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"Pure io voglio obliterare, perchè sono tedesco io!"

Devo ammettere che mi piace obliterare. Quando sento quel CLICK della obliteratrice, sono soddisfatto, sono contento. Quel sentimento di felicità , quando si è in regola, il massimo della vita per un tedesco come me. Siamo un popolo di grandi obliteratori e obliteratrici. Infatti pure io sono un obliteratore esperto. Oblitero sempre tutto: lettere, volantini, carte di credito, carte d’identità  e passaporti, schede telefoniche, giornali, e anche biglietti; biglietti d’autobus, biglietti d’aereo, biglietti della ferrovia giapponese e tanti altri biglietti. Per questo sono un po’ triste per il fatto, che in Germania non possiamo obliterare i biglietti della ferrovia.
Per fortuna la FS dell’Italia invece ci fa obliterare i biglietti, ma ...
Già  dal momento in cui stavo uscendo di casa, pensavo sempre al fatto che non avrei dovuto assolutamente dimenticare di obliterare il biglietto prima di salire sull’Intercity per Firenze. Trovai subito il mio treno e l’ora di partenza. Solo il binario era cambiato.
Soltanto ora notai tutti gli annunci degli altoparlanti; quasi ogni treno partiva da un binario diverso da quello previsto. Probabilmente tutti i treni potevano partire una volta da un binario diverso durante l’anno, finche non avevano sperimentato tutte le permutazioni possibili. Sicuramente la FS aveva impiegato un ingegnere informatico, autore di un programma che provava tutte le permutazioni dei binari di partenza.
Quando finalmente avevo trovato il mio binario, andai lungo il treno per raggiungere le carrozze con più posti liberi. Solo quando ero quasi arrivato alla locomotiva, mi ricordai: Non volevo dimenticare di timbrare il biglietto!
Chiesi a un controllore, che per caso stava lí vicino, se sapeva dell’esistenza di un’obliteratrice non troppo lontana.
"No, no, deve tornare all’inizio del marciapiede." Per fortuna avevo ancora un po’ di tempo per fare avanti e dietro.
Già una volta avevo dovuto pagare la multa, perché avevo dimenticato di obliterare il biglietto. Dopo quell’esperienza penso spesso durante il lavoro al computer o in pizzeria con gli amici: "La prossima volta devi timbrare però, devi timbrare però!" Intanto avevo raggiunto l’inizio del marciapiede, dove sui due lati di un’enorme colonna di marmo si trovavano due macchine piccoline da timbro, i loro colori un giallo decente per non dare fastidio all’occhio. Non le avrei notate mai, se non le avessi cercate apposta. Una delle due segnalava "Fuori Servizio". Quindi mi buttai subito sull’altra. Mi fece un timbro molto debole sul mio biglietto, il che mi dette una grande soddisfazione.
Un grande cartello direttamente sopra le macchinette ricordava le conseguenze gravi nel caso in cui non si timbrava il biglietto. II problema è però, che il cartello si trovava in un angolo inopportuno, seminascosto dalle pubblicitá.

Un giorno mi venne l’idea di attaccare l’informazione "Oblitera il tuo biglietto!" direttamente sotto i pannelli di indicazione, dove probabilmente sarebbe stata ben visibile. Meglio ancora attaccare l’informazione ai pannelli degli arrivi, che non interessano a nessuno, che però sono quelli che si notano di più.
Parlai con alcuni impiegati della FS, che però rifiutarono subito. Troppo stress, e inoltre non si sa dove sono le scalette.
Non avevo quindi altra scelta che fare da me, procurarmi una scaletta e mettere le strisce di carte sotto i pannelli. Una notte scavalcai le barriere della stazione, il che non è tanto difficile con la scaletta, e cominciai ad appiccicare le strisce di carte ben visibili ai panelli.
Di colpo vidi arrivare verso di me ad altissima velocità una macchina della polizia, con fari normali, fari da nebbia e altri fari supplementari accesi, che mi abbagliavano gli occhi. Ovviamente volevano fermarsi con le ruote bloccate a pochi centimetri dalla mia scaletta, ma non erano riusciti a frenare bene per mancanza di esperienza con le frenate su pavimento di gomma. Finirono cinque metri dietro la mia scaletta, senza che nessuno di loro sapesse come ci erano capitati.
I signori nella macchina ci misero un bel po’ di tempo, finchè avevano ritrovato le loro facce da duri. C’era poca luce nella stazione, ma non si tolsero i loro occhiali da sole del tipo Metropolitana-Linea-A. Poi circondarono me e la mia scaletta, e mi costrinsero a salire in macchina: "Aaoouu, viè’ giù!"
Forse erano del Tiburtino, ma potevano benissimo essere anche di certi quartieri a Monaco. La mia paura più grande fu quella della loro guida da boia, andavano veramente troppo veloci. Dopo un’accelerazione da burino mi girai a cercare la cintura di sicurezza. I1 poliziotto accanto a me non capendo che cose stavo facendo, mi disse:
"Statte buono, ragazzo. Ma che sei polacco, te?"
"No, mi dispiace, sono di Monaco di Baviera."
II poliziotto cambiò subito tono e disse: "Ah, sei de Monaco? Io so’ stato a Monaco diesci’anni fá, alla festa della birra. Non me ricordo più - com’è che se dice in tedesco?"
"Oktoberfest"
"Ah si, mo me ricordo. So’ stato benissimo. So’ stato tre giorni e ho fatto l’amore tre giorni de seguito."
"Ah?" non sapevo bene come rispondere.
"E la birra è buona, ammazzala aoh! Quanta birra ho bevuto lá. Te piace la birra, atté?"
"Purtroppo la birra non mi piace molto. Preferisco il vino. Ma io non posso bere molto."
"An vedi, un tedesco che non beve la birra. Aaoohh regá’, avete sentito? Un tedesco che non beve la birra! Ma pe’ esse’ sincero, pure io preferisco er vino. Un bel bicchiere de vino bianco - non me sta mica male, sa"’ rispose il poliziotto che stava al volante.
Con una frenata brusca ci fermammo davanti al commissariato, questa volta a pochissimi centimetri dal muro. Si vedeva che l’autista era abituato. Certo, che la mia porta non si apriva. Altrimenti sarebbe stato troppo facile scappare.
"Aaooh Mario, questo è un tedesco che non beve birra, sa"’
"E che ha fatto questo?"
"è de Monaco e non beve la birra! Hai capito?"
"Come?! è di Monaco e non beve la birra? Ma che tedesco sei?" Chiese rivolto verso di me il commissario un po’ grasso.
Qualche secondo dopo mi disse: "Per dire la veritá, a me piacciono i tedeschi. Ammiro la loro filosofia. Mi piace Nitzsche. Secondo me ha ragione con quello che ha scritto. Perchè i popoli, bisogna ..."
"Oh," lo interruppero gli altri poliziotti, "noi intanto se ne annamo, che’ ci’abbiamo da fa’."
"Prima ditemi un’attimo, perchè l’avete portato qua?"
"Stava pe’ mette’ de’gli striscioni sui cosi ... su’ gli indicatori nella stazione. Ha detto, che era pe’ l’informazione dei passeggieri. Non ho capito bene. Vedi un po’ te!"
Gli raccontai quello che volevo fare per accrescere le informazioni in possesso dei viaggiatori. Scosse la testa, sembra che non sia possibile ai privati porre cartelli nelle stazioni. Gli dissi allora che una volta su un treno mi avevano anche fatto la multa per non aver obliterato, multa che non avevo potuto pagare perché avevo con me solo degli yen, per di più in biglietti di grosso taglio.
"…e il controllore non ha voluto sentire ragioni. Avevo cercato di spiegargli che ero in Italia da poco tempo, che venivo dal Giappone. Tutto inutile. Inesorabile, peggio di un controllore in Germania. Gli avrei voluto dare il biglietto da 10mila Yen, che sono centossessantamila lire, e dirgli qualche parolaccia."
"Qualche belle parolaccia gli l’avrei detta pure io," mi confessò il poliziotto, "ma centossessantamila lire sono un po’ tante però."

Alla fine, per far contento il tutore dell’ordine, tirai fuori un biglietto da mille Yen (16mila Lire), che porto sempre con me, e gli feci vedere il gioco con la foto dell’imperatore giapponese, che sorride e che piange, secondo come si tiene il biglietto. Poi gli feci il giochetto delle tre pieghe che bisogna fare con il biglietto e che attraversano gli occhi, il naso la bocca dell’imperatore. Una mia amica giapponese mi aveva insegnato quel gioco da bambini molti anni fà, ed era sempre piaciuto a tutti quelli a cui l’avevo fatto vedere.
Il commissario era rimasto contento come un bambino e non finiva di ridere. Volle che gli regalassi i mille Yen. Gli feci vedere però, che è possibile anche con le Lire. Allora lui si fece dare dai colleghi biglietti da 1000, 2000, 5000, 10.000 e 50.000 Lire per fare le prove. Tutti si divertirono a piegare un mucchio di Lire e ridevano sempre di più con ogni volta, che la persona sulla foto sorrideva.
"Ma che ci fai con gli Yen in Italia?" Chiese il tutore dell’ordine. "Li hai rubati a una giapponesina?"
"No, ho vissuto tre anni in Giappone, e ci ho pure lavorato."
"Hai vissuto in Giappone? Come sono le giapponesi?"
"Carine. Molto carine" dissi, sapendo che pure lui mi avrebbe fatto le solite stesse domande sul Giappone come tutti gli altri. II commissario sorrise soddisfatto.
"Ah, la donna orientale." si mise a sognare. "Ma sono meglio le italiane, vero? Anche se ..., come ti posso dire, anche se sono un pò capricciose. Però le orientali sono molto carine."
Il poliziotto fu contento del fatto che eravamo della stessa opinione. Poi continuò con un’espressione preoccupata nella faccia:
"Certo che so’ matti sti giapponesi. Quando vengono qua a fare le foto con le loro macchine fotografiche. Sono tutti uguali, sti giapponesi. E come ti sei trovato in Giappone? Sei stato a Tokio?"
"Prima Kioto e poi vicino a Tokio. Ho lavorato lí in una ditta americana."
"Ma tu parli il giapponese? è difficile, vero?"
"Si. Ci ero andato apposta per studiarlo. E poi ho pensato: Giá che ci sono, vediamo se trovo un lavoro qua. E l’ho trovato subito."
"Ma è vero che lavorano tanto in Giappone?"
"Si, ma non è sempre solo lavorare. Hanno molto bisogno di stare insieme e parlare con i colleghi del lavoro, di cose personali. Tra l’altro i giapponesi sanno sognare meglio di tutti noi. Parlano molto dei loro desideri o di cose non reali. O hanno semplicemente bisogno di farsi consolare dagli altri. II mio capo per esempio veniva sempre da me per farsi consolare, tipo: Pensi che andrà bene questo progetto; speriamo che ce la facciamo; non vedo l’ora che finisce questo progetto; certo che la situazione è dura, eh..." "Ma era giapponese o americano, tuo capo?"
"Era giapponese, ma io non avevo molta pazienza per consolare il mio capo. Purtroppo io sono molto tedesco in questo; non penso che consolare il mio capo faccia parte del lavoro di un’ingegnere informatico. Un mio collega giapponese invece ogni tanto ci andava anche la domenica scusandosi nei miei confronti con: Ci vado per due tre ore perchè il capo, poveraccio, ha bisogno di me.
" "Sono matti ’sti giapponesi. Quello che mi fa paura dei giapponesi è che non si capisce che cazzo stanno pensando dietro la loro maschera. Con quelle loro facce sempre sorridenti ."
"Invece sono molto più sinceri degli italiani; bisogna sapere il giapponese però. Secondo me la maschera è molto più forte qua che in Giappone, e non so se fanno multe per cose così stupide come una mancata obliterazione."
"Tu però avresti avuto il dovere di cambiare i soldi in monete italiane prima di salire sul treno."
"Avevo cercato di cambiarli nel paese, dove stavamo noi, a Scilla in Calabria. Ma l’impiegato della banca non me li voleva cambiare."
"Come si chiamava sta banca?"
"Banca di Cortona."
"Boh, non la conosco." "Il bancario mi ha chiesto: Ma che soldi sono questi?"
"Certo, come può sapere quel poveraccio che sono soldi giapponesi. Manco io so, come si riconoscono."
"Eh si, ma quello è un impiegato di una banca, e tra l’altro lo Yen è la seconda valuta mondiale subito dopo i1 dollaro. Gli ho spiegato che sono soldi giapponesi. Poi però non sapeva neanche che si chiamano Yen."
"Che ignorante però."
"Alla fine questo mi ha dato un foglio bianco da firmare, e io ho rifiutato, perchè mi avrebbe potuto fare un cambio qualsiasi. E mi ha pure risposto: Meglio così, meno grane."

Ora però tutto questo, bancari, multe e poliziotti, appartengono al mio passato, e non c’è più bisogno di arrabbiarmi. Ho con me un brevetto che dimostra che ho passato con successo l’esame del "Corso di preparazione all’uso delle Ferrovie dello Stato allo scopo di evitare sorprese sgradevoli." In quel corso abbiamo studiato come reagire in modo rilassato ai ritardi dei treni con Supplemento Rapido; poi abbiamo fatto una simulazione realistica delle permutazioni dei binari di partenza, con 21 binari e 26 treni.
Ormai ho cambiato atteggiamento, tanto che qualche giorno fa, quando stavo andando in treno da Roma a Monaco di Baviera, finii in uno scompartimento con solo turisti tedeschi, che per caso erano pure simpatici. Io ero tranquillo, perché avevo timbrato il mio biglietto, e già fin dalla partenza non vedevo l’ora che passasse il controllore.
Purtroppo dovetti aspettare fino dopo Firenze, finché finalmente venne il controllore. Subito gli detti il mio biglietto per godermi meglio la scena dopo. Ero sicuro che gli altri non avevano timbrato. Invece niente! Quel controllore ha fatto il suo segno sui loro biglietti senza dire una parola - ha detto solo "Grazie" - non rilevando se ci fosse l’irregolarità della mancata obliterazione e passando subito allo scompartimento vicino.
Ero rimasto sconvolto. Rimasi seduto come paralizzato al mio posto accanto al corridoio e non riuscivo più a dire una parola. Stavo solo pensando su come procedere in una situazione come questa. Era inaccettabile, se questi veramente non avevano timbrato.
Finalmente presi una decisione. Chiesi ai turisti nel mio scompartimento se avevano timbrato i loro biglietti.
"COME?!" Risposero in coro. "Bisognava timbrare il biglietto?"
"Eh, si!" Replicai con voce da duro, perché ormai ero deciso ad agire.
Per distrarli parlammo un po’ di altre cose. Poi gli chiesi se potevo offrirgli un caffè nella carrozza ristorante. Accettarono volentieri e ci incamminammo verso il centro del treno. Quando passammo davanti alla porta, feci il mio dovere la aprii e li buttai fuori dal treno tutti quanti insieme.
Per quanto la gente possa essere simpatica, purtroppo in una situazione del genere bisogna dire "Addio" anche agli amici più stretti. Ma tutto questo è una cosa da bambini per uno come me, che ha passato con successo l’esame del Corso di preparazione all’uso delle Ferrovie dello Stato

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