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STILE E SIGNIFICATO

dal libro di Bateson: "Verso un’ecologia della mente", Adelphi

Si dice che "ogni figura racconta una storia", e questa asserzione generale vale per gran parte dell’arte, se si eccettua la ’mera’ decorazione geometrica. Ma voglio appunto evitare di analizzare la ’storia’: quell’aspetto dell’opera d’arte che più facilmente può essere ridotto in parole (la mitologia relativa al soggetto) non è ciò che voglio discutere. Non parlerò neppure dell’inconscia mitologia del simbolismo fallico, se non alla fine.
Voglio occuparmi di quale importante informazione psichica si trovi nell’oggetto artistico a prescindere da ciò che esso possa ’rappresentare’. " Le style est l’homme méme ": " Lo stile è l’uomo) (Buffon). Che cosa è implicito nello stile, nei materiali, nella composizione, nel ritmo, nell’abilità tecnica, e così via?
È chiaro che questo soggetto comprenderà la decorazione geometrica insieme con gli aspetti compositivi e stilistici delle opere di contenuto più rappresentativo.
I leoni di Trafalgar Square sarebbero potuti essere aquile o mastini ed egualmente esprimere gli stessi (o analoghi) messaggi sull’impero e sulle premesse culturali dell’Inghilterra ottocentesca. Eppure, quanto diverso sarebbe potuto essere il loro messaggio se fossero stati fatti di legno!
Ma il fatto di rappresentare è in sé significativo. I cavalli e i cervi estremamente realistici di Altamira non concernono certo le stesse premesse culturali che i neri contorni assai stilizzati di un periodo successivo. Il codice tramite il quale gli oggetti o le persone (o gli enti soprannaturali) percepiti sono trasformati in legno o in colori, è una sorgente d’informazione sull’artista e la sua cultura.
Sono proprio le regole della trasformazione che m’interessano: non il messaggio, ma il codice.
Il mio fine non è strumentale: non voglio, una volta scoperte le regole della trasformazione, impiegarle per scomporre’ la trasformazione o ’decodificare’ il messaggio. Tradurre l’oggetto artistico in mitologia e poi esaminare quest’ultima sarebbe solo un modo elegante per negare il problema: " Che cos’è l’arte? ".
La mia indagine, dunque, non è sul significato del messaggio, quanto piuttosto sul significato del codice scelto. Ma ancora dev’essere definito questo vocabolo estremamente labile, ’significato’.
Converrà, per cominciare, definire il significato nel modo più generale possibile.
’Significato’ può essere considerato come un sinonimo approssimativo di struttura, ridondanza, informazione e ’restrizione’, entro un paradigma del tipo seguente:
Si dirà che un qualunque aggregato di eventi od oggetti (ad esempio una successione di fonemi, un quadro, o una rana, o una cultura) contiene ’ridondanza’ o ’struttura’, se l’aggregato può essere diviso in qualche modo mediante un ’segno di cesura’ talché un osservatore, il quale veda soltanto ciò che sta da una parte della cesura, possa congetturare, con esito migliore del puro caso, ciò che si trova dall’altra parte. Si può dire che ciò che sta da una parte della cesura contiene informazione o ha significato relativamente a ciò che sta dall’altra parte; ovvero, come dicono gl’ingegneri, che l’aggregato contiene ’ridondanza’; o, ancora, dal punto di vista di un osservatore cibernetico, che l’informazione contenuta da una banda della cesura restringerà le previsioni errate, cioè ne ridurrà la probabilità. Esempi:
La lettera t collocata in una data posizione in un brano di prosa inglese fa presumere che la lettera successiva sia probabilmente, un’h, una r o una vocale: è possibile fare un pronostico migliore del puro caso oltre una cesura che segua immediatamente la t. L’inglese scritto contiene ridondanza.
Da una porzione di frase inglese, delimitata da una cesura, è possibile pronosticare la struttura sintattica del resto della frase.
Da un albero visibile sopra il suolo è possibile pronosticare l’esistenza di radici sotterranee: la cima fornisce informazione sull’estremità opposta.
Da un arco di cerchio tracciato è possibile pronosticare la posizione di altre parti della circonferenza. (Dal diametro di un cerchio ideale è possibile ricavare la lunghezza della circonferenza; ma qui si tratta di una questione di verità entro un sistema tautologico).
Da come il capufficio si è comportato ieri, è pronosticabile come si comporterà oggi.
Da ciò che dico è possibile prevedere come voi risponderete; le mie parole contengono significato o informazione sulla vostra risposta.
Il telegrafista A ha un messaggio scritto sul suo taccuino, e lo trasmette a B; ora B ha anche lui la stessa successione di lettere scritta sul suo taccuino. Questa transazione (o gioco di linguaggio, nella terminologia di Wittgenstein, ha creato un universo che per un osservatore O è ridondante: se O sa quello che c’era sul taccuino di A, può fare un pronostico migliore del puro caso su ciò che si trova sul taccuino di B.
L’essenza e la raison d’étre della comunicazione è la creazione di ridondanza, di significato, di struttura, prevedibilità, informazione e la riduzione della componente casuale mediante ’restrizioni’.
Ritengo che sia d’importanza fondamentale possedere un sistema concettuale che ci costringa a vedere il ’messaggio’ (p. es. l’oggetto artistico) sia come in sé internamente strutturato, sia come parte esso stesso di un più vasto universo strutturato: la cultura o qualche sua parte.
Si ritiene che le caratteristiche delle opere d’arte si riferiscano a altre caratteristiche dei sistemi culturali o psicologici, o parzialmente ne derivino, o ne siano determinate. Il nostro problema potrebbe quindi essere rappresentato in modo molto schematico mediante il seguente diagramma:

[Caratteristiche dell’opera d’arte / Caratteristiche del resto della cultura]

ove le parentesi quadre racchiudono l’universo di pertinenza e la barra obliqua rappresenta una cesura attraverso la quale è possibile qualche previsfone, in una o in tutte e due le direzioni. Il problema è allora quello di specificare quali tipi di relazioni, corrispondenze, ecc., attraversano o trascendono questa barra obliqua.
Supponiamo che io vi dica: "Piove", e voi immaginiate che, guardando fuori dalla finestra, vedrete piovere. Ci serviremo di un diagramma analogo:

[Caratteristiche di ’Piove’ / Percezione della pioggia]

Si osservi tuttavia che questo caso non è affatto semplice. Voi sarete in grado di fare una congettura sulla pioggia solo se conoscete la mia lingua e avete qualche fiducia nella mia sincerità. Di fatto, poche persone in una tale circostanza si trattengono dal duplicare apparentemente la loro informazione guardando fuori dalla finestra: ci piace verificare se le nostre congetture sono esatte e i nostri amici onesti. E, ciò che più importa, ci piace controllare o verificare la correttezza dell’opinione che abbiamo sulla nostra relazione con gli altri.
Quest’ultimo punto non è superficiale: esso illustra la struttura necessariamente gerarchica di tutti i sistemi di comunicazione; che vi sia conformità o difformità (o di fatto qualunque altra relazione) tra le parti di un tutto strutturato, può di per sé contenere informazione su un tutto ancora più ampio, di cui quello è parte. La cosa può essere illustrata da questo diagramma:

[(’ Piove’ / pioggia) / relazione tu-io]

ove la ridondanza attraverso la barra entro l’universo minore in parentesi tonde fornisce ridondanza (è un messaggio) entro il più vasto universo in parentesi quadre.
D’altra parte il messaggio ’Piove’ è esso stesso codificato e internamente strutturato secondo certe convenzioni, cosi che molte barre potrebbero essere tracciate nel messaggio a indicarne la strutturazione interna.
Lo stesso vale anche per la pioggia, la quale è, essa pure, strutturata e compaginata: dalla direzione di una goccia potrei prevedere la direzione delle altre. E così via.
Ma le barre che scandiscono il messaggio verbale ’Piove’ non corrispondono in alcun modo semplice alle barre tra le gocce di Pioggia.
Se, invece di un messaggio verbale, vi avessi presentato una fotografia della pioggia, alcune delle barre sulla fotografia avrebbero corrisposto a barre nella percezione della pioggia.
Questa differenza fornisce un preciso criterio formale per separare la codifica ’arbitraria’ e discreta, caratteristica della porzione verbale del linguaggio, dalla codifica iconica dell’illustrazione
Ma la descrizione verbale è spesso iconica nella sua struttura più vasta: uno scienziato che descriva un lombrico potrebbe principiare dalla testa e scendere via via lungo il corpo, fornendo così una descrizione iconica in quanto sequenziale ed allungata. Qui osserviamo di nuovo una strutturazione gerarchica, discreta o verbale a un livello, e iconica a un altro.

LIVELLI E TIPI LOGICI

I ’livelli’ sono già stati tirati in causa: a) è stato notato che la combinazione del messaggio ’Piove’ con la percezione della poggia può essa stessa costituire un messaggio su un universo di relazioni personali; e b) che, quando spostiamo la nostra attenzione da unità più piccole a unità più grandi del messaggio, possiamo scoprire che un’unità più grande contiene una codificazione iconica,
benché le parti minori di cui essa è fatta siano verbali: la descrizione verbale del lombrico può, nel suo complesso, essere allungata.
La questione dei livelli ora emerge in un’altra forma, cruciale per qualunque epistemologia dell’arte.
La nozione generale di ’conoscenza’ non soltanto è ambigua in quanto significa sia il conoscere (attraverso i sensi, riconoscere o percepire) che il sapere (con la mente), ma cambia - sposta attivamente - il suo significato per ragioni sistemiche fondamentali. Ciò che percepiamo attraverso i sensi può diventare conoscenza della mente.
’Conosco la strada per Cambridge’ potrebbe significare che ho studiato la carta e posso fornirvi indicazioni; potrebbe significare che sono in grado di ricordare particolari lungo tutta la strada; potrebbe significare che percorrendo quella strada riconosco molti particolari, anche se prima ero in grado di ricordarne solo pochi; potrebbe significare che, andando a Cambridge, potrei affidarmi all ’’abitudine" per seguire la strada giusta, senza dover pensare a dove sto andando. E così via.
In tutti i casi, abbiamo a che fare con una ridondanza o strutturazione di tipo molto complesso:

[(’ Conosco, so...’ / la mia mente) // la strada]

e la difficoltà sta nel determinare la natura della strutturazione entro le parentesi tonde, o, per dirla altrimenti: quali parti della mente sono ridondanti rispetto al particolare messaggio sul ’sapere’ o ’conoscere’.
Infine vi è una forma speciale di ’sapere’ o ’conoscere’, che è di solito considerata adattamento più che informazione. Uno squalo è magnificamente conformato per muoversi nell’acqua, ma certo il genoma dello squalo non contiene informazioni dirette sull’idrodinamica. Si deve piuttosto supporre che il genoma contenga informazioni o istruzioni che sono il complemento dell’idrodinamica. Non l’idrodinamica, ma ciò che l’idrodinamica richiede, è stato strutturato nel genoma dello squalo. Analogamente, un uccello migratore forse non conosce la strada per giungere a destinazione in alcuno dei sensi descritti sopra, ma può avere in sé le istruzioni complementari necessarie a farlo volare nella direzione giusta.
" Le coeur a ses raisons que la raison ne connait pas "("Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce")
È questo, il complesso stratificarsi di coscienza e inconscio, che crea difficoltà quando si tenta di discutere l’arte o il rito o la mitologia. La questione dei livelli mentali è stata discussa da molti punti di vista, almeno quattro dei quali devono essere rammentati e tenuti presenti in qualunque impostazione scientifica del problema dell’arte:
1. L’insistenza di Samuel Butler nell’affermare che, quanto meglio un organismo ’conosce’ qualcosa, tanto meno esso diviene conscio di questa conoscenza; esiste cioè un processo per cui la conoscenza (o ’abitudine’, non importa se di azione, di percezione o di pensiero) scende nella mente a livelli sempre più profondi. Questo fenomeno, che è fondamentale per la disciplina Zen (vedi: Herrigel, Lo Zen e il tiro con l’arco [trad. it., Adelphi, Milano, 1975]) è altresì importante per ogni arte e per ogni abilità tecnica.
2. Le dimostrazioni di Adalbert Ames che le immagini visive tnidimensionali conscie che costruiamo di ciò che vediamo, sono costruite tramite procedimenti che implicano le premesse matematiche della prospettiva, ecc., del cui impiego siamo affatto inconsci. Su questi processi non abbiamo alcun controllo volontario. Un disegno di sedia con prospettiva alla Van Gogh offende le aspettative con-scie e porta confusamente alla nostra coscienza ciò che (inconsciamente) era stato dato per scontato.
3. La teoria freudiana (specie di Fenichel) dei sogni come metafore codificate in conformità al processo primario. Riterrò lo stile (la nitidezza, il vigore del contrasto, ecc.) metafonico, e pertanto legato a quei livelli della mente ove regna il processo primario.
4. L’idea freudiana dell’inconscio come di una cantina o un armadio in cui vengono rinchiusi, con un processo di rimozione, i ricordi paurosi e spiacevoli.
Nella teoria freudiana classica si riteneva che i sogni fossero un prodotto secondario, creato dal ’meccanismo onirico’. Si supponeva che il materiale inaccettabile per il pensiero conscio venisse tradotto nel linguaggio metafonico del processo primario per evitare il risveglio del sognatore. E ciò può valere per quelle informazioni che sono trattenute nell’inconscio dal processo di rimozione. Come si è visto, tuttavia, molti altri generi d’informazione sono inaccessibili all’ispezione conscia, compresa la maggior parte dei fondamenti dell’interazione tra i mammiferi. A me sembra ragionevole pensare che questi elementi esistano primariamente nell’idioma del processo primario, solo che essi sono difficilmente traducibili in termini ’razionali’. In altre parole, io credo che buona parte delle prime teorie freudiane fossero capovolte. A quel tempo, molti pensatori consideravano normale e ovvia la ragione conscia, mentre l’inconscio era considerato misterioso, bisognoso di prova e spiegazione. La spiegazione era data dalla rimozione, e l’inconscio veniva riempito da pensieri che avrebbero potuto essere consci, ma che la rimozione e il meccanismo onirico aveva distorto. Oggi riteniamo misteriosa la coscienza, mentre i metodi di computazione impiegati dall’inconscio, ad esempio il processo primario, li riteniamo continuamente attivi, necessari e onnicomprensivi.
Queste considerazioni sono particolarmente pertinenti nell’ambito di qualunque tentativo per ricavare una teoria dell’arte e della poesia. La poesia non è un tipo distorto e ornato di prosa; piuttosto la prosa è poesia spogliata e inchiodata al letto di Procuste della logica. I programmatori che aspirano a tradurre da una lingua all’altra col calcolatore dimenticano talvolta questo fatto sulla natura primaria del linguaggio. Sarebbe altrettanto sciocco tentare di costruire una macchina per tradurre l’arte di una cultura in quella di un’altra.
L’allegoria, che nel migliore dei casi è un genere d’arte sgradevole, è un’inversione del normale processo creativo. Tipicamente una relazione astratta, ad esempio tra verità e giustizia, viene prima concepita in termini razionali; poi viene tradotta in metafora e agghindata per farla apparire il prodotto di un processo primario. Le astrazioni sono personificate e vengono fatte partecipare a uno pseudo-mito, e così via. Gran parte dell’arte pubblicitaria è allegorica, nel senso, appunto, che il processo creativo è invertito.
È un luogo comune tra, i popoli anglosassoni ritenere che sarebbe in qualche modo meglio se ciò che è inconscio fosse reso conscio, Persino Freud si dice che affermasse: "Dov’era l’id, ivi sarà l’ego", come se un tale accrescimento della conoscenza e del controllo consci fosse possibile e, naturalmente, anche vantaggioso. Questa opinione è il prodotto di un’epistemologia quasi totalmente distorta, ed è un’opinione totalmente distorta di che cosa mai sia un uomo, o un qualunque altro organismo.
Dei quattro tipi d’inconscio elencati sopra, è chiarissimo che i primi tre sono necessari: la coscienza, per ovvie ragioni meccaniche, dev’essere sempre limitata a una frazione piuttosto ridotta del processo mentale. Se è davvero utile, dev’essere perciò lesinata. La non-coscienza associata all’abitudine è un’economia sia di pensiero che di coscienza: e lo stesso vale per l’inaccessibilità del processo di percezione. L’organismo conscio non ha bisogno (ai fini pragmatici) di sapere come percepisce, ma solo di sapere che cosa percepisce. (L’ipotesi che noi potremmo funzionare senza essere radicati nel processo primario equivarrebbe all’ipotesi che il cervello umano dovesse essere strutturato diversamente). Dei quattro tipi, solo gli ’scheletri nell’armadio’ di Freud sono forse indesiderabili. Tuttavia potrebbe lo stesso essere vantaggioso non tenere gli scheletri sulla tavola da pranzo.
In realtà la nostra vita è tale che le sue componenti inconscie sono continuamente presenti in tutte le loro molteplici forme. Ne segue che nelle nostre relazioni noi continuamente ci scambiamo messaggi su questi materiali inconsci, e diviene importante anche scambiare metamessaggi per dirci l’un l’altro quale ordine e specie di inconscio (o coscienza) è inerente ai nostri messaggi.
In via puramente pragmatica ciò è importante, poiché gli ordini di verità sono diversi per diversi generi di messaggi. Un messaggio, nella misura in cui è conscio e volontario, potrebbe essere falso: posso dire che il gatto è sulla stuoia, quando in realtà non c’è; posso dire " Ti amo ", quando in realtà non è vero. Ma il discorso sulle relazioni è di solito accompagnato da una massa di segnali cinetici e neurovegetativi che forniscono un commento più fidato sul messaggio verbale.
Analogamente vanno le cose per l’abilità tecnica: l’abilità indica la presenza di ampie componenti inconsce nell’esecuzione degli atti.
Quindi, considerando una qualunque opera d’arte, diviene pertinente chiedersi: Quale ordine d’inconscio (o di coscienza) avevano per l’artista le varie componenti di questo messaggio? E questa domanda, credo, il critico sensibile di solito se la pone, benché forse non consciamente.
L’arte, da questo punto di vista, diviene un esercizio di comunicazione delle specie di inconscio. O, se si preferisce, una sorta di comportamento ludico, la cui funzione, tra l’altro, è di praticare e perfezionare una comunicazione di questo tipo.
Sono debitore al dottor Anthony Forge di una citazione di Isadora Duncan: " Se potessi dire che cosa significa, non avrei bisogno di danzarlo ".
Questa affermazione è ambigua. Nei termini delle premesse piuttosto grossolane della nostra cultura, diremmo che essa significa: " Non ci sarebbe motivo di danzarlo, perché potrei dirvelo, più rapidamente e con meno ambiguità, a parole ". Questa interpretazione fa il paio con la sciocca idea che sarebbe bene essere consci di tutto ciò di cui siamo inconsci.
C’è tuttavia un altro significato possibile dell’osservazione di Isadora Duncan: se il messaggio fosse di un tipo che potesse essere comunicato a parole, non ci sarebbe motivo di danzarlo; ma non è quel tipo di messaggio. Si tratta, difatti, proprio del tipo di messaggio che sarebbe falsificato se fosse comunicato a parole, perché l’uso delle parole (che non fossero poesia) implicherebbe trattarsi di un messaggio pienamente conscio e volontario, e questo sarebbe semplicemente non vero.
Credo che ciò che Isadora Duncan, o qualunque altro artista, cerca di comunicare sia piuttosto qualcosa del genere: " Questo è un tipo particolare di messaggio parzialmente inconscio. Lasciamoci andare a questo tipo particolare di comunicazione parzialmente inconscia ". O forse: "Questo è un messaggio relativo alla superficie di separazione tra conscio e inconscio".
Il messaggio dell’abilità tecnica di qualunque tipo dev’essere sempre di questo genere. Le sensazioni e le qualità della tecnica non possono mai essere espresse a parole, eppure la tecnica in sé è conscia.
Il dilemma dell’artista è di un genere particolare: egli, per esplicare le componenti tecniche del suo mestiere, deve esercitarsi. Ma l’esercizio ha sempre un duplice effetto: da una parte rende l’artista più abile nell’esecuzione di ciò che tenta di fare; e dall’altra parte, per il fenomeno della formazione dell’abitudine, lo rende meno consapevole di come lo faccia.
Se ciò che l’artista tenta di fare è comunicare sulle componenti inconsce della sua esecuzione, ne segue che egli è su una specie di scala mobile, sulla cui posizione cerca di comunicare, ma il cui movimento stesso è funzione dei suoi sforzi di comunicare.
È chiaro che si tratta di un compito impossibile, ma, come è stato osservato, alcuni Io compiono in modo molto attraente.


Bateson G., "Verso un’ecologia della mente", Adelphi, pag. 169

Brano successivo


1

prefazione bateson verso un ecologia della mente (dal libro "Verso un ecologia della mente")

2

la scienza della mente e dell’ordine (dal libro "Verso un ecologia della mente")

3

perché i francesi gesticolano quando parlano

4

dei giochi e della serietà

5

perché le cose hanno contorni

6

che cos’è un istinto

7

contatto tra culture e schismogenesi

8

ethos balinese

9

stile e significato

10

processo primario

11

limiti quantitativi della coscienza

12

Korzybski la relazione mappa territorio

13

verso una teoria della schizofrenia: effetti del doppio vincolo

14

doppio vincolo e suoi aspetti comunicativi

15

teoria del doppio vincolo

16

L’esperienza complessiva può favorire la creatività

17

vari livelli di apprendimento

18

i principi nella vita di un alcolizzato

19

la posizione epistemologica delle premesse complementare e simmetrica

20

La comunicazione riguarda prevalentemente le relazioni

21

la parola non sostituisce i gesti

22

finalita cosciente e natura

23

effetti della finalità cosciente sull’adattamento

24

forma sostanza e differenza

25

da Versailles alla cibernetica

26

patologie dell’epistemologia (dal libro "Verso un ecologia della mente")

27

Introduzione (dal libro di Bateson: "Mente e natura")

28

Ogni scolaretto sa che... (dal libro di Bateson: "Mente e natura")

29

I criteri del processo mentale (dal libro di Bateson: "Mente e natura")

30

Una lezione del professor Konrad Lorenz (dal libro di Bateson: "Mente e natura")

31

Il mondo dei processi mentali, è sia tautologico sia ecologico (dal libro di Bateson: "Mente e natura")

32

Il tempo è "fuori squadra" (dal libro di Bateson: "Mente e natura")

33

Il file zippato con tutti i brani di Bateson insieme, in word

34

 

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