Nel
Gennaio del 1969,
dopo la rivolta studentesca, inizia la
"Rivoluzione
dei cappotti"
di Alfonso Alfonsi e
Francesco Cascioli
Il professore rimase solo in classe,
gli alunni erano andati tutti a vedere la tv ma lui non voleva rassegnarsi, gli
avevano fatto sapere, per mezzo di un provveditore, che il suo compito era insegnare,
e lui da trent’anni anni ubbidiva ciecamente all’ordine. Fissò sconsolato l’aula
vuota e, col cervello sconvolto da quell’abbandono ingiusto e crudele, decise
di far lezione ai cappotti ,e iniziò ad interrogarli.
E questi naturalmente facevano scena muta, oppure gli rispondevano male, come,
glielo diceva la sua lunga esperienza, gli studenti fanno sempre, offrendogli
lo spunto per fare il suo predicozzo, che, fra l’altro, era l’unica cosa che sapesse
fare veramente bene, esortando tutti a seguire l’esempio degli alunni dei suoi
precedenti anni di scuola, tutti bravi scolari dei quali uno era morto (non si
sa perché si citi uno che è morto, ma resta il fatto che, poveretto, uno era morto).
In totale circa settecento alunni, i quali, dopo cinque anni del suo insegnamento,
gli fruttavano la bustarella della clinica per complessati-psicopatici-deficienti
di fronte alla scuola, che aveva con lui un contrattino informale, bustarella
che sembra gli fruttasse il necessario per pagarsi le vacanze.
Ma, c’è sempre un "ma" nelle storie di cappotti, a un certo punto venne chiamato
alla cattedra un paltò piccolo di taglia, basso di vita, capelli corti ed occhiali,
e successe l’impossibile: il capo (di vestiario) ebbe il coraggio, anzi la sfacciataggine,
di rispondere bene a tutte le domande!
A nulla valsero i trabocchetti del professore: nonostante i suoi sforzi non riusciva
a coglierlo in fallo. Allora il docente, mosso da un’ira indecente, gli strappò
gli occhiali, che lo qualificavano come il primo tra i cappotti che avesse aperto
gli occhi, glieli gettò per terra, li calpestò, lo chiamò piccolo Mao e gli disse
che ripeteva cose sentite dire da chi è più grande di lui. Poi lo insultò ripetutamente,
investendo con le sue blasfeme parole il suo albero genealogico e gli antenati
defunti. Infine, scandalizzato dagli sguardi stupiti provenienti dagli occhielli
dei cappotti, cercò di appendere tre cappotti (notate "appendere") : uno per il
prossimo anno, gli altri due da tirare fuori dopo quindici giorni. Ma - c’è sempre
un secondo "ma" nelle storie di cappotti - tutti gli altri paltò della classe,
approvati anche dalle stampelle, loro valide sostenitrici, gli si rivoltarono
contro e procedettero all’occupazione degli attaccapanni. Allora il professore
si fasciò subdolamente la testa con una benda, ed affermò, giurando e spergiurando,
che lo avevano picchiato (la domanda come fa un cappotto che ha solo le maniche
a picchiare è tuttora sotto censura). A questo punto i cappotti fecero un corteo,
occuparono i semafori di tutta Roma, paralizzando non tanto il traffico - quello
è sempre paralizzato -quanto i freddolosi, poi uniti e compatti, cantando "Sei
per otto evviva il cappotto!" e: "Io lotto perché sono un cappotto!" si diressero
verso la "Cassettiglia" dove chiusi nel cellofan giacevano centinaia di cappotti
a cappuccio colpevoli solo di "tenere la testa calda" (dialetto napoletano). Quindi,
scandendo: "Volete passare sei mesi in naftalina ?" "No !" "Volete essere cibo
per tarme ?" "No !" "Volete la linea (notate linea) di classe ?" "No ! No! No!
Non vogliamo ! Continuiamo la lotta!", andarono davanti al Parlamento per firmare
una petizione. Purtroppo avevano solo maniche, non sapevano tenere una penna in
mano, e allora rifiutando ogni mezzo pacifico, furono tutti per la rivoluzione.
Giunse dall’estero lo straordinario successo di Al Cappotto detto "lo Stracciato"
(per un sette sul didietro) e dall’interno la notizia che Peppe Bevilacqua di
Casebasse - San Michele della Grotta (Foggia) aveva fatto cappotto giocando a
scopone. Nonostante queste notizie confortanti, ci fu ancora un serio impedimento
ad ostacolare la trionfante rivoluzione dei cappotti. Pecore e Montoni cercarono
con del banale patern-ovin-alismo di bloccare i cappotti, ma ogni tentativo fu
inutile, anzi, ai paltò in lotta si unirono pellicce, stole e manicotti.
Purtroppo neppure queste notizie confortanti impedirono il formarsi di separazioni
e dissensi all’interno del movimento cappottesco; ci furono delle ribellioni verso
le pellicce di astrakan, demagoghi e servi del Cremlino che cercavano di infinocchiare
e di strumentalizzare il movimento, ed anche i visoni del Nord America furono
respinti e picchiati fino a fargli un viso così. Nel frattempo gli ermellini occuparono
i tram e i piltò (derivazione cinese dei paltò) con le stole fecero pi-stole per
difendere la rivoluzione. Anche le cappe, memori dell’antica radice etimologica
in comune, prestarono le loro spade per far trionfare la rivoluzione dei cappotti,
che correva veloce sui mantelli a ruota dei notai. Certo, non tutto filava liscio
come il raso (non pretenderete che filasse come l’olio): gravi dissidi razziali
agitavano i cappotti, quelli gialli, vittima di una cattiva tintura, si agitavano
per una rivoluzione tinturale. I manicotti d’orso bianco, vistosi domandare parità
di colletti da quelli d’orso nero, chiedevano aiuto ai mantelli bianchi con cappuccio,
che riunitisi in setta, spargevano il terrore scucendo tutti i capi neri (di biancheria).
Nell’ultima assemblea si sono inoltre manifestate profonde divisioni tra le maniche;
secondo gli ultimi dati l’elettorato è al 50% per la sinistra ed al 50% per la
destra; il centro ha avuto l’appoggio solo dei giustacuori, vecchi sentimentali
che mettono il cuore avanti a tutto.
Però, nonostante queste lotte intestine, i paltò riuscirono abilmente a far leva
sulle contraddizioni del fronte avversario. Dopo un dialogo in cui non furono
riscontrate volontà contrastanti, ai cappotti si unì uno sparuto ma nudo gruppo
di nudisti. Ma - c’è sempre un terzo "ma" nelle storie di cappotti - il sistema
degli anticappottiani resisté con tutti i mezzi. Sembrava di essere ad una liquidazione:
gente che afferrava cappotti, cappotti che afferravano gente. I cani poliziotti,
paralizzati dall’angoscia, restarono commossi in contemplazione davanti a una
pelliccia di pelo di cane (finto visone). Due paltò, che si riconobbero figli
di una stessa fibra sintetica, si abbracciarono in mezzo alla strada fra qualche
lacrimuccia uscita dai sentimentali occhielli di una vecchia pelliccia di castoro.
A Parigi, centro propulsore della rivoluzione, si erigono barricate con macchine
cappottate e con decappottabili. Dior il grande pensatore del movimento, è scortato
volontariamente da diciotto cappotti sua personale guardia del corpo, onde evitare
che qualche malintenzionato raffreddore possa attentare alla salute del maestro.
Anche gli oceani sono in rivolta, ed appoggiano il movimento dei cappotti, come
ha ricordato la Manica nel suo ultimo comizio a Londra, benché l’Indiano, secondo
la tradizione, preferisca andare nudo, il Pacifico sia per la non violenza, e
l’Atlantico, noto per le sue idee conservatrici, abbia espresso parecchie riserve.
Ma - c’è sempre un quarto "ma" nelle storie di cappotti - all’improvviso arrivò
una folata di vento, gli uomini già infreddoliti presero a starnutire ed a battere
i denti dal freddo; quanto ai paltò, già in precario equilibrio, quella piccola
brezza bastò a buttarli in terra, dove non trovarono più la forza di rialzarsi.
Allora un uomo fra i più raffreddati e intraprendenti, afferrò un cappotto e se
lo mise sulle spalle, presto seguito da tutti gli altri. E così la rivoluzione
dei cappotti fu riassorbita dal sistema e tutto tornò in quell’ordine naturale
che è sempre disordine.
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