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Patologie dell’epistemologia
dal libro di Bateson: "Verso un’ecologia della mente", Adelphi
[Questo lavoro fu presentato alla Second Conference on Mental Health in Asia and the Pacific, tenuta nel 1969 all’East-West Center, Hawaii. Copyright © 1972 della East-West Center Press. Sarà pubblicato anche negli atti di quel convegno, e viene qui ristampata per concessione della East-West Center Presi, Hawaii.]
Per cominciare, vorrei fare con voi un piccolo esperimento. Alzi la mano chi
crede di vedermi. Vedo molte mani alzate... quindi ne deduco che la pazzia ama
stare in compagnia. Naturalmente, voi non vedete ’realmente’ me: quello che
’vedete’ è un mucchio di informazioni su di me, che voi sintetizzate
in una immagine visiva di me. Voi vi costruite quell’immagine.
Lo proposizione ’Io vedo te’ o ’Tu vedi me’ è una proposizione che contiene
in sé ciò che chiamo epistemologia.. Contiene in sé ipotesi
su come ricaviamo l’informazione, su che razza di roba sia l’informazione, e
cosl via. Quando voi dite che mi ’vedete’ e alzate innocente-mente la mano,
di fatto vi conformate a certe proposizioni relative alla natura della conoscenza
e alla natura dell’universo in cui viviamo e al modo in cui veniamo a conoscerlo.
Mi propongo di dimostrare che molte di queste proposizioni sono in realtà
false, anche se tutti noi le condividiamo. Nel caso di siffatte proposizioni
epistemologiche, l’errore non viene scoperto facilmente e non viene punito molto
presto. Voi e io siamo in grado di andare in giro per il mondo, di volare fino
alle Hawaii, di presentare memorie sulla psichiatria, di trovare il nostro posto
a questi tavoli, e in generale di agire ragionevolmente come esseri umani nonostante
questo profondo errore. Le premesse errate, in effetti, funzionano.
D’altra parte, le premesse funzionano solo fino a un certo limite, e se uno
si porta dietro gravi errori epistemologici, a qualche stadio o in certe circostanze
si accorgerà che quelle premesse non funzionano più; e a questo
punto scoprirà con orrore che è tremendamente difficile liberarsi
dall’errore che ci sta appiccicato addosso. È come se avessimo toccato
del miele. Come il miele, la falsificazione si propaga: ogni cosa con cui si
cerca di sbrattarla diviene appiccicosa, e le mani restano sempre appiccicose.
Già tempo fa sapevo intellettualmente, come lo sapete senz’altro anche
voi, che voi non vedete me; tuttavia non mi ero realmente imbattuto in questa
verità fino a quando non mi sottoposi agli esperimenti di Adelbert Ames
e mi trovai in situazioni in cui il mio errore epistemologico mi portava a compiere
errori di azione.
Descriverò uno dei tipici esperimenti che Ames faceva con un pacchetto
di sigarette e una scatola di fiammiferi. Le sigarette sono poste a circa un
metro dal soggetto dell’esperimento, infilate su un’asta sopra il tavolo, e
i fiammiferi sono su un’asta simile a due metri dal soggetto. Ames gli fa guardare
il tavolo e dire quanto sono grandi e dove sono situati i due oggetti. Il soggetto
risponderà che sono dove sono e che sono grandi quanto lo sono, e non
vi sarà alcun errore epistemologico evidente. Poi Ames dice: "Desidero
che lei si chini e guardi attraverso quest’asse". L’asse è disposta
verticalmente a un capo del tavolo; è un semplice pezzo dileguo con un
foro rotondo, e il soggetto guarda attraverso il foro. Ora naturalmente il soggetto
può usare soltanto un occhio, e siccome si è chinato non vede
più il tavolo a volo d’uccello. Tuttavia vede ancora il pacchetto di
sigarette dov’è e della grandezza giusta. Ames allora dice: "Perché
non cerca di ottenere un effetto di parallasse facendo scorrere l’asse?".
Il soggetto fa scorrere l’asse e di colpo la sua immagine cambia: egli vede
una scatolina di fiammiferi, circa metà dell’originale, e posta a un
metro di distanza, mentre il pacchetto di sigarette appare il doppio delle sue
dimensioni originali e dista ora due metri.
L’effetto è ottenuto molto semplicemente. Quando ha fatto scorrere l’asse,
il soggetto ha anche spostato una leva sotto il tavolo, che non era visibile.
La leva ha rovesciato l’effetto di parallasse: cioè ha fatto muovere
l’oggetto più vicino insieme col soggetto, e ha fatto restare fermo l’oggetto
più lontano.
La vostra mente è stata addestrata, o determinata per via genotipica
(e le prove sono a favore dell’addestramento), a farsi la matematica necessaria
all’uso della parallasse per creare un’immagine in profondità. Essa compie
tutto ciò senza intervento della volontà e della coscienza: non
potete controllarla.
Userò questo esempio come paradigma del tipo di errori di cui intendo
parlare. Il caso è semplice; è suffragato dall’esperienza; illustra
la natura intangibile dell’errore epistemologico e le difficoltà di cambiare
l’abito epistemologico.
Nel mio pensiero quotidiano, io vi vedo, anche se intellettualmente so che non
è vero. Fin dal 1948 circa, da quando cioè assistetti all’esperimento,
mi sono sforzato di esercitai-mi a vivere nel mondo della verità invece
che nel mondo della fantasia epistemologica; ma non credo di esserci riuscito.
La follia, dopo tutto, richiede la psicoterapia per guarire, o qualche importante
nuova esperienza: una sola esperienza in laboratorio non è certo sufficiente.
Stamane, mentre discutevamo l’articolo del dottor Jung, io posi la questione,
che nessuno volle prendere sul serio forse perché il mio tono incoraggiava
al sorriso, se vi siano ideologie vere. Si osserva che in questo mondo persone
diverse hanno ideologie diverse, epistemologie diverse, idee diverse sul rapporto
tra uomo e natura, idee diverse sulla natura dell’uomo stesso, sulla natura
della sua conoscenza, dei suoi sentimenti e della sua volontà. Ma se
vi fosse una verità a proposito di tali questioni, allora soltanto quei
gruppi che pensassero in modo conforme a quella verità potrebbero, ragionevolmente,
essere stabili; e se nessuna cultura al mondo pensasse conformemente a quella
verità, allora non ci sarebbe alcuna cultura stabile.
Si noti ancora che stiamo discutendo il problema di quanto ci vuole per imbattersi
nelle difficoltà. L’errore epistemologico è spesso rinforzato,
e quindi si autoconferma. Uno può tirare avanti benissimo anche se, a
livelli piuttosto profondi della mente, nutre premesse che sono semplicemente
false.
Io penso che forse la scoperta scientifica più interessante (benché
ancora incompleta) del Novecento sia la scoperta della natura della mente. Voglio
riassumere alcune delle idee che hanno contribuito a questa scoperta. Kant,
nella Critica del Giudizio, afferma che l’atto primario del giudizio estetico
è la scelta di un fatto. ln un certo senso non vi sono fatti in natura;
o, se volete, c’è in natura un numero infinito di fatti potenziali; tra
questi il giudizio ne sceglie alcuni che, in virtù di quell’atto di scelta,
divengono veramente fatti. Ora ponete accanto a quest’idea di Kant l’intuizione
espressa da Jung nei Sette Sermoni ai Morti, una strana opera in cui egli osserva
che vi sono due mondi di spiegazione, o mondi di comprensione, il pleroma e
la creatura. Nel pleroma ci sono soltanto forze e urti; nella creatura vi è
differenza. In altre parole, il pleroma è il mondo delle scienze fisiche,
mentre la creatura è il mondo della comunicazione e dell’organizzazione.
Una differenza non può essere localizzata: vi è una differenza
tra il colore di questa scrivania e il colore di questo taccuino, ma la differenza
non è né nel taccuino né nella scrivania, e non posso coglierla
tra i due. In una parola, una differenza è un’idea.
Il mondo della creatura è quel mondo esplicativo in cui gli effetti sono
prodotti da idee, essenzialmente da differenze.
Se ora giustapponiamo l’intuizione di Kant a quella di Jung, creiamo una filosofia
secondo la quale c’è un numero infinito di differenze in questo pezzetto
di gesso, ma solo poche di esse producono una differenza. Questa è la
base epistemologica della teoria dell’informazione. L’unità d’informazione
è la differenza; anzi, l’unità d’ingresso psicologico è
la differenza.
L’intera struttura energetica del pleroma (le forze e gli urti delle scienze
fisiche) si è volatilizzata nella misura in cui si ha a che fare con
l’esplicazione all’interno della creatura. Dopo tutto, zero è diverso
da uno, e pertanto zero può essere una causa, il che non è ammissibile
nelle scienze fisiche. La lettera che non avete scritto può provocare
una risposta furiosa, poiché zero può essere metà del bit
d’informazione necessario. Anche l’identità può essere una causa,
poiché l’identità differisce dalla differenza.
Queste strane relazioni valgono perché noi organismi (e molte delle macchine
che costruiamo) ci troviamo a esser capaci d’immagazzinare energia: ci troviamo
a possedere la struttura circuitale necessaria a che il nostro consumo di energia
possa essere una funzione decrescente dell’energia entrante. Se date un calcio
a una pietra, essa si muove con l’energia che ha ricevuto dalla vostra pedata;
ma se date un calcio a un cane, esso si muove con l’energia che ricava dal suo
metabolismo. Un’ameba, per un tempo considerevole, si muove di più quando
è affamata. Il suo consumo di energia è inversamente proporzionale
all’energia entrante.
Questi strani effetti propri della creatura (e che non si presentano nel pleroma)
dipendono anche dalla struttura circuitale, e un circuito è un canale
chiuso (o una rete di canali) lungo il quale vengono trasmesse differenze (o
trasformate di differenze).
D’un tratto, negli ultimi vent’anni, questi concetti si sono fusi per darci
un’ampia visione del mondo in cui viviamo - un nuovo modo d’intendere ciò
che è una mente. Voglio elencare quelle che a me sembrano le caratteristiche
essenziali minime di un sistema che io accetterei come caratteristiche della
mente:
I. Il sistema agirà su e con differenze.
2. Il sistema consisterà in anelli chiusi o reti di canali lungo i quali
verranno trasmesse le differenze e le loro trasformate. (Ciò che viene
trasmesso su un neurone non è un impulso, ma la notizia di una differenza).
3. Molti degli eventi interni al sistema riceveranno energia dal componente
che risponde piuttosto che dall’effetto del componente innescante.
4. Il sistema si dimostrerà autocorrettivo, nella direzione dell’omeostasi
o nella direzione dell’instabilità. L’autocorrezione implica il procedimento
per tentativi ed errori.
Ora queste caratteristiche minime della mente sono generate ogni qualvolta e
ovunque esista l’adeguata struttura circuitale di anelli causali. La mente è
funzione necessaria, inevitabile, di un’adeguata complessità, ovunque
questa complessità si presenti.
Ma quella complessità si presenta in moltissimi altri posti, oltre che
nella mia e nella vostra testa. Torneremo in seguito al problema se un uomo
o un calcolatore abbiano una mente. Per il momento dirò che una foresta
di sequoie o un banco corallifero con il loro aggregato di organismi dalle relazioni
intrecciate hanno la necessaria struttura circuitale. L’energia necessaria per
le risposte di ogni organismo è fornita dal suo metabolismo e il sistema
globale agisce in modo autocorrettivo in diverse maniere. Una società
vmana è simile a tutto ciò e possiede anelli causali chiusi. Ogni
organizzazione umana mostra sia caratteristiche autocorrettive sia una potenziale
instabilità.
Consideriamo ora per un momento se un calcolatore pensi. Io direi di no. Ciò
che ’pensa’ e procede per ’tentativi ed errori’ è l’uomo più il
calcolatore più l’ambiente. E le linee di demarcazione tra uomo, calcolatore
e ambiente sono del tutto artificiali e fittizie: sono linee che tagliano i
canali lungo i quali vengono trasmesse le informazioni o le differenze; non
sono confini del sistema pensante. Quello che pensa è il sistema totale,
che procede per tentativi ed errori, ed è costituito dall’uomo più
l’ambiente.
Ma se accettate l’autocorrezione come caratteristica decisiva del processo di
pensiero o mentale, allora ovviamente all’interno dell’uomo c’è ’pensiero’
a livello neurovegetativo per il mantenimento di diverse variabili interne.
Analogamente il calcolatore, qualora controlli la sua temperatura interna, effettua
al suo interno qualche semplice processo di pensiero.
Ora cominciamo a scorgere alcuni degli errori epistemologici della civiltà
occidentale. In armonia col clima di pensiero che predominava verso la metà
dell’Ottocento in Inghilterra, Darwin formulò una teoria della selezione
naturale e dell’evoluzione in cui l’unità di sopravvivenza era o la famiglia
o la specie o la sottospecie o qualcosa del genere. Ma oggi è pacifico
che non è questa l’unità di sopravvivenza nel mondo biologico
reale: l’unità di sopravvivenza è l’organismo più l’ambiente.
Stiamo imparando sulla nostra pelle che l’organismo che distrugge il suo ambiente
distrugge se stesso.
Se ora modifichiamo l’unità di sopravvivenza darwiniana fino a includervi
l’ambiente e l’interazione fra organismo e ambiente, appare una stranissima
e sorprendente identità: l’unità di sopravvivenza evolutiva risulta
coincidere con l’unità mentale.
Una volta si pensava a una gerarchia di taxa (individuo, famiglia, sottospecie,
specie, eccetera) come unità di sopravvivenza; ora invece si scorge una
diversa gerarchia di unità - gene nell’organismo, organismo nell’ambiente,
eco-sistema, eccetera. L’ecologia, nel senso più ampio, appare come lo
studio dell’interazione e della sopravvivenza delle idee e dei programmi (cioè
differenze, complessi di differenze, eccetera) nei circuiti.
Vediamo ora che cosa succede quando si commette l’errore epistemologico di scegliere
l’unità sbagliata: si finisce col contrapporre una specie a un’altra
che la circonda o all’ambiente in cui vive. Uomo contro natura. In effetti si
finisce con l’inquinare la Kaneohe Bay, col ridurre il lago Erie a una poltiglia
verde e col dire: "Costruiamo bombe atomiche più potenti per annientare
i nostri vicini di casa". Vi è un’ecologia delle idee cattive, proprio
come vi è un’ecologia delle erbacce, ed è una caratteristica del
sistema che l’errore di base si propaghi. Come un parassita tenace esso si ramifica
nei tessuti vitali, e tutto finisce in un caos piuttosto singolare. Quando si
restringe la propria epistemologia e si agisce sulla base della premessa: "
Ciò che interessa me sono io, o la mia organizzazione, o la mia specie
", si escludono dalla considerazione altri anelli della struttura: si decide
di volersi sbarazzare dei sottoprodotti della vita umana e si decide che il
lago Erie sarà un buon posto per scaricarveli; si dimentica però
che il sistema eco-mentale chiamato lago Erie è una pdrte del nostro
più ampio sistema eco-mentale e che se il lago Erie viene spinto alla
follia, la sua follia viene incorporata nel più vasto sistema del nostro
pensiero e della nostra esperienza.
Voi e io siamo così profondamente imbevuti, per la nostra formazione
culturale, dell’idea dell’ ’io’, dell’organizzazione e della specie, che è
difficile credere che l’uomo possa vedere i suoi rapporti con l’ambiente in
un qualunque altro modo che non sia quello che ho biasimato con un po di cattiveria
negli evoluzionisti dell’Ottocento. Devo perciò spendere qualche parola
sulla storia di tale questione.
Dal punto di vista antropologico, ciò che sappiamo sul materiale primitivo
sembrerebbe indicare che l’uomo nella società traesse spunti dal mondo
naturale circostante e li applicasse in un qualche modo metaforico alla società
in cui viveva. Cioè egli si identificava o si immedesimava col mondo
naturale circostante e prendeva questa immedesimazione a guida della propria
organizzazione sociale e delle proprie teorie sulla psicologia. Si trattava
del cosiddetto ’totemismo’.
In un certo senso era tutto assurdo, eppure era più sensato della maggior
parte delle cose che facciamo oggi, poiché il mondo naturale intorno
a noi possiede in realtà questa struttura generale di sistema, ed è
quindi una fonte
di metafore adatte a porre l’uomo in grado di capire se stesso all’interno della
sua organizzazione sociale.
Il passo successivo, a quanto sembra, fu quello di invertire il procedimento:
trarre spunti da se stessi e applicarli al mondo naturale circostante: si trattò
dell’ ’animismo’, che estende la nozione di personalità o mente alle
montagne, ai fiumi, alle foreste e così via. Anche questa non era una
cattiva idea da molti punti di vista. Ma il passo successivo fu quello di separare
la nozione di mente dal mondo naturale, e allora si ebbe la nozione di divinità.
Ma quando si separa la mente dalla struttura in cui è immanente - come
un rapporto umano, la società umana, o l’ecosistema - si commette, io
credo, un errore fondamentale, di cui a lungo andare sicuramente si soffrirà.
La lotta può essere un elemento positivo per la nostra anima fino al
punto in cui vincere la battaglia è facile. Ma quando si possiede una
tecnica tanto sviluppata da poter veramente agire sulla base dei propri errori
epistemologici e provocare disordine e distruzione nel mondo in cui viviamo,
allora l’errore è mortale. L’errore epistemologico è ammissibile,
va bene, ma solo fino al momento in cui ci crea intorno un universo in cui quell’errore
diviene immanente nei mostruosi cambiamenti del mondo che abbiamo creato e in
cui ora cerchiamo di vivere.
Vedete, non stiamo parlando della vecchia cara Mente Suprema di Aristotele,
di san Tommaso d’Aquino, e di tutto il resto nel corso dei secoli; quella Mente
Suprema che era infallibile e incorruttibile. Stiamo parlando della mente immanente,
la quale è corruttibilissima, come tutti voi sapete per esperienza professionale.
Questo è proprio il motivo per cui voi siete qui. Questi circuiti ed
equilibri della natura possono facilmente guastai-si, e certamente si guastano
quando certi errori fondamentali del nostro pensiero vengono rinforzati da migliaia
di particolari culturali.
Non so quanti oggi credano veramente che esista una mente totale separata dal
corpo, separata dalla società e separata dalla natura; ma a quelli tra
voi che direbbero che si tratta solo di ’superstizione’, dirò che sono
pronto a scommettere che in pochi minuti posso dimostrare loro che le abitudini
e i modi di pensare che si accompagnano a quelle superstizioni esistono ancora
nella loro testa e ancora determinano una larga parte dei loro pensieri. L’idea
che voi potete vedermi regge ancora i vostri pensieri e le vostre azioni anche
se intellettualmente voi forse sapete che non è così. Allo stesso
modo i più di noi sono ancora guidati da epistemologie che sappiamo errate.
Vediamo alcune delle implicazioni di ciò che ho detto.
Guardiamo al modo in cui le nozioni fondamentali sono rinforzate ed espresse
in ogni genere di particolari del nostro comportamento. Il fatto stesso che
io stia monologando davanti a voi è una norma della nostra sottocultura
accademica, ma l’idea che io possa insegnare a voi, unilateralmente, è
derivata dalla premessa che la mente controlla il corpo. E ogni volta che uno
psicoterapeuta scivola in una terapia unilaterale, egli obbedisce alla stessa
premessa. Di fatto, io, stando in piedi davanti a voi, sto compiendo un atto
di prevaricazione, rinforzando nella vostra mente un atto di pensiero che in
realtà è assurdo. Tutti noi continuamente facciamo questo, perché
ciò è insito nei particolari del nostro comportamento. Notate
che io sto in piedi, mentre voi state seduti.
Lo stesso ragionamento conduce ovviamente alle teorie del controllo e alle teorie
del potere. In quell’universo, se non si ottiene ciò che si vuole, si
dà la colpa a qualcuno e si erige una prigione o un manicomio, secondo
i gusti, e vi si caccia il colpevole, se si è capaci di identificarlo.
Se non si è capaci di identificano, si dice: " È il sistema
Questo è grosso modo il punto a cui sono giunti oggi i nostri giovani,
che dànno la colpa al sistema; ma noi sappiamo che non è ai sistemi
che si deve dare la colpa: anch’essi fanno parte dello stesso errore.
Poi naturalmente c’è il problema delle armi. Se voi credete in quel mondo
unilaterale e pensate che anche gli altri ci credano (e probabilmente avete
ragione, ci credono), allora la cosa da fare, ovviamente, è procurarsi
delle armi, colpirli duramente e ’controllarli’.
Si dice che il potere corrompe; ma questo, credo, è assurdo: è
l’idea del potere che corrompe. Il potere corrompe più rapidamente quelli
che credono in esso, e sono proprio costoro quelli che più ardentemente
lo desiderano. Ovviamente il nostro sistema democratico tende a elargire il
potere a coloro che lo bramano, e fornisce ogni occasione di evitarlo a coloro
che non lo vogliono. Non è una soluzione molto soddisfacente, se il potere
corrompe proprio quelli che ci credono e lo vogliono.
Forse il potere unilaterale non esiste: dopo tutto, l’uomo ’al potere’ dipende
dall’informazione che continuamente deve ricevere dall’esterno. Egli reagisce
a quell’informazione nella stessa misura in cui ’fa’ accadere le cose. Per Goebbels
non è possibile controllare l’opinione pubblica tedesca, poiché
per farlo egli deve avere spie o confidenti o sondaggi d’opinione che gli dicano
che cosa pensano i tedeschi; egli deve poi decidere che cosa rispondere a quest’informazione,
e poi di nuovo scoprire come essi reagiscono. È un’interazione e non
una situazione unidirezionale.
Ma il mito del potere è, naturalmente, un mito potentissimo, e probabilmente
la maggior parte delle persone a questo mondo più o meno ci credono.
È un mito che, se tutti ci credono, nella stessa misura si auto-convalida.
Ma è tuttavia una follia epistemologica e conduce senza scampo a disastri
di vario genere.
Infine c’è il problema dell’urgenza: è ora chiaro a molti che
immensi pericoli di catastrofe sono germogliati sugli errori epistemologici
occidentali. Essi vanno dagli insetticidi all’inquinamento, dalla ricaduta delle
scorie radioattive alla possibilità di fusione della calotta antartica.
Soprattutto, la nostra incredibile volonfà di salvare la vita dei singoli
individui ha creato la possibilità di una carestia mondiale nell’immediato
futuro.
Forse abbiamo una possibilità alla pari di superare i prossimi vent’anni
senza disastri più gravi della semplice distruzione di una o più
nazioni.
Io credo che questa massiccia congerie di minacce all’uomo e ai suoi sistemi
ecologici sorga da errori nelle nostre abitudini di pensiero a livelli profondi
e in parte inconsci.
Come terapeuti, chiaramente abbiamo un dovere.
Primo, di far luce in noi stessi; e poi di cercare ogni segno di luce negli
altri, e di aiutarli e rinforzarli in tutto ciò che di saggio vi sia
in loro.
E vi sono oasi di saggezza che ancora sopravvivono nel mondo. Buona parte della
filosofia orientale è più saggia di qualunque cosa abbia prodotto
l’Occidente, e alcuni degli sforzi confusi dei nostri giovani contengono più
saggezza delle convenzioni dell’establishment.
dal libro
di Bateson: "Verso un’ecologia della mente",
Adelphi, pag. 526
Il brano iniziale del libro di Bateson