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Boatti G., “Piazza Fontana”, Einaudi

Il circolo anarchico 22 Marzo

Troppo mesto lo spegnersi delle speranze, soprattutto se s’accompagna alle frettolose rese di molti. Non si deve dire: « Per Piazza Fontana non siamo in grado, e ritengo non saremo mai più in grado, di stabilire chi sono i colpevoli. Si tratterà sicuramente di uno dei molti gravi delitti impuniti della storia»

Forse non sarà così. Se — oggi e per chissà quanto tempo ancora — qualcuno, con rabbia e indignazione, passione civile e tesa attenzione, continuerà a riconoscersi in altre parole: «Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna... ».

Pasolini, naturalmente.

E’ il 1974 quando lo scrittore friulano mette in atto la sua generosa provocazione:

«Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, uno che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace».

Fragile voce che presto si dissolve.

Boatti G., “Piazza Fontana”, Einaudi, pag. 385

Si guardi al minuscolo universo del circolo anarchico 22 Marzo, additato, all’indomani del 12 dicembre, come covo e culla degli sbrindellati artefici della Strage. Vi aderiscono, in tutto, una decina di ribelli più confusi che persuasi, privi d’esperienza, velleitari e rozzi. Per poche settimane, alla vigilia degli attentati del dicembre 1969, danno vita a una scheggia organizzativa assolutamente irrilevante nel gran mare tempestoso dell’agitato e popolatissimo universo che si muove nell’autunno caldo.

Eppure — a cavallo di questa meteora anarchica assolutamente trascurabile e transitoria si piazza un in-filtrato a tempo pieno: è il «compagno» Andrea Poli-ti, vale a dire l’agente della squadra politica della questura di Roma Salvatore Ippolito.

A far da leader carismatico del gruppo giunge, accanto a uno sbiaditissimo Pietro Valpreda, un provocatore di professione come Mario Merlino. Il suo tragitto politico dal nazismo all’anarchia nonché le sue più che salde connessioni con Stefano Delle Chiaie («il bombardiere di Roma») sono assolutamente note all’ufficio politico della questura di Roma.

Non solo: a dimostrazione che il mondo è proprio piccolo, Merlino, pur procedendo dal nazismo all’anarchia, ha tempo di riaccostarsi alla Chiesa cattolica. E, tra le migliaia di sacerdoti che a Roma potrebbero fargli da direttore spirituale, si rivolge a don Mario Venini, un sacerdote legato al commissario Luigi Calabresi

da rapporti di totale amicizia, di assoluta confidenza. Legame, quello tra il sacerdote e il commissario, molto intenso: e nel quale è provato si sia parlato, e molto, anche del tribolato tragitto del giovane Merlino.

Non basta: accanto a Merlino, nuovo leader del 22 Marzo, incrocia le sue piste Stefano Serpieri che dal 1965 è al servizio del Sid come informatore.

Semplice fare quattro conti.

A ridosso del circolo anarchico appena sorto (neppure dieci persone in tutto) operano:

un agente della pubblica sicurezza che riferisce non all’ultimo dei marescialli ma al responsabile della squadra politica della questura di Roma;

un provocatore nazifascista che ha molta più esperienza di quanto faccia supporre la sua giovane età;

— un informatore che fa capo ai servizi segreti militari, vale a dire al Sid.

Nel cerchio appena più esterno, lontano per chilometri ma assai vicino per percezione informativa di quel che sta accadendo, si colloca il commissario Calabresi, della squadra politica di Milano.

Singolare la coincidenza poi che, il pomeriggio stesso della strage, porta il commissario Calabresi — l’investigatore che a Milano tira le prime fila dell’indagine — a recarsi presso il circolo anarchico di via Scaldasole a prelevarvi Pinelli. Quasi che tra le centinaia di perquisizioni in corso in quelle ore in tutta Milano l’unica che meriti di essere condotta direttamente sia quella che, attraverso il coinvolgimento anarchico, intende puntare sulla concatenazione tra la bomba di Piazza Fontana e gli attentati alla Fiera Campionaria e ai treni già attribuiti — erroneamente — alla sinistra libertaria.

Davanti a questo affresco dove prende posto una presenza investigativa, dilagante e tempestiva, ci sono due ipotesi possibili.

L’una vede l’Italia di quegli anni come una sorta di Ddr [l’ex Germania Orientale comunista] all’ennesima potenza. Capace di competere e superare le follie del controllo autoritario dello Stasinissmus, vale a dire il regime da «Grande Fratello» imposto dalla Stasi, la polizia segreta comunista, alla popolazione della Germania dell’Est, un paese che arrivò a impiegare un informatore della sicurezza interna ogni ottanta abitanti adulti.

Se così fosse l’Italia di allora avrebbe dovuto registrare un impressionante proliferare di informatori e di infiltrati. Paracadutati, a decine, dentro ogni gruppo extraparlamentare. Angeli custodi per ogni leader studentesco e dirigente operaio che stava emergendo. Nonché imponenti ramificazioni spionistiche che avrebbero dovuto essere allestite per tutte le organizzazioni politiche (partiti, sindacati) di dimensioni più rilevanti. Follia di un controllo totale del dissenso che, a rigore, avrebbe dovuto riempire intere biblioteche di dossier, informative, rapporti polizieschi.

Ma così non è stato: il controllo sul dissenso forse perché ha utilizzato altre strategie di contenimento non ha mai sfiorato queste dimensioni.

E allora avanza la seconda ipotesi. Per qualche ragione il 22 Marzo, ancor prima degli attentati del 12 dicembre, viene posto nel cono di luce di controlli polizieschi eccezionali. Assolutamente incomprensibili a meno che li si voglia spiegare con quanto accade dopo.

Quando, avvenuta la strage, tasselli dispersi scivolano agevolmente al loro posto.

Il provocatore Merlino, pur accollandosi con le rivelazioni che s’appresta a fare imputazioni da ergastolo, si trasforma in «precettore» degli inquirenti romani sui retroscena della strage. Traccia i primi passi della lunga, fallace pista anarchica che, come fosse un copione perfettamente predisposto, va in scena negli uffici degli inquirenti di Roma e di Milano. Anni dopo, questa costruzione, eretta sugli sbrindellati militanti del 22 Marzo, si dimostrerà depistante e sgangherata.

Eppure grazie alla tempestiva evocazione di questo « piccolo mondo » allestito in poche settimane da Merlino, e portato alla luce già a poche ore dagli attentati, si fa fruttare in modo insperato quello che pareva un piccolo, casuale investimento in prevenzione investigativa.

Ciò che si è seminato grazie all’infiltrazione nel 22 Marzo viene raccolto, con stupefacente rapidità, in poche ore.

Colossale mietitura che, a tanto tempo di distanza, forse non è stata ancora del tutto valutata nelle sue articolatissime conseguenze: ciò che prende posto in quelle poche ore, negli uffici dove s’interroga Merlino e si mette a confronto Valpreda, inciderà per anni nella storia del paese. Muterà rapporti di forza sociali e politici. Sottrarrà i responsabili della strage al rischio di una rapida individuazione dando inizio, con incalcolabili concatenazioni, alle stragi impunite della storia recente d’Italia.

La messa in scena della pista anarchica agisce poderosamente. E un velo che impedirà di vedere, o servirà da pretesto per non vedere, ciò che altrimenti avrebbe dovuto stare pressoché immediatamente sotto gli occhi, percepito alla prima investigazione.

Si pensi alle registrazioni relative all’acquisto dei timer da parte di Freda che, in quel 12 dicembre 1969, sono già, da mesi, negli archivi della questura di Padova, inascoltate.

Si pensi alla testimonianza di coloro che, sempre a Padova, hanno venduto nei giorni precedenti gli attentati le borse dove sono stati celati gli ordigni: testimonianza, resa a tre giorni dalla strage e subito sprofondata in amnesie investigative di portata criminale, e riemersa solo ad anni di distanza.

Si pensi allo squarcio di verità sulla cellula nera che viene illuminato grazie a Guido Lorenzon e alla sua «confessione».

Boatti G., “Piazza Fontana”, Einaudi, pag. 389

 

Il « riconoscimento » da parte del tassista milanese Rolandi del passeggero portato verso la Banca dell’Agricoltura, nonché la scelta di quel tragitto in taxi così breve e apparentemente incomprensibile

Che Rolandi non abbia inventato quella corsa né abbia confuso orari e percorsi è assodato: «Come potete vedere dalla cedola di servizio — spiega Rolandi ai carabinieri che la mattina del i ~ dicembre raccolgono la sua deposizione — la corsa fatta con la persona sopra riferita è avvenuta con partenza alle ore 16 da piazza Beccaria e termine alle ore 16.45 in via Albricci. E evidente che poteva essere [...] tra le 16.12 e le i6.43 in quanto siamo soliti arrotondare l’orario di qualche minuto... »

Minuziosa la testimonianza del tassista che se ne sta, a fianco del taxi, con lo sguardo rivolto verso la Galleria del Corso.

Lì nota « un signore che poco dopo è salito sul mio taxi con in mano una borsa nera in vinilpelle con cerniera. Il suddetto mi ha chiesto di accompagnarlo in via Albricci, passando da Santa Tecla. Dopo essere partiti e arrivati in via Santa Tecla mi ha ordinato di fermare il taxi dal quale è disceso subito, dicendomi di attendere un attimo. Attraverso lo specchietto retrovisore ho notato che si allontanava facendo ritorno indietro per via Santa Tecla e svoltando l’angolo verso Piazza Fontana, portando con sé la borsa nera. Dopo circa tre o quattro minuti il suddetto cliente è ritornato sul mio taxi, senza avere con sé la borsa nera. Mi ordinava quindi di portarlo con urgenza in via Albricci. Dopo essere ripartito gli chiedevo dove avrei dovuto fermarmi in via Albricci. Mi rispose che per lui andava bene in qualsiasi posto: anzi preciso che appena giunti all’angolo della via Albricci mi diceva che andava bene così. Allungava la mano e mi consegnava lire 6oo, prezzo della corsa, allontanandosi — di corsa — in direzione di piazza Missori».

Osservatore attento (fino al limite del credibile, aggiungerà qualcuno) Rolandi rammenta anche particolari sulla borsa del passeggero: «Mi è sembrato che fosse alquanto pesante, in quanto il cliente è sceso in via Santa Tecla e ha tirato su la borsa che aveva appoggiato sul pavimento della vettura, facendo un certo sforzo».

L’irrompere della pista anarchica e di Valpreda come soluzione dell’enigma non consente neppure, in quei giorni, di intravedere alcune differenze di non poco conto che esistono tra questa prima versione dei fatti (verbalizzata dai carabinieri) e il racconto che Rolandi avrebbe fatto al professor Paolucci al quale si confida prima di recarsi dalle forze dell’ordine. Questa seconda versione — in un certo senso — semplifica tutto. Quasi a dipanare ogni incertezza circa il fatto che il passeggero trasportato sia davvero l’attentatore di Piazza Fontana: «Il cliente s’avvicinò e disse: “Alla Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana”. Io gli risposi che la Banca dell’Agricoltura era a pochi metri e che faceva prima a piedi. “Non si preoccupi, devo vedere una persona; poi mi condurrà da un’altra parte”. Mi diressi — continua Rolandi secondo la versione di Paolucci —verso la Banca Nazionale dell’Agricoltura. C’era molto traffico: impiegai quattro o cinque minuti; arrivato davanti alla Banca dell’Agricoltura, il passeggero scese e, dopo 40-50 secondi, un minuto, ritornò».

Mossi tasselli di uno scenario sul quale non ci si è soffermati adeguatamente. Quasi che aver accusato l’anarchico Valpreda avesse fatto tacere tutte le altre domande che, invece, ancor oggi, premono per avere riposta.

La bomba di Piazza Fontana, come si è detto, esplode pochi secondi dopo le 16.37. Il timer che determina l’esplosione può operare lungo un tempo di sessanta minuti. È dunque questo l’intervallo massimo di tempo che separa l’esplosione dal momento precedente in cui l’ordigno viene attivato e collocato, chiuso a chiave, nella cassetta metallica celata nella borsa. Intervallo che è realistico pensare di trenta, quaranta minuti. Dunque a cavallo delle ore 16. Pochi minuti prima che a Rolandi si faccia incontro lo sconosciuto passeggero.

Gli stessi gesti con cui si prepara l’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura vengono probabilmente compiuti per la preparazione della bomba deposta alla Banca Commerciale Italiana. Una bomba che, come si è visto, poi non esplode.

Sono molti gli elementi che fanno pensare — ma nessuna indagine si è soffermata su questi aspetti — come questi frettolosi, ma precisi e attenti preparativi, siano avvenuti nel centro di Milano, in qualche luogo molto prossimo ai due obiettivi. E sicuramente vicino al luogo in cui viene preso il taxi di Rolandi.

E da scartare l’ipotesi che le bombe siano state allestite lontano dal centro di Milano. Improbabile, poi, che siano state attivate in qualche luogo di fortuna (la toilette di un treno, ad esempio) prima di farle giungere in città.

Ben ridotto è il margine di sessanta minuti perché si possa rischiare di bruciarli con un ritardo imprevisto. Troppo delicata l’operazione perché la si possa condurre in un luogo poco protetto.

Può essere stato, al limite, un furgone chiuso, parcheggiato in qualche via laterale: ma questa soluzione, se da un lato consentiva — lontano da occhi indiscreti —di mettere a punto i timer, dall’altro rendeva problematica la consegna puntuale e senza dare nell’occhio a due diversi corrieri, incaricati di portare la morte a destinazione (da escludere che le due borse siano state portate, anche per un solo tratto, dalla stessa persona che, così affardellata, e di così delicato carico, avrebbe potuto tradirsi e dare nell’occhio).

Vi era dunque - nei dintorni delle due banche - un appartamento, uno studio professionale, un locale magari apparentemente sfitto o sottoposto a ristrutturazione, a disposizione della cellula terroristica.

Lì si è potuto lavorare tranquillamente e lontani da sguardi indiscreti. Lì, magari utilizzando la copertura di qualche attività che giustificava il viavai di diverse persone, sono state smistate le due borse ai rispettivi corrieri, O alla staffetta di diversi corrieri che, con rapidi passaggi di mano, avrebbe impedito — se le cose si fossero messe male — di risalire alla base stessa dell’operazione.

Il tragitto dalla base terroristica all’obiettivo è la fase più delicata di tutta l’impresa terroristica.

L’uso di un taxi — in una pianificazione di questo genere — può avere diversi fini.

Non si può scartare, obiettivamente, la possibilità che serva a creare una «leggenda». Vale a dire una falsa pista.

Ma, oltre a questa eventualità, è ragionevole pensare che si possa impiegare il taxi, o un automezzo qualsiasi, per portare un fardello che è meglio non sottoporre a eccessive sollecitazioni (sulla 600 multipla di Rolandi la borsa è posta, come ricorda il tassista, sul pianale della vettura - vale a dire la collocazione più stabile — e non sul sedile vuoto che il passeggero ha accanto).

Inoltre transitando col taxi si possono cogliere, senza farsi scorgere, eventuali segnalazioni predisposte nei modi più svariati (una persona che tiene aperto un determinato giornale, o esibisce in modo prestabilito un mazzo di fiori, un ombrello, o porta un particolare copricapo) per ordinare, all’ultimo momento, di interrompere l’azione.

Ma, a maggior ragione, davanti a questa possibile eventualità, occorre che sia immediatamente vicino, a pochi minuti, un luogo adatto dove riaprire la borsa, estrarne il contenitore metallico, dischiuderlo con l’apposita chiave e disattivare — con assoluta attenzione —il timer.

Se invece giunge il segnale di via libera e l’azione viene portata al suo tragico compimento ci si può servire del taxi per controllare preventivamente la presenza del « corriere terminale», vale a dire di colui (o colei) che alla fine porterà la bomba sull’obiettivo. Vedendo i visi, guardando negli occhi, sentendo le voci delle sue vittime.

Un’operazione terroristica come quella di Piazza Fontana è dunque un’impresa militare complessa (di una guerra certo non regolare, ma sommersa e non ortodossa). E un’azione che può fallire per un contrattempo di pochi minuti. Un disguido trascurabile sarebbe sufficiente non solo a impedirne la realizzazione ma anche a consentire agli investigatori (se appartengono alla specie di quelli che davvero vogliono investigare) di ripercorre all’indietro tutta la catena organizzativa che ha predisposto l’attentato. Senza scordare che ogni imprevisto potrebbe mettere direttamente in pericolo la vita di chi sta portando la morte a destinazione.

Il corriere delle bombe dispone di qualche decina di minuti per trasferire il suo carico sull’obiettivo. Per affidarlo al « terminale» che l’abbandonerà senza destare sospetti. Allontanandosi prima della deflagrazione.

Nessuno ama la compagnia di una bomba a orologeria. La fretta che induce a liberarsene al più presto deve tuttavia essere temperata: innanzitutto dalla considerazione che solo depositando la bomba all’ultimo momento sui luogo dell’attentato si può ragionevolmente ridurre la possibilità che l’ordigno venga scoperto prima che deflagri.

Così sono state certamente persone ben rodate all’interno della cellula terroristica quelle che, separatamente, vanno a dirigersi verso gli obiettivi assegnati.

Boatti G., “Piazza Fontana”, Einaudi, pag. 395

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