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Alla
ricerca
di una vita possibile
Non trovavo lavoro a sufficienza
perché non era affiliato a nessuna delle cosche “mafiose e paramafiose” che
gestivano, gestiscono e gestiranno ancora chissà per quanto tempo ogni piega
dell’Italia. Giornalista specializzato in grandi inchieste, mi ero reso conto
proprio attraverso l’attività professionale che da noi nulla esula dal controllo
di qualche consorteria: se persino i posti di spazzino avventizio erano lottizzati
dai partiti politici, il lavoro nel mio campo si poteva ottenere solo grazie
a stretti giri di amicizie o pesanti raccomandazioni, altrimenti l’emarginazione
era automatica. Ovunque vigeva e vige una dialettale ma ferrea legge: "Io do
una cosa a te, tu dai una cosa a me". Saper fare bene un lavoro non significava
e non significa granché: poteva e può essere addirittura controproducente. In
un Paese del genere cosa rimane da fare a chi ha avuto la malaugurata idea di
rimanere estraneo all’ingranaggio? Forse troppo drammaticamente ho pensato:
uccidersi o andarsene. Ho scelto la seconda soluzione.
Per non servire quella fabbrica dell’inganno che dopo anni di esperienza consideravo
l’informazione, non scrivevo più; facevo il fotoreporter: vita faticosa, difficile.
Un accordo per fornire a prezzo stracciato grandi quantità di fotografie a una
società del multimediale mi aveva dato i mezzi per sondare nazioni lontane a
economia agricola, le sole che consentano la sopravvivenza con la mia rendita
mensile di 500mila lire.
e notizie sull’India erano incoraggianti e ho deciso di visitarla cercando un
luogo dove soggiornare a lungo al riparo dagli inconvenienti del clima. Rajasthan,
deserto del Thar e giù nello stato del Gujarat fino, quasi per caso, a una piccola
isola un tempo portoghese che non avevo mai udito nominare: Diu. Fin dai primi
giorni a Nuova Delhi mi ero reso conto che in India 500mila lire mensili non
solo bastano a sopravvivere ma sono un reddito piuttosto elevato e Diu l’ha
confermato. Piatta, sabbiosa, coperta di palmizi, mi aveva subito sedotto per
la vita semplice e tranquilla. La mia ricerca sarebbe proseguita, avrei contornato
l’intera penisola fino a Capo Comorin, quasi all’equatore e a Calcutta senza
però trovare nulla di meglio.
Dicembre: una quindicina di europei affluiti a Diu per le vacanze di fine anno
si "spargono" la mattina nelle spiagge, nuotano per ore dissetandosi di tanto
in tanto con il latte di una noce di cocco fresca aperta sul momento da Singh
che staziona sotto le palme: due carezzevoli colpi di machete e la bibita, meno
di 100lire, è da sorbire direttamente dal frutto verde. Nessuna bibita rinfresca
di più, nutrendo contemporaneamente.
Esistono anche spiaggette
isolate, ma sulla maggiore sorge tra le palme una pensioncina. Camera singola
2.500 lire e la proprietaria, dopo avervi ben guardato, decide se ospitarvi
o meno e quale è la stanza che fa per voi. All’ombra della bassa costruzione,
parcheggiano di solito un paio di motorickshaw, mototaxi a due posti aperti
come le carrozzelle: i 14 chilometri dal capoluogo e ritorno 2.500 lire. Io
alloggio al centrale Sanman Hotel, un’antica villa portoghese con tavolini sotto
il portico a colonne che guarda sullo stretto marino verve terraferma: 3.500
lire al giorno per un camera spaziosa con veranda, bagnetto alla turca e doccia
fredda, ma è un freddo per modo di dire. Un pasto costa 1.000/1.500 fire e per
500 lire il cuoco mi cuoce alla griglia o fa bollire qualsiasi crostaceo o pesce
che prendo al mercato a prezzi 10-20 volte inferiori a quelli italiani; il pesce
medio misto 250 lire al chilo, le frequenti cernie lunghe fino a un metro 500;
4.000 le aragoste che però sono piuttosto rare. Sono assiduo anche del mercato
della frutta e verdure e la differenza dei prezzi con l’ltalia non cambia, con
i pomodori in pieno inverno a 200 lire al chilo.
L’isola manca di templi induisti importanti per cui la devozione popolare, che
mi affascina per il suo calore, è sommessa. C’è una vecchia moschea, ma si impongono
all’attenzione soprattutto alcune chiese cattoliche dall’architettura coloniale,
ingenue e saporita. Quella di San Paolo, barocchissima, è il centro spirituale
delle venti famiglie cristiane, mentre un’altra è state trasformata in ospedale
e quella di San Francesco d’Assisi, la più scenografica, è ore museo e raccoglie
decine di statue del ’500, fino a pochi anni addietro abbandonate qui e là,
un complesso artistico quasi sconosciuto.
Alcune volte sono andato al forte portoghese, costruito quattro secoli fa sull’unica
formazione rocciosa dell’isola: solenne nella sue grandiose solitudine, conserve
sugli spalti vari cannoni in bronzo del primo Seicento ornati di splendidi rilievi.
L’entroterra è ricco di arte e di storia: con gli autobus chiamati "governativi"
si raggiungono tutte le località di rilievo e non, inclusi i più sperduti villaggi
contadini dove si vive come cent’anni fat
Insomma, a Diu vivo bene con poco. E finalmente dispongo del mio tempo, la nostra
vera ricchezza al di sopra del denaro e delle proprietà. E scrivo, scrivo di
continuo con molto piacere anche se poi non servirà a nulla perché la pubblicazione
dei mici romanzi e poemi dipenderà più che altro da valori extraprofessionali
e da giri di amicizie. E, grazie anche al clima privo dell’inverno e non torrido
l’estate, mi sento un privilegiato, un vero Creso.
Spesso esco all’alba per andare ad osservare gli uccelli che popolano una zone
acquitrinosa o per assistere a una delle manifestazioni più umili ma intense
della religiosità induista , e da fuori vi partecipo: le donne che davanti case
disegnano i "rangoli". Come noi imitiamo talvolta la clessidra con la sabbia
della spiaggia, esse lasciano cadere al suolo un sottile rivolo di calce creando
disegni geometrici fantastici e complicati. Ogni giorno un disegno diverso,
inventato con la mente rivolta alla divinità: una preghiera mute, efficace fino
a sera e gli Dei, si dice, I’apprezzano più di qualsiasi altra.
Quando rientro in Italia per brevi periodi, alloggio a Bracciano, in uno studio
ricavato soppalcando una cantina comprata parecchi anni fat Mentre in India
sono un benestante e posso permettermi di non tirare sui prezzi, qui trovo divertente
oltre che indispensabile economizzare, comprando soltanto dopo aver ben confrontato
quelli dei supermercati, dei negozi e delle bancarelle. Ogni mercoledì, giorno
di mercato nella piazza del Castello, arriva una bancarella particolarmente
economica dove mi rifornisco per diversi giorni. Non meno divertente è l’azzeramento
degli sprechi: non gettare nulla, fare ogni cosa con le proprie mani.
Non superare il tetto delle 500mila lire mensili è un’impresa, ma vi riesco,
grazie al fatto che l’impianto luce è di 48 watt e del telefono faccio a meno:
ci sono quelli pubblici.
Sono contento? Certamente. Considero la mia condizione non degradante, l’apprezzo
come corrispettivo di un certo grado di libertà e non la cambierei se ciò richiedesse
di a rampicarmi sui vetri come un tempo pronto, per ottenere l’assegnazione
di un reportage, a mostrarmi addolorato se la salute del cane di un direttore
di periodico non era soddisfacente. Faccio per dire.
Non sono costretto a lottare in una posizione di cronica inferiorità, non devo
proteggere nulla perché la povertà è la sola cosa che ladri e affini trascurano
volentieri non mi viene imposto di intrigare mentire, adulare, mostrare status
symbol dal significato idiota. Cos posso volere di più? Ma qualcosa di più mi
viene offerto: non devo difenderla come occorre fare con la ricchezza che appassisce
se il denaro non viene costantemente impiegato nel modo più redditizio, se non
viene difeso dall’inflazione. E, infine, nessuna preoccupazione per le tasse.
Insomma, la povertà non
è più per me un Dracus burgensis, ma un’amica premurosa. Naturalmente come dicevo
all’inizio, si tratta di una povertà relativa, di livello modesto, da autodidatta.
Le mie sono comunque valutazioni e convinzioni strettamente personali che comunico
perché in fondo rimango un cronista senza volerle diffondere perché uscire dalla
paura della povertà non è semplice e adottarla come punto d arrivo è davvero
arduo in quanto è necessario saper rinunciare e nella rinuncia essere perseveranti.
La povertà totale rimane purtroppo o a grande distanza dalla mia, è una conquista
filosofica di pochi santi, del Budda, dei Sadhu indiani che non si considerano
proprietari nemmeno del proprio corpo e per questo sono venerati oggi come nel
passato.
Gustavo Tomsich, nato a Trieste, è giornalista e fotografo. Per molti anni ha
collaborato, come inviato in moltissimi paesi, con importanti giornali e riviste.
Ha anche scritto vari libri. L’ultimo è "Lettere ad Anya", una raccolta di poesie
d’amore.
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