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Seconda parte e finale di:

Attacco a Google

ovvero:

Italian hackers: come ridicolizzare un motore di ricerca

Romanzo di fantatelematica in brevi quadri

Prima Parte (se ancora non avete letto l’inizio, altrimenti: buon divertimento con il testo che segue)

 

Due giorni dopo Mario era a piazza di Porta Maggiore.

“Capo, ho fatto un po’ di conti, l’affresco, come lo vuoi chiamare tu, con soli 100.000 euro non si può fare.”

“Perché?” Chiese Pippo sorpreso.

“Servono 100.000 euro netti solo per il pittore russo, poi lui ne avrà almeno 50.000 di spese, più ne servono netti per me per le spese un altro centinaio…”

“Che ci devi fare?”

“Ad esempio per trovare il pittore devo chiederne l’indirizzo ad un diplomatico russo notevolmente esoso. Per lui ci vorrà un regalino da almeno 30.000 euro…”

“Ok, altri 100.000 euro per te. E poi?”

“Inoltre mi servono 100.000 euro per il mio avvocato. Capisci: mi servono se qualcosa va storto, e qualcosa che può andar storto è facile che ci sia.

Metti che tu cambi idea quando l’affresco è quasi finito, o che i critici lo stronchino e si riesca a risalire a me e poi anche a te, ma comunque senz’altro a me, che poi non si sa mai possono arrivare a te, e comunque a me ci son già arrivati...”

“Questo non deve assolutamente accadere!”

“Certo, ma chi può mai dire? Con questi pittori moderni può succedere di tutto.”

“Ma…”

“Capo, questa non è una trattativa sindacale: il pittore russo farà il suo prezzo e anch’io, se permetti, devo fare il mio.”

“Ok! Troverò gli altri 250.000, tu parti con l’operazione.

Io voglio, anzi devo, vedere quel motore di ricerca - lui che pagherà per tutti gli altri - umiliato, ridicolizzato, spiaccicato…”

“…raffigurato.”

“Giusto! “Raffigurato” sul muro.

Datti da fare e tienimi aggiornato.”

Su una cosa il Capo aveva ragione: l’attacco ad Google li avrebbe resi famosi e ricercati, prima dalla polizia e poi dagli stessi responsabili dei grandi siti. Iniziare come “ladro” e finire come “guardia” (però con montagne e montagne di soldi, trasformato in uno dei re di Internet) era l’obiettivo più o meno nascosto di tutti gli hacker.

Stava per accadere come nei film: in un sottoscala polveroso arrivava un capo coi controcazzi come Pippo, beccava un lamer come lui e gli diceva:

“Questo attacco a quel sistema informatico è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve farlo.”

Era toccato a lui: Mario.

E Mario si mise in azione.

La prima cosa era trovare “l’uomo giusto”, anzi prima di tutto si doveva trovare l’uomo che gli avrebbe trovato “l’uomo giusto”.

Costui era Kirillov, ex vice attachè militare dell’ambasciata russa, di certo un ex del Kgb, ora riciclatosi come consulente digitale del neonato consolato bielorusso. Si conoscevano da tre anni, ma ciò non esentava Mario da inventare una scusa fatta bene: non si può chiedere il nome di un killer informatico come se fosse una passeggiata.

Che storia inventare?

Ne scartò molte, troppe forse. Gli parevano tutte false e poco credibili. Kirillov era furbo e scaltro, forse era meglio improvvisare.

Mario incontrò l’attachè militare russo in un bar di Roma, poi se ne andarono a passeggiare a piazza Cavour. Superati i convenevoli, il vice di Pippo arrivò al sodo:

“Supponiamo che ci sia un sito che deve morire. Chi mi consigli come Angelo del Signore?”

“Chi è che deve morire?”   

“Qualche sistema web di cui non è necessario tu sappia il nome. Sappi solo che sarà un osso duro, ma niente nomi.”

“Mi era chiaro che i nomi non si dicono mai, ma devo sapere se è un caso relativamente facile, che so: un sito commerciale o una banca di provincia, oppure se ci vuole un super professionista.”

“La seconda che hai detto!”

Kirillov scoppiò a ridere: “E’ bello sentirti parlare come un comico della tv.”

“Ridi ma trovami il tizio. Non è una faccenda comica, almeno per me.”

“Roba grossa eh? Magari non ti riguarda neppure personalmente, non serve proprio a te, e c’è qualcun altro più bravo di te che ti fa girare come un pony express per non esporsi lui…”

“Tu Kirillov parli troppo. Parli da solo, ti fai le domande e poi ti dai le risposte, eppure hai capito bene che in certe cose nessuno può dire niente.

Anche quando eri al KGB eri così curioso?”

“Assolutamente no. I curiosi nel mio campo, o meglio: ex campo, campavano poco.”

“Allora trovami quel nome, fammi questo favore.”

“Certo! Come potrei rifiutare un favore ad un amico?

Quando arriva a te come ti si deve presentare?”

“Diciamo che cerco un pittore.”

“Bene, avrai il migliore imbrattatele oggi sul mercato, in fondo anche il sangue è un colore.”

Mario era soddisfatto. Il suo amico diplomatico gli stava risolvendo il problema. Gli fece avere un chilo di essenze aromatiche del Marocco per sdebitarsi, del costo di soli 3.000 euro. Un bel risparmio rispetto ai 30.000 preventivati e anticipati da Pippo.

Il pittore-killer informatico arrivò pochi giorni dopo. Si presentò: si chiamava Ciro Menotzky. Sui sessanta anni portati bene, occhi di ghiaccio, ottima pronuncia italiana ma slavo fino nelle ossa. Radi capelli corti e biondi, unico particolare fuori posto una stretta di mano viscida, la mano dell’assassino.

Quando venne pronunciato il nome del sito da bucare sogghignò:

“Google! Preda difficile.”

“Meglio per te, avrà un prezzo più interessante.”

“Quanto mi offrite?”

“40.000 euro, prendere o lasciare.”

“Tutti subito?” Chiese il bielorusso.

“Naturalmente no: ventimila immediatamente, il resto poi.”

“È troppo poco! Facciamo 80.000 per me, di cui 50.000 subito, e trenta mila come saldo solo a dipinto avvenuto, più 20.000 per le spese. Ve la potete cavare con 100.000 euro totali.”

“Va bene, non sono qui per mercanteggiare. Ma ce la farai?”

“Certo, io nel mio campo sono il migliore.”

“Allora datti da fare, non abbiamo tanto tempo.”

 

Cosa scriveremo nella home page

Quando Mario comunicò a Pippo che aveva trovato il pittore, tralasciando di importunarlo con i dettagli sui 50.000 euro che aveva risparmiato (era la sua cresta sull’operazione), vide il suo Boss sogghignare. Il capo doveva averne inventata un’altra delle sue.

“Non avevo dubbi che mi avresti trovato l’uomo giusto. Indovina invece” attaccò con aria di sfottò, “cosa scriveremo nella home page di  www.pippoemario.it.?”

“Non so, cosa?”

“ SPEGNI QUESTO COMPUTER E NON ACCENDERLO MAI PIU’ “

Risero per un quarto d’ora.

Era veramente geniale: i governi avrebbero dovuto spendere miliardi in spot per rassicurare tutti, internettauti e no, che potevano riaccendere le loro macchine.

“Io me ne accorgo ogni giorno: la paura di internet va crescendo.” Sentenziò Pippo.

“La mente di chi cerca informazioni sulla Rete è ormai in preda allo spavento. Ecco che l’utente - per le troppe pubblicità non gradite, i pop up, i pulsanti misteriosi, le registrazioni obbligatorie di cui sospetta la buona fede – si fa guidare dalla “paura del nuovo”. Certe cose o non le vede o ne ha un terrore superiore alla curiosità.

Di sicuro c’è che, nell’esitazione, certi pulsanti non li schiaccia mai. Tipici sono i quattro pulsanti di Google oltre all’unico usato da tutti, il primo, l’insostituibile  “WEB”.

Il 90% degli utenti non ha mai visitato “Gruppi” o “Directory”. Non ha mai schiacciato “mi sento fortunato” che merita il premio di “peggiore descrizione di pulsante” della storia di Internet: doveva chiamarsi “apri direttamente il primo indirizzo che consigli”.

Noi giocheremo su questa paura… e ci faremo un mucchio di risate!”

“Ah! Ah! Ah!” Si sganasciava Mario. “SPEGNI QUESTO COMPUTER è la frase migliore che tu abbia mai inventato, capo! Questa volta hai battuto te stesso!”

Asciugandosi gli occhi dal gran riso, Pippo si tormentò i baffi, poi, ripresa la sua consueta faccia seria, sbottò:

“Facciamo il gioco del “L’avvocato del Diavolo”.

Dimmi tutti i motivi per cui secondo te non stiamo avendo una grande idea.

 Prova a trovare i punti deboli del nostro progetto, vediamo se ne esistono.”

“Allora non farò un grande sforzo.

Intanto secondo me è un progetto troppo ambizioso…

“…non è vero, non ti preoccupare, ce la possiamo fare. Non ti fissare sui dettagli, usa il pensiero laterale, cos’è che ci potrebbe andar male?”

“Non capisco: hai cambiato idea? Vuoi rinunciare?”

“Al contrario! Sono più convinto di prima, è che voglio vedere tu – una mente diversa dalla mia - che problemi individui, dove tu vedi dei possibili ostacoli.”

“E se Franck, il responsabile della sicurezza di Google, si incavola di brutto?”

“Fa due fatiche, prima si “incavola” e poi si “scavola”! Dovrà bere minimo due litri di  camomilla. Ma non temere. Franck è un combattente leale, quando lo metterò col culo per terra ammetterà la sconfitta e mi pagherà un caffè.”

“Se lo dici tu…”

“Certo che lo dico, conosco Franck “Silvio” da una vita!”

“Comunque” riprese Mario, “ancora non è che mi piaccia molto questo… questo…”

“Ritratto?”

“Ecco: questo ritratto.”

“A proposito di ritratti, ” chiese il capo al suo vice con voce ironica,“che c’è Mariuccio bello? Vuoi ritrattare?”

“E’ che non vorrei avere grane legali per questo dipinto…”

“Chi non risica non rosica. Credimi,” riprese il capo, “ci ho pensato molto, ma non c’è alternativa. Dobbiamo dimostrare che i grandi server, e i motori di ricerca in primo luogo, sono giganti coi piedi d’argilla.

Non trovi anche tu?”

“E va bene, mi hai convinto: non c’è alternativa. Dobbiamo fare questo attacco in nome della fratellanza hacker!”

Pippo, un po’ sorpreso per questo repentino cambio d’atteggiamento del suo vice, commentò:

“Questo avrei dovuto dirlo io.”

“Ok, t’ho detto che m’hai fatto cambiare idea. Mettiamoci al lavoro.”

Il capo, in silenzio, guardò il socio alcuni istanti. Mario rincarò la dose.

“T’ho detto che m’hai convinto, che vuoi di più?”

“Non avrei dovuto prometterti 100.000 euro per aiutarmi in questo attacco, ormai sei troppo coinvolto anche tu – sei sempre stato avido: non negare! - per esser libero di esprimere un giudizio.”

“Avido? Mi stai dando del venale?”

“Non oserei mai.”

“Il mio giudizio l’ho espresso quando ho accettato il lavoro, ma se vuoi posso ancora rinunciare.”

“No, no, ormai ho deciso. Vai avanti. In questa storia siamo soci e la faremo insieme. La cronaca, e forse la giustizia, ci condanneranno, ma la Storia ci assolverà.”

 

Ciro Menotzy, il killer che
stava per uccidere Google

Le parole di Pippo “…la cronaca, e forse la giustizia, ci condanneranno, ma la Storia ci assolverà…” ronzavano nella testa di Mario, ma su una cosa il capo aveva ragione: Google doveva morire.

Sarebbe stato uno sporco lavoro, qualcuno doveva farlo ed era toccato a lui, anzi all’altro, il pittore.

Il vice di Pippo doveva restare al corrente di tutte mosse del bielorusso, e non farsi mai vedere insieme a lui. Convenirono di incontrarsi, ogni domenica alle 9, su una panchina di Villa Borghese.

Per le emergenze Ciro Menotzky disse che avrebbe rimediato due cellulari da usare come citofoni.

“Nessuno parla mai con due «cellulari – citofono».” Spiegò il killer. “Sono macchine pulite con numeri e contratti intestati a prestanome. Però non fanno mai chiamate, solo squilli a vuoto. Quando l’altro li sente, si “fa trovare in casa”, cioè corre qui alla panchina, ma, ripeto, questo vale solo per le emergenze. Per tenerci in contatto per aggiornarci sul quadro della situazione, basteranno gli incontri settimanali.”

Ciro Menotzy, il killer che stava per uccidere Google, aveva origini italiane. Le raccontò a Mario che, con sua sorpresa, si ritrovò ad ascoltare brani della storia del suo paese, un pezzo di Italia finita nel sangue del bielorusso che aveva davanti.

L’ex cittadino dell’U.R.S.S. era nato nel 1943, figlio di una bielorussa, che per gli scherzi del destino si chiamava “Menotzky”, e di un ufficiale italiano dell’armata dell’A.M.I.R.. Un amore illegittimo, di cui gli era rimasto il nome: “Ciro”, la madre l’aveva infatti chiamato come il guerriero straniero di cui era figlio. L’ufficiale italiano Menotti, il papà di Ciro era pronipote dell’eroe modenese del Risorgimento e ne portava il nome. Nella campagna di Russia combattuta accanto ai tedeschi, ricevette una medaglia d’oro al Valor Militare, purtroppo alla memoria perché morì eroicamente sul Don, ed è ricordato da una lapide a Roma, in piazza Verbano dove aveva casa.

Suo figlio, di cui il padre italiano ignorò l’esistenza, e a cui la madre aveva voluto mettere questo insolito nome di “Ciro Menotzky” entrò nel KGB reparto informatico, in cui, come figlio di N. N., non aveva fatto molta strada. Era rimasto un “categoria 666: killer digitale specializzato”, che sapeva le lingue (tra cui naturalmente l’italiano), e veniva spedito all’estero per le azioni rischiose. Il resto del tempo studiava gli esplosivi e le armi del suo settore, programmini, virus, righe di codice capaci di fare qualsiasi cosa un computer reso schiavo poteva essere obbligato a fare, e quando non era in missione vivacchiava.

Menotzy, il killer informatico, spiegò a Mario come intendeva procedere.

“Ho intravvisto una crepa nella sicurezza di Google, e sto allargando la buca per entrare nel sistema del motore. C’è una falla nell’interfaccia che hanno messo tra la loro ossatura Linux, l’Oracole che ci sta sotto e certe applicazioni. Nell’interfacciare i sistemi operativi hanno lasciato una “porta aperta” nel sottosistema che gestisce le segnalazioni di nuovi siti. Sto testanto l’attacco su dei motori di ricerca minori, e ormai ho capito come si può sfondare passando da quella porta lì. Posso umiliare Google come e quando mi pare.

Conosci il trucco del “destinatario-mittente” sconosciuto?”

“No.”

“Allora non te lo spiego, che meno gente lo sa in giro più a lungo funziona come grimaldello per sventrare i server. Tu fidati. Sfondare le difese è un problema mio.”

“Se hai scelto questo sistema, sarà senz’altro efficace.” Disse Mario.

“E’ il migliore.” Commentò seccamente Ciro. “Sono un professionista, io!

Il problema è il router pirata gigante da installare come un vampiro sopra i cavi di Google in California, piazzare la macchina che scateni l’attacco principale. Bisogna farla venire dalla Russia e poi spedirla in America e seguirne il piazzamento. Opererà come  “cache della cache del sistema”, in maniera che possa violare il controllo al cubo.”

“Cos’è il controllo al cubo’”

“È il “controllo dei sistemi di controllo, dei sistemi di controllo, dei sistemi di controllo”.

“Ho capito: è quello che si fotte i controllori.”

“Esatto. Spaccerò il router come un residuato dell’industria russa dello spazio. Ora,” continuò il russo, “mi serve un qualche imbecillotto a cui possa interessare un cimelio della gloriosa Astronautica sovietica. Mi farà da paravento per far arrivare, fino qui a Roma, quello che sarà il mio pennello. Devi trovarmi il tipo e in fretta. Quando la macchina arriva bisogna settarla e poi spedirla in California, ma questo è il meno. La accompagnerò io a Los Angeles, per installarla sui cavi di Google”

“Forse ho sottomano la persona giusta. Ti farò avere una scheda sul direttore del «Museo della Scienza» di Roma.”

“Bene. Allora ti comunico la mia nuova identità: sarò Jury Gasparov, tecnico minerario con l’hobby dell’astronautica.”

 

Il classico trombone

Il professor Omboni era il classico trombone. Direttore del Museo della scienza di Roma, sognava l’ambiente accademico, l’osservatorio del Gran Sasso o un altro luogo in cui potesse darsi da fare. La sua cognataggine con un sottosegretario forzista alla Pubblica Istruzione, di cui grazie alle nozze era diventato parente, lo aveva portato ad occupare quella poltrona, ma non si divertiva quanto avrebbe voluto. Quando la segretaria gli annunciò che c’era un russo, tale Jury Gasparov tecnico minerario, che voleva fare una donazione al Museo, abboccò come un pesce e gli diede udienza.

“Io sono un appassionato di Astronautica,” iniziò Ciro, “mi è capitato di mettere le mani sul motore di riserva dello Sputnik di Jury Gagarin, il primo uomo che è volato nello spazio, mi chiedevo se poteva interessare al vostro museo.”

“Beh, certo, è un cimelio importante, sempre che il governo russo sia propenso a farcelo avere in dono.”

“Questo non è un problema. A me piangeva il cuore di vederlo arrugginire in un angolo di Baikonur, ai margini della pista di lancio. Un paio d’anni fa ho mandato un camion della mia ditta petrolifera, la Gazprom, e ora è accantonato ad arrugginire in un hangar dell’azienda, ma i miei capi se ne vogliono disfare.”

“Che peccato! Se il mio museo non fosse assolutamente sprovvisto di denaro per iniziative speciali lo prenderemmo noi, ma qui si risparmia anche sui francobolli per le raccomandate, figuriamoci un trasporto dal Kazakistan fino a Roma.”

L’ingegnere minerario dovette subito rassicurarlo:

“Per questo non c’è problema. Devo spedire una punta di trivella petrolifera proprio a Roma, per farla revisionare da quelli dell’Agip, e posso far mettere nel container tutti e due i macchinari. Se vuole il motore, basta che mi dica dove desidera che glielo faccio scaricare, ed è fatta.”

“Ma è fantastico! Avvertirò la stampa, i media…

“Per carità! Finchè la macchina non è a Roma, nessuno deve sapere niente! Solo dopo potrà dirlo a chi vuole. Anzi mi raccomando, io se non posso contare sulla sua discrezione, rischio anche di passare un guaio!”

“Ma le pare! Lei così gentile! Sarò una tomba fino al giorno che il cimelio sarà qui davanti a me, non dubiti.”

“L’ideale sarebbe che noi non ci fossimo mai neppure parlati e che neanche la sua segretaria…”

“E’ persona fidata!”

“Non importa, meno gente sa meglio è. Lei farà più bella figura esibendo il motore come una sorpresa dovuta a trattative lunghe e segrete, in cui lei si è esposto in prima persona e al di fuori del suo lavoro d’ufficio. Anzi, mi lasci il suo numero privato così io qui al Museo non mi faccio più vedere.”

“Ma certo…”

Il bielorusso poteva essere soddisfatto. Era andato in porto anche il tassello della copertura ufficiale del trasporto in Italia.

Adesso Ciro si doveva trovare un complice: era il momento di scegliere il suo aiutante indigeno.

Aveva bisogno di un compare per andare in Russia a combinare l’affare, ed era una scelta rischiosa. Aveva tre persone nella mente. Ciccio, un calabrese di San Luca; Aldo, nativo di Corleone; Gennaro dei Quartieri Spagnoli napoletani.

Preferì Ciccio. Era un “fuori banda”, ma con l’onore intatto, solo che lavorava sempre per conto suo, non negando un favore ai compaesani, ma incassando e campando con i suoi movimenti, che erano sempre un passo oltre i confini della Legge. Per copertura la moglie gli teneva aperto un bar, che andava anche discretamente, ma Ciccio era avido, e un lavoretto ogni tanto se lo faceva personalmente.

Il bello di Ciccio fu che non ci fu neppure bisogno di spiegargli che sito dovevano uccidere. Pattuirono 5.000 euro subito e 5.000 a colpo fatto, con l’impegno che il giorno dell’agguato lui sarebbe rimasto sempre al bar della moglie: la grana finale sarebbe stata interamente del bielorusso e l’alibi del calabrese totale ed assoluto.

Due giorni dopo il killer chiamò a casa il direttore del Museo. Il trombone fu gentilissimo, e quando il falso Jury gli espose l’intoppo, si mostrò subito disponibile a farsi in quattro.

“Succede,” aveva esordito Ciro, “che all’Agip minerario devono fare la bolla di consegna e non vogliono che nel carico diretto a loro ci siano altre merci.”

“Ma lo Sputnik non è un merce! Vuole che parli io con l’Agip?”

“Per carità! Discrezione!

Io e lei è come se non conoscessimo. L’unica sarebbe far risultare il viaggio come diretto verso il Museo, tanto paga la mia ditta. Una volta arrivato e scaricato il motore del razzo lì da voi, il camion finisce il viaggio portando la sonda petrolifera a quelli dell’Agip.”

“Certo, spedisca pure al mio ufficio.”

“Dovrà inventare qualche scusa, non deve risultare che le sta arrivando proprio il cimelio.”

“Che scusa?”

“Dica che le debbono mandare, che so…  …un motore per sincronizzare 81 proiettori per diapositive… una cosa didattica… una scusa qualsiasi.”

“Per me un motore per 81 diaproiettori va benissimo.”

“Allora d’accordo, e mi raccomando: massimo riserbo.”

Mario si era incontrato con Pippo per aggiornarlo sui dettagli.

“Il pittore è al lavoro. E’ andato a prendere pennelli e colori a casa sua. Tu hai trovato i soldi?”

“Eccoli. E non ti dico che fatica per ottenerli con i codici delle carte di credito.”

“Ognuno ha le sue grane. Io invece,” precisò Mario, “non ho ancora trovato a chi dare la colpa una volta che il dipinto sia stato fatto.

L’ideale sarebbe un altro sospettato, per darci il tempo di metterci in salvo e scomparire per un po’. A chi altro potrebbe far comodo Google defunto?”

“Già: a chi?”

Mario guardò il suo capo e ripetè la domanda.

“A chi altro potrebbe far comodo il crash del concetto stesso di motore di ricerca, infatti se per milioni e milioni di domande diverse c’è una e una sola risposta, c’è qualcosina che non quadra.

E inoltre non dev’essere un qualsiasi sprovveduto, ma uno che abbia i mezzi per far morire un motore.

Ci serve un’idea.”

“Bin Laden?”

“Che cazzo dici!”

“Scherzavo,” fece Pippo, “era così, per sdrammatizzare.”

“Piuttosto Murdoch…”

“ Murdoch… Murdoch…, no, secondo me non si metterebbe ad ammazzare Google…”

“Gheddafi?”

“Ma dai! Gheddafi!”

“Scherzavo anche stavolta,” rise Pippo, “che hai Mario? Ti vedo preoccupato.”

“Questo del falso colpevole a cui scaricare la colpa, è un problema su cui ho riflettuto molto.”

“L’unica” riprese il vice di Pippo, “sarebbero gli integralisti iraniani.”

“Che gli frega agli iraniani di Google?!?”

“Predica il consumismo e mostra donnine mezze nude.”

“Tutte le tv e metà dei giornali e dei siti lo fanno.”

“Ma ci si può lavorare sopra.

Ho chiesto a Ciro di predisporre anche una inondazione sistematica della rete con falsi comunicati di protesta dell’associazione studenti iraniani, con tanto di lettera di reprimende del Gran Mullah della moschea di Teheran. La notizia potrebbe essere ripresa a Riad e diventare credibile l’idea di un gruppo di fanatici integralisti  che fanno vendetta contro la Rete del Peccato.”

“Bella!

Potrebbe venirne fuori una storia tipo Salman Rushdie.”

“Potrebbe funzionare.” Concluse Pippo. “Per questo ti ho voluto accanto a me, per la tua cura dei dettagli. Bravo. Inizia a costruirci un alibi incastrando qualcuno. Tanto l’amico Franck “Silvio” sa benissimo che solo io sarei in grado di organizzare un attacco così micidiale. Appena vede “Pippo” gli prende un coccolone e quando rinviene sai che si chiederà?”

“Cosa?”

“Chi cavolo è Mario?”

Risero per un quarto d’ora. Era veramente geniale: i governi avrebbero dovuto spendere miliardi in spot per rassicurare tutti, internettauti e no. Avrebbero emanato comunicati in cui si invitava a riaccendere le proprie macchine, che Pippo e Mario non erano nessuno, e che dovevano stare tutti calmi e confidare nella Cia, l’Fbi, l’Onu, il Presidente e le gloriose Facoltà di Informatica degli ancora più gloriosi Stati Uniti.

Perfino il vecchio Bill Gates, che pure ha i suoi guai, ci si farà sopra una bella risata, che lo rassereni un po’ quel furfante.”

Asciugandosi gli occhi dal gran riso Pippo si tormentò i baffi e poi concluse:

“Bene, rimettiamoci al lavoro.”

 

In Russia

Ciro intanto fece il secondo viaggio in Russia. Col primo aveva messo le mani sul Mort. 81, il router gigante, il metaforico supermortaio che avrebbe parassitato i cavi di Google.

Ora doveva organizzare la spedizione.

Ciro rubò un Furgone Transit e la targa di un secondo, poi lo guidò per mezza Europa: Roma – Mosca in 72 ore.

Qui, in un garage della capitale russa, trovò il Mort. 81. Un amico di un amico gliel’aveva fatto trovare pronto trafugandolo dal deposito cavistico del Kgb e gli costò un bel po’ di rubli.

Fu bullonato sul Transit, e Ciro dovette ammettere che, con un po’ di fantasia, il router-mortaio poteva essere scambiato per un motore per sincronizzare diaproiettori mostruosamente arcaico e tipico dell’industria sovietica.

Era pronto per il viaggio di ritorno. Aggravato dal peso di quel ferrame, impiegò quasi cento ore, ma alla frontiera nessuno battè ciglio. Il documento d’accompagno su carta intestata del Museo della Scienza di Roma, fece il miracolo. Il “motore per diaproiezioni didattiche” non incuriosì nessuno.

Peccato che Ciro fosse un autista inaffidabile, nel senso che quel trombone del professor Omboni non avrebbe mai ricevuto il motore dello Sputnik per cui aveva preparato le carte.

Il killer sistemò il furgone in un garage della periferia romana, lo settò e lo predispose per fare il guaio a cui era votato. A quel punto lo spedì, via aereo, al suo indirizzo in America, e qui cominciò i sopralluoghi insieme a Ciccio. La “Google Technology” aveva sede a Bayshore Parkway n. 2400, località Mountain View, in un bell’angolo della California. Come e dove lasciare l’automezzo, non era problema semplice.

L’unica era operare attraverso un tombino. Una volta individuato quello giusto, si parcheggiava l’auto sul punto opportuno. Tramite una botola, si lasciavano calare i fili dal furgone giù lungo il tombino fino a raggiungere il cavo dove viaggiavano le informazioni di Google. Si congiungevano i cavi ed era fatta.

Ciro chiamò Mario. Il ritratto poteva essere eseguito. Se veniva dato l’ordine definitivo, il furgone sarebbe stato sostituito parcheggiato sopra il tombino. A quel punto, quando Roma dava il via all’azione, i cavi del router venivano allacciati alla rete sottostante, l’home page di www.pippoemario.it veniva propagata e moltiplicata come un virus in tutta la rete mondiale.

Qualunque visitatore fosse transitato da Google in quel momento, avrebbe trovato l’Inferno della totale monotonia, se esiste un inferno per i siti internet.

La riflessione era interessante: un oltretomba diverso e personalizzato, un mondo sotterraneo con accoppiate specifiche di Paradiso e Inferno per ogni categoria umana: Purgatori per Macellai, Limbi per Investitori di Borsa, Ade per Prostitute, Quarte dimensioni per Fisici quantistici, Buchi neri per Omosessuali.

La riflessione sugli oltretomba personalizzati, la avevano fatta sia Ciro che Mario, ognuno per conto suo. Ne avevano parlato quando ancora erano entrambi a Roma, una domenica mattina sulla loro panchina di Villa Borghese, ciascuno dei due immaginando un aldilà diverso per un gruppo specifico, ma con dei punti in comune.

Mario si immaginava presentatori televisivi costretti ad ingoiare e vomitare schegge di telecomando, Lilly Gruber con solo la metà superiore e sotto un groviglio di tubi, o Mentana cotto vivo nel microonde. Ciro aveva fantasticato su un presidente del consiglio di amministrazione di Google sporco di fango, costretto a portare monitor su per una collina, tubi catodici che poi rovinavano a valle per essere ritrascinati su, arrancando su di un sentiero cosparso di mouse scivolosi.

Un supplizio di Sisifo eternamente ripetuto.

 

Il pittore è pronto

Il giorno dopo Mario chiese udienza a Pippo.

“Il pittore è pronto. Ventiquattrore dopo il tuo via, si piazzerà col cavalletto a cercare l’ispirazione giusta.”

“Un cavalletto? Userà un pennello col mirino?”

“No, è un tradizionalista. Pensa che si tritura lui personalmente i byte nel mortaio.”

“Mortaio, capisco.” Commentò Pippo. “Ma sarà un ritratto realistico, il pittore è preciso, sa cogliere tutti i particolari?”

“Certo. E’ della scuola del realismo socialista sovietico. Dice che con i suoi colori, quelli triturati al mortaio, è capace di dipingere un affresco che è l’equivalente di un tubo di connessione ad internet che misurasse di 2,5 metri per 24 di larghezza.”

“Cazzo! Peggio di un murales!”

“Esatto, ma più, direi: un Muro del Pianto.”

“Tu che ne pensi di questo affresco? Avanti, parliamone per l’ultima volta così mi decido.”

“Ormai dovresti essere più che deciso…”

“Sì, ma visto che la responsabilità di stabilire questa linea artistica tocca a me, voglio che tu mi dica la tua.     

Che punti deboli ci sono nella nostra prospettiva?”

 

Era il momento, comune nella vita dei vice, in cui il capo ha i ripensamenti e bisogna rigirargli la frittata per non mandare a monte il lavoro già fatto. Pippo era roso dai dubbi, doveva fare quel gesto, dare l’ordine, ma se non l’avesse fatto, non sarebbe successo niente di mortalmente irreparabile. Google vivo magari inciampava in qualche ostacolo informatico serio, o gli andava tutto bene e lentamente cresceva negli anni, o craschava da solo per altri motivi, o faceva fallimento tra venti anni e tutto lo staff finiva in galera, chi poteva saperlo?

Oppure subiva l’attacco di Pippo e Mario e lo viveva come un piccolo infarto, un loop momentaneo, l’imprevista brutta figura.

Chi glielo faceva fare a Pippo di assumersi la grana di ordinare quel gesto eclatante?

Il capo era partito in una filippica che si concluse con l’interrogativo amletico:

“Verrà fuori il quadro a cui pensiamo o potrebbero nascere complicazioni?

Ma soprattutto: che dirà la critica?”

“E noi lasciamola dire!” Lo consolò Mario.

“E poi i siti super-giganti non stanno simpatici a nessuno. Purchè il giorno dopo funzioni tutto, la gente lo vivrà come un classico pesce d’Aprile.”

“Però tutti quelli che quel giorno, per quel paio d’ore, non riusciranno ad avere quell’orario dei treni o quella qualsiasi altra informazione stiano cercando - piangeranno metaforicamente per il nostro attacco, e ci manderanno qualche improperio.” Concluse Pippo.

“Pazienza. Manderanno un’email di più, o se ne vanno in chat, o escono e si fanno una passeggiata. E comunque i più intelligenti rideranno.”

“Franck “Silvio” della Sicurezza informatica di Google, non credo riderà molto.”

“Franck “Silvio” è solo uno, pensa a tutti gli altri, gli altri ridono, dai retta a me.”

“Beh… stiamo per offrire un bello spettacolo al mondo, qualcosa tipo le giullarate di Dario Fo.”

“Fo riderà più di tutti.”

“Allora facciamo felice quel povero vecchietto!

In fondo è un premio Nobel, come si può rifiutare qualcosa ad un premio Nobel?”

“Ok.

Considero il pulsante schiacciato?”

“Ma sì!

Facciamo questo scherzetto al povero Google, che pagherà per tutti i siti giganti. Facciamogli passare qualche brutta ora.”

Ciro era appostato da una settimana, tenendosi pronto a fare la festa al motore, aprendo il tombino e collegando i cavi del router alla Rete mondiale, piazzandosi sopra e dentro il supercavo Google.

Quel giorno Pippo aveva convocato Mario per l’ennesimo rapporto al Museo Etrusco di Valle Giulia, di cui, dopo lungo e costoso restauro, si inaugurava il restyling.

Era affollato di gente, era a due passi da Villa Borghese, ci si poteva mescolare alla folla e fingere di non conoscersi.

Il capo fece cenno che voleva stare solo col suo vice, e Mario lo seguì in un angolo del Museo, vicino ad una teca di cristallo con le classiche quattro anfore.

Pippo, come suo solito, era in ansia e ricominciò a sputare dubbi.

“E se qualcosa nel dipinto dovesse andare storto?”

“Cosa ad esempio?”

“Questo non lo so, ma un capo deve prevedere tutto.”

“Stai calmo, abbiamo già” e Mario calcò la voce su quel “già”, “previsto tutto…”

Fu un attimo.

Uno zip, un fischio acuto, il fischio di un silenziatore e la pallottola si perse chissà dove, ma Pippo sanguinava da una guancia.

“M’hanno sparato!” Sussurrò sgomento il capo.

Mario ebbe uno scatto di genio, la mano gli agì quasi prima che il cervello avesse impartito l’ordine…

 

      Il casino disturbò lo sparatore

Il vice di Pippo spinse il suo capo in basso, salvandogli la vita  perché gli risparmiò il secondo colpo di pistola, che fischiò a vuoto sopra le loro teste. Purtroppo, o per fortuna, l’hacker trascinò con sé nella caduta il cristallo con le anfore, che precipitò a terra e si frantumò in mille pezzi, mentre accorrevano i custodi del museo.

Il casino riuscì a disturbare lo sparatore e ad impedirgli di sparare un terzo colpo.

Pippo e Mario vennero redarguiti dal direttore in persona. Gliene dissero di tutti i colori, che erano peggio dei Vandali, che avevano sulla coscienza quattro preziosissime anfore etrusche, ma il segreto sull’attentato venne mantenuto.

Mario - per prudenza – appena uscito dal Museo aveva sospeso l’azione del killer russo, che tornò alla base.

Fu organizzato un incontro riservatissimo tra Mario e Franck “Silvio”, il capo delle guardie del corpo di Google, che volò a Roma. Mario e Franck si accordarono per un mese di tregua reciproca negli attentati sia fisici che informatici.

Mario aveva sperato di riuscire a ottenere una tregua di sei mesi, ma il boss dei gorilla di Google non si volle impegnare più di tanto.

“Chissà il futuro cosa ci riserva” concluse la controparte, “per ora facciamo un mese di stop, poi si può sempre prolungarlo.

Spero comunque che tu e il tuo socio abbiate apprezzato il gesto. Il mio sicario vi ha sparato solo per avvertirvi, e convincervi a stoppare il piano d’attacco.”

“Come hai saputo delle mie intenzioni?”

“Mi ha allertato un certo attachè dell’ambasciata russa di Roma. Un tipo sveglio, ha piazzato una cimice addosso a Ciro, e vi abbiamo tenuto sotto controllo totale.”

“Quanto gli hai dato?”

“30.000 euro di hascish russo di prima qualità.” Accidenti! Lui gliene aveva smollato solo 3.000, era chiaro che il diplomatico aveva ceduto al miglior offerente. È proprio vero, pensò Mario, chi più risparmia più spende.

 “Se avessimo voluto uccidere te o il tuo capo,” continuò Franck rivolto a Mario, “avremmo dato altre disposizioni.”

“Immagino.” Rispose freddo Mario.

Il boss del servizio d’ordine di Google aveva un tono arrogante, si vedeva che trattava da una posizione di forza.

 “Noi della sicurezza informatica siamo come degli esperti di pittori. Siamo l’equivalente dei critici d’arte o dei direttori dei musei. Sappiamo tutto degli artisti e delle persone raffigurate sui loro quadri, ma nessuno ci dedica mai un affresco. Agiamo nell’ombra ma dobbiamo essere spietati. Ora puoi andare, per oggi è tutto. E’ stato un piacere trattare con te.”

“Sicuro che il prolungare la tregua, non dico a tre mesi, ma almeno a due, esula dal tuo spazio di trattativa?”

“Sorry ma è così. Devi dire a Pippo che tra 31 giorni bisognerà ridiscutere tutto…”

Mario si allontanò con quelle parole che gli ronzavano in testa. Tempi duri per i troppo buoni.

La notizia del breve intervallo nelle sparatorie, fu accolta da Pippo con un grosso sospiro di sollievo.

“Meglio 30 giorni che niente. Io lo sentivo che in questo piano per far fuori Google e sputtanare Silvio c’era qualcosa che non andava…

L’avevo proprio sottovalutato! E adesso abbiamo anche un bel po’ di euro di meno! Sei sicuro che non ci si può far restituire qualcosa dal pittore russo?”

“Mmm…. Quello è un tipaccio… non vorrei che andandoglieli a richiedere si inventasse qualche storia, o magari si rivalesse contro di te.”

“Per carità! Basta killer! Ormai la sera guardo sempre sotto il letto prima di riuscire ad addormentarmi! Smettiamola con gli attacchi in grande stile e rifacciamoci un fondo-cassa.”

Mario invece sotto il letto aveva i suoi pacchettini con gli euro accumulati facendo la cresta qui e là, e da quando li aveva dormiva più tranquillo.

Pippo, il suo boss, aveva tante virtù e un solo difetto. Era il più bravo a trovar soldi su internet, sapeva organizzate meravigliose truffe con le carte di credito, che però faceva solo una volta ogni tanto. Il difetto di Pippo era infatti la pigrizia. Spendeva poco e rubava solo quando aveva finito tutto.

Le grandi uscite dell’”operazione ritratto” avevano dissanguato la banda: un’ottima cosa! Ora il capo si sarebbe rimesso a lavorare, a ripulire le banche di provincia con sistemi informatici simili a colabrodo, e qualche pollo ci avrebbe rimesso le penne.

Il dissanguamento pubblico delle carte di credito, a Mario l’aveva solo arricchito. Ogni istante nasce un cretino, la madre degli incompetenti informatici è sempre incinta, lui e Pippo tornavano a caccia.

Chissà chi avrebbero fatto piangere la prossima volta?

FINE

 

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