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Francesco Cascioli

Un libro a caso

romanzo storico sull’alto medioevo (il libro in word zippato)

Francesco Cascioli  339 - 14.81.034   06 - 230.48.20 Via dei Licheni 13, 00172, Roma. Email fr.cascioli@tin.it:

Presentazione del libro

"Un libro a caso" è un romanzo storico sull’Alto medioevo, lungo circa 150 pagine, 500.000 caratteri.

Inizia nel 641 d. C., quando Alessandria d’Egitto viene occupata dagli Arabi.

Anni dopo la conquista, si racconta che i 400.000 papiri della sua Biblioteca venissero usati dai vincitori come combustibile per riscaldare l’acqua delle Terme.

Il romanzo segue le tracce dell’ultimo bibliotecario.

Si svolge tra Alessandria, Costantinopoli, l’Italia e l’Etiopia; è affollato di barbari, streghe, indovini, castelli e battaglie, Divinità pagane e Piramidi, ipotesi alternative sulla Palestina del 33 d. C. e avventure nelle catacombe.


INDICE

-

Nota storica

4

I

Il rogo

5

II

Mendicante

7

III

Il lavoro

13

     

IV         Parte prima    

Il destino

17

IV         Parte seconda

Il processo

20

IV         Parte terza

L’idea

22

IV         Parte quarta

I Segni

27

IV         Parte quinta

"Nulla"

30

IV         Parte sesta

I Libri

37

IV         Parte settima 

La sentenza

46

     

V          Parte prima

Il barbaro

49

V          Parte seconda

L’Italia

54

V          Parte terza

I boschi

57

V          Parte quarta   

Roma

62

V          Parte quinta   

Il responso

68

V          Parte sesta

Le ossa

73

V          Parte settima

La decisione

79

     

VI

L’eremitaggio

83

     

VII        Parte prima

I riti

89

VII        Parte seconda

L’angelo

96

VII        Parte terza

Il noce

104

VII        Parte quarta

Le streghe

109

VII        Parte quinta

L’unguento

117

     

VIII       Parte prima    

Il sesso

124

VIII       Parte seconda

L’organizzazione

130

VIII       Parte terza

I nemici

135

VIII       Parte quarta

La trappola

139

VIII       Parte quinta

La distruzione

148

VIII       Parte sesta

La battaglia

153

IX

Il fungo

158

X

Il libro

166

XI         Parte prima    

Il risveglio

169

XI         Parte seconda

La risposta

176

     

XII        Parte prima

L’incontro

179

XII        Parte seconda

Il saluto

185


Nota storica

Il 9 Aprile del 641, undici anni dopo la morte di Maometto, le truppe arabe avevano iniziato la conquista dell’Egitto, la più ricca provincia dell’Impero romano bizantino. Dopo essersi impadronite delle principali roccheforti, posero l’assedio al capoluogo: Alessandria. Il 5 novembre il generale mussulmano Amr fece il suo ingresso in città. Da quel momento l’Egitto fu sottomesso agli arabi.

Anni dopo la conquista di Alessandria, si raccontava che i papiri della sua Biblioteca, che aveva contenuto 400.000 manoscritti ed era stata la più importante dell’antichità, vennero usati dagli arabi come combustibile per riscaldare l’acqua delle Terme. Il calore così ottenuto durò cinque giorni, quattro mesi secondo altri. Il tutto per ordine del generale Amr che così motivò la decisione:

"Se sono libri che dicono il falso, siano bruciati. Se invece dicono il vero, sono inutili copie del Corano, non meritano quindi fine migliore. Siano bruciati in ogni caso."

In quel periodo un libro - il Corano - aveva tentato di sopprimere gli altri volumi in nome delle verità contenute nelle sue pagine, mentre il popolo scopriva l’utilità della cultura, usando i papiri per godersi l’acqua calda. Questa è l’ultima notizia tramandata sulla Biblioteca. Non si sa quanto sia attendibile; l’unico dato certo è che in un momento imprecisato una notevole quantità di libri venne inghiottita dal silenzio della Storia.

Nulla è eterno, le sostanze che temono il fuoco meno che mai. Prima o poi ci sarà stato un incendio, prima o poi un bibliotecario, voltate le spalle a un edificio vuoto, sarà stato costretto ad imboccare altre strade. Che questo impiegato statale si chiamasse Amos non è per niente probabile, anche se non impossibile.

Ma: che importa?

CAPITOLO PRIMO

   Il rogo

Di Amos che si può dire?

Per tentare di capirlo bisogna risalire al rogo che l’aveva lasciato senza lavoro.

L’ordine di bruciare i papiri era stato colpo che gli aveva sconvolto l’anima. Distruggeva la vita, gli impediva di esistere.

Un bibliotecario senza libri che bibliotecario è?

Proprio questa riflessione, venutagli in mente durante l’agonia che accompagnò la morte della Biblioteca - i carri di papiri che giorno dopo giorno venivano gettati nei forni - lo costrinse ad escogitare un rimedio, una soluzione che individuò quando già la maggior parte dei libri era stata gettata tra le fiamme.

All’ordine di incenerire i volumi non era possibile opporsi.

Se il governo venuto dal deserto non desiderava papiri, era impossibile non assoggettarsi ai suoi ordini. Che i «vecchi scritti» siano bruciati dunque, ma nulla era stato ordinato per i nuovi.

E gli parve una bella idea. Perché non rifondare la Biblioteca copiando un testo qualsiasi?

Ogni raccolta di libri è iniziata da un primo volume, questo poteva funzionare come un seme. Avrebbe prestato quel primo manoscritto a qualche bibliofilo, che magari si sarebbe sentito ispirato a scrivere un testo a sua volta, e così i volumi sarebbero diventati due, poi tre, cento. Sarebbe stata la sua rivincita.

Si sarebbe ricostruito una professione, contrastando il monopolio del Corano, il testo del cammelliere.

Detto fatto - l’idea di copiare un libro scelto a caso gli venne l’ultima notte, quando mancavano ormai pochi carri all’olocausto totale - prese un volume dagli scaffali che i soldati stavano svuotando, e cominciò a leggerlo.

Non c’era tempo per copiarlo, si poteva solo scorrere le righe e fissarle nella memoria, per poi in seguito riscriverle.

I soldati gli facevano premura.

Lesse le pagine finali di fronte alla bocca del forno.

Poi, con maggior freddezza di quanto avrebbe immaginato, gettò lui stesso il volume nel fuoco. "Nulla", così si chiamava il libro, fu l’ultimo papiro a finire tra le fiamme.

La vecchia Biblioteca era definitivamente morta, la nuova stava per cominciare.

L’avrebbe fondata lui: l’avrebbe fatto, lo giurò davanti al fuoco.

Poi stette lì, accanto al rogo del libro appena letto che bruciava in mezzo agli altri, aspettando che le fiamme morissero, vicino al cadavere della sua cara Biblioteca.

Alla fine - quando il calore era anch’esso terminato - vuotò in mano al soldato il sacchetto con le sue monete e gli chiese di aprire il forno. Prese una manciata di cenere dal lato dove era finito il volume appena letto, e ne riempì il sacchetto.

Chissà perché lo fece.

Forse per avere un qualcosa di concreto da conservare.

Da allora portò sempre quel sacchetto legato al collo, e gli piaceva pensare che era parte di se, fuori del suo corpo ma a contatto con l’anima. Vicino al cuore.

Poi se ne andò a dormire.

CAPITOLO SECONDO

Il mendicante

Ma l’indomani, quando si decise ad alzarsi, Amos fu assalito da un’imprevedibile angoscia. Ricordava il proposito nato la sera prima - quel dover riscrivere l’ultimo testo bruciato - ma il compito che si era imposto era più difficile di quanto avesse sospettato.

Se ne accorse lentamente.

Per cominciare avvertì una certa riluttanza nel mettersi a scrivere, sensazione frequente quando ci si accinge ad iniziare un’opera, però questa riluttanza nel tempo non scomparve.

Neanche un appello alla sua coscienza riuscì a deciderlo.

In realtà comprese di non essere assolutamente in grado di riscrivere quel libro.

"Nulla", il volume letto la notte in cui morì la Biblioteca, doveva forse essere stato il testo sacro di una setta gnostica. Per gli Gnostici il nucleo essenziale del religione - la Gnosi, la Conoscenza - veniva comunicato a voce da maestro a discepolo, ed implicava un processo di iniziazione principalmente orale. Per gli Gnostici i libri erano un di più, comprensibile per chi già possedeva la conoscenza dei misteri divini, inutile per gli altri. Infatti "Nulla" dava molto per scontato. Era oscuro, sfuggente; scritto forse per produrre uno scatto nella memoria dell’affiliato, affinché ripensasse le informazioni apprese dalla voce del maestro.

Il testo conteneva elenchi di Dei, belle frasi, meditazioni teologiche comuni a molte religioni e alcuni spunti originali, ma questo non eliminava la sensazione di fondo, e cioè che «l’Anima del libro» gli fosse rimasta sconosciuta.

Né era possibile sperare nelle delucidazioni di un qualche fedele. Di Gnostici, ormai da secoli, non si sentiva più parlare, solo la Biblioteca di Alessandria, nell’immensa varietà di testi che ospitava, ne aveva conservato la memoria.

Riscrivere un libro che non aveva capito si preannunciava quindi un’impresa lunga e complessa, forse impossibile.

Alessandria intanto aveva accolto i conquistatori arabi con la sapienza di una vecchia prostituta. Tra i concittadini di Amos c’erano quelli - ma non erano molti - che speravano in una riconquista bizantina. C’era chi faceva finta di non accorgersi dei nuovi padroni e chi si dava da fare per accattivarseli, mentre già si contavano le prime conversioni all’Islamismo.

Per l’ex bibliotecario, con la distruzione del suo luogo di lavoro era cominciata un’epoca nuova.

Per sopravvivere usava il sistema più semplice: l’elemosina. Passava le giornate al mercato stendendo la mano, e le offerte, pur non abbondanti, erano sufficienti per i suoi pochi bisogni.

Di lui si ricordava chi sapeva leggere e un tempo aveva frequentato la Biblioteca, e gli stessi soldati arabi - brava gente tutto sommato - che avevano portato i libri al fuoco, anche loro gli allungavano qualche soldino.

L’elemosina è un mestiere insolito, che richiede l’individuazione di clienti particolari. I mendicanti infatti vendono una merce per persone speciali - quelli che sanno apprezzare il «piacere di fare l’elemosina» - prodotto raro, che ha consumatori non comuni e fornitori, i pezzenti, altrettanto difficili da catalogare.

"Non si deve chiedere l’elemosina a tutti," gli consigliava Maya, la più saggia fra le mendicanti, "ci si stanca, si importuna la gente e non si mostra professionalità. Bisogna saper individuare il possibile cliente fra i cento che difficilmente regaleranno qualcosa. Solo la mente - e il suo braccio destro, l’occhio - possono guidare in questa scelta di sopravvivenza.

Un bravo mendicante deve capire chi darà e chi no, e può perseguitare un avaro solo per svergognarlo, per togliersi uno sfizio.

Chi fa finta di non vederci, ci stimola, ci sfida." Spiegava Maya. "Ma come? Noi ci mettiamo l’anima per mostrarci sofferenti, e quello ci vuol far passare per pessimi attori?

Noi siamo i Segni della Miseria.

Compito nostro è farci notare, strappare un’occhiata, una decisione. Se si crede di eliminare il problema facendo finta di non vedere, ebbene: noi mendicanti non lo permettiamo!

Piagnucoliamo - il pianto è libero - gridiamo la nostra sfortuna, la povertà, la fame, il dolore, l’infelicità. Mettiamo paura.

Comincia il divertimento - ogni mestiere ha il suo - inizia lo spettacolo.

Ecco i ciechi che urlano, gli zoppi che ti arrancano dietro, i monchi che ti afferrano con la mano sana.

Impossibile sottrarsi.

Se non vuoi offrire qualcosa, devi almeno guardarci in faccia - la nostra bella faccia - la vetrina della nostra merce: la miseria.

Dare. Non dare.

Alle elemosine non si sfugge!"

Mendicare aveva comunque i suoi lati positivi: permetteva ad Amos di concentrarsi sulla lettura fatta quella notte.

Stando seduto davanti alla sua ciotola, per nulla turbato dal chiasso del mercato, tentava di ricostruire una parte o un concetto dell’antico testo.

Ricordare qualche brano non era complicato, difficile era dare un senso a ciò che rammentava, ricostruire dai ricordi un messaggio organico, individuare tra le righe del misterioso scrittore - "Nulla" non riportava il nome dell’autore - un progetto di comunicazione.

Troppo spesso le frasi che l’ex bibliotecario conservava nella memoria, sembravano parole messe insieme a caso, quasi i frammenti di un vocabolario stracciato da un bambino, ma lui doveva scrivere quel libro oppure cancellare il suo passato.

Sentiva che finche quel volume non avesse visto la luce, il rogo sarebbe rimasto invendicato, gli avrebbe torturato l’esistenza come il rimorso per un peccato, o meglio: come il rimpianto per una buona azione che ci si è rifiutati di compiere.

In nulla sarebbe riuscito ad impegnarsi, se prima non avesse scritto "Nulla".

Questa sensazione di un dovere da compiere, lo turbava e insieme lo riempiva di speranza.

Mai avrebbe immaginato che inseguendo questa ossessione sarebbe finito eremita su di un albero, ad attendere - anno dopo anno - che gli arrivasse un Segno per aiutarlo in quella riscrittura.

La vita da mendicante non era comunque così monotona come Amos avrebbe potuto immaginare.

Per chi aveva passato i suoi anni a leggere, il mondo era come nato una seconda volta la gente sembrava diversa, più bella. A vivere di libri si entrava in contatto solo con persone di un certo tipo - quelli che sanno scrivere appunto - e, con gli altri, solo tramite la mediazione degli scrittori. Ma del mondo fa parte una grandissima varietà di persone che non sanno o non vogliono scrivere, eppure modificano la realtà.

Costretto a passare la vita sulla strada, il bibliotecario incontrava i creatori del mondo, lasciava un universo di descrizioni per osservare i protagonisti: il marinaio tornato da terre lontane, il commerciante di argilla, il soldato che aveva combattuto le battaglie di cui poi lo storico avrebbe dato notizia ai lettori.

Si trovava a ricevere stimoli da tutti; finalmente ascoltava i vivi, mentre gli scrittori della Biblioteca erano tutti morti, assieme ai loro figli: i libri, inceneriti la notte del rogo.

Gli stessi mendicanti era gente interessante con cui Amos andava d’accordo.

Lui non li disturbava, né tentava di darsi toni da sapiente, molto semplicemente stendeva la sua mano come gli altri stendevano la loro. I colleghi gli insegnarono la strada dei conventi dove - se la giornata era stata particolarmente avara - si poteva rimediare qualcosa da mangiare. L’ex bibliotecario faceva spesso il giro dei monasteri, sempre timoroso che insieme al cibo gli rifilassero come contorno qualche noiosa predica, anche se, quando c’era la fame, la zuppa servita dalla schiava del convento di San Paolo - una ragazza con grandi occhi neri - faceva sopportare tutto.

Proprio quand’era mendicante ad Alessandria Amos aveva conosciuto Schi - la sua migliore amica. Lavorava come sguattera al convento di San Paolo e spesso gli aveva servito da mangiare; diventarono amici una notte che il bibliotecario passeggiava lungo il mare. Lasciati i sandali, aveva immerso i piedi nell’acqua tiepida, rilassante. Così la vide.

Non capì subito cos’era: pensò ad un riflesso su uno scoglio, e invece era una testa di donna che lo osservava, immobile nel mare.

"Allora?" Lo apostrofò la donna con tono duro.

"Allora cosa?" Rispose l’ex bibliotecario.

"Hai finito di guardare?"

"Perché? Non posso?"

"No."

"Bastava dirlo." Le fece Amos, e si voltò dandole le spalle.

La sentì uscire dall’acqua e rivestirsi.

"Adesso puoi girarti." Disse a un certo punto.

"Ma io ti conosco, sei la ragazza che serve il cibo al convento."

"Ed io conosco te, sei l’ex bibliotecario."

Si osservarono a vicenda in silenzio, senza fretta. Poi lei tirò un sasso in acqua e si incamminò lungo la riva.

"Aspettami," le disse l’uomo, "prendo i sandali e vengo con te."

Si mise a cercarli ma nel buio non riusciva a vederli. Lei lo aspettava, ferma, in piedi.

"Non credo li troverai." Disse alla fine la ragazza.

"Eppure avevo messo i sandali proprio qui."

"Li ho gettati in mare."

"Perché?"

"Così se avessi dovuto scappare sugli scogli, a piedi nudi non saresti riuscito a prendermi."

Schi aveva un carattere molto particolare. Gelosa della sua indipendenza fino all’eccesso, era sempre attenta a rimanere padrona delle situazioni.

"Io non sopporto gli uomini," gli disse, "vogliono fare sempre i padroni. Io invece voglio esistere da sola."

Ma era un’adorabile e correttissima persona, la schiava meno schiava che Amos avesse mai incontrato.

Chiacchierando ritornarono al convento dove la donna dormiva, e Schi raccontò all’amico la sua storia.

Era di razza erula, fatta schiava dai Bizantini durante una razzia. Quando il suo proprietario era morto, l’aveva lasciata in eredità ad un convento di Alessandria.

"...e così mentre il mio ex padrone si gode il Paradiso per la sua generosità," spiegò ironizzando, "io passo la vita a cucinare, mezzo monaco anch’io ma per forza, solo per colpa di un testamento."

La schiava non sapeva leggere, ma negli anni passati al monastero aveva imparato a memoria varie pagine delle Sacre Scritture, che aveva ascoltato predicare nel convento. Sapeva citarle con grande puntualità, tanto da riuscire a adattare i testi biblici ai concetti che voleva esprimere.

"Io non sarò la donna di nessuno, ma diventerò, se vuoi, la tua amica.

Sono come Sara di Ecbatana," gli spiegò, "di cui Tobia si voleva innamorare. Ho avuto sette uomini e sette uomini mi hanno avuto.

Sono tutti finiti male.

Mi sei simpatico, non tentare quindi di essere l’ottavo."

Amos preferì non indagare su quanti dei sette fossero stati dei violentatori pugnalati nel sonno. A lui Schi andava bene così: un amica, un tesoro prezioso. Pratica, decisa, intraprendente, conosceva il mondo più di lui; il carattere della schiava si completava col suo.

L’ex bibliotecario per lei diventò ciò che gli altri non erano stati, uno che la rispettava e l’apprezzava per le sue qualità, non chiedendole ciò che non poteva dare.

Quella sera lungo il mare, Amos le raccontò del suo mestiere di bibliotecario, che era la professione dei suoi antenati già da molte generazioni.

"Si può dire che le fiamme," le spiegò, "abbiano segnato insieme il destino dei libri e della mia famiglia.

Più volte i volumi han dovuto fare i conti con il fuoco. Giulio Cesare provocò il primo rogo quando volle conquistare Alessandria settecento anni fa, ma quelli erano tempi di ricchezza e prestigio per la cultura, quindi era stato possibile ricostruire la Biblioteca.

L’altro grande incendio avvenne nel 396, un periodo di persecuzioni verso chi non si era convertito al culto di Gesù.

Un gruppo di pagani si era rifugiato nella Biblioteca per difendersi da un attacco dei cristiani. Costoro per fare uscire gli avversari, avevano appiccato il fuoco ed erano andati distrutti più della metà dei papiri.

Per di più erano bruciati i cataloghi, e i volumi spostati per salvarli dalle fiamme erano in totale disordine.

Il capo dei bibliotecari dell’epoca, che era un mio antenato, aveva impiegato una vita solo per riordinare quel caos. Il personale era stato drasticamente diminuito riducendosi a poche famiglie di impiegati tra cui la sua. Non c’erano fondi per ripristinare un’istituzione che ormai conteneva troppe testimonianze inutili, opere paganeggianti e a volte incomprensibili, che pochi dilettavano ancora a leggere.

I duecentomila volumi sopravvissuti erano stati divisi in quattro gruppi: centomila «minori poco richiesti», che per il momento erano stati accantonati, sessantamila «minori ma interessanti», trentamila «di frequente consultazione» e diecimila «importanti».

Un bibliotecario statale doveva per contratto - oltre a seguire i visitatori muniti di permesso - leggere tutti i volumi importanti e una parte degli altri, per poter orientare gli eventuali clienti. Nel frattempo doveva ordinare i centomila minori e fare copie dei più deteriorati.

Tra il 400 e il 640, epoca in cui morì mio padre, cinquantamila papiri del gruppo meno richiesto erano stati riordinati per autore e divisi per argomento: geografia, geometria, gnostici, eccetera.

Eravamo a metà del riordino generale dei minori. Questo era il lavoro che mi attendeva e questi i miei progetti," concluse, "poi il rogo deciso dagli Arabi ha cambiato tutto, ma non mi lamento.

Qualcosa è successo, qualcosa succederà di nuovo."

Amos e la sue amica parlarono molto di loro e dei loro desideri. Schi era stufa di fare la sguattera, voleva fuggire da Alessandria per poter condurre altrove una vita indipendente. Anche Amos si era deciso a respirare aria nuova.

La città occupata dai seguaci di Maometto, non era il luogo ideale per rintracciare i fedeli della Gnosi cui "Nulla" sembrava ispirarsi. Inoltre era stufo di mendicare.

Chiedere l’elemosina rinchiude i pensieri: la mano tesa diventa un muro tra te e gli altri, con una piccola finestra dove passa un soldo e poco più. Se la giornata diventava magra, non si poteva non vedere in ogni uomo il proprio angelo. La pancia vuota pensava per te: bene di chi dà e male di chi trattiene.

Così presero insieme la decisione di cambiare città e di scappare fino alla capitale, Costantinopoli, in cerca di cambiamenti e di fortuna.

(capitolo successivo)

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