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L’invasione nazista portò Stalin a comprendere al di là di ogni dubbio che il suo mondo alternativo non esisteva, e lui ne rimase stupefatto e annichilito. L’invasione nazista fu una valanga di realtà. Lo costrinse a un’impresa colossale: cercare, ritrovare e recuperare gli ultimi residui della sua salute mentale.
Già nel settembre del 1941, tre mesi dopo l’invasione, quando gli vennero mostrati i protocolli dei processi e la «bozza della condanna» del suo tentennante comandante
in capo del fronte occidentale, Stalin disse: «Approvo la condanna [a morte], ma dite a Ul’rich di eliminare tutte quelle scemenze sulle cospirazioni».
E ancora nel 1946 (poco prima che la psicqsi tornasse a farsi sentire), Stalin convocò il maresciallo Zukov, che al Cremlino godeva di un grande credito, e lo emarginò dicendo: «Berija mi ha appena mandato un rapporto sui tuoi contatti sospetti con gli americani e gli inglesi. Pensa che diventerai una loro spia. Io non credo a queste assurdità». Così, con un candore sinistro ma effettivo, Stalin definisce le «ragioni» alla base del grande terrore: scemenze e assurdità...
Allo stesso modo non chiese mai ai suoi cittadini di combattere la grande guerra patriottica per difendere il marxismo-lenìnismo, la rivoluzione o la dittatura del proletariato. Chiese loro di combattere in nome della Rus’, della Chiesa ortodossa, dei generali zaristi scintillanti di decorazioni...
Amis M., “Koba il terribile”, Einaudi, pag.
Sono stati molti i tentativi — nessuno dei quali forse del tutto convinto — di individuare qualche «razionalità» dietro al terrore. Stalin voleva evitare il formarsi di una quinta colonna nell’imminenza di una guerra. Stalin voleva russificare (o almeno desemitizzare) la macchina del Partito. Stalin voleva prevenire qualunque opposizione all’alleanza con Hitler. Stalin voleva cancellare la memoria del suo ruolo trascurabile negli anni della rivoluzione e della guerra civile. Stalin non voleva si sapesse che era stato un tempo agente della ochrana (la polizia segreta dello zar). Quest’ultima paradossale supposizione (avanzata da alcuni vecchi bolscevichi, senza alcuna prova) mi spinge a proporne una anch’io: Stalin voleva creare un clima favorevole alla ricezione del suo Storia del Partito comunista (bolscevico) dell’ Unione Sovietica: breve corso (1938): l’indispensabile guida per evitare l’arresto.
E’ una tentazione col fiato corto quella di sostenere che, negli anni Trenta, Stalin purgò ogni settore della società che avrebbe potuto detronizzarlo. I contadini avrebbero potuto abbatterlo (com’erano quasi riusciti a fare con Lenin nel 1921), e quindi li purgò; il Partito avrebbe potuto abbatterlo, e quindi lo purgò; la Ceka avrebbe potuto abbatterlo, e quindi la purgò; l’esercito avrebbe potuto abbatterlo, e quindi lo purgò. Ma il Comintern non avrebbe potuto abbatterlo, e lui purgò il Comintern, e ogni altra istituzione sovietica. Una famosa barzelletta dice:
i cekisti bussano alla porta alle quattro del mattino, e si sentono rispondere: «Avete sbagliato appartamento. I comunisti abitano al piano di sopra».
Tuttavia il numero di membri del Partito uccisi nel terrore è stato definito proporzionalmente «scarso» o addirittura «trascurabile». In effetti la purga ebbe un carattere esponenziale. Gli arresti venivano effettuati sulla base di una quota per area; gli arrestati erano poi spinti a coinvolgere altri; e questi altri erano spinti a coinvolgere altri ancora...
Per l’Urss il terrore rappresentò un enorme e multif orme handicap. L’esempio più palese, e più irrazionale, è quello delle forze armate decapitate da Stalin. Secondo la stampa sovietica (nel 1987) la purga dell’esercito coinvolse:
8 ammiragli della marina su 9
50 comandanti di corpo d’armata su 57
154 comandanti di divisione su 186
16 commissari politici d’armata su 16
25 commissari di corpo d’armata su 28
98 membri del Soviet militare supremo su 108
Nei ranghi più bassi, tra il 1937 e il 1941 vennero «repressi» 43.000 ufficiali. Un soldato paragonò la purga a un «massacro tartaro», ma la sottovalutava. Come ha scritto Roy Medvedev: «Nessun corpo di ufficiali in nessuna guerra ha mai sofferto tante perdite quante l’esercito sovietico in tempo di pace».
Le «perdite» erano pubblicizzate sulle pagine della «Pravda», e inoltre, come osserva Alan Bullock, il governo « si prendeva il fastidio di tradurre e pubblicare all’estero i verbali dei processi». Come vennero interpretati a Londra, Parigi e Washington, e a Berlino, con l’avvicinarsi della guerra?
Coloro che seguivano la purga saranno giunti alla conclusione che:
a) l’intera società sovietica era percorsa da un furibondo malcontento, oppure
b) Stalin era pazzo.
Berlino (ad esempio) doveva sapere che i comandanti Jakir e Feldman, entrambi ebrei (ed entrambi giustiziati), non lavoravano per i nazisti. Perciò l’interpretazione b) doveva apparire la più verosimile.
Di certo dopo la purga dell’esercito del 193 7-38 Hitler dovette sentirsi più tranquillo circa la forza militare sovietica, e la sua valutazione trovò conferma nella prolungata umiliazione subita dall’Armata Rossa per mano della piccola Finlandia nella guerra di espansione dell’inverno 1939-40, in cui le schiere slave venivano orribilmente decimate dai cecchini con gli occhi azzurri nelle loro tute mimetiche da sci. Hitler decise che avrebbe potuto conquistare la Russia in un’unica campagna.
Berija a Stalin il 21 giugno 1941: «Il mio popolo e io, Iosif Visarionoviè Stalin, ricordiamo la tua saggia previsione: Hitler non attaccherà nel 1941!»
Hitler attaccò il giorno dopo; e Stalin divenne nel corso della notte «un sacco di ossa in una giubba grigia». Fu questo il frutto strategico del grande terrore.
La risposta più semplice e più verosimile potrebbe essere questa: per annientare ogni possibile opposizione all’affermarsi di un regime totalitario (e, selezionando verso il basso, per promuovere nuovi quadri di ottusa obbedienza e brutalità). E tuttavia non basta a spiegare la portata, la profondità e la durata del terrore; né, soprattutto, spiega il bisogno di confessioni da parte di Stalin. L’uso senza limiti della pena di morte era qualcosa di cui Stalin sentiva un bisogno fisico, viscerale. Ma sentiva anche il bisogno di confessioni, e innumerevoli ore di lavoro furono spese per estorcerle anche in casi destinati a non essere mai resi pubblici. Le confessioni avevano a che fare con la misura — la totalità, la perfezione negativa — della resa che Stalin pretendeva dalle sue vittime. In un capitolo particolarmente affascinante di The Great Terror («The Problem of Confessions»), Conquest scrive:
Poiché una confessione era il miglior risultato che si potesse ottenere, quelli che ci riuscivano venivano considerati funzionari di successo, mentre un povero funzionario [della Ceka] aveva ben poche speranze di carriera. Oltre a questo si ha l’impressione di una salda determinazione di infrangere l’idea stessa della verità, di imporre a tutti di accettare le falsità ufficiali. In realtà, al di là e al di sopra dei motivi razionali per estorcere la confessione, ci sembra di poter parlare di una preferenza quasi [meta]fisica in questo senso.
Così il terrore rafforzò la versione staliniana della realtà (passata e presente). Fu un tentativo di conferire concretezza al suo mondo parallelo.
Ancora una volta può essere di aiuto vedere Stalin come un’entità non fissa o statica, ma costantemente distorta e dilatata dall’esercizio della forza. Il terrore conferì a Stalin ancora più potere; ma fu anche in sé e per sé un’esibizione di potere senza precedenti: una doppia escalation. Se, come dice il luogo comune, il potere è una droga, quando la droga non fa più effetto si aumenta il dosaggio: qui accadde in modo esponenziale. Per Stalin il potere era una questione fisica, carnale. Ne ricercava invariabilmente il limite estremo. La collettivizzazione ebbe fine quando tutti i contadini furono collettivizzati (e tutti i kulaki dekulakizzati). La carestia-terrore ebbe fine quando non restò più nessuno in grado di seminare.
Amis M., “Koba il terribile”, Einaudi, pag.
Stalin possedeva già gli spazi fisici della Russia. Ma ne pretendeva anche gli spazi mentali. Voleva spadroneggiare all’interno di ogni mente.
Non possiamo pretendere, come faceva Stalin, di essere esaustivi. Ecco però alcuni esempi.
Astronomia. La ricerca sulle macchie solari venne accusata di aver preso un indirizzo non marxista. Negli anni del terrore scomparvero più di due dozzine dei principali astronomi.
Storia. Un terreno per sua natura infido in un periodo in cui era in atto una revisione dall’alto del passato. Ma la storia del Partito e la storia della Russia non erano affatto le uniche aree sensibili: anche osservazioni marginali su, ad esempio, Giovanna d’Arco, la leggenda di Mida o la demonologia cristiana potevano essere considerate deviazioni criminali dalla linea di Mosca. E naturalmente Stalin non giudicava con mano leggera. Nel 1937 la principale scuola di storici del Partito venne arrestata in massa con l’accusa di terrorismo. « E’ veramente straordinario — scrive Conquest — il numero di bande di terroristi capeggiate da storici». Dei 183 membri dell’Istituto dei professori rossi, ne vennero uccisi poco meno della metà.
Linguistica. Nei primi anni Trenta Stalin appoggiò le teorie di N. Marr, secondo il quale a) la lingua era un fenomeno di classe (una sovrastruttura sui rapporti di produzione) e b) tutte le parole derivavano dai suoni rosh, sai, ber e yon. I linguisti di diversa opinione vennero imprigionati o fucilati. Nel 1950, all’età di settant’anni (e immerso fino al collo nella crisi coreana), Stalin trovò il tempo di scrivere o almeno supervisionare una rabbiosa denuncia in 10.000 parole delle tesi marriste. Conquest riporta una delle sue tipiche frasi: « “Quegli accademici — Stalin scriveva con orrore — si erano arrogati troppo potere” ». E toccò ai marristi essere rimossi dai propri incarichi.
Biologia. « La più celebre intromissione di Stalin nella vita scientifica — nota succintamente Tucker — fu il sostegno dato a un agronomo dilettante, Trofim Lysenko, per una serie di sensazionali progetti che avrebbero dovuto far prosperare l’agricoltura e che non approdarono a nulla, e per una crociata volta a distruggere la scienza della genetica, che invece ebbe successo.
L’Urss era piena di piccoli Stalin, ma Trofim Lysenko (al pari di Naftalij Frenkel’) era uno Stalin di proporzioni notevoli: un perverso ciarlatano che combatteva la verità con l’arma della violenza. Di origini contadine, e di scarsa cultura, Lysenko seguiva Lamarck sull’ereditarietà delle caratteristiche acquisite, avversando i più elementari principi del darwinismo. Nel 1935 per due volte Lysenko ebbe l’opportunità di parlare di fronte a un pubblico che includeva Stalin. In entrambe le occasioni attribui i propri più recenti fallimenti al sabotaggio da parte di colleghi ostili. Stalin, particolarmente sensibile a questo tema (l’attribuzione a nemici della responsabilità dei propri errori), accolse il primo discorso con urla di «Bravo, compagno Lysenko, bravo! », e premiò il secondo con un Ordine di Lenin (il primo di Otto). I seri biologi erano ora passibili di arresto, e Lysenko «ebbe via libera per il totale pogrom di genetisti condotto nel 1948 con la benedizione di Stalin». Le sue teorie rimasero influenti fino agli anni Sessanta inoltrati.
Amis M., “Koba il terribile”, Einaudi, pag.
Le grandi battaglie costituivano incredibili concentrazioni di odio. Stalingrado, dove il fronte era rappresentato da una strada, una casa, una stanza, un soffitto, un pavimento, una parete, una finestra; dove orde di ratti « scorrevano come un caldo fiume sui vivi e sui morti»; e dove in effetti i tedeschi si trovarono a combattere una Rattenwaffe, una guerra di topi’, in cui i sottouomini slavi (gli «animali da palude» di Hitler) davano loro battaglia nelle fogne e nei rigagnoli (la «guerra profonda» nell’espressione di Il’ja Erenburg), e li sconfiggevano.
O la pazzesca megabattaglia di Kursk (luglio 1943), in cui, sotto un violento temporale, fascismo e comunismo si scontrarono con «indescrivibile furia e orrore», come scrive Alan Bullock: enormi densità di «armamenti pesanti cozzarono gli uni contro gli altri formando un rombante, mulinante groviglio di più di mille carri armati bloccati in combattimento per oltre diciotto ore», in un area inferiore ai cinque chilometri quadrati.
O l’assedio di Leningrado, incominciato durante la battaglia per Mosca e proseguito per 900 giorni, con un milione di morti nel primo inverno, la «strada della vita» sul lago Ladoga ghiacciato (i primi camion scomparvero inghiottiti dal ghiaccio; molti cavalli morirono lungo il percorso e vennero distribuiti come cibo), i veicoli di soccorso che facevano il viaggio di ritorno con i rifugiati, il direttore dell’Hermitage piangente sulla piattaforma ferroviaria mentre i primi tesori partivano per l’Est, e Sostakovié che in mezzo al rumore dei cannoni scrive una sinfonia che esprimerà la violenza omicida sulla città assediata...
Come sappiamo, dopo la guerra invernale contro la Finlandia (1940-41), la maggior parte degli osservatori presero a considerare l’Armata Rossa come un dinosauro sdentato, ma almeno un ufficiale tedesco vedeva le cose in modo diverso:
Gli osservatori privi di pregiudizi hanno notato anche alcuni aspetti molto positivi del soldato sovietico: l’incredibile forza nel difendersi, l’impermeabilità alla paura e alla disperazione, e la quasi illimitata capacità di soffrire.
Furono queste qualità, soprattutto l’ultima, che cambiarono le sorti della guerra, insieme alla grande espansione di un’energia, e di un senso delle cose, fino a quel momento intrappolati nel grembo russo. Lo sforzo ebbe una scala elefantiaca, coinvolse tutta la nazione, fu appassionato e autogestito: tipicamente «sacrificale». Circa sei milioni di lavoratori furono trasferiti a est con le loro famiglie, e anche con le loro fabbriche, spesso ricostruite e rimesse in moto nel giro di pochi giorni. Prodezze sostenute da un ribollente mondo sotterraneo di campi di lavoro forzato in cui le condizioni erano talora peggiori che nel gulag. Anche gli zek sperimentarono ora nuove privazioni: la quota di cibo venne ridotta, e lo spazio vitale dimezzato, e non certo perché l’arcipelago si stesse rimpicciolendo. Dei cinque milioni e settecentomila prigionieri di guerra catturati dai tedeschi, quattro milioni morirono in prigionia (l’Urss non era tra i firmatari della Convenzione di Ginevra, e il soldato russo patì più degli altri, sempre e ovunque). Stalin volle per sé il restante milione e sette. E lo ebbe. Il 15-20 per cento venne eliminato dalla Ceka. Il resto affrontò i campi o l’esecuzione capitale.
La città di Stalin, Stalingrado, in precedenza si chiamava Caricyn: durante la guerra civile era stata lo scenario di alcune delle sue più controverse attività. Per lui quella decisiva vittoria dev’essere stata fonte di una selvaggia gratificazione.
Amis M., “Koba il terribile”, Einaudi, pag.
Stalin ha modo di valutare il peso dell’aiuto buchariniano. Questo piccolo uomo, col camiciotto alla russa, la giacca di pelle, gli stivali, gentile di modi, con i suoi dolci occhi grigio-azzurri, sapeva farsi benvolere. Nessuno intravedeva in lui un politico spietato, un cinico cacciatore di potere. Trozki, che pure lo stimava intellettualmente, era solito dire di lui: «Rimarrà sempre un vecchio studente». Una delle sue tipiche sottovalutazioni.
Il piccolo, simpatico Bucharcik, pur privo delle doti organizzative e della costanza d’impegno necessarie a un dirigente di partito, aveva peraltro una grande passione per il potere. Era tutt’altro che disinteressato. Lo aveva ampiamente dimostrato i anni precedenti, lo confermava adesso, trasformandosi in implacabile accusatore di Zinoviev, al cui soccorso va, nella conda giornata dei lavori, la sola Krupskaia, anche lei molto emica con Bucharin. La vedova di Lenin solleva un problema etico-politico: è giusto affermare che la maggioranza ha sempre ragione? si chiede, ma risponde negativamente con decisione. Fu subito rimbeccata dagli ortodossi cultori dell’unanimismo.
Al terzo giorno Stalin comincia a mandare all’attacco i suoi uomini, Mikojan, Uglanov, Jaroslavski: tutti chiedono al duo Zinoviev-Kamenev di sottomettersi alla «ferrea legge della maggioranza». Era il secondo atto della tragedia: prima lo avevano chiesto Zinoviev e Kamenev a Trozki, ora lo chiedevano a loro. Il partito si stava soffocando con le sue mani.
Ma al quarto giorno il congresso tocca la sua punta più alta di drammaticità. Kamenev, il bolscevico della vecchia guardia, uno dei prediletti di Lenin, il compagno d’esilio di Stalin, rompe gli indugi e va alla tribuna. Parlerà per cinque ore, dimostrandosi assai più abile di Zinoviev. Ormai aveva compreso che il punto chiave della lotta nel partito era diventato Stalin. Lui andava colpito, non altri. Due i cardini del suo intervento:
il gensek è prigioniero di una linea profondamente errata, quella di Bucharin; i suoi poteri sono diventati eccessivi. Non era più accettabile una situazione «in cui la segreteria accomuni la politica e l’organizzazione e in realtà decida la politica in anticipo». Da qui la netta presa di posizione di Kamenev. «Mi sono convinto che il compagno Stalin non può assolvere alla funzione di tenere unito lo stato maggiore bolscevico.» Scoppiano in aula, a quel punto, clamori e tafferugli. Per la prima volta in un’assemblea di partito viene scandito il nome di Stalin: lo fanno i suoi più stretti seguaci, ma lo fanno anche i buchariniani. A nessuno di loro appariva un tiranno come lo aveva dipinto Kamenev. Alla tribuna si susseguono gli oratori: gli esponenti della maggioranza negano che nel partito ci sia un capo che prevalga sugli altri. Parola di Tomski, il grande leader dei sindacati, parola di Rykov, capo del governo sovietico, che con Bucharin costituivano la triade della destra del partito.
Il giorno dopo i giochi si fanno pesanti. Gli zinovievisti fanno circolare fra i delegati un’intervista di Stalin, più volte smentita dall’interessato, nella quale il gensek esaltava la proprietà privata della terra. Rudzutak va alla tribuna per denunciare pratiche scorrette di Kamenev contro il segretario generale. Voroscilov, il vecchio compagno staliniano d’arme di Zarizyn e che grazie a quell’amicizia era appena diventato capo delle forze armate, porta la sua solidarietà al gensek sotto accusa.
La replica dei due relatori sulla linea politica del partito chiude la prima parte di quel tumultuoso congresso. Zinoviev, in un discorso di quattro ore e mezza, disperde gli effetti che in qualche modo aveva raggiunto Kamenev con la sua esplicita proposta di rimuovere Stalin dalla segreteria, o comunque di modificare la Struttura di quel fondamentale centro di potere. L’unico contributo che Zinoviev porta è la citazione di un vecchio articolo di Stalin nel quale si metteva in dubbio la possibilità del socialismo in un solo paese. Un po’ poco, al punto in cui era arrivato lo scontro. Zinoviev, poi, commette l’errore di arroccarsi nella difesa a oltranza del partito leningradese dando così un sapore meschino, provinciale, di «bottega», a una battaglia che aveva ben altre poste in gioco. Ma, soprattutto, in quel clima così passionale, da ultima spiaggia, nel quale uno dei due schieramenti doveva per forza vincere, lascia intendere che era giunto il momento di riammettere nel lavoro di partito tutti «gruppi precedenti». La frase è talmente ambigua e aperta a tutte le interpretazioni, che la presidenza del congresso invita l’oratore a ripeterla. E Zinoviev la ripete provocando in sala un pandemonio. Tutti hanno capito, a quel punto, che egli si stava facendo paladino di tutte le passate opposizioni, da «centralismo democratico» a «democrazia operaia» per finire al trozchismo. Opposizioni che potevano essere tranquillamente etichettate dalla maggioranza del partito come «antileniniane».
Una mossa maldestra, quella di Zinoviev, che avrebbe accentuato la sua posizione frazionista e la sua spregiudicatezza. Il congresso era ben consapevole che i gruppi ai quali Zinoviev rivolgeva la mano erano tutti frutto della sinistra del partito, contro la quale egli si era battuto spietatamente, senza esclusione di colpi, durante il periodo della troika.
Stalin, nella sua replica, ha bisogno di sole due ore per liquire politicamente il duo Kamenev-Zinoviev, mettendone in uce, con astuzia, tutti i dati deboli e contraddittori. Innanzitto contrappone la propria azione moderata, volta alla contiìua ricerca dell’unità, a quella settaria e repressiva dei suoi due oppositori. Rivela al congresso che entrambi gli avevano chieto l’arresto di Trozki, durante la fase più acuta di lotta, in base alla loro «politica di amputazione», da lui efficacemente esemplificata: «Oggi tocca a uno, domani a un altro, e dopodomani a un terzo. Che cosa poi rimarrà nel partito?».
Stalin, con grande maestria, collega il passato attacco del duo a Trozki a quello che stavano portando adesso contro Bucharin, l’ispiratore della politica nepista nelle campagne. Usando toni e parole drammatiche giunge a dire: «In realtà che cosa vogliono da Bucharin? Chiedono il sangue del compagno Bucharin. Questo è quello che chiede Zinoviev... Volete il sangue di Bucharin? Noi non ve lo daremo, siatene certi».
E poi viene al problema sollevato da Kamenev: la sua permanenza o meno alla segreteria. Ammette: «Sì, compagni, sono un uomo sincero e brutale, non lo nego», ma di questo suo pessimo carattere se ne fa un vanto, perché lo impiega e lo utilizza nella lotta contro i nemici del partito. Sul tema del suo potere personale ha buon gioco nel ricordare che due volte aveva proposto di dimettersi da geusek — nel caso di Kislovodsk e prima e dopo il XIII congresso — ma sempre era stato pregato di restare al suo posto, in particolare da Kamenev e Zinoviev. I quali, dopo essersi a lungo battuti per la politicizzazione della segreteria, adesso intendevano trasformarla in semplice strumento tecnico e organizzativo. Il loro gioco era fin troppo chiaro: volevano impadronirsi a tutti i costi del potere.
La battaglia congressuale è finita: delegazioni favorevoli alla maggioranza giungono adesso da Leningrado, per sconfessare pubblicamente, dalla tribuna, i delegati zinovievisti. Stalin chiude con un colpo maestro: invita la maggioranza a votare nel Comitato centrale anche i candida.ti della nuova opposizione.
Il congresso si chiude al canto dell’Internazionale. In un angolo c’è anche Trozki, con i fedelissimi Pjatakov e Rakowski. Col suo abituale fare sprezzante, è ancora lui il vero leader dell’opposizione.
Amis M., “Koba il terribile”, Einaudi, pag. 126
Primo Levi racconta di come i russi si appassionavano durante le proiezioni dei film, non distinguendo più la finzione cinematografica e immedesimandosi nei personaggi di celluloide:
“Era per loro come se i personaggi del film, anziché ombre, fossero amici o nemici in carne ed ossa, a portata di mano. Il marinaio era acclamato ad ogni sua impresa, salutato con urrà fragorosi e con i mitra pericolosamente branditi al di sopra delle teste. I poliziotti e i carcerieri venivano insultati sanguinosamente, accolti con grida di «vattene», «a morte», «abbasso», «lascialo stare». Quando, dopo la prima evasione, il fuggiasco esausto e ferito viene nuovamente incatenato, e per di più schernito e deriso dalla maschera sardonica e asimmetrica di John Carradine, si scatenò un pandemonio. Il pubblico insorse urlando, in generosa difesa dell’innocente: una ondata di vendicatori mosse minacciosa verso lo schermo. Volarono contro il telone sassi, zolle di terra, schegge delle porte demolite [in precedenza c’era stato un furioso accalcarsi per assistere allo spettacolo], perfino uno scarpone d’ordinanza, scagliato con furiosa precisione fra i due occhi odiosi del gran nemico, campeggiante in un enorme primo piano.”
Un tale — come definirlo? — credulo e rozzo primitivismo, o immaginoso semianalfabetismo, può aiutarci a comprendere un aspetto dei processi farsa del periodo 1936-38, in cui noti vecchi bolscevichi, tra cui Bucharin, Kamenev, Zinov’ev (e, in contumacia, Trockij), «confessavano» una serie di fantasmagorici crimini: e cioè la fiducia di Stalin (non del tutto condivisa dalla sua cerchia) nel fatto che l’opinione pubblica mondiale se li sarebbe, come diceva lui, «bevuti». Alcuni osservatori occidentali, va detto, accolsero questi abnormi melodrammi per quello che erano; altri (come l’americano Eugene Lyons) restarono « esterrefatti per l’impatto di quegli orrori appena intravisti». Gli orrori furono appena intravisti, e i cittadini sovietici, a quanto pare, credettero a metà alle confessioni estorte agli accusati.
Amis M., “Koba il terribile”, Einaudi, pag.