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Korzybski ha chiamato la relazione mappa-territorio
dal
libro di Bateson:
"Verso un’ecologia della mente", Adelphi
Un problema collegato a questo nell’evoluzione della comunicazione riguarda
l’origine di ciò che Korzybski ha chiamato la relazione mappa-territorio:
il fatto che un messaggio, di qualunque genere, non consiste degli oggetti che
esso denota ("La parola ’gatto’ non ci può graffiare"). Il
linguaggio, piuttosto, sta con gli oggetti che denota in una relazione paragonabile
a quella esistente tra la mappa e il territorio. La comunicazione enunciativa,
così come si presenta a livello umano, è possibile solo in seguito
allo sviluppo di un insieme complesso di regole metalinguistiche (ma non verbalizzate)
che governano le relazioni tra parole e proposizioni da una parte e oggetti
ed eventi dall’altra. È quindi opportuno indagare sull’evoluzione di
tali regole metalinguistiche e/o metacomunicative a un livello pre-umano e pre-verbale.
Da ciò che si è detto fin qui risulta che il gioco è un
fenomeno in cui le azioni di ’gioco’ sono collegate a, o denotano, altre azioni
di ’non gioco’. Di conseguenza, nel gioco ci s’imbatte in un esempio di segnali
che stanno per altri eventi, e quindi risulta chiaro che l’evoluzione del gioco
può essere stata una tappa importante nell’evoluzione della comunicazione.
Le funzioni e gli usi comuni dell’inquadramento psicologico possono essere ora
elencati e illustrati facendo riferimento alle analogie le cui limitazioni sono
state indicate nel paragrafo precedente:
a) Gli inquadramenti psicologici sono esclusivi, cioè l’inclusione di
certi messaggi (o azioni significative) fa sì che certi altri messaggi
ne siano esclusi.
b) Gli inquadramenti psicologici sono inclusivi, cioè l’esclusione di
certi messaggi fa sì che certi altri vi siano inclusi. Dal punto di vista
della teoria degli insiemi, queste due funzioni coincidono, ma dal punto di
vista della psicologia è necessario elencarle separatamente. La cornice
intorno a un quadro, se la si considera come un messaggio inteso a ordinare
o organizzare la percezione dell’osservatore, dice: Bada a ciò che è
all’interno e non badare a ciò che è all’esterno " - Figura
e sfondo, così come questi termini sono usati dagli psicologi della Gestalt,
non sono tra loro in relazione simmetrica come l’insieme e il suo complemento
nella teoria degli insiemi: la percezione dello sfondo dev’essere positivamente
inibita e la percezione della figura (in questo caso, del quadro) dev’essere
positivamente esaltata.
c) Gli inquadramenti psicologici sono collegati a ciò che abbiamo chiamato
"premesse". La cornice di un quadro dice all’osservatore che nell’interpretare
il quadro egli non deve impiegare lo stesso tipo di ragionamento che potrebbe
impiegare per interpretare la carta da parati esterna alla cornice. Ovvero,
in termini dell’analogia con la teoria degli insiemi, i messaggi racchiusi nella
curva immaginaria sono definiti come membri di una classe in quanto essi condividono
premesse comuni o godono di mutua rilevanza. Con ciò l’inquadramento
stesso diviene parte del sistema delle premesse. O l’inquadramento, come nel
caso del gioco, è implicato nella valutazione dei messaggi che contiene,
oppure semplicemente assiste la mente dell’osservatore nella comprensione dei
messaggi contenuti, ricordandogli che questi messaggi sono mutuamente rilevanti
e che i messaggi fuori di quell’inquadramento possono essere ignorati.
d) Nel senso del paragrafo precedente, un inquadramento è metacomunicativo.
Qualunque messaggio, che in modo esplicito o implicito definisca un inquadramento,
ipso facto fornisce a chi lo riceve istruzioni o assistenza nel suo tentativo
di comprenderne i messaggi contenuti.
e) Vale anche l’inverso di d): ogni messaggio metacomunicativo o metalinguistico
definisce, in modo esplicito o implicito, l’insieme dei messaggi su cui comunica,
cioè ogni messaggio metacomunicativo è, o definisce, un inquadramento
psicologico. Ciò ad esempio è molto evidente a proposito di quei
piccoli segnali metacomunicativi che sono i segni di punteggiatura in un messaggio
scritto, ma vale egualmente per messaggi metacomunicativi complessi quali la
definizione che lo psichiatra fornisce della parte terapeutica che egli stesso
sostiene: in termini di questa definizione devono essere interpretati i suoi
contributi all’intera massa di messaggi scambiati durante la terapia.
f) È necessario considerare la relazione tra inquadramento psicologico
e Gestalt percettiva, e qui torna utile l’analogia con la cornice del quadro.
In un dipinto di Rouault o di Blake, delle figure umane e degli altri oggetti
rappresentati sono tracciati i contorni: " I savi vedono i contorni e perciò
li disegnano ". Ma all’esterno di queste linee che delimitano la Gestalt
percettiva o " figura", c’è uno sfondo o "fondo"
che a sua volta è limitato dalla cornice del quadro. Analogamente, nei
diagrammi della teoria degli insiemi l’insieme universale, dentro cui sono tracciati
gli insiemi minori, è a sua volta racchiuso in una cornice. Questo doppio
incorniciamento, crediamo, non è semplicemente una questione di "
cornici dentro cornici ", ma un’indicazione che i processi mentali somigliano
alla logica nell’aver bisogno di una cornice esterna per delimitare lo sfondo
contro cui le figure devono essere percepite. Questo bisogno spesso non è
soddisfatto, come capita per certe sculture nella vetrina di un robivecchi,
ma ciò provoca un senso di disagio. Noi facciamo l’ipotesi che il bisogno
di questo limite esterno per lo sfondo sia connesso a una certa inclinazione
a evitare i paradossi dell’astrazione. Quando viene definita una classe logica,
o una famiglia di oggetti - per esempio la classe delle scatole di fiammiferi
- è necessario delimitare la classe di oggetti che devono essere esclusi;
in questo caso, tutte le cose che non sono scatole di fiammiferi. Ma gli oggetti
che devono essere inclusi nell’insieme di sfondo devono essere del medesimo
grado di astrazione, cioè dello stesso ’tipo logico’, di quelli contenuti
nell’insieme stesso. In particolare, se si vogliono evitare paradossi, la ’classe
delle scatole di fiammiferi’ e la ’classe delle non-scatole di fiammiferi’ non
devono essere considerate elementi della classe delle non-scatole di fiammiferi.
(anche se è chiaro che questi due oggetti non sono scatole di fiammiferi).
Nessun insieme può essere elemento di se stesso. La cornice del quadro,
allora, poiché delimita uno sfondo, è qui considerata come rappresentazione
esteriore di un inquadramento psicologico di tipo molto particolare e importante,
di una cornice cioè la cui funzione è quella di delimitare un
tipo logico. In effetti è questo il significato di ciò che si
è detto sopra, che la cornice del quadro è per l’osservatore un’istruzione
a non estendere le premesse che vigono tra le figure dentro il quadro alla carta
da parati che gli sta dietro.
Tuttavia è proprio questo tipo di cornice che fa scaturire il paradosso.
La regola per evitare i paradossi esige che gli oggetti esterni a qualunque
curva chiusa siano dello stesso tipo logico di quelli interni, ma la cornice
del quadro, come si è analizzato sopra, è una linea che separa
oggetti di un tipo logico da oggetti di un altro tipo. ~ interessante osservare
di passaggio che non si può enunciare la regola di Russell senza contravvenirla:
Russell richiede che tutti gli oggetti di tipo logico inappropriato
siano esclusi (mediante una curva immaginaria) dallo sfondo di qualsiasi classe;
cioè egli pretende che si tracci una curva immaginaria proprio del tipo
che egli vieta.
Tutta questa faccenda di cornici e paradossi può essere illustrata in
termini di comportamento animale, nel quale si possono riconoscere o dedurre
tre tipi di messaggio: a) messaggi della specie che qui chiamiamo segni di umore;
b) messaggi che simulano segni di umore (nel gioco, nella minaccia, nell’istrionismo,
ecc.); e c) messaggi che permettono al ricevente di distinguere tra segni di
umore e gli altri segni che gli somigliano. Il messaggio ’Questo è gioco’
è del terzo tipo; esso informa il ricevente che certe mordicchiature
e altre azioni significative non sono messaggi del primo tipo.
Il messaggio ’Questo è gioco’ istituisce dunque un inquadramento del
tipo che fa scaturire facilmente un paradosso: è un tentativo di distinguere
o di tracciare una linea tra categorie di tipo logico diverso.
Questa discussione sul gioco e sugli inquadramenti psicologici instaura una sorta di costellazione (o sistema di relazioni) triadica fra i messaggi. Un esempio di tale costellazione è stato analizzato al paragrafo 19, tuttavia è evidente che costellazioni di questo tipo non s’incontrano solo a livello non-umano, ma anche nella molto più complessa comunicazione tra esseri umani. Così una fantasia o un mito possono simulare una narrazione enunciativa e per discriminare tra questi due tipi di discorso gli uomini usano messaggi che istituiscono cornici, e così via.
Si giunge, in conclusione, al difficile compito di applicare quest’impostazione
teorica al particolare fenomeno della psicoterapia. A questo punto le linee
del nostro pensiero possono essere riassunte nel modo più conciso presentando
e parzialmente risolvendo i problemi seguenti:
a) Vi è qualche indicazione che certe forme di psicopatologia siano caratterizzate
in modo specifico da anormalità nel modo in cui il paziente tratta gli
inquadramenti e i paradossi?
b) Vi è qualche indicazione che le tecniche psicoterapiche dipendano
necessariamente dal modo di trattare gli inquadramenti e i paradossi?
c) É possibile descrivere lo svolgimento di una data psicoterapia in
termini dell’interazione fra l’uso anormale degli inquadramenti da parte del
paziente e la loro manipolazione da parte del terapeuta?
In risposta alla prima domanda, sembra che l’ ’insalata verbale’ della schizofrenia possa essere descritta in termini dell’incapacità da parte del paziente di riconoscere la natura metaforica delle sue fantasie. In quelle che dovrebbero essere costellazioni triadiche di messaggi, il messaggio delimitatore (per esempio la frase ’come se’) è omesso, e la metafora o la fantasia è narrata e impiegata in una maniera che sarebbe adeguata se la fantasia fosse un messaggio di specie più diretta. L’assenza dell’incorniciatura metacomunicativa, che è stata notata nel caso dei sogni (15), è caratteristica delle comunicazioni dello schizofrenico durante la veglia. Alla perdita della capacità di costruire cornici metacomunicative si accompagna anche una perdita della capacità di formulare messaggi più primari o primitivi; la metafora è trattata direttamente come un messaggio di tipo più primario. (Questo argomento è discusso più ampiamente nel lavoro presentato a questo convegno da Jay Haley).
La dipendenza della psicoterapia dai modi in cui sono trattati gli inquadrarnenti
segue dal fatto che la terapia è un tentativo di mutare le abitudini
metacomunicative del paziente. Prima della terapia, il paziente pensa e agisce
in base a un insieme di regole per la costruzione e la comprensione dei messaggi;
dopo una terapia riuscita, il paziente opera in base a un diverso insieme di
regole. (In generale, regole di questo tipo non vengono verbalizzate e restano
inconscie, sia prima sia dopo). Ne segue che, nello svolgimento della terapia,
dev’essersi svolta comunicazione a un livello meta rispetto a queste regole;
dev’essersi svolta comunicazione su un cambiamento delle regole.
Ma una siffatta comunicazione relativa al cambiamento non potrebbe in alcun
modo verificarsi mediante messaggi del tipo permesso dalle regole metacomunicative
del paziente, così com’erano prima o come sono dopo la terapia.
È stata avanzata, sopra, l’ipotesi che i paradossi del gioco siano caratteristici
di una fase evolutiva; qui avanziamo l’ipotesi che paradossi simili siano un
ingrediente necessario di quel processo di cambiamento che chiamiamo psicoterapia.
In effetti la somiglianza tra il processo terapeutico e il fenomeno del gioco
è profonda: ambedue avvengono all’interno di una cornice psicologica
limitata, limite spazio-temporale di una classe di messaggi interattivi; tanto
nel gioco quanto nella terapia i messaggi stanno in una relazione speciale e
peculiare con una realtà più concreta o basilare. Proprio come
lo pseudo-combattimento del gioco non è combattimento reale, così
lo pseudo-amore e lo pseudo-odio della terapia non sono amore e odio reali.
Il " transfert è distinto dall’amore e dall’odio reali da segnali
che si richiamano alla cornice psicologica, e in effetti è quest’inquadramento
che permette al transfert di raggiungere la sua piena intensità e di
essere discusso tra paziente e terapeuta.
Le caratteristiche formali della vicenda terapeutica possono essere illustrate
mediante la costruzione di un modello in più fasi. Immaginiamo dapprima
due giocatori che iniziano una partita a canasta secondo un normale insieme
di regole. Finché queste regole vigono e non sono contestate dai due
giocatori, il gioco non muta, cioè non interviene alcun cambiamento terapeutico.
(In effetti molti tentativi terapeutici falliscono per questo motivo). Possiamo
immaginare, tuttavia, che a un certo punto i due giocatori di canasta sinettano
di giocare e intavolino una discussione sulle regole. Il loro discorso è
ora di un tipo logico diverso da quello del loro gioco; possiamo immaginare
che, alla fine della discussione, essi si rimettano a giocare, ma con regole
diverse.
Questa successione di eventi, tuttavia, è ancora un modello imperfetto
dell’interazione terapeutica, per quanto illustri il nostro convincimento che
la terapia implichi di necessità una combinazione di tipi logici di discorso
tra loro diversi. I nostri giocatori immaginari hanno evitato il paradosso separando
la discussione sulle regole dal gioco; ed è proprio questa separazione
che è impossibile in psicoterapia. A nostro modo di vedere, la vicenda
psicoterapica è un’interazione incorniciata tra due persone, in cui le
regole sono implicite, ma suscettibili di cambiamento. Un tale cambiamento può
essere proposto solo da un’azione sperimentale, ma una qualunque azione siffatta,
in cui sia implicita una proposta di cambiamento delle regole, è essa
stessa parte del gioco che si sta svolgendo. È da questa combinazione
di tipi logici all’interno del singolo atto significativo che la terapia assume
il carattere non di un gioco rigido com’è la canasta, ma al contrario
di un sistema d’interazione che si evolve. Il gioco dei gattini o delle lontre
ha questo carattere.
Allo stato attuale delle cose, si può dire molto poco sulla relazione
specifica tra il modo in cui il paziente tratta le cornici e il modo in cui
le manipola il terapeuta. Può essere tuttavia indicativo osservare che
la cornice psicologica della terapia è analoga al messaggio che istituisce
l’inquadramento e che lo schizofrenico è incapace di esprimere. Fare
uso dell’ ’insalata verbale’ nella cornice psicologica della terapia è,
in un certo senso, un fenomeno non patologico: in effetti il nevrotico è
incoraggiato a far proprio questo, narrando i suoi sogni ed esprimendo le sue
libere associazioni, in modo che paziente e medico possano giungere a una comprensione
di questo materiale. Attraverso il procedimento dell’interpretazione, il nevrotico
è condotto a inserire la clausola ’come se’ nelle produzioni del suo
processo primario, produzioni che egli aveva prima riprovato o represso. Il
paziente deve imparare che la fantasia contiene verità.
Per lo schizofrenico il problema è alquanto diverso. Il suo errore consiste
nel trattare le metafore del processo primario come se esse possedessero la
piena intensità della verità letterale. Attraverso la scoperta
di ciò per cui stanno queste metafore, egli deve scoprire che si tratta
solo di metafore.
Dal punto di vista del nostro progetto, tuttavia, la psicoterapia è
solamente uno dei molti campi che stiamo cercando di investigare. La nostra
tesi principale può essere riassunta in un’affermazione della necessità
dei paradossi dell’astrazione. L’ipotesi che gli uomini potrebbero o dovrebbero
obbedire alla Teoria dei tipi logici nelle loro comunicazioni non sarebbe solo
cattiva storia naturale; se non obbediscono alla Teoria non è solo per
negligenza o per ignoranza. Riteniamo, viceversa, che i paradossi dell’astrazione
debbano intervenire in tutte le comunicazioni più complesse di quelle
dei segnali di umore, e che senza questi paradossi l’evoluzione della comunicazione
si arresterebbe. La vita sarebbe allora uno scambio senza fine di messaggi stilizzati,
un gioco con regole rigide e senza la consolazione del cambiamento o dell’umorismo.
Bateson G., "Verso un’ecologia della mente", Adelphi, pag. 236