Odoacre
Sono il primo
re d’Italia che ci sia stato nella Storia.
Nello spazio di vent’anni dalla morte di Valentiniano, erano scomparsi nove
imperatori, e Romolo Augustolo, il figlio di Oreste, giovane raccomandato soltanto
dalla sua bellezza, meriterebbe meno di tutti l’attenzione dei posteri, se il
suo regno, contrassegnato dall’estinzione dell’impero romano d’Occidente, non
avesse chiuso un’epoca.
Il generale barbaro Oreste era stato amico e collega di mio padre, peccato averlo
dovuto far fuori per rubare il trono di suo figlio. Mio padre Edecone era stato
uno degli ambasciatori di Attila, il re degli Unni, ed insieme a Oreste aveva
condotto importanti negoziati. Le truppe agli ordini di Edecone, che stavano
di guardia al villaggio reale di Attila, consistevano in una tribú di Sciri.
Nella ribellione dei popoli che seguí la morte di Attila, essi restarono uniti
agli Unni. La morte di mio padre mi lasciò a lottare coll’avversità e a sostenere
come potevo, con la rapina o con le armi, il gruppo di guerrieri Sciri, fedeli
compagni del mio esilio. Condussi vita errante fra i barbari della Jugoslavia,
con un animo e una fortuna degni del piú disperato avventuriero. Già a quel
tempo sapevo cercarmi i giusti appoggi. Mi recai a visitare la cella di Severino,
un santo popolare del paese, per chiedere la sua approvazione e benedizione.
La porta bassa non permetteva all’alta mia statura di entrare ed fui costretto
a chinarmi; ma in quest’umile atteggiamento, il santo poté discernere i segni
della mia futura grandezza, e voltatosi a me, con tono profetico mi disse: «Prosegui
il tuo piano, vai in Italia; presto getterai via questo miserabile vestito di
pelli e la tua ricchezza sarà adeguata alla forza del tuo animo».
Fui ammesso nell’esercito dell’impero occidentale, e presto ottenni un grado
onorevole fra le guardie. A poco a poco i miei costumi s’incivilirono e diventai
esperto di scienza militare; ma i soldati d’Italia non m’avrebbero scelto come
loro generale, se le mie gesta non avessero stabilito un’alta opinione delle
mie doti e del mio coraggio.
I re dei barbari erano spesso deposti o uccisi dai loro stessi connazionali,
e le varie bande di mercenari italiani, che si univano sotto le bandiere di
un generale elettivo, pretendevano un maggior privilegio di libertà e rapina.
Le loro acclamazioni mi salutarono col titolo di imperatore, ma io mi astenni
per tutto il mio regno dalla corona imperiale, per non offendere il sovrano
di Costantinopoli, l’imperatore romano d’Oriente.
Il docile popolo d’Italia era pronto a sottomettersi senza protestare all’autorità
che io mi fossi degnato di esercitare come imperatore, ma avevo deciso di abolire
quest’inutile e costoso ufficio. Lo sfortunato Augustolo dovette farsi strumento
della propria vergogna. Egli notifico al senato la sua abdicazione e quell’assemblea,
nel suo ultimo atto di ubbidienza a un imperatore romano. Con unanime decisione,
e sapendo di eseguire la mia segreta volontà, il Parlamento diresse una lettera
all’imperatore Zenone, che regnava sul trono bizantino. I Senatori negavano
solennemente «la necessità, o anche il desiderio, di continuare la successione
imperiale in Italia, essendo, secondo il loro giudizio, la maestà di un solo
monarca sufficiente a tenere e difendere contemporaneamente l’Oriente e l’Occidente.
In nome loro e del popolo acconsentivano a trasferire da Roma a Costantinopoli
la sede dell’impero universale, abdicando il diritto di eleggere il loro sovrano.
L’Italia poteva confidare nelle virtú di Odoacre e facevano quindi umile istanza
all’Imperatore di investirlo del titolo di amministratore delle regioni d’Italia
».
I delegati del Senato di Roma erano stati ricevuti a Costantinopoli con disgusto
e indignazione, Zenone rinfacciò loro il trattamento fatto ai due precedenti
imperatori d’Occidente che lui aveva l’uno dopo l’altro nominato e spedito in
Italia. "Il primo - si era lamentato l’Imperatore - è stato da voi ucciso e
il secondo cacciato".
Ma ben presto ero riuscito a consolare Zenone. Il sovrano di Costantinopoli
gradí le insegne imperiali, i sacri ornamenti del trono e del palazzo, che pensai
bene di togliere dalla vista del popolo. La sua vanità fu soddisfatta dal titolo
di unico imperatore e dalle statue che feci erigere in suo onore nei vari quartieri
di Roma.
Risparmiai la vita di Romolo Augusto, il cui nome fu mutato dai Latini nel diminutivo
spregiativo di Augustolo, e lo feci uscire con tutta la sua famiglia dal palazzo
imperiale. Gli assegnai l’annua rendita di seimila monete d’oro e una villa
in Campania sistemata sull’alto promontorio di Miseno, che domina da ogni parte
la terra e il mare, fino ai confini dell’orizzonte.
Frattanto i barbari erano usciti dall’oscurità e dal disprezzo, e i guerrieri
della Germania e della Scizia introdotti nell’Impero come servi o come alleati,
divennero alla fine i padroni dei Romani. L’odio del popolo fu sopraffatto dalla
paura. Esso rispettò il coraggio e lo splendore di quei capi barbari, insigniti
degli onori di generali dell’impero, e il destino di Roma dipendeva ora dalla
formidabile spada di noi stranieri.
La disgrazia dei Romani eccitava la mia impietosa irrisione, per l’indignazione
che immagino abbiano provato i degeneri successori di Nerone: niente più impero,
solo un re, e per giunta barbaro, ma i guai d’Italia avevano a poco a poco sopraffatto
il loro orgoglioso sentimento di libertà e di gloria. Ho dovuto solo far finta
di rispettare gli usi e i pregiudizi dei miei sudditi.
Mi è toccato anche difendere con le armi le frontiere minacciate dai barbari
della Gallia e della Germania, che avevano per tanto tempo insultato i miei
deboli predecessori. Attraversai l’Adriatico per conquistare la Dalmazia. Passai
le Alpi per liberare il resto della Jugoslavia dal re dei Rugi. Il re fu vinto
in battaglia e condotto prigioniero, e una numerosa colonia di prigionieri fu
condotta in Italia. Roma, dopo un lungo periodo di sconfitte e di vergogna,
poté vantare il trionfo del suo sovrano barbaro.
Ma ciò nonostante, il mio regno presentava il triste aspetto della miseria e
della desolazione. Nell’Emilia, nella Toscana e nelle vicine province, la specie
umana era quasi estirpata. L’agricoltura era da sempre in decadenza. Il numero
degli abitanti andava continuamente scemando insieme ai mezzi di sussistenza
e il paese era esausto per le irreparabili perdite della guerra, della carestia
e della peste. I Senatori, che avrebbero potuto sopportare con pazienza la rovina
della patria, piangevano la perdita delle loro ricchezze e del lusso. Un terzo
dei loro latifondi, le vaste estensioni di terre mal coltivate a cui si attribuiva
la rovina d’Italia, fu riservato a noi conquistatori.
Il danno fu aggravato dalle offese, e il sentimento delle sofferenze attuali
veniva amareggiato dal timore di mali ancora piú terribili; e poiché concedevo
sempre nuove terre a nuovi sciami di barbari, ogni senatore temeva che i funzionari
inviati a misurare le terre si accostassero alla sua villa preferita o al loro
podere piú redditizio. Alla fine i meno infelici erano coloro che si sottomettevano,
senza lamenti, ad una forza cui era impossibile resistere. Poiché volevano vivere,
professavano gratitudine a me, al tiranno che risparmiava loro la vita; e poiché
io ero il padrone assoluto dei loro beni, quella parte che gli lasciavo dovevano
accettarla come un mio puro e spontaneo dono.
Ormai si faceva un imperatore nuovo ogni tre mesi, i soldati gli chiedevano
l’aumento della paga, lui i soldi non ce li aveva, una breve sommossa e su un
altro. Fui obbligato, quale prezzo della mia incoronazione, a soddisfare le
richieste di quella licenziosa e turbolenta moltitudine.
E comunque Oreste era giunto al colmo delle sue ambiziose speranze: un figlio
imperatore, benchè per arrivare a tale nomina avesse dovuto far fuori l’imperatore
precedente. Ma non era trascorso un anno che constatò che le lezioni di spergiuro
e ingratitudine si ritorcevano contro di lui, e che al precario imperatore di
turno era permesso soltanto di scegliere se voleva essere lo schiavo, o la vittima,
dei suoi mercenari barbari. A ogni rivoluzione le truppe si aumentavano paga
e privilegi, ma la loro insolenza cresceva a un segno sempre piú ambizioso.
Essi insistevano affinché fosse immediatamente divisa fra i soldati una terza
parte delle ricchezze d’Italia: Oreste, con un coraggio che in altre circostanze
gli darebbe diritto alla stima di tutti i suoi sudditi, preferí affrontare il
furore di una moltitudine armata, che sottoscrivere la rovina di un popolo innocente.
Egli respinse quell’audace richiesta e il suo rifiuto favorí la mia l’ambizione.
Io assicurai i miei commilitoni che se osavano unirsi sotto il mio comando,
avrebbero potuto ottenere, con la forza, quella ricompensa che era stata negata
alle loro rispettose domande.
Da tutti gli accampamenti e da tutte le guarnigioni d’Italia i soldati barbari
accorsero impazienti sotto le mie bandiere e Oreste, sopraffatto da quel torrente,
fu costretto a ritirarsi in fretta dentro Pavia. La città fu immediatamente
assediata, prese d’assalto le fortificazioni, e alla fine saccheggiata; il tumulto
non si sedò che con l’uccisione di Oreste, e il misero Augustolo, che non poteva
piú esigere il rispetto di chi era il nuovo sovrano, fu costretto a implorarne
la clemenza.
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