del corpo materiale di Gesù egli non sapeva
che farsene. I primissimi Cristiani credevano che sarebbe tornato in vita alla
Resurrezione dei morti, il giorno del Giudizio, che per gli Ebrei era sempre
e soltanto quello dell’instaurazione del Regno sulla terra tramite il Messia.
Prima si credeva che il corpo di Gesù giacesse ancora sottoterra da qualche
parte del Golgota, solo dopo si credette in un corpo risorto e asceso al cielo.
Dice S. Paolo nelle sue lettere: “Ciò che tu semini non prende vita se prima
non muore ...si semina un corpo materiale, risorge un corpo spirituale". Secondo
i primi cristiani, la morte, la resurrezione e l’ascensione di Gesù avvennero
nello stesso istante. Egli, al momento della morte, divenne immediatamente“colui
che siede alla destra del Padre”. L’ascensione è una leggenda secondaria nata
in un periodo tardo. Il Risorto non è asceso via, ma piuttosto è diventato colui
che è definitivamente vicino.
La Resurrezione raccontata dalla tradizione oscura i reali avvenimenti di Gesù.
Egli proclamava l’arrivo del Regno e ciò che venne fu la Chiesa. I primi seguaci
fecero uno spostamento: non aspettavano più il Regno ma il Ritorno, mentre la
resurrezione dello spirito di Gesù divenne sempre più una resurrezione - anticipata
rispetto a quella di tutti gli altri ebrei che sarebbe avvenuta il “Giorno del
giudizio” - anche del corpo, un ingombrante fardello che poi il miracolo dell’Ascensione
avrebbe provveduto a far sparire dalla Terra.
IL CRISTIANESIMO DI STEFANO
I seguaci di Gesù, capeggiati
da suo fratello Giacomo, erano assidui adoratori nel Tempio di Gerusalemme,
dove si erano riuniti a vivere dopo la crocifissione del loro capo:" Allora
essi... stavano continuamente nel Tempio lodando e benedicendo Dio." "... E
tutti quelli che avevano creduto stavano insieme e avevano tutto in comune.
Vendevano poi le proprietà e i beni e ne distribuivano il ricavato a tutti,
secondo che ognuno ne aveva bisogno. Ed erano assidui nel frequentare ogni giorno
tutti insieme il Tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano il cibo
insieme con gioia e semplicità di cuore”
Questi passi che abbiamo citato sono sorprendenti: indicano che per tutta una
generazione dopo la morte di Gesù i suoi seguaci furono pii giudei e ne erano
orgogliosi, e non deviavano nemmeno dalle gravose leggi cerimoniali.
Lo spirito della primitiva comunità di Gerusalemme, era che Gesù, scelto da
Dio come suo Messia, doveva ritornare ancora una volta. Questo fu il primo spostamento,
per così dire, o la prima trasformazione della originaria speranza di Gesù:
adesso i suoi seguaci aspettavano il ritorno del Messia in gloria invece del
Regno di Dio soltanto. O piuttosto, questo glorioso ritorno doveva annunciare
l’instaurazione del Regno; quindi, mentre per ogni scopo pratico si concentravano
ancora sulla stessa cosa, si era ciò nonostante manifestata una profonda differenza.
Ma tutto ciò ebbe luogo più tardi. Nella prima comunità di coloro che ancora
aspettavano il suo ritorno, abbiamo ancora a che fare con un gruppo di pii giudei
che non avevano affatto pensato a mettere in moto una nuova religione, ma che
si erano considerati membri fedeli di un pio ambiente ebraico, condividendo
una pia speranza che non poteva aver significato per nessuno tranne che per
i Giudei
La ’Madre Chiesa ’ non era affatto una Chiesa: non era altro che un gruppo che
operava all’interno della legge ebraica e che la accettava in tutti i suoi dettami.
Se la nuova religione fosse stata limitata alla comunità giudea di Gerusalemme,
probabilmente non se ne sarebbe mai sentito parlare. Con la Seconda Venuta rimandata
indefinitamente, e con nessuna possibilità di mutamento entro la struttura del
monoteismo ebraico, la fede nella singolarità di Gesù l’uomo sarebbe stata riassorbita
dalla principale corrente della religione di cui i suoi immediati seguaci si
sentivano in ogni caso parte.
Presto tra i pii giudei guidati da Giacomo, il fratello di Gesù, e i nuovi fedeli
appena convertiti, che venivano da fuori ed erano portatori di una cultura più
pagana che ebraica, scoppiarono dei dissidi. Quali erano queste diversità?"
Ora alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli: ’ Se non siete circoncisi
secondo il costume di Mosè non potete essere salvi ’ ". Vi erano anche dei farisei
membri del piccolo gruppo:" Allora si alzarono alcuni convertiti della setta
dei farisei, dicendo che bisognava circoncidere” tutti i neofiti “e prescrivere
loro di osservare la legge di Mosè".
Questa battaglia, vinta da Paolo giacché il Cristianesimo è diventato ’ paolino
’, verteva essenzialmente intorno al problema di come si potevano ammettere
i pagani in seno a una setta giudea senza far loro accettare le regole del Giudaismo.
Queste regole comprendevano tutti i vari comandamenti e riti, come la circoncisione,
l’apparato cerimoniale (purificazione rituale, prescrizioni alimentari), e tutto
il resto, indicato come il "giogo della Torà". Dice Paolo: “Se la giustizia
- la salvezza - si ha attraverso la Legge giudea, allora Gesù è morto senza
motivo”.
Bisogna quindi ammettere che la comunità di Gerusalemme si sia trovata, dopo
un certo tempo, costituita di due elementi i quali non debbono aver tardato
a dissociarsi. “Vi sono discordie in mezzo a voi…Ciascuno di voi dice: “Io sono
di Paolo. Io sono di Apollo: Io di Cefa. Io di Cristo.” Gli Ellenisti per loro
natura erano portati ad amplificare la concezione di Gesù. Quando iniziarono
a diffondere questa nuova versione, “Gli Ellenisti cominciarono a mormorare
contro gli Ebrei”, esplicitarono la loro concezione nelle sinagoghe e “ci fu
una grande persecuzione. Tutti si dispersero, fatta eccezione per gli apostoli”
che non volevano modificare la Torà. I credenti ellenizzanti formarono un gruppo
a sé, con propri capi: i sette “diaconi”. Infatti, soltanto questo gruppo, compromesso
dall’iniziativa di uno dei suoi capi, Stefano, dovette poi disperdersi; e fu
per opera dei suoi membri che il cristianesimo cominciò a diffondersi fuori
della Giudea. Il grande sviluppo della predicazione evangelica al di là dei
confini della Palestina, e forse anche nella stessa Palestina, non fu infatti
opera dei Dodici e del gruppo ebraizzante. Stefano e poi Paolo fondarono una
nuova religione. L’elaborazione nacque presso i cristiani Ellenisti e conquisto
subito Antiochia. Stefano, animato da uno zelo particolarmente efficace nell’opera
di predicazione, si fece coinvolgere in discussioni pubbliche in alcune sinagoghe
che i Giudei di lingua greca avevano a Gerusalemme.
Non dimentichiamo che la
propaganda piena di discrezione dei discepoli galilaici si era potuta svolgere,
e continuò lo stesso a svolgersi per alcuni anni dopo la morte di Stefano, senza
essere seriamente ostacolata. Se quella di Stefano provocò presto una violenta
reazione, ciò dovette accadere in conseguenza del carattere pubblico e, con
ogni probabilità, del contenuto del suo insegnamento, che differiva, in taluni
punti, da quello dei più antichi discepoli di Gesú. Questi annunciavano il prossimo
avvento, con il regno di Dio, di Gesú risorto come Cristo; ma, al pari del loro
Maestro, non discutevano sulla futura economia del Regno e sui cambiamenti che
essa avrebbe potuto introdurre nel regime del culto. Sembra che Stefano sia
stato meno riservato. I testimoni che lo accusarono davanti al Sinedrio avrebbero
detto: « Quest’uomo non cessa di proferir parole contro il luogo santo e contro
la legge: infatti, gli abbiam sentito dire che quel Gesú il Nazoreo distruggerà
questo luogo e muterà le usanze che Mosè ci ha tramandate.»
Si ha il diritto di pensare che egli non si sia peritato di affermare che il
Tempio, i sacrifici cruenti, le prescrizioni legali e quello che c’era di specificamente
giudaico nel culto sarebbero scomparsi con l’avvento del Cristo. Egli avrebbe
interpretato in questo modo le parole di Gesú sul tempio che avrebbe distrutto
e ricostruito.
Del resto, la distruzione di Gerusalemme e del Tempio dopo la rivolta antiromana
del 66-70, non tardò a giustificare, in una certa misura, tali pratiche e tali
dottrine, in quanto si vide in essa la prova che Dio aveva rinnegato l’economia
esteriore e tutta materiale del culto giudaico. La distruzione della Giudea
fu totale. Un milione e quattrocentomila morti, quasi metà della popolazione.
Almeno centomila morti tra i Romani, cosa che rese odiosi gli Ebrei all’opinione
pubblica dell’impero, ostile a chi non rispettava la pax romana. Dopo il 70
fu impossibile essere insieme Ebrei e Cristiani. Le due religioni si erano troppo
diversificate.
.
I MISTERI
Per capire come il Cristianesimo
fece proseliti tra i Pagani, bisogna immergersi nell’atmosfera religiosa dell’epoca
in cui si sviluppò. Ad esempio: sapete indicare il nome del Dio, molto popolare
durante l’impero romano, che nacque il 25 Dicembre? Per aiutarvi vi diciamo
che i primi ad adorarlo furono dei pastori. Dopo aver fatto molte opere buone
per i suoi seguaci, questo Dio celebrò con loro un ultimo pasto e poi ascese
in Cielo. Tornerà alla fine dei tempi per giudicare gli uomini e condurrà gli
eletti alla vita eterna.
Si sta parlando di Mitra, il Dio persiano che, in quanto a popolarità, fu il
più temibile concorrente del Cristianesimo. Il Mitraesimo è molto più antico
di Cristo. Dice il teologo cristiano Giustino per giustificare le somiglianze
tra i due culti: "se Gesù lascio’ un tale legato: preso un pane e rese grazie
egli disse loro: “Fate ciò in memoria di me; questo è il mio corpo; e preso
similmente il calice e rese grazie, disse: "Questo è il mio sangue”. Ora i funesti
demoni ricopiarono un tale atto, introducendolo anche nei misteri” cioè nelle
cerimonie, “di Mitra”.
Le religioni orientali,
nate in origine come un insieme di riti designati per dare aiuto al Sole e al
mondo delle piante nel fornire cibo, si erano gradualmente trasformate in un
metodo per preparare la gente alla vita che il cibo era destinato a sostenere,
tentando di venire incontro al diffuso desiderio di spiritualità e di immortalità
personale.
Anche l’Ebraismo aveva avuto un’evoluzione in tal senso. Mosè infatti non credeva
all’Inferno. La vita ultraterrena è un’innovazione recente nel culto di Yaweh.
Nasce nel 150 a.C. sotto l’influsso della religione persiana di Zoroastro: il
paradiso viene riservato a chi muore combattendo per la fede, una ricompensa
per gli integralisti religiosi ebraici. Descrivendo l’insurrezione zelota contro
i Romani del 66-70 d.C., Tacito mette in evidenza il nesso tra la fede nella
vita ultraterrena e la guerra, caratteristico degli israeliti di quell’epoca.
"Gli ebrei credono che le anime dei periti in battaglia o per supplizi, vivano
eterne, di qui il disprezzo della morte. Secondo lo storico romano, gli ebrei
furono sottoposti ad ogni genere di prove: "stirati, contorti, bruciati, fratturati,
fatti passare sotto ogni strumento di tortura, affinchè bestemmiassero oppure
mangiassero alcunchè di illecito.” Un milione di palestinesi “…non tollerarono
di sottostare a nessuna delle due ingiunzioni, ma neppure d’adulare giammai
i tormentatori o di piangere: che anzi, sorridendo tra gli spasimi e trattando
ironicamente coloro che eseguivano le torture, rendevano serenamente lo spirito
come persone che stiano per riceverlo nuovamente".
Le religioni classiche
infatti non prestavano alcuna attenzione ai desideri e ai destini dell’individuo
isolato, caso mai alla città o al clan, o allo stato. Né l’Ebraismo classico
né la religione pagana classica si interessavano molto di ciò che accadeva all’individuo
dopo la morte.
Tanto il Cristianesimo
quanto i Misteri erano invece credenze basate sul concetto dell’indispensabile
mediazione tra il devoto e Dio stesso a opera di un divino Intercessore degnatosi
di vivere come uomo e di patire una morte umana per mettere l’individuo, altrimenti
impossibilitato a salvarsi, in grado di raggiungere la salvezza identificandosi
con lui.
L’individuo era considerato incapace di assicurarsi la propria salvezza, che
doveva essergli accordata dalla grazia del suo Dio.
Il modello di salvezza dei culti orientali era che un essere divino aveva vissuto
nella realtà l’esperienza che l’iniziato desiderava di aver per proprio conto:
il Salvatore doveva esser vissuto, aver sofferto, essere morto ed essere risorto.
Un mistero non escludeva l’altro. La divinità non dava la sua vita per compensare
i difetti dei suoi devoti, ma semplicemente si sacrificava davanti a loro come
un esempio edificante.
Il paolinismo su questo punto non fece altro che accrescere l’intensità mitica
di questo rito arricchendolo con il concetto del devoto crocifisso insieme con
il suo Signore. Questo concetto estese e intensificò la forza mistica di quella
che nel Mistero era semplicemente una metafora.
PAOLO
Ecco dunque l’anatomia
della teoria paolina della salvezza:
Un essere divino, esistito in forma simile a quella divina fin da prima della
creazione del Cosmo, era disceso sulla terra, dove si era incarnato in Gesù,
un uomo fisicamente normale che apparteneva a un certo popolo; quest’uomo quindi
muore sulla croce. Questo sacrificio è compiuto in accordo con la volontà eterna
di Dio ed è inteso per riconciliare il Cosmo con il Padre celeste crocifiggendo
il peccato con il corpo stesso di Gesù, annullandolo così insieme con lui stesso,
e quindi aprire a tutti gli uomini la sola vera via della salvezza. In breve:
"È parola di fede che: Se noi siamo morti con lui, vivremo pure con lui".
Per contenuto e struttura questa teoria è ovviamente un mito. La sua concezione
del significato dell’espiazione non ha nulla in comune con l’antica idea ebraica
del valore morale della riparazione; ruota intorno alla mistica e magica efficacia
che appartiene alla natura stessa della morte di un essere simultaneamente divino
e umano; è la sua morte, poiché egli è un simile essere, che ha la capacità
di portare con sé la morte del peccato, e in conseguenza la redenzione e la
finale glorificazione dell’individuo.
Il Vangelo paolino è presentato esplicitamente come un Mistero. Paolo usò costantemente
la parola ’Mistero’ per designare il nucleo della sua rivelazione. Concepiva
apparentemente la missione e il ruolo del Signore Gesù come analoghi all’effetto
salutare degli dei vari culti mistici: "Bensì parliamo di una sapienza di Dio
avvolta nel mistero, che è stata nascosta, che Dio predestinò, prima dei secoli,
per la nostra gloria."
La versione paolina della fede in Gesù Cristo, è inoltre il mezzo con cui rivelare
quel Mistero, dal momento che Paolo si preoccupa non solo della persona di Gesù,
del significato della sua venuta e del ruolo che. egli interpretò, all’interno
di una teologia generale, ma espone specificamente il metodo che il devoto deve
seguire per trarre beneficio da questa teologia, vale a dire, per ottenere la
salvezza.
Questo soltanto ne fa un Mistero. Perché l’essenza di un Mistero è che sia una
via che conduce alla salvezza: il particolare metodo scelto per il raggiungimento
della salvezza è una questione tecnica.
Il Cristianesimo differisce, naturalmente, dai Misteri prevalenti nel mondo
pagano. Sebbene i Misteri orientali vertessero intorno alla storia di una divinità
e della sua passione e resurrezione, e garantissero l’immortalità dei loro devoti
interpretando questa storia come via della salvezza, non avevano una dottrina,
non erano teologizzati. II contenuto della loro rivelazione consisteva in un
apparato di riti e formule designato per consentire al devoto di fondersi con
la divinità. Questa fusione, mescolando i destini del devoto e della divinità,
garantiva l’immortalità di cui la divinità era il modello. Cosa più importante
di tutte, nessuno dei Misteri raccontava la storia della passione della divinità
come se avesse un valore di redenzione: la divinità non moriva per compensare
i difetti o i peccati dei suoi fedeli, come invece Paolo credeva che Gesù avesse
fatto.
Ma chi erano i primi seguaci del Cristianesimo? Gli "Atti degli apostoli" parlano
di molti che avevano abbracciato la nuova fede bruciando in pubblico i loro
libri di magia, testi con formule magiche incomprensibili, con lunghe serie
di parole misteriose, era gente già permeata delle idee dei Misteri.
IL MISTERO DELLA CROCE
Sebbene il Cristianesimo
differisse dai Misteri a somiglianza dei quali era modellato, ciò che lo distingueva
non era una novità strutturale, né emozionale, né ritualistica; la sua distinzione
unica era la crocifissione. "Il linguaggio della croce è stoltezza per quelli
che si perdono, ma per noi che ci salviamo è potenza di Dio... Noi predichiamo
Cristo crocifisso: scandalo [pietra d’inciampo] per i Giudei, stoltezza per
i Gentili."
Questo tema del non predicare
altro che Cristo crocifisso è menzionato diverse volte da Paolo. Il suo significato
è chiaro: per i giudei era una pietra d’inciampo in virtù dell’aspetto grottesco
della nozione che il Messia, il Benedetto da Yawè, potesse realmente essere
torturato a morte dai malvagi, quando il vero problema della sua esistenza consisteva
nell’annullare la loro malvagità. Per gli Ebrei un Messia che fallisce era una
contraddizione. Questo punto di vista era rafforzato dall’esplicita maledizione
posta da Yawè su chiunque è "appeso a un legno".
La crocifissione fu debitrice del suo grande potere perchè non poteva essere
spiegata, vale a dire "digerita". Fu l’oltraggiosa impossibilità della croce,
la sua repulsività, la perfezione stessa della sua contraddizione, a creare
una potente spinta a trasformarla nel punto di partenza del Cristianesimo. Un
fatto che non poteva essere spiegato dovette essere spiegato: la contraddizione
dovette essere risolta. La compressione causata da queste impossibilità proruppe
in una potente esplosione.
La preparazione a questa esplosione finale ebbe luogo in due momenti: nell’ambiente
ebraico la fede in Gesù come il Messia, dipendeva da una visione di lui stesso
risorto in gloria che appariva ai suoi discepoli in attesa; il secondo momento
si produsse quando la speranza apportata dalla sua presunta riapparizione fu
spostata su terreno ellenistico, dove divenne indispensabile una seconda e ben
più profonda trasformazione, dal momento che sul terreno pagano la speranza
messianica degli ebrei non significava nulla per nessuno. Cosi, mentre tra gli
ebrei l’umiliante tragedia della croce era giustificata dalla resurrezione di
Gesù in gloria, l’esaltazione di Gesù lanciata nel mondo pagano esigeva una
nuova e ben più ricca teoria.
LA SOLUZIONE DEL MISTERO
I1 paolinismo era fondamentalmente
un antico Mistero pagano; affinato, democraticizzato, elevato, approfondito
e drammatizzato. Era la crema, per così dire, dei Misteri: un super-Mistero.
Avendo assorbito i loro aspetti principali, dava uno speciale potere mistico
al simbolo così drammatico della crocifissione redentiva, localizzandola nel
tempo e nello spazio. In Paolo c’è una suprema tensione tra il suo monoteismo
ebraico e la spinta emotiva dei Misteri pagani. La sua iniziale ostilità verso
un culto che adorava come Salvatore un uomo come lui deve essere interpretata
come il riflesso di un’inconfessata attrazione in virtù della sua stessa esagerazione.
L’intollerabile tensione tra le due deve essere stata risolta in modo esplosivo
quando Paolo improvvisamente percepì la possibilità di conciliare i due elementi:
conservare, cioè, il fascino del processo della fusione mistica con una divinità
tangibile e nello stesso tempo non infrangere le prerogative di Yawè, il Solo
Dio.
I1 tormento del suo spirito indusse Paolo a risolvere la sua tensione personale
mediante una concezione nello stesso tempo originale e sorprendentemente semplice:
Il Signore era morto perché aveva voluto morire, e aveva voluto morire a causa
del Piano Divino esistito fin dal principio del tempo.
Se la dottrina paolina conserva la struttura caratteristica di altri Misteri
correnti, con cui Paolo e i suoi seguaci si sentirono in competizione, vi apportò
un elemento di genuina originalità, perché nella logica delle circostanze l’assimilazione
della crocifissione imponeva una soluzione esplosiva per il problema altrimenti
insolubile della iniziale fede ebraica in un Messia il cui scopo era fallito.
GESU’ AVREBBE SCONFESSATO
PAOLO
Siamo lontani da Gesù tutto
un universo.
Se Gesù venne "solo per completare" la Legge e i Profeti; se pensò che "uno
iota solo o un solo apice non passerà dalla Legge", che il comandamento fondamentale
fosse: "Ascolta, Israele, il Signore nostro Dio è l’unico Signore", e che "Dio
è uno e non c’è altro all’infuori di Lui"; se egli davvero riteneva di non essere
"stato mandato se non alle pecore perdute della case d’Israele", e pensava non
fosse giusto "prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini"; se disperando
dell’instaurazione del Regno di Dio per solo intervento divino ricorse all’azione,
e assalì con la violenza i signori di questo mondo; se la sua impresa fu frustrata
ed egli fu giustiziato come ribelle contro lo stato: che cosa avrebbe pensato
dell’opera di Paolo!
Il trionfo di Paolo significava la finale obliterazione del Gesù storico; egli
ci è pervenuto imbalsamato nel Cristianesimo come una farfalla nell’ambra.
LE DIFFERENZE CON L’EBRAISMO
La nuova fede, portata
in alto dalla riuscita sintesi del paolinismo, incominciò rapidamente a divergere
dalla religione del suo supposto fondatore. Ma sebbene fosse pagana in essenza,
conservò tre tratti ebraici che accrebbero il suo impeto.
Il primo era il monoteismo tipico dell’ebraismo. Mentre tra i fedeli Gesù sostituì
Yahweh come oggetto di adorazione, non lo sostituì mai realmente nella teologia
di Paolo, il quale in un senso confuso e inesplicabile (che doveva essere più
tardi risolto dalla dottrina della Trinità) mantenne Gesù in posizione leggermente
subordinata. D’altra parte, il fatto stesso dell’elevazione di Gesù verso Dio,
implicava che mentre nei Misteri un iniziato diventava un Attis o un Osiride,
e così via, il fedele cristiano, dopo aver compiuto i riti magici della comunione,
non poteva mai diventare lui stesso un Cristo. Nei Misteri la sostanza della
divinità è mangiata dal fedele, che quindi diventa la divinità in quel momento;
nel caso del Cristianesimo è il fedele a essere assorbito dalla divinità: il
fedele "si riveste di Cristo ". I1 Cristianesimo effettuò un compromesso tra
le supreme prerogative dell’antico Yawè incorporeo e la desiderabile accessibilità
delle divinità pagane.
I1 pensiero paolino estese
alla nuova fede anche il contenuto socio-etico dell’Ebraismo; Paolo insisté
sulla costituzione di un “corpo dei fedeli” molto più di quanto facessero i
Misteri, con le loro confraternite di devoti. Per Paolo la Chiesa aveva un’esistenza
reale; era un’entità genuina, stabilita misticamente dalla comunione dei fedeli
’nel Signore ’.
L’etica ebraica sopravvive inoltre perché, a differenza dei Misteri, il nuovo
culto insisteva sull’istituzione di una vita personale interamente nuova in
armonia con la vita dell’umanità e di tutto il Cosmo. Nei Misteri il fedele
poteva davvero considerarsi libero dalle limitazioni che ancora incombevano
sui non iniziati. Nel Cristianesimo paolino, al contrario, la nuova vita del
fedele ’nel Signore’ comportava tutto un regime di rigidi requisiti morali al
di là della portata degli estranei.
IL RAPPORTO CON LA STORIA
Ma il tratto ebraico che
più favorì le conversioni era l’intolleranza caratteristica di un monoteismo.
Normalmente, i Misteri si accontentavano tranquillamente di vivere a fianco
gli uni degli altri, nonostante le reciproche affermazioni esclusive che, da
un punto di vista puramente logico, avrebbero implicato la pericolosità dei
Misteri rivali. Ma nel caso del Cristianesimo, coloro che propagandavano la
nuova fede erano tenuti a insistere sulla totale eliminazione di tutti i ’falsi
Misteri’ affermando che derivavano dal Diavolo.
Ma ciò che era più ebraico di tutto, non tanto nella struttura della nuova fede
quanto in quelli che possono essere detti i suoi ancoraggi, era la sua storicità.
La rivelazione ebraica, a differenza delle fantasie senza tempo del Paganesimo,
è essenzialmente una riflessione sulla Storia. Le varie alleanze tra il popolo
giudeo e Yawè, furono concepite come avvenimenti della vita reale, che ebbero
luogo in certi momenti tra certi individui e un Dio manifestatosi nel mondo
reale in una maniera reale. La Storia stessa aveva significato solo perché era
la volontà divina che si manifestava: fu questo, in effetti, che rese la Bibbia
una Storia e non una cronaca locale, un insieme di notizie di poco conto.
Partendo dalla mentalità
storica del Giudaismo, Paolo intensificò il fremito della comunione con la divinità
risorta affermando che la Redenzione dalla morte - la Resurrezione - aveva tanta
realtà quanto la Crocifissione, che le due cose erano, in effetti, l’identico
atto.
Non soltanto rafforzò le fluide speculazioni dei culti pagani mediante questo
rito intensificato, ma, affermando che il dramma divino aveva veramente avuto
luogo in un dato punto di tempo e spazio, attribuì al nuovo culto l’incontestabile
superiorità di un avvenimento autentico. In questo modo, tra le altre cose,
il paolinismo capovolse l’esperienza religiosa giudea.
Il Giudaismo prese qualcosa che era accaduto nella storia - l’evoluzione del
monoteismo ebraico - e lo rese mitico, personalizzandone il significato simbolico
nel racconto biblico. I1 Cristianesimo fece l’opposto: si impadronì di un mito
e sostenne che esso aveva realmente avuto luogo. Costretto a digerire l’indigeribile
morte di Gesù, costretto ad assimilare questo fatto della vita, il Cristianesimo,
sostenendo nello stesso tempo che ciò era accaduto, diede al mito l’elemento
più importante che un mito possa avere: la certezza che sia un fatto.
COSA RESTA DEL MESSAGGIO DI GESU’?
Gesù ha compiuto guarigioni
di malati di mente, gli antichi indemoniati. I1 fatto va inquadrato in cosa
i rabbini giudicavano essere le cause delle malattie: erano punizioni divine
per i propri peccati. Secondo il rabbino Jochanan (270 d.C.) ci sono sette cose
che provocano la lebbra: calunnia, spargimento di sangue, spergiuro, fornicazione,
superbia, rapina e gelosia. Altri rabbini sostengono: "Chi ha rapporti sessuali
senza spegnere la lampada avrà figli epilettici." Oppure: "Perché nascono figli
sordi? Perché i genitori han parlato durante il rapporto sessuale".
I farisei chiedono a Gesù: "Chi ha peccato lui o i suoi genitori perché nascesse
cieco?" Cristo risponde: "Né lui ha peccato, né i suoi genitori". Gesù perdona
i peccati, tranquillizza i disperati, dona pietà. In un Israele legalista e
legato all’osservanza scrupolosa del rituale, egli accetta tra le sue fila prostitute
e peccatori; libera dall’oppressione del Sabato e dal rimorso per i propri,
veri o presunti, peccati; è con i poveri; è contro il potere. Il potere lo uccise,
i suoi seguaci ne mistificarono l’opera, ma nei secoli individui dalla grande
personalità come Francesco d’Assisi, ne rintracciarono ciò che neppure la tradizione
più ortodossa aveva osato negare circa il messaggio di Cristo, propagandando
temi quali la povertà o l’amore.
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