Le sorprese
a Pompei non finiscono mai. Vediamone un esempio: un’archeologa napoletana Luciana
Jacobelli ha recentemente portato alla luce un nuovo edificio termale e ha pubblicato
le sorprendenti pitture erotiche rinvenute nella sala dove ci si spogliava e
si lasciavano i vestiti. Indiscutibilmente quel che colpisce lo storico sono
le scene erotiche, per le prospettive inedite che la loro collocazione e la
loro funzione aprono allo storico della sessualità. Partiamo dalla loro collocazione:
scene erotiche in un edificio termale. Automaticamente, alla scoperta, si è
pensato: le terme erano parte di un bordello, e le pitture indicavano le specialità
delle ospiti del locale. E invece no. Nessuna traccia di cubicula, le sia pur
microscopiche camere da letto indispensabili in un bordello. Queste terme con
decorazioni osées erano un locale «perbene», frequentato da gente benestante.
Ecco perché le pitture erotiche che lo decoravano offrono aperture inedite sulla
visione romana dell’erotismo e sulla funzione a questo assegnata: che non era
o quantomeno non era esclusivamente quella di stuzzicare, sollecitare, potenziare
la sessualità. L’erotismo a Roma era anche giocoso e gioioso, ludico e umoristico.
Sull’eros, insomma, i romani amavano anche scherzare, al punto da costruire
attorno ad esso veri e propri giochi di società. Ma per capire di che giochi
si tratta sono necessari alcuni chiarimenti: le scene erotiche, nelle terme
suburbane, decoravano dei soppalchi destinati a sostenere delle scatole di legno,
ove i bagnanti deponevano gli abiti. Queste scatole, per evitare confusioni
al momento dell’uscita, erano numerate, così come erano numerate le scene erotiche
dipinte sui diversi spazi di parete ove le scatole venivano collocate. A ogni
numero corrispondeva dunque una figura erotica, memorizzando la quale, tra l’altro,
era assai più facile ritrovare i propri abiti. E l’abbinamento numero-figura
dava lo spunto a giochi di parole, a scherzi a sfondo e a metafora sessuale
di cui, del resto, la letteratura e i prodotti più o meno estemporanei della
fantasia popolare romana forniscono abbondantissimi esempi. Dai "Carmina Priapeia"
a Marziale, dalle iscrizioni che mettono in dubbio le altrui capacità amatorie,
ai versi irridenti con cui i soldati celebravano il trionfo dei loro generali:
"Caesar Gallia subegit, Nicomedes Caesarem (Cesare ha sottomesso la Gallia,
ma Nicomede ha sottomesso Cesare)" cantavano i soldati di Cesare, alludendo
alla nota passività sessuale del più grande e più amato dei combattenti. E ironiche,
a volte, sono le figure erotiche delle terme. Una ad esempio raffigura un uomo
nudo che legge un papiro: la tradizionale rappresentazione del poeta, che peraltro,
nella specie, è affetto da evidente, caricaturalmente rappresentata "idrocele",
la malattia, a quanto pare diffusa nell’antichità, che si manifesta nella dimensione
abnorme dello scroto.
Ma torniamo all’associazione numero/figura erotica. A questo punto si impone
il riferimento alle spintriae, monete di circa 20 millimetri di diametro, che
presentano da un lato un numero e dall’altro - appunto - una scena erotica.
L’archeologa Jacobelli, dopo aver ricordato la pressoché "communis opinio" che
si trattasse di tessere di ingresso ai lupanari, fa rilevare evidenti analogie
tra alcune raffigurazioni sulle spintriae e alcune immagini pompeiane. L’associazione
numero/figura erotica non è un "unicum" dunque. E su questo Jacobelli prospetta
un’ipotesi: le spintriae non erano tessere d’ingresso ai bordelli, erano un
gioco di gettoni, a noi sconosciuto. Così come erano un gioco le figure erotiche
numerate delle terme suburbane. Ma quali erano i criteri della numerazione?
Erano stati inventati da un locale porno-artista o esisteva una sorta di kamasutra
a diffusione non solo cittadina, ma nazionale e forse sopranazionale?
Per tentare di dare una risposta a questa domanda bisogna partire da una considerazione:
a Roma esisteva una lunga tradizione pittorica di scene erotiche, che tra l’altro
adornavano le case e a volte le camere da letto di abitazioni "perbene": dunque
non erano destinate solo a una fruizione maschile. Ma quel che più interessa
è il fatto che la gran parte di queste raffigurazioni risale a un repertorio
di modelli ellenistici, diffuso attraverso una vasta produzione da cataloghi.
E anche se di questi cataloghi è rimasto ben poco, una serie di informazioni
consente di sapere che si trattava di accurate liste, in cui le varie posizioni
sessuali erano dettagliatamente descritte e numerate. Dei kamasutra mediterranei,
insomma, di cui, secondo la tradizione (peraltro considerata poco attendibile),
erano autrici delle cortigiane, di cui è stato tramandato anche il nome: Astyanassa,
in primo luogo, considerata l’inventrice del genere, e poi, tra le più note,
Philenis e Elephantis.
Ma vediamo di concludere: la presenza di raffigurazioni erotiche in un edificio
pubblico non significa che si trattasse di un bordello. In una società certamente
licenziosa, qual era quella romana, dove gli spettacoli a fondo sessuale erano
all’ordine del giorno, nulla di strano che in un locale pubblico ci si divertisse
al gioco dei numeri; che a questo gioco, insieme agli uomini, partecipassero
e si divertissero anche le donne. Secondo Jacobelli, infatti, le donne frequentavano
questo edificio nelle stesse ore degli uomini (e non in ore diverse, come accadeva
nelle terme del tardo Impero). Quantomeno a Pompei, insomma, nel momento della
massima libertà femminile (siamo, per l’esattezza, in epoca giulio-claudia),
l’emancipazione non aveva toccato solo poche donne privilegiate. Le donne che
frequentavano le terme pubbliche presumibilmente appartenevano nella maggioranza
alla classe media: l’emancipazione, forse, era un fenomeno meno limitato di
quanto si potesse pensare.
Ma gli scavi delle terme sembrano rivelare, anche e soprattutto, che i romano
avevano una morale sessuale diversa da quella che siamo soliti attribuire loro.
Una morale che forse consentiva alle donne perbene nudità promiscue (beninteso,
in alcuni luoghi deputati) e frequentazioni con gli uomini che non escludevano
giochi di parole e battute che nella nostra mentalità non si addicevano a una
matrona: a una di quelle donne, insomma, che una tradizione spesso incapace
di guardare all’antico con lo "sguardo da lontano" ha sempre voluto presentarci
come severe, austere, quasi arcigne. E che forse non erano così.
Insomma, sembra che a Roma anche le donne potessero passare il tempo in allegria.
Finalmente, siamo contente di poterlo pensare: per loro e anche per noi.
("Corriere della sera") del 24/4/1995, pag 31, articolo di Eva Cantarella
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