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Poi "lui"
arrivò.
Che straordinaria sorpresa! Era un bel ragazzo sui vent’anni: alto, prestante,
dall’apparenza ben educata, la guardava interessato Sapeva di futuro e lei finalmente
era tutta "presente" al suo destino.
Sostenne e ricambiò quello sguardo. Poi lentamente, con femminile noncuranza,
si avviò verso un caffè. Il giovane la seguì, si presentarono: era uno studente
fuori sede. Chiacchierarono, bevvero un drink, e in un veloce e confuso succedersi
di istanti, si ritrovò a casa di lui, una stanza vicino l’Università.
Sentiva le
dita del giovane toccarle il ventre...
Si baciarono, e in un attimo quelle mani maschili erano già sotto le gonne.
Sentiva le dita del giovane toccarle il ventre ma non riusciva a guardarlo in
faccia. D’improvviso s’accorse di questo suo pudore e fermandogli le mani, sussurrò:
"Un momento!
Voglio prima vederti, osservarti. Dopo, stai tranquillo, faremo ciò che vuoi."
Lui si fermò e si lasciò ammirare: una faccia da bambino che le tendeva il sesso
quasi fosse un bastone da coccolare, un serpente da lusingare, un gelato da
sciogliere coi baci.
Poi lei con un sorriso prese l’iniziativa; si accostò fino a toccare la sua
pelle calda e sensuale, mentre lui le insinuava un dito sotto le mutandine.
A Gioia venne spontaneo allungare la mano sul pene: era turgido e gonfio, lo
strinse morbidamente e poi si ritrovò a baciarlo. Temeva che venisse subito,
allora rallentò i baci, ma lui non riuscì lo stesso a trattenersi ed esplose.
Non era soddisfatta:
quel ragazzo era troppo giovane per lei, un rapporto cosi non le bastava più.
Mezz’ora dopo era tornata a casa sua, e già pensava ad un incontro diverso.
La prossima uscita meritava più preparazione.
Questa prima avventura la portò a ripensare al marito, a quelle rare volte in
cui gli si era abbandonata, lasciando emergere la sua carica di sensualità;
a quando si era scoperta a piazzargli le unghie sulla schiena, a mordergli il
collo, a carezzarlo tra le gambe, a leccarlo come una mamma amorosa fino a sentire
il suo respiro farsi affannoso.
Ma questi ormai erano solo ricordi. Qualunque cosa del suo futuro riguardasse
Mario, sarebbe stata pura memoria e questo le suonava finalmente chiaro.
Lavorando
in casa adattava vestiti per conto di una sartoria. Le capitò alla porta un
cliente che aveva bisogno di una cucitura. C’era da stringere un paio di calzoni,
cosa da nulla per una sarta come lei. Gioia si scoprì a fare delle sottili allusioni
ai pantaloni senza provare eccessivi imbarazzi, e lui le intese per quel che
erano. Da vero signore però, rimandò l’incontro al giorno dopo. La salutò dicendole:
"Domani sera, se permette, le porterei una giacca da aggiustare."
Gioia aveva tempo per prepararsi all’appuntamento: "il tizio dei calzoni" forse
sarebbe stato l’uomo della sua nuova vita. Fra l’altro era piuttosto attraente:
un tipo maturo, elegante e "per bene" eppure molto maschile.
Quel desiderio di cambiar subito uomo, la fece sentire per un attimo quasi una
puttana. Il pensiero l’atterriva e insieme l’affascinava, però l’umido che provava
lì al centro delle cosce, questo sì era innegabile, non era un opinione: era
il suo corpo che le parlava.
Avvertiva un bisogno intenso, quasi doloroso, di essere penetrata, riempita.
Si scoprì ad infilarsi un dito tra le natiche - un "buchino" che a Mario aveva
sempre negato! - sperimentare questa delizia inusitata la sconvolse. Agitare
l’indice, farlo ruotare lentamente, le provocava una strana euforia: brividi
dolci mai conosciuti. Quando il dito usciva, le rimaneva un senso di vuoto e
invece lei voleva sentirsi un "pieno" dentro. Provava una voglia implacabile
di far crescere la ricerca di nuovi piaceri, altrimenti l’emozione le si sarebbe
tramutata in dolore.
Fece una pazzia: uscì e si comprò il vibratore; un gesto così impulsivo che
si scordò completamente le pile. Fu costretta a levarle dalla sveglia del marito,
una delle poche cose di lui che ancora conservava.
L’energia di Mario azionava adesso questo insolito congegno. Con l’aiuto dello
strumento elettrico, si impegnò in una riscoperta del proprio corpo. Cercò l’orgasmo
ma non lo raggiunse: il ronzio del vibratore la disturbava; trovò allora una
musica alla radio per non sentirne il rumore, poi mosse quel pene artificiale
in un lento gioco, ma non ricavò godimento.
Questi ghirigori la sfinirono, le diedero un’ansia insopportabile tanto che
fu costretta a smettere. Si consolò al pensiero che un uomo, non una macchina,
sarebbe stato presto insieme a lei. Fece una doccia per rinfrescare il suo corpo
estenuato da troppa eccitazione, e andò dal parrucchiere.
L’uomo dei
pantaloni arrivò portando delle rose. Gioia si commosse tanto da tremare di
piacere. Iniziarono una schermaglia d’amore che in breve li condusse dove...
lo possiamo immaginare.
Si spogliarono a vicenda quasi con rabbia, poi una volta nudi si ritrovarono
ad accarezzarsi. Gioia era distesa e lui, la testa appoggiata al suo petto,
le baciava il seno. Com’era dolce farsi mordicchiare i capezzoli, renderli teneramente
duri, saziarli di premure. Lei gli percorse corpo con la lingua. Lo eccitava
con movimenti ritmici di antica sapienza orientale, prima lenti e poi veloci.
Era il momento di sentirselo dentro.
Gli cercò le labbra per un lungo bacio ancora, poi salì su di lui.
Indugiò un istante, voleva assaporare quell’attimo magico, eterno. Quando l’uomo
spinse a fondo, si sentì schiantare, finalmente una sensazione di totalità!
Non riusciva a trattenere colpi sempre più rapidi, frenetici, al di là della
mente: una fisicità pura che si affermava prepotente eppure così dolce! Quello
strofinarsi dei ventri, quel su e giù la facevano cadere in estasi naturali.
Lo volle provare da tergo, sentirsi premere e strusciare sulle natiche. Godeva
di quelle mani che giocavano dovunque: carezze provocanti, fiato caldo sulla
nuca, pelle ardente. Un altro corpo, una realtà appena incontrata, affondava
in lei finchè non le fu possibile controllarsi: doveva gridare, urlare, uscire
da se stessa.
La potenza di Eros le frugava le viscere e le raschiava via i ricordi, sostituendoli
con sensazioni intense, concentrate in quel membro che la scuoteva mandandola
in delirio come se il mondo fosse tutto lì, in quel distillato di piacere che
sarebbe schizzato dentro di lei. Era pronta a farsi prendere dall’impeto di
un erotismo sublime, dalla rivelazione del sentirsi finalmente femmina!
Poi giacquero
uno accanto all’altro; un "uomo" e una "donna", come era sempre accaduto e sempre
accadrà. Gioia chiuse gli occhi e si mise a fantasticare su quell’ultimo maschio.
Come per incanto si vide nel futuro al suo fianco: sognò loro due a giocare,
a cucinare insieme, a fare lunghe passeggiate; immaginò quando avrebbe danzato
per lui assumendo le posizioni più sensuali, dando corpo alle fantasie che gli
erano nate leggendo il "Kamasutra".
Si addormentarono.
Al risveglio,
sorseggiando the e biscotti, presero a chiacchierare amabilmente, finchè lui
gli rivelò che si chiamava "Mario"!!
La notizia le rimestò il cervello. Non ebbe il minimo dubbio: l’uomo della sua
vita poteva chiamarsi in qualsiasi modo, ma assolutamente no "Mario"!
Doveva trovarne un altro, e la città era grande a sufficienza per offrirle una
nuova avventura. L’idea che il giorno dopo si sarebbe messa alla ricerca di
uno sconosciuto la elettrizzò infuocandole la mente.
Chissà domani notte, che scoperta sarebbe stata.
Francesco Cascioli & Paolo de Manincor