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Francesco Cascioli

 

Un libro a caso

 

romanzo storico sull’alto medioevo

 

CAPITOLO TERZO

 

 

 

 

Il lavoro

 

 

 

 

Nella capitale dell’Impero l’ex bibliotecario era diventato l’aiutante di un indovino. Girava per le strade per rintracciare possibili clienti, poi li conduceva dal veggente che leggeva loro il futuro. L’anziano indovino si chiamava Sigi. Era cieco da un occhio e quasi dall’altro, zoppo e sempre vestito di nero, però aveva un volto raggiante di sorrisi ed era capace di trovare del meraviglioso in tutto. Sigi aveva un’alta opinione del genere umano, e questa era la sua qualità migliore. Gli piacevano le scoperte, i misteri, le soluzioni intelligenti, i trucchi e gli indovinelli. Anche quando si lamentava - e spesso ne aveva motivi - chiudeva i discorsi con un particolare allegro, quasi a scusarsi di aver riversato i suoi dolori sul compagno di chiacchiere.

Era ossessionato dalla necessità fisica del nutrirsi.

"Mai come quando hai fame," spiegava ad Amos, "ti vengono tante idee; non stai fermo un attimo e chiedi il massimo alla tua intelligenza."

"Non sono d’accordo." Replicava l’egiziano. "Quando si è digiuni si può fare poco, neppure pregare bene, perché non è possibile concentrarsi e si finisce per tirare grandi bestemmie, ottenendo il risultato di finire - magri - all’Inferno."

"Invece digiunare è bello, credimi," riprendeva Sigi. "Proprio nei momenti in cui avevo più fame io ho imparato a prendere in antipatia il cibo, perché il problema si può ridurre a questo:

«Come mai io, che sono un essere pacifico, amante del bello, che chiede solo di stare in pace a contemplare il mondo, io, proprio io, ho fame?»

Perché ho fame! Capisci?

Se non l’avessi, se non portassi questa catena, allora - forse - potrei considerarmi libero.

Pensa: sono costretto a perdere momenti preziosi per procurarmi il cibo, altri per preparare le vivande, poi devo sprecare tempo per ingoiare e per evacuare, è tutta una noiosa ed intollerabile perdita di tempo!"

Amos gli replicava che le bestie mangiano e non chiedono altro, perché quindi l’uomo dovrebbe chiedere di più? Ma Sigi non sentiva ragioni.

 

Il vecchio sapiente era come l’Imperatore Giustiniano, non dormiva mai e mangiava pochissimo: si limitava ad assaggiare in punta di dita ed a lasciar lì.

Il nutrirsi gli sembrava un’umiliante schiavitù imposta dalla natura, ed era capace spesso di restare digiuno due giorni e due notti.

L’indovino inoltre non sopportava di fermarsi a chiacchierare nello stesso luogo dove il pasto era stato consumato. Si vergognava di aver mangiato come un prete si imbarazza di un’avventura a donne. Ingollato l’ultimo boccone, fuggiva come fosse inseguito.

Diceva di sentirsi stanco per quella fatica troppo umana, e se ne andava a sdraiare.

"Mi piacerebbe" spiegava Sigi, "fare come Filomena, l’amica dello gnostico Apelle, che aveva l’abitudine di compiere meraviglie. La più curiosa era la seguente: faceva entrare un grosso pane in un vaso di vetro dall’imboccatura piccolissima, e dopo lo riprendeva con la punta delle dita senza sciuparlo. Si appagava poi di quell’unico cibo come le fosse stato elargito dal Cielo.

Vivanda miracolata, alimento sacro ed ottimo."

 

Nei mesi trascorsi a Costantinopoli come suo assistente, Amos trovava il tempo di occuparsi del libro da riscrivere. Andava spesso alla biblioteca della cattedrale per cercare fra quei testi qualcosa che lo aiutasse a decifrare "Nulla", e per consultare gli scritti degli Gnostici, corrente religiosa che aveva una letteratura simile come stile al testo letto quella notte.

Il resto delle giornate l’egiziano le impiegava girando la capitale per cercare persone che avessero bisogno di notizie sul futuro. Per inviduarle indicava le strade agli stranieri, si faceva offrire da bere, chiacchierava con la gente all’osteria e la riempiva di parole.

Suo dovere era mostrarsi ottimista, mento in fuori e aspetto sereno.

Amos raccontava a tutti che «.aveva appena incontrato» questa era la frase che introduceva l’argomento «un sapiente che, non si sa per quale virtù, era in grado di conoscere il futuro», e costui gli aveva predetto grande felicità.

A questo punto già si poteva intuire se il pesce stava abboccando.

Se notava segni di interesse, Amos accompagnava il cliente davanti a Sigi, e - quando tutto era finito - gli ricordava che anche i sapienti mangiano.

Il sistema il più delle volte funzionava, specie se Sigi svolgeva bene il suo lavoro. Erano i casi in cui oltre al pane si rimediava il companatico o un fiasco di vino, quasi mai di più, perché le persone cui veniva predetto il futuro erano di solito poveracci, gente tirata su dal porto o dall’osteria.

Cercare chi poteva aver bisogno di informazioni sul futuro era una professione simile al mendicante, ma più piena di sorprese. Spesso si finiva per scoprire che chi aveva bisogno di questo servizio, erano proprio quelli giudicati a prima vista come impermeabili alle superstizioni.

 

Era invece più semplice trovare clientela per la seconda committente dei giri di Amos tra la folla: la sua amica Schi, che si era messa a fare la prostituta.

Era venuta ad abitare nello stesso edificio di Sigi, al piano di sopra, e affittava il suo corpo ai visitatori della capitale. "Con te che mi trovi gli uomini," diceva soddisfatta all’ex bibliotecario, "gli affari vanno a meraviglia.

Un amico ce l’ho, non lavo più i piatti del convento, vivo bene e mi diverto."

Tutto sembrava andare per il meglio, ma il destino riservava ad Amos un grande mutamento.

 

L’episodio che lo portò in prigione era iniziato in un osteria. L’aiutante dell’indovino aveva notato un possibile cliente per Sigi, e lo avevo avvicinato col solito discorso.

Lo sconosciuto lo era stato ad ascoltare, e poi aveva risposto che una profezia era necessaria non a lui, ma ad un suo amico in pena per il futuro.

Finì che Amos l’accompagnò nei quartieri belli, vicino ad una delle chiese più importanti. Lo sconosciuto entrò in una porta e ne uscì poco dopo in compagnia di un tizio che indossava un mantello nero.

"È questo l’uomo di cui mi dicevi?" Chiese il nuovo arrivato alla persona che l’era andato a chiamare.

"Si."

"Allora andiamo." Disse all’ex bibliotecario.

Partirono lui e Amos, mentre l’altro si allontanava.

Lo strano individuo preferiva il silenzio. L’egiziano tentò di farlo parlare, ma il tipo misterioso lo mise subito a tacere.

"Sei tu l’indovino? No.

Perciò stai zitto: parlerò col tuo padrone."

Arrivati sotto casa di Sigi, il tizio vestito di nero si guardò intorno, attese che passasse un contadino con la falce, e quando la strada fu libera salì.

 

Sigi lo fece accomodare. Lo sconosciuto fu invitato a levarsi il mantello, esitò, poi si decise.

Allora si capì il mistero: il cliente era un prete!

Un sacerdote da un indovino!

La cosa si faceva interessante.

Ad Amos sarebbe piaciuto restare, invece l’ecclesiastico pretese che quel terzo incomodo uscisse. Il bibliotecario volle almeno sentire la domanda, e si accovacciò dietro la porta ad origliare.

"Hai qualche dubbio" chiese Sigi al prete, "da cui vuoi liberarti?"

Il sacerdote rispose con un giro di parole, un discorso intervallato da esitazioni a base di "...uhm...", "beh..." per poi finalmente sbottare:

"Sarò io il nuovo patriarca di Costantinopoli?"

 

La storia adesso era chiara.

Il capo del clero era gravemente ammalato, e ogni sacerdote si vedeva già incoronato in cattedrale. Insomma, un caso di ordinaria amministrazione.

Amos lasciò Sigi al suo lavoro e salì da Schi.

Passò non molto tempo, poi si sentì un gran rumore. L’egiziano e la sua amica si affacciarono alla porta e videro Sigi sul pianerottolo di sotto, che gridava infuriato:

"La profezia l’hai avuta! Voglio i miei soldi!"

"Non ti pago, stregone maledetto!

Non spreco denari con chi predice disgrazie!"

L’indovino doveva aver pronunciato un responso negativo, forse per far arrabbiare un sacerdote cristiano, razza che gli era sempre stata poco simpatica.

 

Ma la scena precipitò: il prete cercava di imboccare le scale per scappare; Sigi, che gli si era attaccato al bavero, non mollava.

C’era bisogno dell’aiuto di Amos.

Invece l’egiziano arrivò troppo tardi. Il sacerdote con una spallata mandò il vecchio a ruzzolare giù per i gradini e poi scappò. Il bibliotecario fece appena in tempo a correr dietro al prete, scavalcando Sigi che sembrava ridotto male. Raggiunse il sacerdote, lo buttò a terra e aveva appena iniziato ad accarezzargli la schiena con le scarpe quando Schi lo raggiunse.

"Corri! Sigi sta male!"

 

Si affrettarono a rientrare.

L’indovino rantolava. Un rivolo di sangue gli colava dalle labbra, doveva aver battuto la testa cadendo. Amos si chinò su di lui: stava morendo. Il sangue denso gli macchiava la barba, aveva già gli occhi vitrei, la vista appannata.

L’egiziano si sentiva lacerare dentro. "Maestro mio, non morire!"

Schi pulì le labbra insanguinate dell’indovino. Il vecchio ansimava.

Con uno sforzo tentò di parlare; non ci riuscì. Videro il suo respiro farsi lento, poi cessare. Amos ebbe appena il tempo di chiudergli gli occhi quando vennero a prenderlo le guardie.

"Che gli fate?" Tentò di opporsi Schi. "Perché lo portate via?"

"Ha picchiato un prete." Fu la risposta. E così Amos si era ritrovato in prigione.

 

 

CAPITOLO QUARTO PARTE PRIMA

 

 

 

 

 

 

Il destino

 

 

 

 

 

 

L’avvocato di Amos - pagato con i soldi offerti da Schi - era venuto a trovarlo in carcere per convincerlo a deporre in tribunale, ma il bibliotecario era contrario.

Non sarebbe stato opportuno raccontare certe cose di Sigi. Le convinzioni del vecchio indovino erano così originali e insieme così distanti dall’ortodossia cristiana, che l’egiziano riteneva una follia mettersi a parlare di lui.

Sigi aveva fatto un mestiere illegale, proibito dallo Stato e dalla Chiesa. Se Amos avesse iniziato a parlare, il magistrato poteva farlo cadere in contraddizione, costringendolo a rivelare circostanze negative.

In ogni modo il giudice non avrebbe capito Sigi: la diversità dell’indovino avrebbe suscitato diffidenze, che sarebbero ricadute sull’esito della causa.

"Cosa pensi che potrei raccontare in aula?" Chiese ironico al suo difensore. "Sigi e il prete non seguivano la stessa religione, ma se l’accusa riesce a farmi ammettere questo, sono rovinato."

"Ma se tu potessi esprimerti liberamente," domandò l’avvocato, "che diresti?

Come spiegheresti il lavoro che facevi con l’indovino?"

"Se per assurdo potessi fare un orazione in difesa della Divinazione, un arringa sulla nobiltà del profetare, allora direi:

"Oh giudice romano!

Roma, l’antica Roma che tutti dicono di ammirare, fu costruita sui «Segni» e sugli specialisti capaci di interpretarli, Segni non dissimili da quelli che Sigi doveva decifrare.

 

Moltissime religioni ammettono l’esistenza di Messaggi inviati da Potenze invisibili per illuminare gli uomini. Sono rari tuttavia i popoli che svilupparono quanto gli antichi Romani, la scienza di tali Segni.

Secondo i discendenti di Romolo - colui che osservando il volo degli uccelli divenne re - scenario ideale per il manifestarsi di prodigi era il cielo.

La cometa, le meteore, la volta celeste che sembra aprirsi e lasciare passare una luce viva, le nuvole che prendono strane forme e paiono animarsi, tutto questo veniva considerato Segno. Ma di tutti i Segni il più nobile era il fulmine, perché inviato dal grande tra gli Dei: Giove.

 

Una dettagliata casistica spiegava il significato delle folgori a seconda dei luoghi - profani o sacri, pubblici o privati - in cui cadevano; a seconda del loro rapporto con la fase in cui si trovava la realizzazione di un progetto; e ancora a seconda della portata del loro avvertimento: valida solamente per un certo periodo, perpetua o invitante a prorogare un’azione.

La casistica comportava anche precisi rituali destinati a purificare il luogo fulminato ed a placare la Divinità folgoratrice, sia nel caso il Messaggio riguardasse una singola persona che l’intera città.

 

In presenza di un fulmine o di un qualsiasi Segno, gli esperti dell’antica Roma sostenevano che era possibile:

1) interpretarlo in contrasto con la prima evidenza;

2) rifiutarlo, perché non "vi si era prestata attenzione";

3) allontanarlo da se stessi tramite una formula sacra;

4) trasferirlo misticamente su altri;

5) scegliere tra i vari Segni, o tra i vari aspetti di un Segno, il più decifrabile, perché la Divinità non vuole essere oscura di proposito;

6) accettare il Messaggio per quel che era;

7) chiedere un altro Segno.

 

Se bisognava espiare un prodigio riguardante la collettività, il Senato romano aveva la facoltà di rivolgersi ai Pontefici, che potevano consultare i «Libri sibillini», o chiedere un parere agli indovini di maggiore esperienza.

Dopo che costoro avevano esaminato la manifestazione della volontà degli Dei, il Senato teneva una seconda seduta ed ordinava l’adempimento dei riti che gli indovini avevano consigliato.

 

C’è da rimanere stupiti per la solidità di una tale procedura sacra.

I mezzi cui si ricorreva per esaminare i Messaggi riguardanti tutto il popolo romano, erano giuridicamente solidi e religiosamente efficaci, permettendo all’autorità di rispondere ai Segni.

La struttura prevedeva specialisti in grado di inserire la manifestazione della volontà divina in una trama tessuta meticolosamente: rapidità del suo annuncio; controllo dell’osservazione; assunzione di responsabilità da parte del Senato; consultazione degli esperti prescelti; infine esecuzione controllata delle misure prescritte.

Tutte queste fasi si succedevano senza interruzione, con procedure che si svolgevano minuziosamente, finché le contaminazioni venivano fatte sparire, gli Dei placati, e le paure magicamente annullate.

Come immaginare in questioni religiose, un intervento più efficace dello Stato?

 

I Segni infatti, colpivano l’attenzione della gente. Diventavano qualcosa di cui le autorità dovevano tener conto. Si trasformavano nella testimonianza di un disagio.

Arrivati al Senato romano, venivano desimbolizzati ed espiati in una cerimonia, affinché il popolo ne fosse rassicurato.

Mirabile esempio di democrazia religiosa!

Con la forza e la tranquillità ricavate da una miriade di Segni collettivi ed individuali, la Città eterna costruì la sua grandezza, e l’esercito romano, rassicurato dalla comunicazione con Dio, poté conquistare il mondo.

Per calmare l’ansia dell’uomo destinatario di un Messaggio, per risolvere i suoi dubbi, esistevano ed esistono gli indovini.

La professione di leggere il futuro ha una storia antica, ben più antica di Cristo; una storia in cui i Romani hanno un ruolo da protagonisti.

L’affidarsi ai Segni era la tradizione e la religione di Roma, e di questa scienza Sigi l’indovino era un degno ed ammirabile erede."


 

 

CAPITOLO QUARTO PARTE SECONDA

 

 

 

 

 

Il processo

 

 

 

 

 

In aula l’avvocato di Amos stava tenendo la sua arringa. Al bibliotecario faceva una strana impressione sentirlo parlare in sua difesa.

 

"Eccellentissimo Giudice, e voi cittadini della capitale dell’Impero, mi trovo in questo tribunale quale difensore del bibliotecario Amos, accusato di aver malmenato un sacerdote e, cosa ancor più grave, di aver praticato la stregoneria associandosi ad un indovino.

Eppure risulta difficile credere che un sapiente, un uomo pacifico come Amos, un servitore dello Stato rimasto senza lavoro per la vittoria araba - la stessa disgrazia che ha piegato l’Impero - abbia potuto macchiarsi di una colpa tanto grave.

Rivediamo allora la sua storia. Rimasto senza lavoro dopo il rogo dei libri, Amos lascia Alessandria dove si era ridotto a fare il mendicante, e si trasferisce a Costantinopoli. Nella nostra città viene sfamato da un vecchio di nome Sigi, che lo prende come aiutante nel suo lavoro di indovino.

«Aiutante» per modo di dire però. Non va dimenticato che il bibliotecario non conosce nulla di questa «arte della predizione», che necessita - lo sanno tutti, anche chi non la ritiene possibile - di lunghi anni di apprendistato.

Sigi l’indovino si sente vecchio, è stanco di girare le strade a cercar clienti, e forse vuole qualcuno che gli risparmi la parte più faticosa del lavoro.

Purtroppo non è più possibile andare oltre a investigare su quali fossero le sue intenzioni. Sigi - un pover uomo che non aveva mai fatto male a nessuno - è stato ucciso proprio durante i fatti che hanno condotto all’arresto del mio cliente. Amos è ancora commosso da quella morte, fin troppo. Benché in tutti i modi io l’abbia sollecitato a testimoniare non se la sente di rispondere alle domande della Corte, rischiando di compromettere col silenzio la sua posizione.

Quindi tutti noi, io che lo difendo e il magistrato che lo deve giudicare, siamo costretti a procedere per deduzioni.

Un fatto risulta però indubitabile: nei pochi mesi passati con l’indovino, Amos non è riuscito ad imparare la cosiddetta «divinazione», cioè la scienza della predizione.

Nessuno ha potuto testimoniare di aver ricevuto profezie da lui, nessuno ha mai chiesto a lui personalmente un responso sul futuro.

 

Abbiamo così definito un particolare importante: Amos non può sapere come si fa l’indovino, e quindi non può essere incolpato di un delitto che non è in grado di compiere. Questo sempre che si arrivasse alla conclusione che l’arte dell’indovinare - che qualcuno vuol confondere con la stregoneria - sia un’azione così criminale da meritare la morte.

L’imputato che dobbiamo giudicare, non è in grado di fare alcuna profezia, non ha mai praticato la stregoneria, non è quindi responsabile di nulla.

Più semplicemente, Amos mangiava il pane che la bontà di Sigi gli forniva.

Fame dunque, e impossibilità di trovare cibo in altro modo, questo il suo solo delitto.

Ma questo suo unico peccato è del tutto insufficiente per condannarlo!

 

Con che coscienza si potrebbe immaginarlo scontare una qualsiasi pena, sapendo che il presunto colpevole è inequivocabilmente innocente, perché non in grado di commettere quel tipo di reato?

Amos, infatti, è assolutamente estraneo al presunto delitto dell’indovinare, e io vi chiedo e vi scongiuro di pensarci molto bene prima di giudicarlo.

Amos è dunque vittima del destino, non colpevole di predirlo. Innocente quindi, e degno, per questi motivi, di un’indispensabile assoluzione."

 

L’ex bibliotecario si sforzava di ascoltare il suo avvocato che cercava in ogni modo di difenderlo, ma capiva che il legale era alle prese con un compito disperato. L’egiziano, benché capisse che il suo era un atteggiamento sbagliato, si distraeva, si disinteressava, provava una gran noia.

Il processo stesso, almeno in quella prima udienza, si stava snodando tra sbadigli. L’aula era semivuota, solo Schi e due o tre vecchietti ascoltavano gli avvocati, mentre il giudice guardava fuori della finestra.

Erano passati vari testimoni, persone che abitavano nello stesso edificio del veggente. Tutti avevano parlato di Sigi, anche se nessuno di loro aveva vissuto accanto al vecchio indovino com’era successo all’egiziano.

I ricordi dell’uomo che l’aveva ospitato e sfamato, non davano pace ad Amos.

Sentiva di aver perso più che un maestro: un amico.

 

 

 

 

 


 

 

CAPITOLO QUARTO PARTE TERZA

 

 

 

 

 

L’idea

 

 

 

 

 

Il giorno dopo in aula era arrivato il momento dell’accusa: aveva la parola l’avvocato del prete.

Costui, ricalcando le usanze del giurista Marco Regolo, aveva l’abitudine di far risaltare un occhio con l’ombretto nero; il sinistro se parlava in favore dell’accusato, il destro se invece chiedeva una condanna. In quel momento il suo occhio destro era così carico di nero da sembrare la bocca dell’Inferno.

"Eccellentissimo giudice," stava dicendo l’avversario di Amos, "voi certo non ignorate che, in chi predice l’avvenire, c’è sempre la bestemmia della fede. L’indovino inizia un patto con il Diavolo e produce un rinnegamento di Cristo, perché chiede una rivelazione al Demonio mentre dovrebbe confidare solo nella provvidenza di Dio.

Ma quando si rinnega la fede cristiana, si sa di meritare terribili punizioni: infatti le leggi dell’Impero hanno sempre punito gli indovini e le loro pratiche sacrileghe.

 

Dice Sant’Agostino che ci sono sette motivi per cui i Diavoli riescono a fare congetture sul futuro da suggerire poi a profeti mercenari come Sigi.

Il primo è che possiedono una sottigliezza naturale, per cui comprendono per intuito senza il discorso che in noi è una necessità della ragione.

Il secondo è che, per la rivelazione degli Spiriti superiori, i Diavoli sanno più cose degli uomini.

Il terzo è la loro celerità di movimento, per cui possono anticipare ad Occidente ciò che sta avvenendo in Oriente.

Il quarto è che, come sono in grado di portare malattie e carestie, così possono predire tutto ciò.

Il quinto è che il Diavolo può prevedere la morte attraverso segni e sintomi che nessun uomo può capire.

Il sesto motivo è che, dai segni suddetti, fanno delle congetture su quali istinti gli uomini seguiranno e le azioni che compiranno.

Il settimo è perché conoscono meglio degli uomini gli scritti dei profeti della Bibbia, da cui dipendono molte cose future.

 

Giudice, questo non è un processo per percosse, ma per questioni religiose. Trattarlo come una comune causa giudiziaria, vorrebbe dire esporsi alla disapprovazione della Chiesa ed a quella, inevitabile, dell’Imperatore.

I processi che si occupano di reati religiosi, sebbene apparentemente più complessi, possono però trarre giovamento da dibattimenti simili del passato, che hanno tutti un dato in comune: l’estrema severità delle sentenze che li hanno conclusi.

 

Ci basterà ricordare la causa contro Ilario e Patrizio.

Costoro - come racconta lo storico Ammiano - stimolati da abbondanti frustate, confessarono che si servivano di strumenti magici per conoscere il futuro. Costruivano con rami di alloro un tavolino a tre gambe. Su questo ponevano un piatto con incise le lettere dell’alfabeto. Dopo aver purificato la sala con profumi arabi, consacravano gli strumenti secondo le mistiche discipline.

Uno di loro, ornato con fronde di buon augurio ed invocando il Demonio che presiede alla conoscenza del futuro, poneva sopra al piatto un anello d’oro sospeso ad un filo, e lo faceva cadere a scatti sopra le lettere, fornendo - grazie a diaboliche ispirazioni - risposte alle domande rivolte ai Diavoli.

E noi sappiamo che Ilario e Patrizio finirono condannati a morte.

 

Tu, oh giudice, hai l’obbligo di mostrarti altrettanto severo, spingendo la volontà di ottenere Giustizia fino alle estreme conseguenze.

Per decidere la sentenza, basterà ricapitolare gli avvenimenti della notte in cui venne arrestato Amos, il servo del Demonio che stiamo giudicando.

Costui è stato segnalato alla Giustizia da un devoto sacerdote. L’ecclesiastico che ho l’onore di rappresentare, non contentandosi di servire il Signore di giorno, la sera tentava di redimere serpenti velenosi come Amos e il vecchio indovino. Quella sera si è battuto contro le eresie di Sigi, ma il Diavolo, che possedeva il corpo del falso profeta, ha voluto resistere all’esorcismo.

Molestato dalle parole benedette, Satana ha fatto suicidare il posseduto che si è gettato per le scale.

 

Giudice!

Ricorda che uno dei primi atti dell’imperatore Costantino - un nome di fronte al quale tutti noi ci inchiniamo - fu di proibire la professione di indovino.

Era il 319, son passati più di trecento anni, e nessuno ha mai abolito questa proibizione. Tu giusto e severo magistrato, rispetti la Bibbia, che nel Levitico ordina: «Non praticate alcuna sorta di divinazione o di magia. Non vi rivolgete ai negromanti né agli indovini; non li consultate per non contaminarvi per mezzo loro».

Il libro di Dio nel Deuteronomio comanda: «Non si trovi in mezzo a te chi esercita la divinazione o il sortilegio o l’augurio o la magia; né chi faccia incantesimi, né chi consulti gli spiriti o gli indovini, né chi interroghi i morti, perché chiunque fa queste cose è in abominio al Signore»

 

Dopo aver ascoltato queste parole sacre, esaminiamo le alternative: o il peccatore Amos e Sigi, che ora giace all’Inferno, erano dei truffatori, e per questo li puniremo, o il loro prodigio si verificava veramente, ma allora costoro erano dei profeti di un Dio che non è il nostro e per questo li condanneremo. Perché - in questa incertezza da cui non ci faremo trattenere oltre il necessario - una sola cosa è sicura: noi condanneremo Amos!

Per questo oh giudice, io ti chiedo una pena dura ed esemplare per i danni che il prete che rappresento e con lui i Cristiani della città, hanno subito per l’infame professione di questo servo di Satana.

 

Un sacerdote è stato malmenato da un pagano, ed egli è qui non per chiedere soddisfazione del danno fisico e morale causatogli da Amos.

Noi siamo qui per altri più nobili motivi: noi esigiamo una sentenza spietata e consona ad un processo che si occupa di deviazioni religiose. Del resto basta leggere le inequivocabili parole dell’Esodo:

«Tu non lascerai vivere colui che pratica la magia».

 

Questo nemico del Cristianesimo che abbiamo di fronte, era l’aiutante di un mago, quindi va condannato.

Ha picchiato un prete che tentava di redimerlo, e anche questo vuol dire condanna.

È odiato da Dio che ha permesso a noi di catturarlo: ancora un invito alla condanna.

Per l’accusa di empietà, per aver contaminato questa santa città e bestemmiato la fede cristiana con pratiche diaboliche, per aver dato spazio, con la sue attività, a demoni e dei che non saranno mai i Nostri, per tutti questi motivi io chiedo una giusta, implacabile condanna: chiedo la morte di Amos sul rogo!"

 

Il processo per il bibliotecario, dopo la durissima richiesta dell’accusa, si stava trasformando in un incubo. Amos si sentiva già le fiamme addosso.

Quella sera vide Schi affacciarsi alla cella, e gli prese una stretta al cuore. Quella visita inaspettata poteva significare solo ulteriori guai. Che fosse così era evidente dal volto cupo della sua amica.

"Che c’è?" Gli chiese. "Avanti, parla."

"Il tuo avvocato ha rinunciato a difenderti."

 

Lì per lì Amos non si rese conto di cosa significasse.

"Allora? Ne possiamo trovare un altro."

"Secondo te perché l’ha fatto? "

"Non so. Cosa ti ha detto?"

"Mi ha rimandato metà dei soldi che gli avevo dato e si è fatto negare. Non sono riuscita a parlargli."

Ragionando insieme la verità venne fuori. A nessuno piace difendere cause perse. L’accusa aveva tirato in ballo la Bibbia, il Patriarca e l’Imperatore, esigeva la condanna a morte dell’egiziano, e tutto faceva prevedere che l’avrebbe ottenuta.

Quando la nave affonda i topi scappano, e l’avvocato era solo un topo più elegante degli altri. Non crea buona fama ad un professionista, vedere un proprio cliente finire sul rogo. A questo punto dissociarsi dall’ex bibliotecario poteva essere una buona mossa, migliore dei soldi a cui rinunciava abbandonandolo nelle mani dell’accusa.

Amos era solo di fronte alle fiamme, destinato a fare la stessa fine della Biblioteca e di "Nulla".

 

"Non è il momento per perdersi d’animo." Provò a dire Schi. "Ancora non tutto è perduto."

"Perché, cosa ci è rimasto?"

"Tu sei vivo, io sono viva, abbiamo i soldi restituiti dall’avvocato, forse possiamo far qualcosa."

"Si, ma cosa?" Rimasero entrambi in silenzio a pensare.

 

"Ci vorrebbe un’idea", fece il bibliotecario.

"Cioè?"

"Un’«idea» è una forzatura della realtà, un intervento dell’energia della mente capace di risolvere un problema."

"Non capisco: a quale idea stai pensando?"

"A nessuna in particolare. Sto pensando che ci serve un’idea.

Prima bisogna capire che serve proprio un’idea, cioè un piano d’azione capace di farci compiere un indispensabile salto di qualità. Una volta chiarito che è davvero un’idea ciò che ci manca, forse questa uscirà fuori.

Comunque se i nostri avversari puntando sulla religione, esigono la condanna al rogo, noi dobbiamo tenerne conto, a costo di rimettere in discussione il mio comportamento."

"Vuol dire che smetterai di tacere?"

"Forse, ma non è detto. Se un avvocato - un maestro della parole - si ritira, vuol dire che a questo punto le parole non possono cambiare la situazione. Ci vuole un’Idea."

"Ancora con questa «idea»!

Se non sai neanche di cosa stai parlando!"

"È vero, non so ancora quale idea mi serve, ma non lo so rispetto a questa situazione. In teoria però, so che cos’è un’idea.

Vedi, se fossi un romanziere e il mio eroe fosse destinato a morire, mi potrei inventare una droga che uccide solo apparentemente. Lui la ingoierebbe, qualcuno recupererebbe il suo cadavere prima che venga seppellito, e con un antidoto lo riporterebbe in vita.

Ecco: questa sarebbe un’idea."

"Ma non credo sarebbe adatta al caso tuo: i condannati per stregoneria vengono arsi sul rogo e le ceneri disperse in mare."

"Che c’entra! Quello era solo un esempio.

A noi serve un intervento di alta intelligenza che tenga conto delle forze in campo, e sfrutti le debolezze degli avversari ritorcendogliele contro."

"Quale per esempio?"

"Ancora non lo so, bisogna pensarci.

Intanto però con la scusa che il nostro avvocato ha abbandonato il processo, possiamo chiedere un rinvio."

`’Mi sembra un buon pretesto." Disse Schi. "Dopo la rinuncia dell’avvocato il prete sarà sicuro di vincere, ce lo concederà senz’altro."

"Quanto tempo potremmo ottenere?"

"Un paio di giorni."

"Beh, dovrebbero bastare."

"Ma sono pochi"’ Esclamò Schi.

"Non credere," rispose il bibliotecario. "Quando serve un’idea, la mente gira al massimo; se in due giorni non nasce nulla, tanto vale arrendersi."

 

Si lasciarono così, con quest’ultima speranza in cuore. Quella notte l’egiziano la trascorse insonne: la sensazione che stava per venire alla luce un’idea capace di salvarlo, lo eccitava tenendogli la mente in frenetica attività.

Aveva lanciato il cuore due gradini più in su.

Era sicuro che lui o Schi avrebbero trovato una via d’uscita. Gli serviva una soluzione, e se Amos non era completamente solo, se le Entità superiori avevano ancora qualcosa da chiedere alla sua vita, alla fine l’idea sarebbe venuta.

 

CAPITOLO QUARTO PARTE QUARTA

 

 

 

 

I Segni

 

 

 

Il processo grazie al quale nascono le idee, era un mistero che Amos aveva sempre trovato affascinante.

Anche Sigi era incantato da questa insolita facoltà umana di risolvere problemi su cui si è riflettuto a lungo e invano, trovando all’improvviso la soluzione.

"Ricevere un’illuminazione capace di risolvere i propri guai," raccontava l’indovino, "vuol dire avere un figlio inaspettato in situazioni in cui ci si sente disperatamente sterili.

L’attimo in cui avviene l’incontro tra i problemi e la mente che progetta soluzioni, è un momento di fusione col divino, paragonabile a quando si riceve un Segno dalla Divinità del Futuro, la stessa gioia che l’indovino ottiene dal far bene la sua professione.

Il divinare è un magnifico mestiere proprio perché si pratica stando alla sorgente dei Messaggi, seduti vicino alla bocca di Dio.

I preti delle varie chiese," spiegava ad Amos, "non sopportano il nostro non dire mai il nome del Dio che ci comunica le profezie, ma questo succede perché in realtà noi ignoriamo di quale Divinità raccogliamo la Voce.

Qualcuno ci fornisce un’illuminazione che noi riferiamo al cliente, e questo è tutto ciò che si può dire. È come entrare per un istante nei progetti di Dio, ma purtroppo del signor Dio non si sa nulla di preciso, non si è in grado di capirLo se non in minima parte, non si sa se abbia figli, né se abbia un passato.

Egli non parla mai di Se. Qualche volta predice, il resto del tempo tace.

 

I teologi hanno sempre odiato questa nostra neutralità religiosa, questo non voler render omaggio a Nessuno. Sapere chi manda il Segno è un falso problema. Se Costui avesse voluto rendere nota la Sua identità, avrebbe firmato il messaggio. Il Segno ricevuto va accettato per quello che è: un momento di insperata ragionevolezza in un universo che ci appare a volte privo di senso, un barlume di luce nel succedersi di eventi non sempre chiaramente collegati.

Chi va a farsi predire il futuro si sente vicino ad un bivio, per questo cerca consigli da qualcuno: uomo, Dio o Demone a lui non importa.

Il tempo della vita può essere infatti diviso in due momenti: quello in cui si subiscono scelte già fatte, e quello in cui si fanno scelte che poi si subiranno.

Basta pensare a chi risale un fiume su una barca. Obbligato il resto del tempo, diventa libero ogni volta che incontra un affluente, perché in quel punto ha di fronte due vie.

Quando la propria mente è come una bilancia con due piatti gravati da un identico peso e non si riesce a decidere tra due alternative, allora si cerca un Segno per dirigere le proprie azioni. È il momento in cui l’Entità si introdurrà nella nostra esistenza, e, travestita da coincidenza, con un tocco leggero ci cambierà la vita.

 

Tu sei solo un grande orecchio," gli ripeteva Sigi, "la gente sfrutterà la tua abilità nell’indovinare i «secondi nomi» - cioè i significati - di eventi e coincidenze.

I fatti della vita non ancora avvenuti sono una massa amorfa, ma quando vengono predetti, diventano il risultato di una cerimonia sacra. L’indovino segna il confine fra presente e passato perché contamina il presente con un inserimento di Futuro. Il presente, dopo il suo intervento, non è più uguale a prima.

Chi va dall’indovino accetta l’esistenza di un’Entità superiore, il Dio del Futuro, ed è interessato ad uniformare il suo destino individuale al progetto che la Divinità ha in mente per lui.

Chiedendo al Dio che intenzioni ha per il cliente, l’indovino quando riferisce la profezia diventa il «portaordini della Divinità». Se dici a chi ti ha consultato: «La Sorte non è avversa a quel tuo viaggio», gli stai ordinando: «Parti!». E’ un comando che tu, profetando, impartisci ad un altro.

Tu come mestiere hai solo il vantaggio di sapere dell’esistenza dei Segni, tanto da averne fatta la tua professione.

 

Poi ci sono i Segni più interessanti, i messaggi rivolti a te come individuo e non come indovino, quelli che ogni uomo riceve e che riguardano personalmente la sua vita.

Non è infatti detto che sia "Dio" l’unica Entità in grado di emanare Segni.

Forse dei tanti eventi che sono registrati dalla mente, sei tu a scegliere, effettuando un’involontaria selezione, a quali coincidenze conferire dignità di Messaggi ed a quali lasciare il nome di casualità. Forse sei tu che in questa maniera cerchi di comunicare con te stesso. L’ospite che hai dentro - l’Io interno a ogni uomo - parla con un suo linguaggio, sottoponendoti spunti di riflessione e richiamando la tua attenzione. È possibile che sia solo un Demone interno quello che si esprime facendo notare coincidenze, ma se anche si passasse l’esistenza a dialogare con «il Demone di Se stessi», chi vuoi per miglior compagno?

 

Parlare col tuo Io profondo non può che rafforzarti - e magari divertirti - perché avete molto in comune. Stimolato da un insolito accostamento di idee, il Messaggio che viene dall’interno ti colpisce, facendo risalire un ricordo capace di suscitare echi di altri istanti, rivelando collegamenti impensati tra il Segno presente e il tuo passato, cose che solo chi è dentro di te può sapere.

 

Dicono alcuni sapienti che la mente dell’uomo ospita due padroni: il Destro e il Sinistro. Il Destro è il meno conosciuto perché è muto, benché riesca lo stesso a far sentire il suo parere, mentre è più semplice vedere in azione il Sinistro perché comanda il linguaggio. Usando aspetti minimi del mondo per predire, noi manteniamo l’attenzione della coscienza sinistra su cose apparentemente insignificanti, dando occasione alla parte destra di inviare messaggi sempre molto pertinenti, perché inviati dal «muto che ci conosce bene».

Comunque Dei, Demoni interni, Parte destra della mente, sono solo ipotesi," spiegava Sigi. "Comprendere chi è a mandare i Segni può richiedere una vita, è un lavoro più da teologo che da indovino, un lodevole sforzo che non ha nessuna certezza di premio.

Forse questa Entità non vuole che di Lei si sappia più di tanto.

La luminosità è tale che non è facile vedere chi si cela nell’ombra, come spesso Dio sceglie di fare. Si devono allora accettare con grande umiltà, i consigli e le informazioni che la Voce misteriosa ci regala.

L’indovino non è un mago, è un mistico: sapere la propria morte per caso, questo è ricevere Messaggi. Non si cerca un Segno dal Dio per esser più potenti, ma solo per aprire la strada all’azione."

 

A questo proposito il maestro di Amos gli aveva citato un racconto esemplare.

Un uomo chiede ad un sapiente di svelargli il Nome segreto di Dio, conoscendo il quale si è onnipotenti.

Il sapiente gli ordina di andare alla porta della città, e di riferirgli quanto vi avrebbe visto. L’uomo va e vede passare un vecchio con un carico di legna. Un soldato aggredisce il vecchio, lo deruba e lo scaccia.

Quando l’uomo torna a riferire la scena, il sapiente gli domanda cosa avrebbe fatto se in quel momento avesse conosciuto il Nome segreto di Dio. «Avrei fatto giustizia del soldato», risponde l’uomo, e il sapiente gli dice: «Il vecchio aggredito dal soldato è colui che anni fa mi svelò il nome segreto di Dio».

 

Percepire i Segni," concludeva l’indovino, "procura una deliziosa sensazione: il piacere di non sentirsi soli nell’universo.

Conferisce un’estrema serenità, perché realizza la pace tra l’Uomo e Dio che, dopo i tempi del silenzio, hanno ripreso a parlare."

 

 

CAPITOLO QUARTO PARTE QUINTA

 

 

 

 

 

 

 

"Nulla"

 

 

 

 

Fu proprio in quel periodo in prigione, che l’ex bibliotecario comprese un aspetto fondamentale di "Nulla".

Il testo sacro era stato composto circa tre secoli prima, almeno a giudicare dallo stile, dal tipo di calligrafia e dalla qualità del papiro. Quanto al contenuto, era prevalentemente formato da brani ripresi da altri libri. Ricavare nuovi manoscritti rimaneggiando dei vecchi, era una prassi frequente, specie nella letteratura religiosa. La Biblioteca era piena di volumi che tradivano l’opera di alcune generazioni di compilatori, preoccupati di inserire le proprie elucubrazioni nella trama di scritti più antichi dai titoli celebri. Altri autori ancora, dopo aver saccheggiato due o tre scritti anteriori, ne raggruppavano i frammenti in una forma nuova, magari copiando titolo, inizio e ambientazione da un quarto testo prestigioso e autorevole.

 

L’abbondanza di citazioni rendeva "Nulla" simile al prodotto di uno scalpellino pazzo, che avesse frantumato statue di artisti famosi per avere un campionario da cui scegliere: una mano presa ad un atleta scolpito da Prassitele, capelli copiati da una Venere, labbra di marmo rubate a chissà quale capolavoro. Eppure il prodotto finale non era anonimo, ma strambo semmai. Il libro preso a caso quella notte sembrava un’antologia del misticismo, nella quale si cercava di far combaciare i pezzi; una composizione difficile, di cui non sempre si intravedeva il senso.

 

Anche il brano che dava il nome al volume - "Nulla" - era una citazione, tratta da un’opera dello gnostico Basilide.

«Vi era un tempo in cui non vi era nulla, e questo "nulla" non era qualcosa che esistesse, intendo dire che NON VI ERA ASSOLUTAMENTE NULLA, neppure l’Uno.

Poiché quel "nulla" non è semplicemente il cosiddetto Ineffabile: è al di là di esso.

Perché quello che è veramente ineffabile non è chiamato Ineffabile, ma è Superiore a qualunque Nome venga usato.»

 

Che il testo sacro fosse ricco di brani presi ad altri libri, se favoriva la riscrittura - Amos ricordava molte citazioni, e rintracciarle e copiarle era un lavoro possibile - aumentava però il mistero sul tipo di religione che l’aveva ispirato.

Era come se tutto quel copiare, riprendere e citare, fosse un paravento per mascherare la concezione mistica dell’autore.

 

L’Olimpo degli Dei a cui il testo faceva riferimento era composto da Tredici Divinità, ognuna con un numero ben preciso che diveniva un sinonimo del nome. Ogni Dio aveva un settore del mondo, un concetto su cui regnare:

1) "Giano", Padre del Tempo;

2) "Tellus", Dea della Materia;

3) "Giove", Re dell’Energia;

4) "Caso", Padrone del Destino;

5) "Gaia", Signora della Vita;

6) "Tanatos", Potenza della Morte;

7) "Seth", Demone di Se stessi;

8) "Diana", Creatrice dell’Amore e del Corpo;

9) "Quirino", Divinità della Socialità;

10) "Veiove", Sovrano del Cambiamento;

11) "Mmm", Dio dell’Intelligenza;

12) "Nn", Dio del Passato;

13) "Y", Dio del Futuro.

 

Sul Dio del Futuro c’era solo un brano, pure questo ripreso da testi gnostici, anche se nell’originale, le caratteristiche attribuite a "Y" erano invece riferite a Cristo.

«Y ha dodici facce: una faccia infinita, una faccia ineffabile, una faccia inesauribile, una faccia semplice, una faccia imperitura, una faccia solitaria, una faccia inconoscibile, una faccia invisibile, una faccia tridinamica, una faccia intangibile, una faccia innata, una faccia pura».

 

Un ruolo essenziale in questo Olimpo era quello di "Veiove, Dio del Mutamento", una divinità arcaica romana. Il culto di Ve­iove - detto anche Vediove - era stato introdotto in Roma da Tito Tazio, ed eb­be qualche impor­tanza solamente in età repubblicana. Aveva due templi, uno al centro del Campidoglio, un altro nell’isola Ti­berina. Sembrava trattarsi di una Di­vinità degli Inferi, forse di origine etrusca, raffigurata sotto le sem­bianze di Apollo.

 

Uno dei brani più belli di "Nulla", uno di quelli che Amos ricordava meglio, era la genealogia dei suoi Dei.

«Veiove, Dio del Cambiamento, separando con un gesto il presente dal passato, spalancò gli occhi e aprì il suo mantello.

In quell’istante apparve Giano, la Divinità del Tempo, l’unica con due facce.

"Io vedo dietro di me con un volto, dietro di te con l’altro." Disse il nuovo potente Signore. "Io so cosa si nasconde alle tue spalle, e dietro la mia schiena ogni cosa mi è chiara.

Sono di tutto il Sovrano, perché nulla è nominabile se non all’interno del Tempo."

"Mostrami, oh potentissimo Dio," gli rispose Veiove, "fin dove si espande il Tuo regno, affinché io sappia la grandezza del mio Re."

E Giano come un vento impetuoso corse e volò. Tornò poi da Veiove che lo attendeva sdraiato su di una nuvola, Veiove il Grande Paralitico, il Dio che, Signore del Cambiamento, è costretto all’immobilità assoluta.

"Ho esplorato il mio regno," disse Giano. "Delle sue più impensate profondità mi sono compiaciuto."

"Che hai trovato," chiese il Dio del Mutamento, "nei tuoi domini dai lontani confini?"

"Io guardai lontano e vidi una luce. Allora pensai: voglio andare laggiù per raggiungere quella luce. Andai, corsi e volai, e mi ritrovai nelle tenebre."

E Veiove scoppiò in una terribile risata: "Povero Giano che tanto grande ti ritieni! Tu hai corso sempre sotto il mio mantello nero, perché io - io solo - sono il Re delle Tenebre. Se nessun cambiamento hai notato nel tuo regno che pure esiste, Dio nato dal battito dei miei occhi - è perché io sono il Signore dei Mutamenti, e tu sei solo uno dei miei prodotti."

 

Ma Veiove ebbe pietà di Giano e del suo regno senza sudditi, e permise un ulteriore mutamento, inizio di cambiamenti senza fine.

"Ecco," disse Veiove, "Io con il mio mantello farò per Te una compagna. Tellus avrà nome, e su di Lei regnerai sovrano."

E Lui che giace immobile sopra la volta del mondo, Lui che stende il cielo come un velo e lo apre come una tenda dove abitare, fatta una palla col mantello, la lanciò lontana nelle tenebre.

Il Signore del Tempo corse, volò, circondò la palla, la sedusse, la penetrò, finché il tessuto divino esplose in mille pezzi incandescenti. Era nato Giove, generato da Tellus sovrana della Materia, Figlio dell’Esplosione, Re di Luce ed Energia.

Nel punto casuale dove nacque Giove, iniziò il regno di suo fratello il Caso, Signore del Destino.

E il ciclo divino si sviluppò e produsse altri mutamenti: Giove l’Energia e Tellus la Materia, generarono Gaia, Dea della Vita.

Il Caso e Tellus produssero Tanatos, Signora della Morte.

Il Caso e Gaia partorirono Seth, Dio di Se stessi.

Giove e Tanatos ebbero in figlia Diana, Dea dell’Amore.

Diana e Seth generarono Quirino, Signore della Socialità.

Da Veiove e da Gaia, cioè dal Cambiamento e dalla Vita, nacque Mmm, Dio dell’Intelligenza.

Mutamento e Morte, produssero Nn, Dio del Passato.

Veiove e Diana, Regina dell’Amore, diedero vita a Y, Dio del Futuro.

 

L’atto di pietà di Veiove verso Giano generò la decadenza. Gli Dei si moltiplicarono, ed ogni nascita rendeva più stretto l’universo. Ogni nuovo nato, accumulando concetto su concetto, sminuiva i precedenti, rendendo meno importante il Loro regno.

Ma quando gli Dei son troppi, arriva anche per Loro il momento di morire.

Da quel momento gli Dei iniziarono a scomparire.»

 

Anche questa parte echeggiava opere religiose di altri culti. Dio che «siede sulla volta del mondo» è una citazione da Isaia. Giano che corre nel suo regno e che dove crede di vedere una luce trova solo tenebre, è ripreso da «Pistis Sofia», un famoso testo gnostico.

"Nulla" non si proponeva di erigere chiese o di guidare sacerdoti. Un brano di Seneca che il libro faceva proprio, affermava:

«Dio è vicino a ciascuno di noi, ciascuno lo porta in se stesso.

Guardatevi dal costruire templi sovrapponendo cumuli di pietre: bisogna che vi contentiate d’innalzargli un altare nel vostro cuore. Dio non ha bisogno di servi: che mai se ne farebbe?

Egli stesso è il Servo del genere umano e provvede a tutti i suoi bisogni. »

 

L’ex bibliotecario aveva parlato spesso con Sigi del suo proposito di riscrivere "Nulla". Il vecchio indovino l’aveva aiutato a far chiarezza su alcuni aspetti.

"Caro Amos," gli aveva detto, "ti attende un compito difficile, perché è quasi impossibile, usando le parole, comunicare al mondo la Divinità."

"Allora dimmi: ha senso scrivere di Dio?"

"Esistono almeno due risposte, una riferibile a te, una ai tuoi futuri lettori.

Per te il problema è semplice: tu vuoi scrivere il nuovo "Nulla" perché non puoi non farlo. Quanto a chi ti leggerà, il fatto che si possa distinguere una tua posizione e una loro, dimostra che non esiste comunanza di intenti tra chi scrive e chi legge: scrittori e lettori non condividono lo stesso universo, non si prefiggono lo stesso risultato.

 

Tentando di far ordine, si possono individuare sette livelli del discorso mistico riguardante "Nulla". Sono come sette specchi opachi, che rimandano la stessa immagine. Ad ogni «riflessione» la trasmissione del pensiero diventa meno nitida, in un continuo perdersi delle informazioni.

Il primo livello è l’argomento «Dio», e su ciò non è possibile dir nulla, perché è un’esperienza non trascrivibile in concetti e che ci è naturalmente aliena.

 

Il secondo specchio deformante è quello dei pensieri dei mortali circa la Divinità: i tentativi di analisi ed i ragionamenti che l’Uomo può concepire su «Dio». È - nel tuo caso - l’idea del mondo mistico che aveva l’autore di "Nulla", il suo «modo umano» di pensare al Divino.

 

Il terzo strato è l’insieme dei «disturbi» inevitabili in un discorso sulla Divinità, verificatisi al momento della trasformazione dei pensieri dell’antico autore in un linguaggio scritto. In questo livello vanno considerati i condizionamenti del periodo in cui "Nulla" fu composto e le incongruenze provocate da quel limitato strumento che è la scrittura, specie se viene usata per parlare della Divinità.

 

Il quarto livello è "Nulla", l’oggetto prodotto dalle riflessioni dell’autore e dal suo non essere totalmente all’altezza del compito. Le parole che hai potuto leggere