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Alla ricerca
di una vita possibile

Lo studioso enciclopedico tedesco Atanasio Kircher, tanto celebre nel ’600 da fondare a Roma, dove visse a lungo, un museo con il proprio nome, pubblicò un trattato sui draghi descrivendone e illustrandone decine con scientifica meticolosità. Orridi e sanguinari, incutevano nella gente un terrore almeno pari a quello dei diavoli e uno era familiare ai romani: il Dracus burgensis, che viveva nella villa dei principi Borghese, e, muovendosi di quando in quando con draghesco strepito, emetteva fiamme visibili da lontano. Naturalmente, con una simile presenza, nessuno ha mai tentato di penetrare abusivamente nella villa, ma quando la necessita di un deterrente venne meno, il drago si dissolse. Se ne possono però vedere tuttora le sembianze nelle sculture che coronano il portale dell’ingresso secondario di via Pinciana.
Morale: draghi, diavoli e quant’altro sono serviti e servono per seminare paura a precisi fini. La paura della povertà è forse il drago più temuto nel mondo occidentale. Ma se essa non fosse quella nemica implacabile che siamo abituati a credere? Se la paura che la circonda si dissolvesse come fece il Dracus burgensis per mostrare quei lati positivi che ora villa Borghese offre ai romani?
E’ proprio sicuro che la ricchezza faccia vivere meglio sotto ogni punto di vista? Indubbiamente è un traguardo generalizzato e quasi imposto, ma quanto costa raggiungerla e poi consolidarla e difenderla in termini di vita poco vissuta, di lotte, di delusioni, di bassezze? I suoi vantaggi valgono la candela?
Io temevo la povertà come tutti, ma dopo anni di agiatezza conquistata con un lavoro massacrante, mi sono chiesto: è mai possibile che la povertà sia totalmente negativa? Cosa accadrebbe se invertissi le parti e la considerassi benevolmente? Se, per cominciare, senza voler seguire l’esempio del Poverello di Assisi, limitassi le spese alle mie risorse, a quelle su cui contare senza dovermi arrampicare sui vetri? Prendere in affitto una villa al mare per l’estate, avere una casa vasta e lussuosa, un’auto di prestigio? Cosa significa tutto ciò? Cosa di essenziale? La risposta è stata automatica: nulla. Nel mio caso, poi, la povertà divenne ai un certo punto una scelta obbligata ma di essa non mi pento. Anzi, sono grato a coloro che in un modo o nell’altro vi hanno contribuito anche se a suo tempo li avrei scarnificati.

Non trovavo lavoro a sufficienza perché non era affiliato a nessuna delle cosche “mafiose e paramafiose” che gestivano, gestiscono e gestiranno ancora chissà per quanto tempo ogni piega dell’Italia. Giornalista specializzato in grandi inchieste, mi ero reso conto proprio attraverso l’attività professionale che da noi nulla esula dal controllo di qualche consorteria: se persino i posti di spazzino avventizio erano lottizzati dai partiti politici, il lavoro nel mio campo si poteva ottenere solo grazie a stretti giri di amicizie o pesanti raccomandazioni, altrimenti l’emarginazione era automatica. Ovunque vigeva e vige una dialettale ma ferrea legge: "Io do una cosa a te, tu dai una cosa a me". Saper fare bene un lavoro non significava e non significa granché: poteva e può essere addirittura controproducente. In un Paese del genere cosa rimane da fare a chi ha avuto la malaugurata idea di rimanere estraneo all’ingranaggio? Forse troppo drammaticamente ho pensato: uccidersi o andarsene. Ho scelto la seconda soluzione.
Per non servire quella fabbrica dell’inganno che dopo anni di esperienza consideravo l’informazione, non scrivevo più; facevo il fotoreporter: vita faticosa, difficile. Un accordo per fornire a prezzo stracciato grandi quantità di fotografie a una società del multimediale mi aveva dato i mezzi per sondare nazioni lontane a economia agricola, le sole che consentano la sopravvivenza con la mia rendita mensile di 500mila lire.
e notizie sull’India erano incoraggianti e ho deciso di visitarla cercando un luogo dove soggiornare a lungo al riparo dagli inconvenienti del clima. Rajasthan, deserto del Thar e giù nello stato del Gujarat fino, quasi per caso, a una piccola isola un tempo portoghese che non avevo mai udito nominare: Diu. Fin dai primi giorni a Nuova Delhi mi ero reso conto che in India 500mila lire mensili non solo bastano a sopravvivere ma sono un reddito piuttosto elevato e Diu l’ha confermato. Piatta, sabbiosa, coperta di palmizi, mi aveva subito sedotto per la vita semplice e tranquilla. La mia ricerca sarebbe proseguita, avrei contornato l’intera penisola fino a Capo Comorin, quasi all’equatore e a Calcutta senza però trovare nulla di meglio.
Dicembre: una quindicina di europei affluiti a Diu per le vacanze di fine anno si "spargono" la mattina nelle spiagge, nuotano per ore dissetandosi di tanto in tanto con il latte di una noce di cocco fresca aperta sul momento da Singh che staziona sotto le palme: due carezzevoli colpi di machete e la bibita, meno di 100lire, è da sorbire direttamente dal frutto verde. Nessuna bibita rinfresca di più, nutrendo contemporaneamente.

Esistono anche spiaggette isolate, ma sulla maggiore sorge tra le palme una pensioncina. Camera singola 2.500 lire e la proprietaria, dopo avervi ben guardato, decide se ospitarvi o meno e quale è la stanza che fa per voi. All’ombra della bassa costruzione, parcheggiano di solito un paio di motorickshaw, mototaxi a due posti aperti come le carrozzelle: i 14 chilometri dal capoluogo e ritorno 2.500 lire. Io alloggio al centrale Sanman Hotel, un’antica villa portoghese con tavolini sotto il portico a colonne che guarda sullo stretto marino verve terraferma: 3.500 lire al giorno per un camera spaziosa con veranda, bagnetto alla turca e doccia fredda, ma è un freddo per modo di dire. Un pasto costa 1.000/1.500 fire e per 500 lire il cuoco mi cuoce alla griglia o fa bollire qualsiasi crostaceo o pesce che prendo al mercato a prezzi 10-20 volte inferiori a quelli italiani; il pesce medio misto 250 lire al chilo, le frequenti cernie lunghe fino a un metro 500; 4.000 le aragoste che però sono piuttosto rare. Sono assiduo anche del mercato della frutta e verdure e la differenza dei prezzi con l’ltalia non cambia, con i pomodori in pieno inverno a 200 lire al chilo.
L’isola manca di templi induisti importanti per cui la devozione popolare, che mi affascina per il suo calore, è sommessa. C’è una vecchia moschea, ma si impongono all’attenzione soprattutto alcune chiese cattoliche dall’architettura coloniale, ingenue e saporita. Quella di San Paolo, barocchissima, è il centro spirituale delle venti famiglie cristiane, mentre un’altra è state trasformata in ospedale e quella di San Francesco d’Assisi, la più scenografica, è ore museo e raccoglie decine di statue del ’500, fino a pochi anni addietro abbandonate qui e là, un complesso artistico quasi sconosciuto.
Alcune volte sono andato al forte portoghese, costruito quattro secoli fa sull’unica formazione rocciosa dell’isola: solenne nella sue grandiose solitudine, conserve sugli spalti vari cannoni in bronzo del primo Seicento ornati di splendidi rilievi. L’entroterra è ricco di arte e di storia: con gli autobus chiamati "governativi" si raggiungono tutte le località di rilievo e non, inclusi i più sperduti villaggi contadini dove si vive come cent’anni fat
Insomma, a Diu vivo bene con poco. E finalmente dispongo del mio tempo, la nostra vera ricchezza al di sopra del denaro e delle proprietà. E scrivo, scrivo di continuo con molto piacere anche se poi non servirà a nulla perché la pubblicazione dei mici romanzi e poemi dipenderà più che altro da valori extraprofessionali e da giri di amicizie. E, grazie anche al clima privo dell’inverno e non torrido l’estate, mi sento un privilegiato, un vero Creso.
Spesso esco all’alba per andare ad osservare gli uccelli che popolano una zone acquitrinosa o per assistere a una delle manifestazioni più umili ma intense della religiosità induista , e da fuori vi partecipo: le donne che davanti case disegnano i "rangoli". Come noi imitiamo talvolta la clessidra con la sabbia della spiaggia, esse lasciano cadere al suolo un sottile rivolo di calce creando disegni geometrici fantastici e complicati. Ogni giorno un disegno diverso, inventato con la mente rivolta alla divinità: una preghiera mute, efficace fino a sera e gli Dei, si dice, I’apprezzano più di qualsiasi altra.
Quando rientro in Italia per brevi periodi, alloggio a Bracciano, in uno studio ricavato soppalcando una cantina comprata parecchi anni fat Mentre in India sono un benestante e posso permettermi di non tirare sui prezzi, qui trovo divertente oltre che indispensabile economizzare, comprando soltanto dopo aver ben confrontato quelli dei supermercati, dei negozi e delle bancarelle. Ogni mercoledì, giorno di mercato nella piazza del Castello, arriva una bancarella particolarmente economica dove mi rifornisco per diversi giorni. Non meno divertente è l’azzeramento degli sprechi: non gettare nulla, fare ogni cosa con le proprie mani.
Non superare il tetto delle 500mila lire mensili è un’impresa, ma vi riesco, grazie al fatto che l’impianto luce è di 48 watt e del telefono faccio a meno: ci sono quelli pubblici.
Sono contento? Certamente. Considero la mia condizione non degradante, l’apprezzo come corrispettivo di un certo grado di libertà e non la cambierei se ciò richiedesse di a rampicarmi sui vetri come un tempo pronto, per ottenere l’assegnazione di un reportage, a mostrarmi addolorato se la salute del cane di un direttore di periodico non era soddisfacente. Faccio per dire.
Non sono costretto a lottare in una posizione di cronica inferiorità, non devo proteggere nulla perché la povertà è la sola cosa che ladri e affini trascurano volentieri non mi viene imposto di intrigare mentire, adulare, mostrare status symbol dal significato idiota. Cos posso volere di più? Ma qualcosa di più mi viene offerto: non devo difenderla come occorre fare con la ricchezza che appassisce se il denaro non viene costantemente impiegato nel modo più redditizio, se non viene difeso dall’inflazione. E, infine, nessuna preoccupazione per le tasse.

Insomma, la povertà non è più per me un Dracus burgensis, ma un’amica premurosa. Naturalmente come dicevo all’inizio, si tratta di una povertà relativa, di livello modesto, da autodidatta. Le mie sono comunque valutazioni e convinzioni strettamente personali che comunico perché in fondo rimango un cronista senza volerle diffondere perché uscire dalla paura della povertà non è semplice e adottarla come punto d arrivo è davvero arduo in quanto è necessario saper rinunciare e nella rinuncia essere perseveranti.
La povertà totale rimane purtroppo o a grande distanza dalla mia, è una conquista filosofica di pochi santi, del Budda, dei Sadhu indiani che non si considerano proprietari nemmeno del proprio corpo e per questo sono venerati oggi come nel passato.

Gustavo Tomsich, nato a Trieste, è giornalista e fotografo. Per molti anni ha collaborato, come inviato in moltissimi paesi, con importanti giornali e riviste. Ha anche scritto vari libri. L’ultimo è "Lettere ad Anya", una raccolta di poesie d’amore.

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