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Dei giochi e della serietà

dal libro di Bateson: "Verso un’ecologia della mente", Adelphi


Figlia. Papà. queste conversazioni sono serie?
Padre. Certo che lo sono.
F. Non Sono una specie di gioco che tu fai con me?
P. Dio non voglia.., sono però una specie di gioco che noi facciamo insieme.
F. Allora non sono serie!


P. E se tu mi dicessi che cosa significano per te ’serio’ e ’gioco’?
F. Be’... se tu... non lo so.
P. Se io che cosa?
F. Cioè... le conversazioni Sono serie per me, ma se tu stai solo giocando...
P. Piano, piano. Guardiamo che cosa c’è di buono e che cosa c’è di male nel ’giocare’ e nei ’giochi’. In primo luogo non m’interessa - non molto - vincere o perdere. Quando le tue domande mi mettono con le spalle al muro, allora certo mi sforzo un po’ di più per pensare bene e vedere con chiarezza quello che voglio dire. Ma non baro e non ti preparo trappole; non c’è alcuna tentazione d’imbrogliare.
F. Ecco, è proprio così. Per te non è una cosa seria: è un gioco. Quelli che imbrogliano, semplicemente non sanno cosa vuoi dire ’giocare’; trattano un gioco come se fosse una cosa seria.
P. Ma è una cosa seria.
F. No, non lo è... per te non lo è.
P. Perché non voglio imbrogliare?
F. Sì... anche per quello.
P. Ma tu vuoi imbrogliare continuamente?
F. No, naturalmente no.
P. Allora?
F. Oh, papà, non capirai mai.
P. Credo proprio di no.


P. Guarda, ho segnato una specie di punto a mio favore proprio adesso, quando ti ho fatto ammettere che tu non vuoi imbrogliare... e poi ho concluso che dunque le conversazioni non sono ’serie’ neppure per te. Ti sembra una specie d’imbroglio?
F. Sì... una specie.
P. D’accordo... lo credo anch’io. Scusami.
F. Vedi, papà... se io imbrogliassi o volessi imbrogliare, vorrebbe dire che non prenderei sul serio le cose di cui stiamo parlando. Vorrebbe dire che io starei solo facendo un gioco con te.
P. Sì, questo è ragionevole.


F. Ma no, non è ragionevole, papà. È un terribile pasticcio.
P. SI... un pasticcio... ma che funziona.
F. Ma come, papà?
P. Aspetta un momento. È difficile dirlo. Prima di tutto... penso che queste conversazioni ci facciano fare qualche progresso. A me piacciono molto e credo che piacciano anche a te. E poi, a parte questo, credo che si riesca a sistemare qualche idea e credo che i pasticci servano. Cioè... se tutti e due parlassimo sempre in modo coerente, non faremmo mai alcun progresso; non faremmo che ripetere come pappagalli i vecchi clichés che tutti hanno ripetuto per secoli.
F. Che cos’è un cliché, papà?
P. Un cliché? È una parola francese, credo che in origine fosse un termine tipografico. Quando si stampa una frase, si devono prendere le lettere separatamente e metterle una per una in una specie di sbarra scanalata per comporre la frase. Ma per parole e frasi che la gente usa spesso, il tipografo tiene piccole sbarre di lettere già bell’e pronte. E queste frasi già fatte si chiamano clichés.
F. Ma adesso ho dimenticato quello che stavi dicendo dei clichés, papà.
P. Si... parlavo dei pasticci in cui ci cacciamo durante queste conversazioni e dicevo che cacciarsi nei pasticci, in un certo modo, è una cosa sensata. Se non ci cacciassimo nei pasticci, i nostri discorsi sarebbero come giocare a ramino senza prima mescolare le carte.
F. Sì, papà... ma quelle cose... le sbarre di lettere già pronte?
P. I clichés? Sì... è la stessa cosa. Tutti noi abbiamo un bel po di frasi e di idee beli’e pronte, e il tipografo ha sbarre di lettere bell’e pronte, tutte ben sistemate in frasi. Ma se il tipografo vuole stampare qualcosa di nuovo, per esempio una cosa in una lingua straniera, dovrà disfare tutte quelle vecchie disposizioni di lettere. Allo stesso modo, per pensare idee nuove e dire cose nuove, dobbiamo disfare tutte le idee già pronte e mescolare i pezzi.
F. Ma, papà, il tipografo non mescolerà tutte le lettere, no? Non le mescolerà tutte in un sacco per poi scuoterle. Le metterà una per una ai loro posti... tutte le
a in una scatola, tutte le b in un’altra, e tutte le virgole in un’altra, e così via.
P. Si, è vero. Altrimenti diventerebbe matto a cercare una a quando ne ha bisogno.


P. A che cosa stai pensando?
F. No... è che ci sono tante di quelle domande.
P. Per esempio?
F. Be’, capisco che cosa vuoi dire a proposito di cacciarci nei pasticci, che questo ci fa dire cose di tipo nuovo. Ma sto pensando al tipografo. Lui deve tenere tutte le sue lettere in ordine anche se disfa tutte le frasi bell’e fatte. E poi penso ai nostri pasticci: dobbiamo tenere i pezzetti dei nostri pensieri in ordine, ma come?.., per non diventare matti?
P. Penso di sì... sì... ma non so quale tipo di ordine. Questa è una domanda veramente difficile. Non credo che riusciremmo a ottenere oggi una risposta a questa domanda.


P. Hai detto che c’erano "tante di quelle domande". Ne hai qualche altra?
F. Sì... sui giochi e le cose serie. Siamo partiti da lì e poi non so come o perché questo ci ha portati a parlare dei pasticci. Tu confondi sempre ogni cosa.., è una specie d’imbroglio.
P. Ma no, assolutamente no.


P. Tu hai sollevato due problemi. Ma in realtà ce n’è ancora un sacco... Abbiamo cominciato da una domanda su queste conversazioni: sono serie? Oppure sono una specie di gioco? E ti sentivi offesa dall’idea che io potessi farne un gioco, mentre tu le prendevi sul serio. È come se una conversazione fosse un gioco se una persona vi partecipasse con certe emozioni o idee, ma
non fosse un gioco se le sue idee o emozioni fossero diverse.
F. SI, è che se le tue idee sulla conversazione sono diverse dalle mie...
P. Se tutti e due avessimo l’idea di giocare, andrebbe bene?
F. Sì... certo.
P. Allora sembra che dipenda da me chiarire che cosa intendo con l’idea di gioco. Io so di essere serio (qualunque ne sia il significato) nelle cose di cui parliamo. Noi parliamo di idee. E io so di giocare con le idee allo scopo di comprenderle e metterle insieme. È un ’divertimento’ nello stesso senso in cui un bambino si ’diverte’ coi cubi... E un bambino con i cubi per lo più si comporta in maniera molto seria col suo ’divertimento’.
F. Ma, papà, è un gioco nel senso che tu giochi contro di me?
P. No. La mia idea è che tu e io stiamo giocando insieme contro i cubi - le idee. A volte siamo un tantino in competizione, ma in competizione su chi dei due riesce a sistemare l’idea successiva. E talvolta uno di noi aggredisce il pezzettino di costruzione dell’altro, oppure io cerco di difendere le idee che ho costruito dalle tue critiche. Ma alla fin fine lavoriamo sempre insieme per tirar su le idee in modo che si reggano in piedi.


F. Papà, i nostri discorsi hanno regole? La differenza tra un gioco e il divertirsi puro e semplice è che il gioco
ha delle regole.
P. Sì. Lasciami pensare. Credo che abbiamo certe regole... e credo che un bambino che gioca coi cubi abbia anche lui le sue regole: I cubi stessi costituiscono una specie di regola. In certe posizioni stanno su e in altre posizioni non stanno su. E sarebbe una specie d’imbroglio se il bambino usasse la colla per far star su i cubi in certe posizioni in cui altrimenti cadrebbero.
F. Ma che regole abbiamo noi?
P. Re’, le idee con cui giochiamo comportano certe regole. Vi sono regole su come le idee si possono reggere e sostenere a vicenda. E se sono messe insieme in modo sbagliato, tutta la costruzione crollerà.
F. Niente colla, papà?
P. No... niente colla. Soltanto logica.


F. Ma tu hai detto che se parlassimo sempre in modo logico e non incappassimo in pasticci, non potremmo dire mai niente di nuovo. Potremmo dir solo cose bel-l’e fatte. Come le hai chiamate quelle cose?
P. Clichés. Si. La colla è ciò che tiene insieme i clichés.
F. Ma tu hai detto ’logica’, papà.
P. Sì, lo so. Siamo di nuovo in un pasticcio. Solo che non vedo come faremo a uscire, da questo pasticcio.


F. Come ci siamo capitati, papà?
P. Giusto, vediamo se riusciamo a ricostruire i nostri passi. Stavamo parlando delle ’regole’ di queste conversazioni. E io ho detto che le idee con cui giochiamo hanno regole di logica...
F. Papà! Non sarebbe meglio avere un po’ più di regole e seguirle più attentamente? Così non potremmo finire in questi terribili pasticci.
P. Sì, ma aspetta. Tu vuoi dire che io porto la conversazione in questi pasticci perché non rispetto certe regole che non abbiamo. Oppure, diciamo così: che potremmo farci delle regole che c’impedirebbero di finire nei pasticci - se noi le rispettassimo.
F. SI, papà, le regole di un gioco servono proprio a questo.
P. Sì, ma tu vuoi che queste conversazioni diventino un gioco di quel tipo? Io preferirei giocare a canasta, che è anche divertente.
F. SI, è vero. Possiamo giocare a canasta ogni volta che ne abbiamo voglia. Ma adesso preferirei giocare a questo gioco. Solo che non so che tipo di gioco sia. E neppure che tipo di regole abbia.
P. Eppure è già da un po’ che stiamo giocando.
F. SI, ed è stato divertente.
P. Vero.
P. Torniamo alla domanda che hai fatto, e io ho detto che era troppo difficile per potervi rispondere oggi. Stavamo parlando del tipografo che disfà i suoi clichés, e tu hai detto che deve lo stesso mantenere qualche ordine tra le sue lettere, per non diventare matto. E poi hai chiesto: che razza di ordine dovremmo mantenere per non diventare matti quando finiamo in un pasticcio? A me sembra che le regole del gioco siano solo un nome diverso per quel tipo di ordine.
F. Sì... e l’imbrogliare è ciò che ci caccia nei pasticci.
P. In un certo senso sì. È vero. Solo che tutto il sugo del gioco è che noi finiamo nei pasticci, e poi ne veniamo fuori dall’altra parte, e se non ci fossero pasticci il nostro ’gioco’ sarebbe come la canasta o gli scacchi... e noi non vogliamo che sia così.
F. Papà, ma sei tu che fai le regole?
P. Questo, figlia mia, è un tiro mancino. E probabilmente anche disonesto. Ma lo accetto per quello che è. Sì, sono io che faccio le regole... dopo tutto non voglio che diventiamo matti.
F. D’accordo. Ma, papà, tu cambi anche le regole? Qualche volta?
P. Uhm, un altro tiro mancino. Sì, figliola mia, le cambio continuamente. Ma non tutte, solo qualcuna.
F. Mi piacerebbe che tu mi dicessi quando stai per cambiarle!
P. Uhm... sì... già. Vorrei poterlo fare. Ma non è così semplice. Se si trattasse degli scacchi o della canasta, potrei dirti le regole, e volendo potremmo smettere di giocare e metterci a discutere le regole. E potremmo poi cominciare una nuova partita con le nuove regole. Ma a quali regole dovremmo obbedire tra le due partite? Proprio mentre stiamo discutendo le regole?
F. Non capisco.
P. Sì, il fatto è che lo scopo di queste conversazioni è quello di scoprire le ’regole’. È come la vita: un gioco il cui scopo è di scoprire le regole, regole che cambiano sempre e non si possono mai scoprire.
F. Ma quello io non lo chiamo un gioco, papà.
P. Forse no. Io però lo chiamerei un gioco, o comunque un ’giocare’. Ma certo non è come gli scacchi o la canasta; è più simile a quello che fanno i gattini o i cuccioli. Forse. Non lo so.

F. Papà, perché i gattini e i cuccioli giocano?
P. Non lo so... non lo so...

Quante cose sai?

Figlia. Papà, quante cose sai?
Padre. Eh? Uhm... so circa un chilo di cose.
F. Non dire sciocchezze. Un chilo di quali cose? Ti sto chiedendo davvero quante cose sai.
P. Be’, il mio cervello pesa circa un chilo e penso di usarne circa un quarto... Quindi diciamo due etti e mezzo.
F. Ma tu sai più cose del papà di Johnny? Sai più cose di me?
P. Uhm... una volta conoscevo un ragazzino in Inghilterra che chiese a suo padre: I padri sanno sempre più cose dei figli? " e il padre rispose: " Sì ". Poi il ragazzino chiese: " Papà, chi ha inventato la macchina a vapore? e il padre: " James Watt ". E allora il figlio gli ribatté: " Ma perché non l’ha inventata il padre di James Watt? ".


F. Lo so. Io so più cose di quel ragazzo, perché so perché il padre di James Watt non l’ha inventata. È perché qualcun altro doveva inventare qualcos’altro prima che chiunque potesse fare una macchina a vapore. Voglio dire... non so... ma ci voleva qualcuno che scoprisse la benzina prima che qualcuno potesse costruire un motore.
P. Si... questa è la differenza. Cioè, voglio dire che il sapere è come tutto intrecciato insieme, o intessuto, come una stoffa, e ciascun pezzo di sapere è significativo o utile solo in virtù degli altri pezzi, e...
F. Pensi che si dovrebbe misurare in metri?
P. No, direi di no.
F. Ma le stoffe si comprano a metro.
P. Sì, ma non volevo dire che è una stoffa. È solo come stoffa... e certamente non sarebbe piatto come stoffa... ma avrebbe tre dimensioni... forse quattro dimensioni.
F. Che cosa vuoi dire, papà?
P. Non so, veramente, tesoro. Stavo solo cercando di riflettere.


P. Non Sta andando molto bene, questa mattina. E se prendessimo un’altra rotta? Ciò su cui dobbiamo riflettere è come i pezzi del sapere sono intrecciati insieme. Come si aiutano l’un l’altro.
F. E come fanno?
P. Be’... qualche volta due fatti si sommano e tutto ciò che ne salta fuori sono solo due fatti. Ma qualche volta, invece di sommarsi soltanto, i due fatti si moltiplicano... e saltano fuori quattro fatti.
F. Non si può moltiplicare uno per uno e ottenere quattro. Lo sai che non si può.
P. Oh, perbacco.


P. Ma si che si può. Se le cose da moltiplicare sono pezzi di sapere o fatti o qualcosa del genere. Perché ciascuno di essi è qualcosa di doppio.
F. Non capisco.
P. Anzi, qualcosa di almeno doppio.
F. Ma papà!
P. SI... prendiamo il gioco delle venti domande. Tu pensi qualcosa, per esempio pensi ’domani’. Bene. Ora io ti chiedo: "È astratto?" , e tu dici: "Sì" . Ora dal tuo ’sì’ io ho ricavato una doppia dose d’informazione: so che è astratto e so che non è concreto. O diciamo così... dal tuo ’sì’ io posso dimezzare il numero delle possibilità per ciò che può essere quella cosa. E questo è moltiplicare per un mezzo.
F. Non è una divisione?
P. Si... è lo stesso. Cioè... d’accordo, è una moltiplicazione per 0,5. La cosa importante è che non si tratta solo di una sottrazione o di un’addizione.
F. Come fai a sapere che non lo è?
P. Come faccio a saperlo?... Be’, metti che io faccia un’altra domanda e dimezzi le possibilità tra le cose astratte. E poi un’altra. Con ciò le possibilità si saranno ridotte a un ottavo di quelle che erano all’inizio. E due volte due volte due fa otto.
F. E due più due più due fa soltanto sei.
P. Proprio.
F. Ma, papà, non capisco: che cosa succede con le venti domande?
P. Il fatto è che se scelgo bene le domande, posso scegliere tra due volte due volte due volte due... per venti volte, cose, cioè tra 2 alla ventesima cose. Questo fa più di un milione di cose che tu avresti potuto pensare. Una domanda è sufficiente per decidere tra due cose; e due domande possono decidere fra quattro cose... e così via.
F. Non mi piace l’aritmetica, papà.
P. SI, lo so. Fare i calcoli è noioso, ma certe idee sono divertenti. Comunque tu volevi sapere come misurare il sapere, e se cominci a misurare le cose, questo ti porta sempre all’aritmetica.
F. Ma ancora non abbiamo per niente misurato il sapere.
P. Sì, lo so. Però abbiamo fatto qualche progresso verso la possibilità di misurano, se io volessimo. E ciò vuoi dire che siamo un po’ più vicini a sapere che cos’è il sapere.
F. Quello sarebbe un sapere molto buffo, papà, il sapere sul sapere... questo tipo di sapere lo misureremmo allo stesso modo?
P. Lasciami pensare... non so... questa è proprio la domanda del raddoppio finale. Perché... be’, torniamo al gioco delle venti domande. Quello che ancora non abbiamo detto è che le domande debbono avere un certo ordine: prima le domande generali, e poi quelle particolari. Ed è solo dalle risposte alle domande generali che si sa quali domande particolari si debbono fare. Invece noi le abbiamo considerate tutte uguali. Non so. Ora però tu mi chiedi se il sapere sul sapere si dovrebbe misurare allo stesso modo del sapere d’altro tipo. E la risposta deve sicuramente essere no. Vedi, se le prime domande del gioco mi dicono quali domande devo fare dopo, esse devono in parte essere domande sul sapere. Esse indagano su che cos’è il sapere.
F. Papà... c’è mai stato nessuno che ha misurato quanto uno sapeva?
P. Oh. sì, spesso. Ma certo non so quale fosse il significato dei risultati. Lo fanno mediante esami e prove e quiz, ma è come cercar di saper quanto è grande un pezzo di carta gettandogli contro dei sassi.
F. Cioè, come?
P. Voglio dire.., se tu getti dei sassi a due pezzi di carta dalla stessa distanza, e vedi che uno dei due pezzi è colpito più spesso dell’altro, allora probabilmente quello che colpisci di più è più grande dell’altro. Allo stesso modo, in un esame tu getti un sacco di domande agli studenti, e se vedi che colpisci più conoscenze in uno studente che negli altri, allora pensi che quello ne sappia di più. Questa è l’idea.
F. Ma in questo modo si potrebbe misurare un pezzo di carta?
P. Certo che si potrebbe. Anzi, sarebbe un ottimo metodo. Si misurano moltissime cose, in questo modo. Per esempio si giudica quanto è forte un caffè guardando
quanto è scuro... si guarda cioè quanta luce esso blocca. Si gettano onde luminose invece che sassi, ma è la stessa idea.
F. Ah.


F. Ma allora.., perché non dovremmo misurare il sapere a quel modo?
P. Come? Coi quiz? No... per l’amor di Dio. Il punto è che quel metodo di misura non risponde alla tua domanda - che ci sono diversi generi di sapere - e che c’è il sapere sul sapere. E poi si dovrebbero dare voti più alti allo studente che sa rispondere alle domande più generali? O forse ci dovrebbero essere tipi diversi di voti per i diversi tipi di domande.
F. Be’, d’accordo, facciamo così e poi sommiamo tutti i voti, e poi...
P. No... non si potrebbero sommare insieme. Potremmo moltiplicare o dividere un tipo di voto per un altro tipo, ma non potremmo sommarli.
F. Perché no, papà?
P. Perché.., perché no. Non mi stupisco che non ti piaccia l’aritmetica, se non ti spiegano queste cose a scuola. Che cosa ti spiegano? Perdinci, mi domando che idee abbiano gl’insegnanti sull’aritmetica.
F. E che cosa è l’aritmetica, papà?
P. No. Restiamo al problema di misurare il sapere... L’aritmetica è un insieme di trucchi per pensare con chiarezza, e l’unica cosa divertente che ha è la chiarezza. E la prima regola per essere chiari è quella di non mescolare idee che sono del tutto diverse tra loro. L’idea di due arance è del tutto diversa dall’idea di due chilometri. Perché se le sommi ottieni solo una grande confusione in testa.
F. Ma, papà, io non so tener separate le idee. Dovrei farlo?
P. No... no... No, naturalmente. Devi combinarle; ma non
sommarle. Ecco tutto. Cioè... se le idee sono numeri e
vuoi combinarne due tipi diversi, la cosa da fare è
moltiplicarli l’uno per l’altro. E allora hai un nuovo tipo di idea, un nuovo tipo di quantità. Se nella tua testa ci sono chilometri e ci sono ore, e tu dividi i chilometri per le ore, ottieni ’chilometri all’ora’, cioè una velocità.
F. Sì, papà. E se invece li moltiplicassi, che cosa otterrei?
P. Be’, ehm... penso che otterresti chilometri-ora? Sì, so di che si tratta. Cioè so che cos’è un chilometro-ora. È quello che si paga al tassista. Il suo contachilometni misura i chilometri e poi c’è un orologio che misura le ore, e il contachilometrj e l’orologio lavorano insieme e moltiplicano le ore per i chilometri, e poi i chilometri-ora vengono moltiplicati per qualcos’altro che trasforma i chilometri-ora in denaro.
F. Una volta ho fatto un esperimento.
P. Quale?
F. Volevo vedere se riuscivo a pensare due pensieri contemporaneamente. Allora pensai ’È estate’ e pensai ’È inverno’. E cercai di pensare alle due cose insieme.
P. Allora?
F. Ma mi accorsi che non stavo pensando due pensieri. Pensavo un solo pensiero a proposito di pensarne due.
P. Certo, è proprio così. Non si possono mescolare i pensieri, si possono solo combinare. E alla fin fine ciò significa che non li si può contare. Perché contare è proprio aggiungere semplicemente una cosa all’altra. E per i pensieri questo non lo si può fare assolutamente.
F. Allora veramente abbiamo un solo grande pensiero che ha tanti rami.., tanti e tanti e tanti rami?
P. Sì, penso di sì. Non so. Comunque penso che sia un modo più chiaro per dirlo. Cioè più chiaro che parlare di pezzi di sapere e cercare di contarli.
F. Papà, perché non usi gli altri tre quarti del tuo cervello?
P. Ah, sì... già... vedi, il punto è che anch’io ho avuto degli insegnanti a scuola. E loro hanno riempito circa un quarto del mio cervello di fumo. Poi ho letto i giornali e ho ascoltato quello che dicevano gli altri, e così mi son riempito di fumo un altro quarto.
F. E l’altro quarto, papà?
P. Oh... quello è il fumo che ho fatto da me quando ho cercato di pensare da solo.


Bateson G., "Verso un’ecologia della mente", Adelphi, pag. 46


Brano successivo


1

prefazione bateson verso un ecologia della mente (dal libro "Verso un ecologia della mente")

2

la scienza della mente e dell’ordine (dal libro "Verso un ecologia della mente")

3

perché i francesi gesticolano quando parlano

4

dei giochi e della serietà

5

perché le cose hanno contorni

6

che cos’è un istinto

7

contatto tra culture e schismogenesi

8

ethos balinese

9

stile e significato

10

processo primario

11

limiti quantitativi della coscienza

12

Korzybski la relazione mappa territorio

13

verso una teoria della schizofrenia: effetti del doppio vincolo

14

doppio vincolo e suoi aspetti comunicativi

15

teoria del doppio vincolo

16

L’esperienza complessiva può favorire la creatività

17

vari livelli di apprendimento

18

i principi nella vita di un alcolizzato

19

la posizione epistemologica delle premesse complementare e simmetrica

20

La comunicazione riguarda prevalentemente le relazioni

21

la parola non sostituisce i gesti

22

finalita cosciente e natura

23

effetti della finalità cosciente sull’adattamento

24

forma sostanza e differenza

25

da Versailles alla cibernetica

26

patologie dell’epistemologia (dal libro "Verso un ecologia della mente")

27

Introduzione (dal libro di Bateson: "Mente e natura")

28

Ogni scolaretto sa che... (dal libro di Bateson: "Mente e natura")

29

I criteri del processo mentale (dal libro di Bateson: "Mente e natura")

30

Una lezione del professor Konrad Lorenz (dal libro di Bateson: "Mente e natura")

31

Il mondo dei processi mentali, è sia tautologico sia ecologico (dal libro di Bateson: "Mente e natura")

32

Il tempo è "fuori squadra" (dal libro di Bateson: "Mente e natura")

33

Il file zippato con tutti i brani di Bateson insieme, in word

34

 

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