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I criteri del processo mentale

dal libro di Bateson: "Mente e natura", Adelphi

Esiste una leggenda quasi scientifica secondo la quale, se si riesce a tener buona e ferma una rana in una pentola di acqua fredda e si aumenta lentissimamente e senza sbalzi la temperatura dell’acqua, in modo che nessun istante possa essere contrassegnato come quello in cui la rana dovrebbe saltar fuori, la rana non salterà mai fuori e finirà lessata. È possibile che la specie umana si trovi in una pentola analoga e stia mutando il proprio ambiente con un inquinamento che cresce a poco a poco, e stia corrompendo la propria mente con un’istruzione e una religione che a poco a poco vanno deteriorandosi?
Ma in questa sede mi interessa soltanto capire come devono necessariamente funzionare la mente e il processo mentale. Quali sono le loro limitazioni? E proprio perché la mente può ricevere solo notizie di differenze, è difficile distinguere tra una variazione lenta e uno stato. Vi è necessariamente una soglia di gradiente sotto la quale il gradiente non può essere percepito.

La differenza, avendo la natura della relazione, non è situata nel tempo o nello spazio. Diciamo che il punto bianco è lì, "al centro della lavagna", ma la differenza tra il punto e la lavagna non è ’li’. Non è nel punto; non è nella lavagna; non è nello spazio tra la lavagna e il gesso. Potrei forse togliere il gesso dalla lavagna e spedirlo in Australia, ma la differenza non ne verrebbe distrutta e neppure spostata, poiché la differenza non possiede ubicazione.
Quando cancello la lavagna, dove va la differenza? In un certo senso, la differenza rientra nel casuale e scompare irreversibilmente, come ’io’ scomparirò quando morirò. In un altro senso, la differenza durerà come idea - come parte del mio karman - fino a che questo libro sarà letto, forse fino a che le idee di questo libro continueranno a formare altre idee, reincorporate in altre menti. Ma questa durevole informazione karmica sarà informazione intorno a un punto immaginario su una lavagna immaginaria.
Molto tempo fa Kant sosteneva che questo gessetto contiene un milione di fatti potenziali (Tatsachen), ma che solo pochissimi di loro diventano veramente fatti agendo sul comportamento di entità capaci di reagire ai fatti. Alle Tatsachen di Kant io sostituirei le differenze e osserverei che il numero di differenze potenziali contenute in questo gessetto è infinito, ma che pochissime diventano differenze efficaci (cioè informazioni) nel processo mentale di una qualche entità più ampia. L’informazione consiste in differenze che producono una differenza.
Se vi faccio notare la differenza fra il gessetto e un pezzo di formaggio, tale differenza influirà su di voi: vi spingerà forse a non mangiare il gessetto o forse ad assaggiarlo per verificare la mia asserzione. La sua natura di non-formaggio è diventata una differenza efficace. Ma ci sono milioni di altre differenze - positive e negative, interne ed esterne al gessetto - che rimangono latenti e inefficaci.
Il vescovo Berkeley aveva ragione, almeno quando sosteneva che ciò che accade nella foresta è senza significato se egli non è lì a subirne gli effetti.
Stiamo discutendo un mondo di significato, un mondo in cui certi particolari e certe differenze, piccoli e grandi, in certe sue parti vengono rappresentati in relazioni tra altre parti di questo mondo totale. Un cambiamento dei miei o dei vostri neuroni
deve rappresentare quel tale cambiamento della foresta, la caduta di quel tale albero. Non l’evento fisico, però, ma solo l’idea dell’evento fisico. E l’idea non ha ubicazione nel tempo o nello spazio, forse l’ha solo in un’idea di tempo o di spazio.
C’è poi il concetto di ’energia’, il cui referente preciso è nascosto oggi, come vuole la moda, dietro le correnti forme di oscurantismo. Non sono un fisico e non sono aggiornato sulla fisica moderna, ma osservo che vi sono due definizioni o aspetti (si dice così?) tradizionali di ’energia’. Mi è difficile comprendere queste due definizioni simultaneamente: esse sembrano in conflitto. Ma mi è chiaro che nessuna delle due è pertinente a ciò di cui sto parlando.
La prima definizione asserisce che l’energia è dello stesso ordine di astrazione della "materia "; che entrambe sono in qualche modo sostanze e che sono trasformabili l’una nell’altra. Ma la differenza, appunto, non è sostanza.
L’altra definizione, che è un po’ superata, descrive l’energia assegnandole le dimensioni mv2. Naturalmente la differenza, che di solito è un rapporto tra simili, non ha dimensioni. È qualitativa, non quantitativa. (Si veda il capitolo II, in cui si è esaminata la relazione tra quantità e qualità o struttura).
Per me la parola stimolo denota un elemento di una classe di informazioni che entrano attraverso un organo di senso. Per molti parlanti, essa sembra significare una spinta o un’iniezione di ’energia’.
Se vi sono dei lettori ancora pronti a identificare l’informazione e la differenza con l’energia, vorrei ricordar loro che zero è diverso da uno e può pertanto provocare una reazione. Un’ameba affamata diventerà più attiva e andrà in cerca di cibo, la pianta in crescita si piegherà per allontanarsi dall’oscurità, gli àgenti delle tasse saranno insospettiti dalla dichiarazione che voi non avete spedito. Gli eventi che non sono differiscono da quelli che avrebbero potuto essere, e gli eventi che non sono non danno certo alcun contributo energetico.
Bateson G. "MENTE E NATURA", Adelphi, pag. 136


TERZO CRITERIO. IL PROCESSO MENTALE RICHIEDE UN’ENERGIA COLLATERALE

Benché sia chiaro che i processi mentali scattano per azione della differenza (al livello più semplice) e che la differenza non è energia e di solito non contiene energia, è tuttavia pur sempre necessario discutere l’energetica del processo mentale, poiché i processi, di qualunque genere essi siano, richiedono energia.
Le cose viventi sono sottoposte alle grandi regole conservatrici della fisica: le leggi della conservazione della massa e dell’energia valgono senza eccezioni per le creature viventi. Nel processo del vivere non c’è né creazione né distruzione di energia (mv2). D’altra parte, la sintassi usata per descrivere l’energetica della vita è una sintassi diversa da quella in uso cent’anni fa per descrivere l’energetica della forza e dell’urto. Questa differenza di sintassi è il mio terzo criterio del processo mentale.
Tra i fisici nucleari vi è oggi la tendenza a usare metafore prese dalla vita per descrivere gli eventi che accadono all’interno dell’acceleratore. Senza dubbio questo vezzo espressivo, il cui nome tecnico è pathetic fallacy, è altrettanto sbagliato quanto quello che sto deplorando, benché meno pericoloso. Assimilare la montagna all’uomo e parlare del suo "umore" o della sua "rabbia" fa poco danno. Ma assimilare l’uomo alla montagna comporta che tutte le relazioni umane appartengano a quelle che Martin Buber potrebbe chiamare relazioni io-esso o forse esso-esso. La montagna, pur personificata nel nostro discorso, non diverrà una persona, non apprenderà un modo di essere più personale. Ma l’essere umano, depersonalizzato nel suo
stesso discorso e pensiero, può davvero apprendere modi di comportamento più ’cosali’.
Nella prima riga di questo paragrafo l’espressione scattano [are triggered] è stata usata di proposito. La metafora non è perfetta, ma almeno è più propria di tutte quelle forme metaforiche in cui si dà importanza all’energia contenuta nell’evento-stimolo. La fisica delle palle da biliardo dice che quando la palla A colpisce la palla B, A dà energia a B, la quale reagisce usando quest’energia ricevuta da A. Questa è la vecchia sintassi ed è, senza scampo, puro nonsenso. Tra le palle da biliardo non c’è naturalmente alcun ’colpire’, ’dare’, ’reagire’ o ’usare’: queste parole provengono dall’abitudine di personificare le cose e rendono più facile, immagino, passare da questo nonsenso alla cosificazione delle persone - sicché quando parliamo della ’reazione’ di una cosa vivente a uno ’stimolo esterno’ sembra che parliamo di qualcosa di simile a ciò che accade a una palla quando è colpita da un’altra.
Quando dò un calcio a una pietra, le fornisco energia ed essa si muove con quell’energia. Quando dò un calcio a un cane è vero che il mio calcio ha in parte un effetto newtoniano: se fosse abbastanza forte, il calcio potrebbe mandare il cane in un’orbita newtoniana; ma non è questa la cosa essenziale. Quando dò un calcio a un cane, esso reagisce con un’energia tratta dal suo metabolismo. Quando è l’informazione che ’agisce’ sull’azione, l’energia è già presente in chi reagisce, prima che avvenga l’urto degli eventi.
Il trucco usato continuamente dalla vita, ma solo raramente dalla materia non addomesticata, è noto. É il trucco del rubinetto, dell’interruttore, del relè, della reazione a catena, e così via, tanto per ricordare alcuni esempi in cui accade che il mondo non vivente simuli grossolanamente il vero processo vitale.
In tutti questi casi l’energia della reazione o effetto era presente in ciò che ha reagito prima dell’evento che l’ha attivato, che l’ha fatto scattare. I ragazzi, quando dicono che certe esperienze visive o sonore li "fanno partire", usano una metafora che ha quasi senso. Sarebbe ancora meglio se dicessero che la musica o il bel viso li "lasciano partire ".
Negli eventi della vita vi sono di solito due sistemi energetici interdipendenti: uno è il sistema che usa la propria energia per aprire o chiudere il rubinetto o la porta o il relè; l’altro è il sistema la cui energia scorre attraverso ’ il rubinetto o la porta quando sono aperti.
La posizione ACCESO dell’interruttore è una via di passaggio per energia che ha origine altrove. Quando apro il rubinetto, non è il lavoro che compio nell’aprirlo che spinge o attira il flusso dell’acqua. Questo lavoro è compiuto dalle pompe o dalla gravità, la cui forza viene liberata dall’apertura del rubinetto. Io, nel mio ’agire’ sul rubinetto, sono ’permissivo’ o ’restrittivo’, il flusso idrico ricava la propria energia da altre sorgenti. Io stabilisco in parte quali percorsi seguirà l’acqua qualora essa fluisca. Che fluisca non è di mia diretta competenza.
La combinazione dei due sistemi (il meccanismo della decisione e la fonte dell’energia) rende la relazione complessiva una relazione di mobilità parziale da ambo i lati. Potete portare un cavallo all’abbeveratoio, ma non potete costringerlo a bere: il bere è faccenda sua. Ma anche se ha sete, il cavallo non può bere se non lo portate all’acqua: portarcelo è faccenda vostra.
Ma concentrando l’attenzione solo sull’energetica semplifico troppo le cose. Vi è anche l’asserzione generale (secondo criterio) che solo la differenza può far scattare la reazione. Dobbiamo combinare questa asserzione generale con ciò che abbiamo appena detto sulla relazione tipica tra sorgenti di energia e con gli altri criteri del processo mentale, cioè l’organizzazione in circuiti degli eventi messi in moto, la codifica e la genesi delle gerarchie e del significato.


QUARTO CRITERIO. IL PROCESSO MENTALE RICHIEDE CATENE DI DETERMINAZIONE CIRCOLARI (o più COMPLESSE)

Se ciò che importa è la pura sopravvivenza, la pura persistenza, allora le rocce di tipo più duro, come il granito, devono essere messe ai primi posti in un elenco delle entità macroscopiche di maggior successo. Esse hanno mantenuto invariate le loro caratteristiche fin dai primordi della formazione della crosta terrestre, e sono riuscite a farlo in molti ambienti diversi, dai poli ai tropici. Se la semplice tautologia della teoria della selezione naturale è enunciata come "quelle proposizioni descrittive che rimangono vere più a lungo di tutte rimangono vere più a lungo di quelle che diventano non vere prima", allora il granito è un’entità che ha avuto miglior successo di qualunque specie d’organismo.
Ma il modo in cui la roccia partecipa al gioco è diverso da quello delle cose viventi. La roccia, si può dire, resiste al cambiamento, sta lì com’è, senza cambiare. La cosa vivente si sottrae al cambiamento o correggendolo o cambiando se stessa per adattarsi al cambiamento o incorporando nel proprio essere un cambiamento continuo. La ’stabilità’ può essere conseguita o con la rigidità o con la ripetizione continua di qualche ciclo di cambiamenti minori, ciclo che dopo ogni perturbazione tornerà a uno status quo. La natura evita (temporaneamente) ciò che appare un cambiamento irreversibile accettando un cambiamento effimero. "Il bambù si piega al vento", per dirla con una metafora alla giapponese; la morte stessa viene evitata con una rapida conversione da soggetto individuale a classe. La Natura, se vogliamo personificare il sistema, permette alla Morte (anch’essa personificata) di prendersi le sue vittime individuali, e intanto sostituisce loro quell’entità più astratta che è la classe o taxon, per uccidere la quale la Morte deve agire più in fretta del sistema riproduttivo delle creature. Infine, se la Morte dovesse spuntarla contro la specie, la Natura direbbe: "Proprio quello che mi serviva per il mio ecosistema ".
Tutto ciò diventa possibile con la combinazione dei criteri del processo mentale già menzionati con questo quarto criterio, che l’organizzazione delle cose viventi dipende da catene di determinazione circolari e più complesse. Tutti i criteri fondamentali si combinano per conseguire il buon esito di quel modo di sopravviverla che contraddistingue la vita. L’idea che la causalità circolare abbia una grandissima importanza fu generalizzata per la prima volta alla fine della seconda guerra mondiale da Norbert Wiener e forse da altri ingegneri che stavano lavorando sulla matematica dei sistemi non viventi (cioè delle macchine). Il modo migliore per capire la faccenda è di ricorrere a un diagramma meccanico molto semplificato.
Immaginate una macchina in cui si distinguano, poniamo, quattro parti, che ho chiamato genericamente ’ volano ’, ’ regolatore ’, ’ combustibile ’ e ’cilindro’. Inoltre la macchina è collegata col mondo esterno in due modi: con una ’ fonte di energia’ e con un ’carico ’, che si deve pensare variabile e forse anche applicato al volano. La macchina è circolare, nel senso che il volano fa muovere il regolatore, il quale varia il flusso di combustibile che alimenta il cilindro, il quale a sua volta fa muovere il volano.

Poiché il sistema è circolare, gli effetti degli eventi che accadono in qualsiasi punto del circuito possono farne il giro completo fino a produrre cambiamenti nel loro punto d’origine.
In questo diagramma la direzione dalla causa all’effetto è indicata da frecce, e da uno stadio all’altro si possono immaginare combinazioni di cause di ogni genere. Si può supporre che le frecce rappresentino funzioni o equazioni matematiche indicanti i tipi di effetto che le parti adiacenti hanno una sull’altra. Così, l’angolo formato dai bracci del regolatore deve essere espresso come funzione della velocità angolare del volano, eccetera.
Nel caso più semplice, tutte le frecce rappresentano un’assenza di guadagno o un guadagno positivo da una parte alla successiva. In questo caso il regolatore sarà collegato alla fonte del combustibile in un modo che nessun ingegnere approverebbe, cioè in modo tale che quanto più divergono i bracci del regolatore tanto più combustibile affluisce. Così congegnata la macchina va in fuga, funzionando a una velocità che cresce in modo esponenziale finché o qualche parte si rompe oppure si arriva al massimo di afflusso del combustibile permesso dal dotto.
Il sistema, tuttavia, potrebbe anche essere strutturato con una o più relazioni inverse in corrispondenza delle congiunzioni delle frecce. Questo è il modo usuale di allestire i regolatori, e il nome regolatore viene dato a quella parte che fornisce la prima metà di una siffatta relazione. In tal caso più i bracci divergono meno combustibile affluisce.
Storicamente, i sistemi con guadagno positivo, chiamati circoli viziosi o divergenti, sono noti fin dall’antichità. Lavorando con la tribù Iatmul presso il fiume Sepik nella Nuova Guinea, avevo scoperto che varie relazioni tra i gruppi e tra vari tipi di parenti erano caratterizzate da interscambi di comportamento tali che quanto più A manifestava un dato comportamento, tanto più era probabile che B manifestasse lo stesso comportamento. Questi scambi li chiamai simmetrici. Viceversa vi erano anche scambi stilizzati in cui il comportamento di B era diverso da quello di A, ma ad esso complementare. In entrambi i casi le relazioni erano potenzialmente suscettibili di una divergenza progressiva che chiamai schismogenesi.
A quel tempo osservai che era ipotizzabile che la schismogenesi simmetrica o quella complementare potessero portare alla ’fuga’ o al collasso del sistema. Ad ogni scambio vi era un guadagno positivo e una immissione di energia metabolica da parte delle persone coinvolte, riserva sufficiente a distruggere il sistema sotto la spinta della collera, dell’avidità o della vergogna. Non occorre molta energia (mv2) per consentire a un essere umano di distruggere altri individui o l’integrazione di una società.
In altre parole, negli Anni Trenta mi ero già familiarizzato con l’idea di ’fuga’ e già allora mi occupavo della classificazione di questi fenomeni e addirittura speculavo sulle possibili combinazioni di diversi generi di fuga. Ma a quel tempo non avevo nessuna idea che potessero esistere circuiti causali contenenti uno o più anelli negativi e quindi autocorrettivi. E naturalmente non sapevo neppure che i sistemi soggetti a fuga, come l’incremento demografico, potessero contenere i germi della propria autocorrezione sotto forma di epidemie, guerre e programmi governativi.
Inoltre si conoscevano già molti sistemi autocorrettivi o meglio si conoscevano certi casi singoli, ma rimaneva sconosciuto il principio. In effetti, la ripetuta scoperta da parte dell’uomo occidentale di esempi singoli e la sua incapacità di scorgere il principio ad essi soggiacente dimostrano la rigidità della sua epistemologia. Tra le scoperte e le riscoperte del principio vanno annoverati il trasformismo di Lamarck (1809), l’invenzione del regolatore per la macchina a vapore da parte di James Watt (alla fine del Settecento), l’intuizione della selezione naturale da parte di Alfred Russel Wallace (1856), l’analisi matematica della macchina a vapore con regolatore fatta da Maxwell (1868), il milieu interne di Claude Bernard, le analisi hegeliane e marxiane del processo sociale, il Wisdom of the Body di Walter Cannon (1932) e i vari sviluppi indipendenti nella cibernetica e nella teoria dei sistemi durante e subito dopo la seconda guerra mondiale.
Infine, nel famoso articolo di Rosenblueth, Wiener e Bigelow pubblicato in "Philosophy of Science", si avanzava l’idea che il circuito autocorrettivo e le sue molte varianti fornissero possibili modelli per le azioni adattative degli organismi. Il problema di fondo della filosofia greca - il problema del fine, irrisolto da duemilacinquecento anni - giungeva alla portata di un’analisi rigorosa. Diventava possibile fornire un modello anche di successioni meravigliose come il balzo del gatto, sincronizzato e diretto in modo da terminare esattamente dove si troverà il topo al momento dell’atterraggio.
Tuttavia vale la pena, per inciso, di chiedersi se la difficoltà di riconoscere questo fondamentale principio cibernetico fosse dovuta solo alla pigrizia umana di fronte all’esigenza di compiere una trasformazione di fondo nei paradigmi del proprio pensiero, o se vi fossero altri processi che impedivano di accettare quella che, a posteriori, sembra un’idea semplicissima. La vecchia epistemologia era forse rinforzata a sua volta da circuiti autocorrettivi o di fuga?
Un resoconto piuttosto particolareggiato della storia della macchina a vapore con regolatore nell’Ottocento può aiutare il lettore a comprendere sia i circuiti sia la cecità degli inventori. Già le prime macchine a vapore erano state dotate di una specie di regolatore, ma sorsero delle difficoltà e gli ingegneri andarono da Maxwell lagnandosi di non riuscire a fare un progetto di macchina con regolatore perché non possedevano alcuna base teorica per prevedere come si sarebbe comportata la macchina progettata, una volta costruita e funzionante.
Erano possibili vari comportamenti: alcune macchine andavano in fuga e aumentavano la loro velocità in modo esponenziale fino a rompersi, oppure rallentavano fino a fermarsi. Altre oscillavano e parevano incapaci di stabilizzarsi su un qualsiasi punto intermedio. Altre, peggio ancora, cominciavano sequenze di comportamento dove l’ampiezza delle oscillazioni oscillava essa stessa oppure diventava sempre più grande.
Maxwell studiò il problema. Scrisse le equazioni formali delle relazioni tra le variabili a ogni momento successivo del circuito, e si accorse, come già si erano accorti gli ingegneri, che la soluzione del problema non stava nella combinazione di questo sistema di equazioni. Alla fine scoprì che l’errore degli ingegneri era di non considerare il tempo. Ogni sistema dato incorpora certe relazioni col tempo, ossia è caratterizzato da costanti di tempo determinate dalla data totalità. Queste costanti non sono determinate dalle equazioni della relazione tra le parti successive, ma sono proprietà emergenti del sistema.
Immaginate per un momento che la macchina funzioni regolarmente e che incontri un carico, per esempio che debba fare una salita o azionare qualche apparecchio. La velocità angolare del volano diminuirà subito, il che farà ruotare meno velocemente il regolatore. I bracci di quest’ultimo si abbasseranno, riducendo il loro angolo con l’albero. Con la progressiva diminuzione di questo angolo, nel cilindro verrà iniettato più combustibile e la macchina accelererà, modificando la velocità angolare del volano in senso contrario alla modifica indotta dal carico.
Ma è alquanto difficile stabilire se la modifica correttiva corregga precisamente le variazioni indotte dal carico. Dopo tutto l’intero processo si svolge nel tempo: il carico è stato incontrato in un certo istante 1; la variazione di velocità del volano è avvenuta dopo l’istante 1; le variazioni nel regolatore sono avvenute ancora dopo; infine il messaggio correttivo ha raggiunto il volano in un certo istante 2, successivo all’istante 1. Ma l’entità della correzione era determinata dall’entità della deviazione all’istante 1. All’istante 2 la deviazione sarà cambiata.
A questo punto si noti che nella nostra descrizione degli eventi è accaduto un fenomeno assai interessante. Parlando come se fossimo all’interno del circuito, abbiamo notato nel comportamento delle sue parti variazioni la cui entità e collocazione temporale erano determinate da forze e urti tra le componenti separate del circuito. Seguendo il circuito passo dopo passo, il mio linguaggio aveva questa forma generale: un cambiamento in A determina un cambiamento in B, e così via. Ma quando la descrizione torna al punto (arbitrario) da cui era partita, questa sintassi subisce una brusca modificazione. Ora la descrizione deve confrontare tra di loro due cambiamenti e usare il risultato di questo confronto per dar conto del passo successivo.
In altre parole l’oggetto del discorso ha subito una sottile modificazione che nel gergo del sesto criterio (si veda più avanti) chiameremo un cambiamento di tipo logico. È la differenza tra l’uso di un linguaggio quale potrebbe essere quello di un fisico per descrivere come una variabile agisce su un’altra variabile, e l’uso di un altro linguaggio per parlare del circuito come un tutto che riduce o aumenta la differenza. Quando diciamo che il sistema manifesta uno ’stato stazionario’ (cioè che nonostante le variazioni esso conserva un valore medio), parliamo del circuito inteso come un tutto, e non delle variazioni al suo interno. Analogamente, il problema che gli ingegneri avevano sottoposto a Maxwell riguardava il circuito inteso come un tutto: come possiamo progettano in modo che raggiunga uno stato stazionario? Essi si aspettavano che la risposta fosse in termini di relazioni tra le singole variabili. Ciò che era necessario e che Maxwell fornì era invece una risposta nei termini delle costanti di tempo dell’intero circuito. Questo costituì il ponte tra i due livelli di discorso.
Le entità e le variabili che popolano la scena a un livello di discorso si dissolvono nello sfondo al livello immediatamente superiore o inferiore. Questo può essere opportunamente illustrato considerando il referente della parola interruttore, che gli ingegneri a volte chiamano commutatore o relè: ciò che l’attraversa riceve energia da una sorgente che è diversa dalla sorgente di energia che apre il commutatore.
A prima vista un ’interruttore’ è un piccolo aggeggio sul muro che accende o spegne la luce. Se vogliamo essere più pignoli, diremo che la luce viene accesa o spenta dalle mani dell’uomo ’mediante l’uso’ dell’interruttore. E così via.
Non ci accorgiamo che il concetto di ’ interruttore’ è di ordine affatto diverso dai concetti di ’pietra’, tavolo ’ e simili. Un esame più attento mostra che l’interruttore, considerato come parte di un circuito elettrico, quando è acceso non esiste. Dal punto di vista del circuito, non differisce dal cavo conduttore che giunge fino ad esso e dal cavo che ne parte. È semplicemente un ’proseguimento del conduttore’. In modo inverso ma analogo, quando l’interruttore è spento, dal punto di vista del circuito esso non esiste: non è nulla, è una discontinuità tra due conduttori i quali, a loro - volta, esistono come conduttori solo quando l’interruttore è acceso.
In altre parole l’interruttore non esiste se non nei momenti in cui esso cambia di posizione, e il concetto di ’interruttore’ è quindi in un rapporto particolare col tempo. Esso è collegato con l’idea di ’cambiamento’ piuttosto che con quella di ’oggetto’.
Gli organi di senso, come abbiamo già notato, accettano solo comunicazioni di differenze e normalmente vengono azionati solo dal cambiamento, cioè da eventi o da quelle differenze nel mondo percepito che possono essere trasformate in eventi muovendo gli organi di senso. In altre parole, gli organi di senso terminali sono simili a interruttori. Essi debbono essere ’accesi’ per un singolo istante da un urto esterno: quel singolo istante genera un singolo impulso nel nervo afferente. La soglia (cioè la quantità di evento necessaria per far scattare l’interruttore) è, naturalmente, un altro paio di maniche e può essere modificata da molte circostanze fisiologiche, compreso lo stato degli organi terminali circostanti.
La verità in questa faccenda è che ogni circuito causale in tutta la biologia, nella nostra fisiologia, nella nostra attività pensante, nei nostri processi neurali, nella nostra omeostasi e nei sistemi ecologici e culturali di cui siamo parte, ogni circuito causale di tal fatta nasconde o suggerisce quei paradossi e quelle confusioni che accompagnano gli errori e le distorsioni dell’assegnazione al tipo logico. Questo argomento, strettamente legato sia a quello della circuitazione sia a quello della codificazione (quinto criterio), sarà esaminato più a fondo nella discussione del sesto criterio.

QUINTO CRITERIO. NEL PROCESSO MENTALE GLI EFFETTI DELLA DIFFERENZA DEVONO ESSERE CONSIDERATI COME TRASFORMATE (cioè VERSIONI CODIFICATE) DELLA DIFFERENZA CHE LI HA PRECEDUTI

A questo punto, dobbiamo considerare come le differenze esaminate nella discussione del secondo criterio e il loro seguito di effetti sotto forma di altre differenze diventano materiale di informazione, di ridondanza, di struttura e così via. In primo luogo dobbiamo notare che qualunque oggetto, evento o differenza del cosiddetto ’mondo esterno’ può diventare una sorgente d’informazione, purché sia incorporato in un circuito dotato in una rete opportuna di materiale flessibile in cui esso possa produrre dei cambiamenti. In questo senso l’eclissi di sole, l’impronta dello zoccolo di un cavallo, la forma di una foglia, l’occhio sulla penna di un pavone, insomma qualunque cosa può essere incorporata nella mente se mette in moto queste successioni di conseguenze.
Passiamo quindi all’enunciazione, nella forma più ampia possibile, della famosa asserzione generale di Korzybski, secondo la quale la mappa non è il territorio. Osservando la cosa nella prospettiva amplissima che qui adottiamo, noi vediamo la mappa come una specie di effetto che assomma le differenze, che organizza le notizie di differenze del ’territorio’. La mappa di Korzybski è un’utile metafora ed è stata di aiuto a moltissimi, ma ridotta ai suoi termini più semplici la sua asserzione generale dice che l’effetto non è la causa.
Questo fatto - cioè questa differenza tra effetto e causa quando entrambi sono incorporati in un sistema opportunamente flessibile - è la premessa fondamentale di ciò che possiamo chiamare trasformazione o codificazione.
Naturalmente nella relazione tra effetto e causa si presuppone una certa regolarità, senza la quale nessuna mente potrebbe congetturare la causa a partire dall’effetto. Ma ammessa questa regolarità, possiamo procedere a una classificazione dei vari generi di relazione che possono vigere tra effetto e causa. In seguito, questa classificazione comprenderà casi assai complessi, quando incontreremo aggregati complessi di informazioni che possiamo chiamare strutture, successioni di azioni e simili.
La varietà delle trasformazioni o codificazioni diventa ancora più ampia per il fatto che ciò che reagisce alla differenza è quasi universalmente attivato da un’energia collaterale (si veda sopra il terzo criterio). Quindi non è necessario che vi sia una relazione semplice tra l’entità dell’evento o della differenza che fa scattare la reazione e la reazione che ne risulta.
Tuttavia, la prima dicotomia che desidero introdurre nelle innumerevoli varietà di trasformazione è quella tra i casi in cui la risposta è graduata secondo una qualche variabile dell’evento-causa e i casi in cui la risposta è questione di soglie ’tutto o niente’. La macchina a vapore con regolatore costituisce un esempio tipico del primo genere: in essa l’angolo tra i bracci del regolatore varia con continuità e ha un effetto variabile con continuità sull’alimentazione di carburante. Invece il termostato domestico è un meccanismo tutto o niente in cui la temperatura, giunta a un certo livello, obbliga il termometro a far scattare un interruttore. Si tratta della dicotomia tra i sistemi analogici (che variano in modo continuo e monotòno con le grandezze dell’evento-causa) e i sistemi digitali (che hanno il carattere del tutto o niente).
Si noti che i sistemi digitali somigliano di più ai
sistemi che contengono il numero, mentre quelli analogici sembrano dipendere più dalla quantità. La differenza tra questi due generi di codificazione è un esempio del principio generale (discusso nel capitolo II) che il numero è diverso dalla quantità. Tra ciascun numero e il successivo vi è una discontinuità, come vi è una discontinuità nei sistemi digitali tra ’reazione’ e ’assenza di reazione’. É la discontinuità tra il ’ si ’ e il no
Agli esordi della cibernetica eravamo soliti discutere se, nel suo complesso, il cervello fosse un meccanismo analogico o digitale. Questa discussione si concluse quando ci fu chiaro che la descrizione del cervello deve partire dal carattere di tutto o niente del neurone. Nella grande maggioranza dei casi almeno, il neurone o si attiva o non si attiva; e se la cosa fosse tutta qui, il sistema sarebbe interamente digitale e binario. Ma coi neuroni discreti è possibile costruire sistemi aventi l’apparenza di sistemi analogici. Ciò si ottiene con il semplice stratagemma di moltiplicare i percorsi in modo che un dato fascio di percorsi sia costituito da centinaia di neuroni, una certa percentuale dei quali verrebbe attivata e un’altra no, col risultato che il fascio darebbe una risposta che appare graduata. Inoltre, il singolo neurone viene modificato dalle condizioni ormonali circostanti e da altre condizioni ambientali che possono alterarne la soglia in modo realmente quantitativo.

Ricordo però che a quei tempi, prima che ci fosse diventato completamente chiaro fino a che punto le caratteristiche analogiche e quelle digitali potessero trovarsi combinate in un solo sistema, quanti andavano discutendo sul problema se il cervello fosse analogico o digitale mostravano assai nette preferenze individuali e irrazionali per l’una o per l’altra posizione. Io tendevo a preferire le ipotesi che privilegiavano il digitale, mentre quelli più influenzati dalla fisiologia e forse meno dai fenomeni del linguaggio e del comportamento manifesto tendevano a favorire le spiegazioni analogiche.
Nel problema di riconoscere caratteristiche mentali in entità molto primitive sono importanti altre classificazioni dei tipi di codificazione. In certi sistemi estremamente diffusi non è facile, o forse non è possibile, riconoscere gli organi di senso o i percorsi lungo i quali si muove l’informazione. Ecosistemi come una spiaggia o una foresta di sequoie sono senza dubbio autocorrettivi. Se in un dato anno la popolazione di qualche specie aumenta o diminuisce in modo eccezionale, basta solo qualche altro anno perché quella popolazione torni al suo solito livello. Ma non è facile individuare la parte specifica del sistema che funge da organo di senso che raccoglie l’informazione e influenza l’azione correttiva. Io ritengo che sistemi siffatti siano quantitativi e graduali e che le quantità le cui differenze costituiscono gli indicatori informazionali siano allo stesso tempo quantità di approvvigionamenti necessari (cibo, energia, acqua, luce solare e così via). Moltissime sono state le ricerche condotte sui percorsi dell’energia (per esempio, le catene alimentari e i rifornimenti idrici) in questi sistemi. Ma non sono al corrente di alcuno studio specifico in cui questi approvvigionamenti sono visti come vettori di informazione immanente. Sarebbe bello sapere se questi sono sistemi analogici in cui la differenza tra gli eventi di un giro del circuito e gli eventi del giro successivo (come nella macchina a vapore con regolatore) diventa il fattore cruciale nel processo di autocorrezione.
Quando la pianticella che cresce si piega verso la luce, essa è influenzata dalla differenza di illuminazione e cresce più rapidamente dal lato in ombra, sicché si piega e prende più luce - un surrogato della locomozione che dipende dalla differenza.
Vale la pena ricordare altre due forme di trasformazione o codificazione, poiché sono semplicissime ed è molto facile lasciarsele sfuggire. Una è la codificazione con sagoma, che si riscontra per esempio nella crescita di un qualsiasi organismo dove la forma e la morfogenesi nel punto di crescita sono comunemente definite dallo stato in cui si trova la superficie in crescita al momento della crescita. Per citare un esempio molto banale, il tronco di una palma s’innalza con pareti più o meno parallele dalla base fino alla cima, dove si trova il punto di crescita. In ogni punto il tessuto in crescita, o cambio, depone legno sotto di sé, sulla parete del tronco già cresciuto. Cioè la forma di ciò che esso depone è determinata dalla forma di ciò che è cresciuto precedentemente. Analogamente, nella rimarginazione delle ferite e simili, si direbbe che sovente la forma del tessuto rigenerato e la sua differenziazione siano determinate dalla forma e dalla differenziazione delle pareti del taglio. Ciò è forse quanto di più prossimo si possa immaginare a un caso di comunicazione ’diretta’. Ma occorre notare che in molti casi la crescita, per esempio, dell’organo rigenerantesi dev’essere l’immagine speculare della situazione nell’interfaccia col vecchio corpo. Se in realtà questa faccia è bidimensionale e non ha profondità, allora è presumibile che la componente in crescita ricavi la propria direttiva di profondità da qualche altra sorgente.
L’altro tipo di comunicazione che viene spesso dimenticato è detto ostensivo. Se vi dico: "Ecco com’è fatto un gatto" indicandovene uno, uso il gatto come una componente ostensiva della mia comunicazione. Se cammino per la strada e vedendo venire un amico dico: "Toh, ecco Bill", ho ricevuto da lui un’informazione ostensiva (il suo aspetto, il suo modo di camminare, eccetera), che egli abbia o no voluto trasmetterla.
La comunicazione ostensiva è particolarmente importante nell’apprendimento di una lingua. Immaginate una situazione in cui il parlante di una data lingua la debba insegnare a un altro individuo in circostanze che limitino strettamente la comunicazione ostensiva. Supponiamo che A debba insegnare per telefono a B una lingua a questi del tutto sconosciuta, e che essi non abbiano nessun’altra lingua in comune. A riuscirà forse a comunicare a B alcune caratteristiche di voce, di cadenza o anche di grammatica; ma gli è affatto impossibile dire a B che cosa ’significhi’, nel senso usuale, una qualunque parola. Quanto a B, i sostantivi e i verbi saranno per lui soltanto entità grammaticali, non nomi di oggetti identificabili. La cadenza, la struttura sequenziale e cose simili sono presenti nella successione dei suoni trasmessi per telefono ed è concepibile che essi possano essere indicati’ e quindi insegnati a B.
La comunicazione ostensiva è forse altrettanto necessaria nell’apprendimento di qualunque trasformazione o codice. Ad esempio in tutti gli esperimenti di apprendimento dare o negare il rinforzo è un metodo approssimato di indicare la risposta giusta. Nell’addestramento degli animali da circo si impiegano vari mezzi per rendere più accurata questa indicazione. L’istruttore ha un fischietto, ad esempio, col quale emette un breve suono nell’istante preciso in cui l’animale fa la cosa giusta, usando in tal modo le risposte del soggetto come esempi didattici ostensivi.
Un’altra forma di codificazione ostensiva molto primitiva è la codificazione del tipo la parte per il tutto. Ad esempio vedo una sequoia che s’innalza da terra e da questa percezione deduco che sotto terra in quel punto troverò delle radici; oppure sento l’inizio di una frase e da quell’inizio deduco immediatamente la struttura grammaticale del resto della frase e posso benissimo dedurre anche molte delle parole e delle idee che essa contiene. Viviamo in una vita dove ciò che percepiamo è forse sempre la percezione di parti, e le nostre congetture sulle ’totalità’ vengono di continuo verificate o contraddette dal successivo presentarsi di altre parti. Forse le cose vanno in modo che le totalità non possano mai presentarsi: perché ciò implicherebbe una comunicazione diretta.


SESTO CRITERIO. LA DESCRIZIONE E LA CLASSIFICAZIONE DI QUESTI PROCESSI DI TRASFORMAZIONE RIVELANO UNA GERARCHIA DI TIPI LOGICI IMMANENTI AI FENOMENI

In questo paragrafo devo assumermi due compiti: primo, far comprendere al lettore che cosa s’intende per tipi logici e nozioni affini che, in varie forme, affascinano l’uomo da almeno tremila anni; secondo, persuadere il lettore che ciò di cui parlo è una caratteristica del processo mentale, ed è anzi una caratteristica necessaria. Nessuno di questi due compiti è veramente semplice, ma William Blake commentava: "Non è possibile che la verità sia detta in modo da venir compresa e non creduta ". I due compiti diventano dunque un compito solo, quello di mostrare la verità in modo che essa possa venir compresa; anche se so benissimo che in un qualunque campo importante della vita dire la verità in modo da farsi comprendere è un’impresa estremamente difficile, in cui Blake stesso raramente riusciva.
Comincerò con una presentazione astratta di ciò che intendo dire, alla quale farò seguire qualche esempio piuttosto semplice. Infine cercherò di ribadire l’importanza di questo criterio mostrando esempi in cui la discriminazione tra i livelli di comunicazione è stata talmente confusa o distorta che ne sono risultate frustrazioni e patologie di vario genere.
Cominciando dalla presentazione astratta, si consideri il caso di una relazione semplicissima tra due organismi: l’organismo A ha emesso un suono o assunto un qualche atteggiamento da cui B potrebbe apprendere sullo stato di A qualcosa che interessa la propria esistenza. Potrebbe trattarsi di una minaccia, di un approccio sessuale, di un preludio alla nutrizione o di un’indicazione di appartenenza alla stessa specie. Nella discussione sulla codificazione (quinto criterio) ho già osservato che nessun messaggio, in nessuna circostanza, coincide con ciò che lo ha fatto precipitare. Tra messaggio e referente c’è sempre una relazione, in parte prevedibile e quindi abbastanza regolare che in realtà non è mai diretta o semplice. Perciò se B vuole occuparsi delle indicazioni di A, è assolutamente necessario che B sappia che cosa esse significano. Si determina così un’altra classe di informazioni, che B deve assimilare, le quali servono a ragguagliare B sulla codificazione dei messaggi o delle indicazioni provenienti da A. I messaggi di questa classe non riguarderanno A o B, bensì la codificazione dei messaggi. Essi saranno di un tipo logico diverso: li chiamerò metamessaggi.
Proseguiamo: al di là dei messaggi relativi alla semplice codificazione, vi sono messaggi assai più sottili che diventano necessari perché i codici sono condizionati: cioè, il significato di un dato tipo d’azione o di suono cambia col cambiare del contesto, e specialmente col cambiare dello stato della relazione tra A e B. Se a un certo punto la relazione diventa giocosa. questo cambierà il significato di molti segnali. Fu l’osservazione che ciò è vero tanto nel mondo animale quanto in quello umano che mi condusse alla ricerca da cui doveva uscire la cosiddetta teoria del doppio vincolo per la schizofrenia e l’intera epistemologia proposta in questo libro. La zebra può caratterizzare (per il leone) la natura del contesto in cui essi s’incontrano tramite la fuga e perfino un leone sazio potrà mettersi a inseguirla. Ma un leone affamato non ha bisogno di questo contrassegno per quel particolare contesto: ha imparato da un pezzo che le zebre si possono mangiare. O forse questa lezione è avvenuta così presto che non ha richiesto insegnamento? Parte della conoscenza necessaria era forse innata?
La questione dei messaggi che rendono intelligibile un altro messaggio ponendolo in un contesto dev’essere considerata nella sua interezza, ma in assenza di questi messaggi metacomunicativi vi è comunque la possibilità che B ascriva un contesto al segnale di A sotto la guida di meccanismi genetici.
È forse a questo livello astratto che si incontrano apprendimento e genetica. I geni possono forse influire su un animale, determinando il modo in cui esso percepirà e classificherà i contesti del suo apprendimento. Ma i mammiferi, almeno, sono anche capaci di apprendere ciò che riguarda il contesto.
Quello che una volta si chiamava carattere - cioè il sistema di interpretazioni che imponiamo ai contesti che incontriamo - può essere foggiato sia dalla genetica sia dall’apprendimento.
Tutto ciò ha come premessa l’esistenza di livelli di cui voglio ora chiarire la natura. Partiamo dunque da una potenziale distinzione tra un’azione in un contesto e un’azione o comportamento che definisce un contesto o lo rende intelligibile. Per lungo tempo, adottando un termine di Whorf, ho chiamato quest’ultimo tipo di comunicazione metacomunicazione.
Una funzione, un effetto, del metamessaggio è in realtà quello di classificare i messaggi che si presentano all’interno del suo contesto. È a questo punto che la teoria qui proposta si riallaccia agli studi di Russell e Whitehead nel primo decennio di questo secolo, comparsi in forma definitiva nel 1910 col titolo di Principia Mathematica. Quello che Russell e Whitehead affrontavano era un problema molto astratto: la logica, nella quale essi credevano, doveva essere salvata dai grovigli che nascono quando i tipi logici, come li chiamava Russell, vengono bistrattati nella loro rappresentazione matematica. Non so se, mentre lavoravano ai Principia, Russell e Whitehead avessero idea che l’oggetto del loro interesse è essenziale per la vita degli esseri umani e degli altri organismi. Di certo Whitehead sapeva che giocherellando con i tipi ci si può divertire e si può farne scaturire l’umorismo. Ma dubito che egli abbia mai superato la fase del divertimento e sia giunto a capire che il gioco non era insignificante e che avrebbe gettato luce sull’intera biologia. Pur di non dover contemplare la natura dei dilemmi umani che sarebbero stati svelati si evitò - forse inconsciamente - di arrivare a una comprensione più generale.
La semplice presenza dell’umorismo nelle relazioni umane indica che, almeno a questo livello biologico, è essenziale per la comunicazione umana una molteplicità di tipi logici. Senza gli equivoci causati dall’introduzione dei tipi logici, l’umorismo non sarebbe necessario e forse non potrebbe neppure esistere.
Anche a un livello molto astratto, sono migliaia di anni che i fenomeni provocati dai tipi logici affascinano pensatori e buffoni. Ma la logica doveva essere salvata dai paradossi buoni per divertire i pagliacci. Una delle prime cose che Russell e Whitehead osservarono nel corso del loro tentativo fu che l’antico paradosso di Epimenide (Epimenide era un cretese che diceva: "I cretesi mentono sempre " ") era basato sulla classificazione e la metaclassificazione. Ho presentato qui il paradosso sotto forma di citazione dentro una citazione, e questo è precisamente il modo in cui il paradosso viene generato. La citazione maggiore diventa un classificatore per quella minore, finché quest’ultima prevale e riclassifica la maggiore dando luogo alla contraddizione. La domanda "Epimenide diceva la verità?" ha come risposta "Se sì, allora no" e "Se no, allora sì ".
Norbert Wiener era solito osservare che se si presenta il paradosso di Epimenide a un calcolatore esso risponde si... NO... SÌ... NO... finché non finisce l’inchiostro o l’energia, oppure non trova qualche altro limite insormontabile. Come ho osservato nel paragrafo XVI del capitolo II, la logica non può essere un modello per i sistemi causali, e il paradosso nasce quando si ignora la dimensione temporale.
Se consideriamo un qualunque organismo vivente e cominciamo a interrogarci sulle sue azioni e atteggiamenti, ci troviamo in un tale groviglio o rete di messaggi che i problemi teorici esposti a proposito del criterio precedente si confondono. Nell’enorme massa di osservazioni interconnesse, diventa estremamente difficile dire che questo messaggio o posizione delle orecchie è, in realtà, un metamessaggio rispetto a quell’altra osservazione del ripiegamento delle zampe anteriori o della posizione della coda.
Sul tavolo davanti a me c’è un gatto addormentato; mentre dettavo le ultime cento parole, esso ha cambiato posizione. Prima dormiva sul fianco destro, con la testa rivolta più o meno dalla parte opposta a me, le orecchie in una posizione che non dava l’impressione di vigilanza, gli occhi erano chiusi, le zampe anteriori ripiegate sotto il corpo: un ben noto modo di disporsi del corpo del gatto. Mentre parlavo, anzi, mentre lo osservavo per coglierne il comportamento, la testa si è voltata verso di me, gli occhi sono rimasti chiusi, la respirazione è leggermente cambiata, le orecchie hanno assunto una posizione di semivigilanza; e pareva, a torto o a ragione che ora il gatto continuasse a dormire ma fosse conscio della mia esistenza e, forse, anche conscio di far parte di ciò che dettavo. Questo aumento di attenzione è intervenuto prima che il gatto fosse menzionato, cioè prima che io cominciassi a dettare queste ultime frasi. Ora che è stato esplicitamente menzionato, la testa si è riabbassata, il naso è fra le zampe anteriori, le orecchie non sono più vigili: il gatto ha deciso che il suo coinvolgimento nella conversazione non è importante.
Osservando questa successione di comportamenti felini e la lettura che ne ho fatto (poiché il sistema di cui parliamo, in fondo, è non solo il gatto ma il sistema uomo-gatto e forse lo si dovrebbe considerare in modo ancor più complesso, cioè ’uomo che osserva l’uomo che osserva un gatto che osserva l’uomo, vi è una gerarchia di componenti contestuali, oltre che una gerarchia nascosta dentro il numero enorme di segnali che il gatto fornisce su se stesso.
Le cose sembrano stare così: i messaggi che provengono dal gatto sono collegati tra loro in una rete complessa e il gatto stesso sarebbe forse sorpreso se potesse scoprire quanto è difficile districare un tale groviglio. Non c’è dubbio che un altro gatto potrebbe districarlo meglio di un uomo, ma per l’uomo - e anche l’etologo esperto ne è spesso sorpreso - le relazioni tra i segnali componenti sono confuse. Tuttavia l’uomo ’capisce’ il gatto componendo i pezzi come se sapesse davvero ciò che accade: egli forma ipotesi, le quali vengono continuamente controllate o corrette da azioni meno ambigue dell’animale.
La comunicazione tra specie diverse è sempre una sequenza di contesti di apprendimento in cui ciascuna specie viene continuamente corretta quanto alla natura di ciascun contesto precedente.
In altre parole, le metarelazioni tra segnali particolari possono essere confuse, ma al livello successivo di astrazione la comprensione può scaturire di nuovo come vera comprensione.
Bateson G. "MENTE E NATURA", Adelphi, pag. 161



Bateson G., "Mente e natura", Adelphi, pag. 89

Brano successivo


1

prefazione bateson verso un ecologia della mente (dal libro "Verso un ecologia della mente")

2

la scienza della mente e dell’ordine (dal libro "Verso un ecologia della mente")

3

perché i francesi gesticolano quando parlano

4

dei giochi e della serietà

5

perché le cose hanno contorni

6

che cos’è un istinto

7

contatto tra culture e schismogenesi

8

ethos balinese

9

stile e significato

10

processo primario

11

limiti quantitativi della coscienza

12

Korzybski la relazione mappa territorio

13

verso una teoria della schizofrenia: effetti del doppio vincolo

14

doppio vincolo e suoi aspetti comunicativi

15

teoria del doppio vincolo

16

L’esperienza complessiva può favorire la creatività

17

vari livelli di apprendimento

18

i principi nella vita di un alcolizzato

19

la posizione epistemologica delle premesse complementare e simmetrica

20

La comunicazione riguarda prevalentemente le relazioni

21

la parola non sostituisce i gesti

22

finalita cosciente e natura

23

effetti della finalità cosciente sull’adattamento

24

forma sostanza e differenza

25

da Versailles alla cibernetica

26

patologie dell’epistemologia (dal libro "Verso un ecologia della mente")

27

Introduzione (dal libro di Bateson: "Mente e natura")

28

Ogni scolaretto sa che... (dal libro di Bateson: "Mente e natura")

29

I criteri del processo mentale (dal libro di Bateson: "Mente e natura")

30

Una lezione del professor Konrad Lorenz (dal libro di Bateson: "Mente e natura")

31

Il mondo dei processi mentali, è sia tautologico sia ecologico (dal libro di Bateson: "Mente e natura")

32

Il tempo è "fuori squadra" (dal libro di Bateson: "Mente e natura")

33

Il file zippato con tutti i brani di Bateson insieme, in word

34

 

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