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Secondo alcuni storici oggi da criticare, la personalità di Silla risulta sdoppiata a causa di uno fra i più inverosimili tagli psicologici. Prima di tutto lo si immagina come un patrizio egoista che, nato nel 138 a.C. , si disinteressa della vita pubblica fino all’avvicinarsi della cinquantina: sarebbe una specie di dilettante sfrenato che altro non chiede se non di soddisfare la foga del proprio temperamento e l’insaziabilità dei suoi appetiti e delle sue curiosità. Silla, all’inizio, avrebbe cercato di godere di tutti i piaceri possibili, quelli del corpo, agile e robusto, e quelli dello spirito, acuto e dai vasti orizzonti. Fatta eccezione forse del Foro, per lui privo di interesse, prende il proprio piacere dovunque lo trovi: nelle bische e in palestra, in compagnia di istrioni e di etere - come quella Nicopoli di cui fu l’amante in attesa di diventare l’erede - e frequentando intellettuali che gli istillano il gusto per l’arte, la filosofia, le lettere greche. Talvolta si adagia nelle facili voluttà di una gioventù dorata, talaltra insegue le aspre gioie delle spedizioni di guerra in cui si inebria di spazio e di libertà, di rischi terribili e di poteri illimitati, di saccheggi e di gloria. L’ambizione lo assale d’un tratto, in età matura e nella forma più imprevista e più nobile. Da un giorno all’altro si identífica completamente con la casta da cui proviene: la nobilitas. Aspira al potere soltanto per salvarla. In nome dei nobili, nell’89 a.C. decide di presentarsi come candidato al consolato con tredici anni di ritardo sull’età legale; poi, ottenuta l’investitura, nell’88 a.C., osa entrare in Roma in armi per difendere i loro privilegi e restaurare, fra le carneficine e gli incendi di una battaglia combattuta per le vie e nelle piazze, l’autorità del Senato resa vacillante dagli intrighi dei Mariani e di Sulpicio. Ed è sempre per la nobilitas che, dopo avere respinto Mitridate dalle province orientali (87-84 a.C.), ritorna in Italia per schiacciare le truppe del partito popolare (i populares), per spogliare, massacrare e annientare i democratici e ripristinare su un cumulo di macerie e di cadaveri l’antica costituzione aristocratica (83-82 a.C.). Ed è soltanto per salvarla che, dopo aver accentrato in sé tutti i poteri in una dittatura mostruosa (82-80 a.C.), si eclissa volontariamente nel 79 a.C., e dimostrando una notevole capacità di sacrificio ritorna alla vita privata, non appena crede di avere raggiunto lo scopo e di avere ristabilito solidamente i nobili nella pienezza delle prerogative e degli onori corrosi o addirittura eliminati da un secolo di imperialísmo e di agitazíoní tribunizie.
Cacopino J., “Silla”, Rusconi, pag. 33
Invece per lo storico romano Sallustio, Silla - Folle d’orgoglio e di sete di dominio - visse soltanto per vincere e comandare: in primo luogo Roma, e con essa il mondo che deve obbedire a Roma. Noncurante di intrighi e di mezze misure, sprezzante di un’autorità precaria e divisa, cosciente, inoltre, dell’impossibilità di reggere un impero immenso con le istituzioni di una sola città e di subordinarne all’infinito la politica alle divisioni di un’oligarchia fondata sul denaro o ai capricci di una plebe avvilita, si interessò alle rivalità dei partiti soltanto per avvantaggiarsene. Né conservatore per principio né ostile alle masse che avessero acconsentito a lasciarsi guidare, illuminato da idee semplici, adatte non solo al suo temperamento ma alle necessità del tempo, aspirò costantemente alla forza e la prese dove allora si trovava: negli eserciti. Così, interpretando, poi precorrendo il corso degli eventi, concepì il piano della rivoluzione che si sarebbe realizzata mezzo secolo dopo. Realista rigoroso, Silla, che a ogni tappa aveva allargato il proprio orizzonte, volle fondare a proprio vantaggio la monarchia militare, unica forma di regime valida, a parer suo, per l’avvenire; se alla fine vi rinunciò, lo fece suo malgrado, perché i tempi non erano maturi ed era preferibile, con una finta sconfessione, liberarsi coraggiosamente di un progetto ancora avventuroso piuttosto che abbassarsi all’evidenza di una sconfitta o cozzare irrimediabilmente contro l’irrealizzabile.
Cacopino J., “Silla”, Rusconi, pag. 36
Anche se Silla apparteneva a una antica famiglia romana, non poteva pretendere al titolo di nobile, perché non era nato ricco e i suoi ascendenti diretti, esclusi dalle alte magistrature, non occupavano da molto tempo le sedie curuli. Prima di ereditare dalla matrigna e da una delle amanti Silla era povero e abitava in una casa popolata di liberti, in un modesto appartamento preso in affitto a tremila sesterzi l’anno (equivalenti a circa un milione duecentomila lire); frequentava un ambiente equivoco e soddisfaceva i propri gusti lussuosi accettando generosità inconfessabili; inoltre, per trovare un console fra gli antenati, egli doveva risalire a sei generazioni precedenti. Il suo bisarcavolo, P. Cornelio Rufino, che per due volte ottenne, nel 290 e nel 277 a.C., il consolato, aveva combattuto valorosamente contro i Sanniti, ma la sua reputazione di uomo venale era tale che i cittadini, nell’affidargli la suprema magistratura, si giustificarono, sostenendo ch’era preferibile essere spogliati da un compatriota che dal nemico; e quando diventò censore il frugale e incorruttibile Fabrizio, questi lo espulse dal Senato soltanto perché possedeva, fra lo scandalo dei suoi pari ancora abituati ai piatti di terracotta, dieci libbre di stoviglie d’argento.
Quanto al padre, completamente rovinato, vegetò oscuramente e conobbe qualche agiatezza soltanto alla fine dei suoi giorni, grazie a un nuovo matrimonio vantaggioso.
Silla non perderà certo il suo tempo fra i clamori vani del Foro. Preferiva vivere egoisticamente per se stesso e, per istruzione o per divertimento, alternare lo studio ai festini". A ventisei anni, i Romani erano autorizzati a salire i primi gradini del cursus honorum repubblicano. Senza apparente rimpianto, egli lasciò trascorrere il termine fissato dalle leggi che prescrivevano l’età necessaria per adire alle cariche; ma sei anni dopo, quando le eredità lo ebbero di colpo arricchito, si presentò all’improvviso al voto, non sappiamo con quale programma politico e sotto quale patrocinio. Certamente riteneva che le sportule distribuite dai suoi non avessero bisogno di etichette e, appena proclamato questore, nel 106 a.C., si affrettò a raggiungere in Numidia l’esercito che un colpo di Stato popolare aveva affidato al comando di Mario.
Cacopino J., “Silla”, Rusconi, pag. 38
Duttile e diplomatico, quanto soldato temprato alla fatica e coraggioso in battaglia, in Africa diede subito la misura del suo valore ". Ma lasciò anche intuire i suoi secondi fini. La missione di cui era stato incaricato nel 105 a.C. dal comandante in capo terminò con il successo folgorante della cattura del re di Numidia (Algeria), che da sei anni impunemente oltraggiava la maiestas romana. Esso si volse immediatamente a suo vantaggio, guadagnandogli la fiducia e gli aiuti del re dei Mauri, Bocco, al quale, in compenso della consegna di Giugurta, egli aveva promesso una larga fascia del territorio numidico. Mario acconsentì a questa cessione che venne ratificata dalle assemblee di Roma, ma Silla aveva fatto in modo di attribuirsene tutti i meriti agli occhi del re, che non avrebbe più cessato di colmarlo di premure e di regali fastosí. Quest’amicizia regale, coltivata con cura, avrebbe permesso a Silla di finanziare d’ora in poi le proprie clientele romane.
Cacopino J., “Silla”, Rusconi, pag. 39
Subito l’ex questore Silla mirò alla pretura, ma il popolo gliela rifiutò per insegnargli a passare prima attraverso l’edilità e il finanziamento dei giochi che spettavano a chi ricopriva tale carica. Eletto edile per il 94 a.C., Silla ripropose la propria candidatura per uno dei posti di pretore, e questa volta con volontà di riuscire; senza più preoccuparsi di principi e scrupoli, disinvoltamente si adattò ai costumi del Foro, sostituì le professioni di fede con le gentilezze e le elargizioni, comprò i voti che ancora gli mancavano e, per ringraziare i cittadini d’essere stato eletto, offrì loro lo spettacolo della prima lotta di leoni che fosse mai avvenuta nell’anfiteatro. Le cacce di Bocco contribuivano alla sua magnificenza, come il denaro del re aveva sicuramente alimentato la sua corruzione elettorale.
Cacopino J., “Silla”, Rusconi, pag. 40
Quando alla fine dell’89 si candidò al consolato, stando all’affermazione di Plutarco, «fece credere di essere sì un esponente dell’aristocrazia, ma di avere anche a cuore le sorti del popolo». In altre parole, si destreggiava fra tutti i partiti senza mostrare un particolare interesse per nessuno: pensava soltanto a se stesso.
Il consolato, d’altronde, ai suoi occhi era soltanto una inezia; come scrive ancora Plutarco, « Silla cominciò a puntare cupidamente i suoi pensieri sulla guerra contro Mitridate [un re della Turchia]: il consolato era poca cosa in confronto a ciò che si riprometteva da essa ».
Cacopino J., “Silla”, Rusconi, pag. 41
Ottenne la nomina, ma il suo nemico Mario, fece adottare un plebiscitum che, annullando le disposizioni prese dal Senato e dai consoli, trasferiva a Mario l’incarico desiderato della spedizione contro Mitridate. Silla aveva creduto di potersi beffare dell’ex comandante e ora rischiava di essere giocato proprio da lui. Era appena arrivato a Capua, quando fu raggiunto da una delegazione di tribuni militari, inviati per comunicargli il testo dell’ultima legge e ingiungergli di conseguenza di consegnare loro il comando. Silla, nel quale le energie e l’astuzia si risvegliarono immediatamente, per tutta risposta radunò le truppe e le informò di ciò che era successo con un’arringa destinata apparentemente a impietosirle sulla sua sorte, in realtà a renderle inquiete per la loro e a sollevarne lo sdegno contro i nemici; i soldati si scagliarono sui disgraziati messaggeri, li lapidarono seduta stante e reclamarono a gran voce di essere condotti subito a Roma. Per la prima volta nella storia, i legionari si ribellavano alle leggi dei cittadini e intimavano a un generale romano di calpestare il suolo inviolabile dell’Urbe con il passo dei pretoriani in rivolta. Per paura di essere trascinati a commettere un attentato così mostruoso, tutti gli ufficiali superiori, i legati, i questori, i tribuni fuggirono, tranne uno. Ma poiché ne andava della sua sorte, Silla non esitò un attimo a ricorrere a quella violenza sacrilega, e mosse su Roma con le sue sei legioni. Pose l’assedio alle mura dell’Urbe e varcò la porta Esquilina con le insegne spiegate e al suono delle trombe, come se entrasse in territorio nemico. La plebe della Suburra era salita sui tetti, da dove scagliò sugli assalitori una gragnuola di frecce e di sassi. Silla, spietato, ordinò di dar fuoco alle case, impugnò la prima torcia e fu così che, senza alcun riguardo per amici, alleati o congiunti, senza fare distinzioni fra innocenti o colpevoli, si aprì, come dice Plutarco, “un varco in Roma, con la fiamma in pugno”. Quel giorno avrebbe osato qualsiasi cosa pur di vincere, e avrebbe preferito mandare in rovina la patria piuttosto di lasciarsi sfuggire la vendetta e la preda.
Cacopino J., “Silla”, Rusconi, pag. 45
L’idea che Silla si sia impadronito della dittatura soltanto per restaurare l’oligarchia è estranea all’antichità. Per Tito Livio, Silla avrebbe consolidato l’autorità, senza fare altro. Secondo Aurelio Vittore, riportò semplicemente ordine nello Stato. Cicerone quando, nel De finibus, cerca un termine di confronto nel passato, risale immediatamente a Tarquinio il Superbo, il più tirannico dei re della leggenda romana.
A dire il vero, Silla personalmente si definì soltanto dittatore, ma riprendendo a proprio vantaggio un titolo dimenticato da centotrentaquattro anni, ne aveva radicalmente trasformato il significato. I dittatori di un tempo erano comandanti in guerra, che venivano designati per sei mesi, e la cui autorità, per quanto fosse ancora temibilmente ampia nel secolo III a.C., era però limitata, per un breve periodo che non poteva essere assolutamente rinnovato, alle attribuzioni del generalissimo in un paese in stato d’assedio. In questi limiti essi esercitavano la loro funzione senza contrappeso né controllo; ma non avevano né la facoltà di scegliere i magistrati i quali, eletti come al solito dal popolo, erano semplicemente subordinati a loro, né quella di amministrare la giustizia, di abrogare o promulgare leggi, di alienare qualsiasi bene dello Stato né, a maggior ragione, quella di disporre delle proprietà private.
Silla non soltanto concentrò nelle sue mani le funzioni di comandante in guerra (in questo consisteva la dittatura di un tempo), ma vi aggiunse tutte le altre prerogative. Gli fu accordato per il passato l’approvazione retroattiva di tutti gli atti ufficiali da lui compiuti come console e come proconsole, e per l’avvenire gli fu concesso il diritto di pronunciare sentenze inappellabili circa la vita e le sostanze dei cittadini, e la facoltà di disporre a suo talento del demanio dello Stato, di spostare a suo arbitrio i confini urbani in Italia, dello Stato, di sciogliere o fondere comuni urbani in Italia, di disporre delle province e degli Stati dipendenti.
Cacopino J., “Silla”, Rusconi, pag. 49
Esaudendo l’eterno e spesso deluso desiderio del proletariato, Silla assunse il vecchio programma agrario dei democratici e lo applicò con la violenza di cui era capace su una scala resa molto più vasta dalle circostanze. Le confische con cui aveva colpito i proscritti da un lato, e dall’altro le mutilazioni imposte a molte città italiche, le une per essere insorte contro Roma durante la Guerra Sociale, gli altri per essere rimasti troppo a lungo fedeli ai Mariani, avevano rimesso a disposizione dello Stato migliaia di iugeri coltivabili. Ma Silla si astenne dall’incamerarli come ager publicus dello Stato. Con il pretesto di appaltarli in nome del Tesoro sarebbe equivalso ad affidarli come in passato alle famiglie senatorie alle quali, grazie alla connivenza dei censori e degli edili e all’abbondanza delle loro risorse in capi di bestiame e in mano d’opera servile in cambio di un canone minimo e generalmente non pagato, era riservato lo sfruttamento dell’ager publicus come appannaggio della loro casta e sostegno fondiario della loro supremazia ereditaria. Egli dunque, si dedicò completamente a suddividere quei beni fra i proletari. Distribuì ai suoi partigiani le case e i campi dei vinti, e nelle città che aveva conquistato e saccheggiato fondò colonie nelle quali furono iscritti, sia come cittadini romani che come proprietari di pieno diritto, i veterani delle sue ventitré legioni. Appiano valuta a 120.000 il numero dei concessionari che ricevettero allora i lotti di terra, fornendo una cifra che è il quintuplo di quella citata da Svetonio per le lottizzazioni di Cesare.
Cacopino J., “Silla”, Rusconi, pag. 61
Di temperamento sensuale e di cultura raffinata Silla non aveva nulla della persona pia. Era troppo dedito ai piaceri per preoccuparsi degli dèi, e amava troppo la frequentazione dei filosofi greci per aderire al paganesimo del popolino. L’uomo che aveva salvato dal sacco di Atene i manoscritti di Aristotele e li aveva portati con sé come bottino insieme con le statue di Lisippo e le statuette grottesche canzonava le favole mitologiche, e invece di tremare si burlava dei fulmini di Zeus. Lo si vide durante la campagna di Grecia, nell’87 avanti Cristo. Poiché la cassa era vuota e la paga (stipendium) dei soldati non ammetteva ritardi né riduzioni, taglieggiò sistematicamente gli dèi cominciando da quello dei Delfi. Agli Anfizioni impose di consegnargli i tesori di Apollo e inviò loro un focese del suo seguito, un certo Cafi, che egli aveva incaricato della razzia, con le istruzioni supplementari di pesare per bene. Arrivato a Delfi, Cafi fu accolto dalle suppliche dei sacerdoti e, impietosito da quei lamenti, pianse con loro sulla crudeltà della missione che aveva accettato di compiere. Allora, alcuni di essi, avvertendo la sua debolezza, gli raccontarono per spaventarlo di avere appena udito risuonare in fondo al tempio la lira del dio. Cafi, sia che immaginasse di sentirla davvero, sia che desiderasse approfittare di quel pretesto per evitare un sacrilegio alla coscienza di Silla, gli scrisse per informarlo del miracolo. Ma a quella lettera pia egli « rispose scanzonatamente. "Mi stupisco" disse "o Cafi, come tu non comprenda come il canto sia un segno di gioia, e non di sdegno. Quindi ti ordino di portar via tutto con buon animo, poiché vedi che il dio è ben lieto di dare." ».
Cacopino J., “Silla”, Rusconi, pag. 77
I primi ludi della vittoria di Silla furono celebrati dal 27 ottobre al 1° novembre dell’81 a.C. con uno sfarzo e una prodigalità incredibili. Silla, con il pretesto della decima del proprio bottino che i generali vittoriosi consacravano a Ercole, invitò l’intera città a un banchetto gigantesco " in cui l’abbondanza delle provviste fu tale che si dovettero gettare nel Tevere enormi quantità di carne, e furono serviti vini vecchi di quarant’anni e oltre”. Durante la festa, che durò parecchi giorni, la moglie di Silla, Cecilia Metella, si ammalò gravemente. Quando i medici diagnosticarono un esito fatale, i pontefici, consultati dal dittatore, gli proibirono di vederla e di esporsi alla contaminazione che i funerali avrebbero arrecato alla sua casa. Silla allora ripudiò immediatamente Metella e la fece trasportare agonizzante in una casa vicina dove spirò poco dopo". Plutarco, invece di biasimare tanta insensibilità, approva Silla per essersi rigorosamente attenuto alla precisa osservanza della regola religiosa. Come il flamine di Giove, per rispetto al dio che evocava fra gli uomini, non poteva toccare un cadavere e, in caso di vedovanza, era costretto ad abbandonare il sacerdozio", o come gli abitanti di Delo, per rispetto ad Apollo la cui presenza invisibile riempiva la loro piccola patria, imbarcavano rapidamente i propri moribondi per l’isola di Renea, anche Silla Felix non doveva subire il contatto della malattia né l’avvicinarsi della morte. Poiché gli dèi sono inaccessibili all’impurità e alla disgrazia, anche Silla non doveva esserne sfiorato.
Cacopino J., “Silla”, Rusconi, pag. 95
Si servì del voto come del mezzo per ottenere dalle urne i nomi di coloro che, nel proprio intimo, aveva già designato. La sua scelta era già fatta; perciò nulla poteva assecondare la sua onnipotenza meglio di una elezione in cui la preferenza dichiarata del dittatore sarebbe stata sufficiente a far confluire i voti su consoli privi di qualunque autorità personale, ridotti ai soli titoli ottenuti con il suo appoggio. Sarebbe stato infatti inutile cercare nel Senato personaggi più scialbi dei due ex pretori ai quali Silla aveva concesso l’investitura. Di questi il primo, M. Tullio Decula, è a noi ignoto, mentre il secondo, Cn. Cornelio Dolabella, era il tipo dell’ufficiale disciplinato fino all’inerzia. Dopo avere ricevuto da Silla il comando della flotta senza mai distinguersi, se lo era lasciato sfuggire senza recriminare, e in silenzio aveva accettato un incarico di luogotenente in sott’ordine nell’esercito. A Sacriporto non era stato in grado di eseguire la manovra che Silla gli aveva ordinato; alla porta Collina lo aveva supplicato di non dare battaglia, poi lo aveva seguito come meglio poteva quando Silla, al calar della sera, aveva ordinato alle trombe di dare il segnale d’inizio dell’attacco.
Eleggere al consolato simili mediocrità significava preparare docili strumenti per la dittatura, indebolire il prestigio delle magistrature tradizionali e screditare con esperimenti ridicoli la stessa pratica dell’elezione. È impossibile che Silla in cuor suo non avesse queste intenzioni, ma poco ci mancò che fra tutti quegli accorgimenti egli si smarrisse. Ofella, inebriato dalla recente gloria, senza preoccuparsi di essere gradito o no si era presentato come candidato. Silla, già infastidito dai suoi successi e sospettoso per il suo passato, gli mandò a dire di ritirare la candidatura. Ma Ofella, tratto in inganno dalla popolarità di cui pensava di godere ampiamente fra la plebe e i soldati, incurante del divieto scese al Foro come se nulla fosse e continuò i suoi maneggi. Silla non tollerò quel gesto di rivolta che, con un’ulteriore insolenza, veniva compiuto davanti ai suoi occhi, mentre sedeva sulla tribuna alla sommità della gradinata che, salendo al tempio di Castore, dominava il Foro. Immediatamente inviò Luciano Bellieno, uno dei centurioni che gli stavano accanto in armi, a pugnalare il ribelle; pochi minuti dopo Ofella veniva sgozzato fra i suoi elettori». La folla, sorpresa e indignata, arrestò l’assassino e, chiedendo giustizia, lo condusse al tribunale, ma Silla dichiarò imperturbabile di essere stato lui stesso a volere quella morte come esempio e ordinò di liberare il centurione che disciplinatamente aveva eseguito gli ordini. « "Sappiate, o cittadini, e ascoltatelo da me stesso, che io ho fatto uccidere Lucrezio, perché mi aveva disobbedito"; e affinché capissero meglio, terminò con una terribile minaccia racchiusa in un apologo ignobile: "I pidocchi molestavano un contadíno che arava: egli due volte, deposto l’aratro, cercò di liberarne la tunica. Morsicato di nuovo, per non interrompere il lavoro ogni minuto, bruciò l’indumento. Anch’io avverto coloro che per due volte furono vinti a non chiedere, la terza, il fuoco".» Chi stava ascoltando quello strano discorso, in seguito avrebbe riversato sulla memoria di Silla il disgusto di un simile paragone; ma sul momento tutti rimasero atterriti dal pericolo che il dittatore con quel macabro sarcasmo teneva sospeso sulle loro teste e si dispersero senza reagire. I democratici, prima colpiti nell’88 a.C. nell’incendio della Subura, poi abbattuti nell’82 a.C. alla porta Collina, avevano capito che al minimo cenno di ribellione sarebbero stati annegati nel sangue di un massacro generale che Silla non avrebbe esitato a estendere, così come aveva potuto uccidere alla luce del sole il luogotenente Ofella. Niente e nessuno avevano ostacolato la rapidità della vendetta e quelli che avrebbero potuto fermarla gli avevano consegnato la vittima. Ofella, semplice cavaliere, non aveva magistrati fra gli antenati e, venendo dalla gavetta, non aveva ancora ottenuto alcuna magistratura. La sua candidatura aveva scandalizzato i difensori della vecchia aristocrazia che, dal loro punto di vista, la consideravano un’assurda pretesa, una illegalità rivoluzionaria.
Cacopino J., “Silla”, Rusconi, pag. 105
I comizi votarono senza fiatare, con un plebiscitum speciale, lo spaventoso diritto, attribuitogli implicitamente dalla legge, di proscrivere senza giudizio consoli, pretori, questori, tribuni, magistrati, ufficiali e semplici cittadini, tutti coloro insomma che avevano servito i suoi nemici dal giorno in cui il console L. Cornelio Scipione aveva rotto l’accordo concluso con lui; nel semplice verbo proscribere, « proscrivere », era inclusa qualsiasi licenza, qualsiasi crudeltà. Il proscritto, cioè colui che veniva iscritto nella lista maledetta, era isolato dal mondo e messo al bando dall’umanità. I suoi beni venivano confiscati e venduti all’asta, la sua vita era nelle mani del primo venuto che poteva ucciderlo come un cane, i suoi discendenti erano tacciati d’infamia fino alla terza generazione. Silla aveva in mano l’arma con la quale avrebbe annientato senza spargimento di sangue quella opposizione che in passato aveva rovesciato l’aristocrazia e in futuro avrebbe potuto rovesciare anche lui. I nobili, ancora doloranti per le ferite, in preda alla paura e ai risentimenti, approvavano l’ecatombe che ora appagava i loro rancori ma che, finite le rappresaglie, li avrebbe gettati sfiniti ai piedi del padrone.
A una prima lista di nemici Silla ne fece seguire una seconda, poi una terza.
Poi oltraggiò le vittime facendo esporre in pubblico, nei templi, sui Rostri e sulle fontane pubbliche, le loro teste a mo’ di trofei e spauracchi. Da Roma quell’ondata di sangue dilagò sull’Italia. Fu una specie di notte di san Bartolomeo estesa a tutto un popolo e prolungata per mesi, un’orgia di crimini legali, nei quali la politica serviva da pretesto per lo scatenarsi dei peggiori istinti. Innocenti venivano sacrificati all’avidità dei delatori, altri soccombevano agli odi privati che stavano in agguato, i più perivano per l’invidia suscitata dalle loro ricchezze.
Ad esempio un certo Quinto Aurelio, cittadino prudente e lontano dalle contese elettorali. Questi un giorno oziosamente si era recato al Foro per leggere una nuova lista di proscritti e, sorpreso nel vedere il proprio nome, non riuscì a trattenere un grido: « "Ohimè infelice" esclamò: "la mia tenuta di Alba mi perseguita" » ". Quel grido gli fu fatale: mentre cercava di allontanarsi venne assassinato da un passante che aveva fretta di intascare la taglia.
I nobili, allarmati da quelle carneficine che stavano avvicinandosi fino a lambire le loro case, osarono alzare la voce in Senato: « Q. Catulo disse apertamente a Silla: "Con chi dunque potremo vincere, se noi uccidiamo i soldati in guerra, e i cittadini disarmati in tempo di pace?"». Interprete dell’angoscia dei suoi, C. Cecilio Metello osò invitare il dittatore a fissare almeno un termine alle funebri liste che si andavano allungando sempre più. « "Non ti chiediamo" disse "di togliere la punizione a coloro che hai deciso di punire, ma l’ansietà a coloro che hai deciso di salvare". »
Silla replicò irritato di non essere ancora in grado di rispondere, perché non amava cedere alle richieste imperiose.
Ma temeva un disaccordo con la fazione dominante del Senato, e trattava con cautela i Metelli che, volendo, avrebbero potuto scatenare i loro veterani contro i suoi. Dopo qualche tempo decise di accogliere la loro richiesta e annunciò che a partire dal 1° giugno 81 non ci sarebbero più state nuove liste di proscrizione; nel contempo si riavvicinò ulteriormente a Metello Pio, considerato il capo di quella grande famiglia.
Silla non godette mai di un potere tanto vasto e indiscusso come fra il luglio e il novembre dell’81 a.C. quando, avendo rinsaldato l’alleanza con i Metelli, soffocò tutti gli antagonisti. In questo periodo, forse il più brillante della sua vita, poté lasciare Roma per assediare Volaterrae (l’attuale Volterra) senza che nell’Urbe nessuno osasse muoversi; poté anche continuare le proscrízioni oltre i limiti fissati senza che in Senato nessuno si levasse per chiedergli il rendiconto o per ricordargli gli impegni presi.
Cacopino J., “Silla”, Rusconi, pag. 109
Se più tardi Augusto affiderà a semplici schiavi la corrispondenza che da ogni parte del mondo giungeva all’imperatore `, se Claudio riserverà ai liberti tutte le funzioni del suo governo, Silla, da sovrano autoritario che vuole essere obbedito senza discutere, aveva reclutato fra la servitù i segretari che lo assistevano nel disbrigo degli affari di Stato e la cui potenza illegale era andata aumentando a mano a mano che aumentava quella del padrone. Fra i molti c’erano autentiche canaglie avidissime che nella confusione di quel periodo rivoluzionario avevano avuto buon gioco nel tessere intrighi e imbrogli. Disgraziatamente per Silla, uno di questi furfanti, L. Cornelio Crisogono, superò i limiti della tracotanza e della malvagità. Figlio di schiavo e ancora molto giovane, in pochi mesi aveva ammassato una ricchezza enorme che, invece di tenere nascosta, ostentava con l’insolenza propria della sua età e l’incosciente fatuità degli arricchiti. Scendeva al Foro con i capelli stillanti di profumi e l’incedere sprezzante, circondato da una corte in gran parte composta, per la vergogna di tutti, da liberi cittadini. Tutti sapevano che nei dintorni di Roma aveva acquistato molte proprietà redditizie e una villa; nell’Urbe veniva additato il suo palazzo privato che si trovava nel quartiere aristocratico del Palatino ed era tappezzato con le stoffe più rare, pieno di statue e dipinti di autore, di argenteria cesellata e vasi di Corinto e Delo; qui egli invitava gli amici a pranzi preparati dai cuochi più raffinati e serviti da un nugolo di schiavi, al suono di un’orchestra che fino all’alba accompagnava il canto armonioso delle voci con un concerto di flauti e di cetre. Crisogono, per il lusso ostentato e la vanità che dimostrava, era odiato dalla folla che, fra tutti i ricchi, detesta soprattutto i nuovi e certo non credeva che costui avesse accumulato tanto denaro dormendo. Come e con quali infamie se lo fosse procurato i nobili ebbero modo di farlo sapere all’opinione pubblica con un’arringa di Cicerone, che da avvocato ancora sconosciuto diventò improvvisamente celebre.
L’orazione in difesa di Sesto Roscio Amerino, la vittima di Crísogono, è stata molto commentata, ma non credo che il suo significato più profondo sia stato capito, né che siano stati penetrati i risvolti politici. Ecco in breve i fatti. Alcuni mesi dopo il 1° giugno 81 a.C., data in cui Silla stesso aveva deciso di chiudere le liste di proscrizione, Roscio, un ricco possidente terriero di Ameria (l’attuale Amelia, in Umbria), venuto a Roma dove era sua abitudine soggiornare di frequente, fu assassinato di notte al ritorno da un banchetto nel quartiere (vicus) di Pallacina, (l’attuale via San Marco)". Gli assassini restarono ignoti, ma subito si cominciò a sussurrare che probabilmente erano stati assoldati da due cugini del morto, Magno e Capitone. Entrambi erano interessati alla scomparsa del congiunto perché il defunto lasciava quale erede soltanto un figlio, incapace di amministrare senza il loro aiuto le proprietà che gli sarebbero toccate: tredici poderi di ottima terra lungo il corso del Tevere, valutati milioni di sesterzi. Inoltre Magno e Capitone si erano traditi per l’eccessiva fretta dimostrata nel trasmettersi la notizia. Roscio padre era spirato all’una di notte; e prima dell’alba Capitone, rimasto ad Ameria, aveva ricevuto la notizia dal messaggero imbrattato di sangue che Magno gli aveva spedito da Roma, e che sul barroccio aveva percorso a briglia sciolta ottantacinque chilometri in dieci ore. I sospetti si stavano addensando su di loro. Per non avere noie essi decisero di rivolgersi a Crisogono; fu così che quattro giorni dopo il delitto i loro emissari lo raggiungevano sotto le mura di Volterra dove in quel momento Silla stava dirigendo l’assedio della città. Crisogono capì al volo e subito, tentato dal guadagno che costoro gli proponevano, legalizzò l’assassinio del ricco umbro aggiungendo alla lista dei proscritti il nome dello scomparso. L’iscrizione di Roscio padre sulle funeste tavole di proscrizione era un’infamia perché era di dominio pubblico che egli aveva fatto parte dell’esercito di Silla; costituiva inoltre una flagrante violazione delle norme fissate da Silla stesso, poiché le proscrízioní erano state chiuse da parecchi mesi. Ma di fronte alla lusinga del guadagno per Crisogono non esistevano né leggi né giustizia né umanità. Alla descrizione delle fertili proprietà d’Ameria fu preso da un’irresistíbile voglia di venderle per aggiudicarsi la parte migliore a un prezzo irrisorio; e, nonostante il termine fosse scaduto, egli, perduto ogni pudore, fece iscrivere sulle tavole la proscrizione postuma di Roscio padre per acquisire il diritto a confiscarne i beni. La cosa destò enorme impressione ad Ameria. La gente esclamò che c’era un equivoco, il consiglio amministrativo (decuriones) del municipium - sindaco e consiglio comunale - inviò a Silla una legazione dei suoi principali esponenti che avrebbero dovuto soltanto raccontare la verità perché l’errore venisse riparato. Ma Crisogono, avvertito da Capitone, stava all’erta. Quando gli inviati si presentarono a loro volta al campo di Volterra, egli impedì che avvicinassero Silla il quale doveva ad ogni costo restare all’oscuro dei suoi imbrogli; fece le scuse per il dittatore dicendo che in quel momento non poteva riceverli, e dopo avere cortesemente ascoltato le loro lagnanze fu prodigo di promesse, assicurando che avrebbe provveduto personalmente a cancellare dalle liste di proscrizione il nome di Roscio padre, a togliere il sequestro sulla successione e ad autorizzare Sesto Roscio figlio a entrare in possesso dell’intera eredità". La legazione, non conoscendo l’uomo, ritornò ad Ameria completamente rassicurata. Crisogono, allontanato il pericolo di rivelazioni che avrebbero provocato l’ira di Silla, era deciso a non mantenere le promesse fatte. Rimandò di settimana in settimana i provvedimenti annunciati, poi, quando credette che i continui rinvii avessero fatto dimenticare il caso, gettò la maschera e, procedendo d’ufficio alla vendita dei tredici poderi che gli facevano gola, li acquistò per una somma irrisoria, ne lasciò tre a Capitone e divise gli altri dieci con Magno. Il gioco era fatto: Crisogono aveva arraffato altri miliardi. Tanto peggio per Sesto Roscio figlio che ad Ameria, indegnamente spogliato, aveva contemporaneamente perso il patrimonio e il sacrosanto diritto di procedere contro gli assassini del padre.
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Ma i ladroni avevano commesso l’errore di puntare sulla viltà e la disperazione di quel disgraziato. Sesto Roscio attinse dalla paura e dalla disperazione un’imprevedibile energia. Partì per Roma, implorò la protezione dei potenti patroni che la famiglia aveva nell’Urbe, con il loro appoggio si prodigò in tentativi per informare Silla e smascherare i persecutori. La sua attività stava diventando veramente fastidiosa e temibile. Allora, per impedirgli di agire, Crisogono e i suoi complici spaventati lo calunniarono di un atto incredibile, che fra l’altro smentiva le loro prime menzogne: sfidando la logica e la credibilità lo accusarono di avere tramato la morte del padre, e rifacendosi alla recente lex Cornelia sui sicari e gli avvelenatori gli intentarono una causa (actio) di parricidio ". Impudenti, ma soprattutto imprudenti. Se il povero Sesto Roscio, un po’ ottuso e di abitudini contadine, a Roma non avesse avuto amici, forse sarebbe stato sconfitto. Ma la sua causa era così limpida, la sua innocenza così evidente, coloro che lo avevano spogliato avevano dato prova di tale perfidia e malvagità che i nobili ai quali si era rivolto, già stanchi della dominazione di Silla, accorsero in sua difesa; quel caso, in cui i peggiori servitori del potere avevano accumulato delitti ripugnanti e colpe imperdonabili, offriva inoltre un’occasione unica e insperata di far vacillare la dittatura, affrettando la fine di uomini indifendibili che l’avevano disonorata. Se l’intera vicenda si fosse risaputa nel Foro, quegli uomini scellerati sarebbero stati perduti. Essi cercarono ovviamente di rinviarne la scadenza", ma Silla lasciò che la giustizia seguisse il suo corso, forse perché era disgustato dai fatti di cui era venuto a conoscenza in quell’occasione o perché, all’oscuro di tutto, non poteva prevedere il danno che gli sarebbe venuto lasciando che diventassero pubblici; o ancora perché non era più così sicuro di sé da sostenere dei colpevoli riconosciuti tali. Crisogono e i suoi complici non poterono invalidare l’inchiesta istruttoria, come non poterono impedire al pretore M. Fannio di costituire la giuria, né all’avvocato di dar prova di tutta la propria abilità e di suscitare con la sua eloquenza l’interesse dell’Urbe. L’arringa di Cicerone, che possiamo leggere quasi integralmente, venne sicuramente pronunciata, al più presto, durante il mese di gennaio del 79 a.C.
Se l’oratore latino nella sua perorazione parlò senza mezzi termini, ma disse apertamente che Roma era stanca della crudeltà come virtù di governo, se invitò i senatori che costituivano la giuria a liberarsene con una sentenza di assoluzione: « Se quella ferocia, che in questo periodo ha imperversato nella vita pubblica, ha indurito e inasprito anche i vostri cuori - cosa veramente impossibile -, non c’è più rimedio, o signori: meglio sarà passar la vita tra le belve, che trovarsi in mezzo a così crudele barbarie », per il resto egli distinse prudentemente fra Silla e gli strumenti di cui questi era costretto a servirsi.
Accusò con violenza i servi, ma risparmiò e riverì il padrone.
Lo paragonò a Giove che con un cenno del capo comanda il cielo, la terra e i mari, ma che purtroppo è talvolta sopraffatto dall’immensità della natura e non può sempre difendere l’umanità dalle catastrofi che l’impeto dei venti, i rigori del freddo, o i caldi torridi le infliggono; per analogia si rifiutò di attribuire a Silla la responsabilità dei flagelli che, a sua insaputa, si erano abbattuti sulla Repubblica, mentre governava l’universo. Si dilungò con ammirazione insistente sull’immane compito che incombe al dittatore: « Né c’è da meravigliarsi che egli nello stesso tempo debba sanare le ferite del passato e si debba tener pronto a quel che può accadere da un momento all’altro; inoltre egli da solo ha la responsabilità di riordinare in pace lo Stato e di far la guerra; tutti guardano a lui solo, ed egli solo ha la suprema direzione di tutto. Essendo diviso tra tante e così impegnative cure di governo che gli tolgono quasi il respiro, che c’è di strano se non avverte qualche abuso, dato che sono in tanti a seguire la sua intensa attività e a spiare il momento in cui, appena egli volta gli occhi altrove, possano architettare imprese di questo genere? E inoltre, felice per quanto sia, com’è realmente, nessuno tuttavia può essere completamente felice da non contare nel suo grande seguito qualche mascalzone o schiavo o liberto ». Le ultime parole ci invitano a riflettere sulle segrete intenzioni del panegirico, che termina con una punta di ironia volutamente sottolineata. Cicerone esalta il grand’uomo ma fin dal primo istante, anzi proprio in questo modo, egli si avvicina allo scopo immediato, cioè l’assoluzione del cliente. Infatti, quanto più farà una netta distinzione fra Silla e il suo servitorame, tanto più gli sarà facile sconfiggere il secondo.
Infine, l’elogio che Cicerone concede alla personalità di Silla si ritorce soprattutto in un implacabile verdetto contro il suo governo. La grandezza dell’individuo sottolinea la meschinità del regime. Se simili delitti sono stati inevitabili anche con un dittatore come Silla, significa che la dittatura li ha resi necessari, e che di conseguenza essa non vale nulla e deve scomparire. Cicerone le inferse il colpo di grazia quando essa già stava soffocando sotto quei fiori avvelenati. « Se [... ] si sono impugnate le armi perché i disperati si arricchissero col denaro altrui e si avventassero indiscriminatamente sulle fortune altrui, e questa violenza non si può soltanto impedire coi fatti, ma neanche condannare a parole, allora veramente il popolo romano non è stato ricostituito e restaurato dei danni sofferti, ma assoggettato e schiacciato. » E concludendo: « E dunque per questo la nobiltà, ridestatasi con le armi in pugno, ha riconquistato lo Stato, perché liberti e servitorelli dei nobili potessero mettere a soqquadro i beni e le vite vostre e le nostre? ». Non sappiamo se la folla che assisteva alle udienze abbia sommerso di applausi o clamori questo pezzo di bravura. Ma indubbiamente l’appello lanciato alla nobilitas non fu vano; fra i senatori che costituivano la giuria del pretore M. Fannio si formò una maggioranza per condannare la condotta di Crisogono, assolvendo Sesto Roscio Amerino. Quel giorno Silla e l’aristocrazia si separarono clamorosamente, e per la prima volta dal 1° novembre 82 a.C. il dittatore, ripudiato dai compagni di lotta, dovette domandarsi con angoscia se sarebbe riuscito a compiere la propria opera fino in fondo.
Cacopino J., “Silla”, Rusconi, pag. 123
Le indicazioni disseminate nell’arringa in difesa di Roscio ci dicono come in altre famiglie dell’aristocrazia, più illustri e più vicine al dittatore, già serpeggiassero i sintomi premonitori di una defezione imminente.
Secondo la prassi dei processi romani, l’accusato venne rappresentato alla sbarra da molti avvocati. Oggi noi possiamo ascoltare soltanto la voce di Cicerone, ma forse intervennero anche altri. Comunque sia mentre egli parlava, lo assistevano con la loro presenza e il loro consenso almeno due persone che l’oratore nomina con evidente fierezza. Certo, non dispiaceva al piccolo borghese di Arpino occupare il posto d’onore in mezzo a loro e mostrarsi in così buona compagnia. Con quale tono presuntuoso invoca la loro testimonianza: « Mi appello a te, o P. Scipione, e a te, o M. Metello; proprio col vostro intervento e per il vostro interessamento più di una volta Sesto Roscio durante l’istruttoria chiese ai suoi avversari almeno due schiavi di suo padre per farli interrogare ». E come si vanta della loro stirpe, della probità, della stima che godono presso il popolo romano e che vieta di mettere in dubbio la loro buona fede e la loro imparzialità: « Persone tra le
più note e più oneste tra noi, e le ho già nominate prima: la loro vita è tale specchio di moralità ed esse sono così altamente stimate dal popolo romano che tutti ritengono ímprontata a profondo spirito di equità ogni loro affermazione ». I due che assistevano Cicerone appartenevano infatti ai più bei nomi di Roma.
Cacopino J., “Silla”, Rusconi, pag. 125
P. Scipione e Q. Metello, figlio di Metello Nepote, avevano da poco superato l’adolescenza quando si schierarono contro il favorito di Silla; ma non a caso le più antiche famiglie di Roma avevano riposto in quella gioventù ogni loro speranza.
Furono loro infatti a montare il processo di Roscio contro la monarchia. Fino all’ultimo istante la loro intesa e il loro progetto vennero mantenuti segreti, ma non appena Cicerone si levò al banco della difesa, la verità spazzò ogni prudenza e distrusse ogni disconoscimento. La folla aveva riconosciuto in prima fila fra l’aristocrazia i rappresentanti più illustri dell’ordine senatorio, venuti a sedersi a fianco dell’avvocato non come curiosi ma come suoi sostenitori; e l’oratore, già dalle prime frasi dell’esordio, aveva salutato quegli uomini importanti che con la loro presenza dimostravano simpatia per il suo cliente e con i quali non avrebbe potuto certo rivaleggiare né per età né per talento né per autorità. « Pur trovandosi qui per compiere un dovere, » egli dice <e non prendono la parola intendendo sottrarsi a un pericolo. »` Non che mancassero di coraggio e che lui, Cicerone, potesse vantarsi di essere il più audace. « E allora sarei io il più coraggioso? No. » 79 Il pericolo temuto da quelle personalità della Repubblica non minacciava la loro sicurezza, ma l’esito e il significato di una causa che era loro intenzione mantenere sul terreno giudiziario, senza permettere alla politica di impadronirsene per scopi che avrebbero trasceso la loro volontà. In un caso simile, infatti, era impossibile evitare allusioni agli affari pubblici.
Cacopino J., “Silla”, Rusconi, pag. 126
Vediamo ora la matrona che ha ospitato la vittima del liberto di Silla.
Cicerone accentua ancora i meriti di Cecilia, esempio vivente per il popolo romano, e il suo indelebile suggello che le veniva dal senso del dovere e dal servigio reso un tempo: « In questa signora, o giudici, anche ora, come è stata sempre opinione generale, perdurano intatti i segni della bontà e della cortesia di una volta come in un esemplare raro ».
Non si sa se Cecília sia stata o no vestale o sacerdotessa, abbiamo però la prova che Cecilia servì con tutta l’anima gli dèi della patria e che la sua devozione, in una circostanza indimenticabile, salvò Roma dalla catastrofe.
Ciò avvenne nel 90 avanti Cristo. Gli alleati italici, sollevatisi in massa, minacciavano lo smembramento dell’Impero di Roma e l’Urbe si preparava a sostenere l’assedio degli insorti e a lottare con accanimento per la propria esistenza. Sinistri prodigia annunciavano un po’ dovunque imminenti disastri. In particolar modo il tempio di Iuno Sospita, Giunone Sospita (Salvatrice), costruito nel 194 a.C. nelle vicinanze del Foro Olitorio, era stato
contaminato dalla dissolutezza di alcune donne che vi si erano introdotte con il pretesto di pregare; inoltre, sul giaciglio posto davanti alla statua delia dea una cagna era andata a partorire. Costernato per quelle profanazioni, il popolo disperava ormai dell’aiuto dell’antica divinità latina che - come Atena per la sicurezza degli Ateniesi - era armata di lancia e scudo per difenderlo, ed era ricoperta fin sopra la testa da una pelle di capra che si stendeva su di essa come un’egida. Convinto di essere stato abbandonato dalla dea, il popolo stava per lasciarsi sopraffare quando, calma e serena nel panico, Cecilia, la figlia di Q. Metello Balearico, chiese di essere sentita dal Senato, e nella Curia raccontò il sogno profetico nel quale le era apparsa Giunone Sospita. La dea le aveva dapprima manifestato la sua tristezza, lo sdegno e il desiderio di abbandonare i Sette Colli, ma ben presto, commossa dalle sue implorazioni, aveva accettato di perdonare i Romani, indicando le condizioni necessarie per continuare ad assisterli - come non li aveva abbandonati nelle guerre contro i Galli - nella prova che, dopo la defezione degli alleati, essi dovevano superare. Il Senato, subito convinto, votò gli stanziamenti necessari alla riapertura e al ripristino del tempio e Cecilia su ordine dei Patres si dedicò alle suppliche espiatorie e ai riti purificatori. A quel culto secolare venne reso l’antico splendore e Giunone Sospita, commossa e soddisfatta, respinse la rivolta dei Marsi come un tempo aveva disperso l’invasione degli Insubri.
Se è vero che i miracoli liberatori rimangono impressi nel cuore delle folle, quello compiuto da Cecilia nelle angosce di una guerra di secessione l’avvolse per sempre in un’aura misteriosa che la distingueva dal resto dell’umanità, al di fuori delle discordie civili e al di sopra dei conflitti e delle fazioni. Ventun anni dopo, quella donna era ancora inviolabile e sacra; e al riparo di quella figura leggendaria i suoi parenti poterono tranquillamente concertarsi per deviare il corso della storia. Crisogono non poté dare la caccia, fra le mura del focolare della donna celebrata per la sua santità, al povero Sesto Roscio.
L"affare" che Cecilia aveva preso fra le sue mani benedette non poté essere messo a tacere, e i senatori che componevano la giuria presieduta da M. Fannio assolsero l’accusato sostenuto finanziariamente e confortato dall’affetto della grande matrona ispirata da Giunone Sospita.
Cacopino J., “Silla”, Rusconi, pag. 138
Subisce uno smacco con l’elezione dei consoli
Il giorno delle elezioni, i Senatori e le loro clientele concentrarono centrarono i voti sul loro candidato Lepido con tale coesione e slancio che risultò primo eletto, mentre Q. Lutazio Catulo sostenuto dai consoli e da Silla, ottenne il secondo posto.
La verità era emersa, e Silla si arrese alla dolorosa evidenza. La maggioranza di un Senato che egli aveva reclutato personalmente, e della plebe che aveva popolato di sue creature, si coalizzava contro la sua potenza per ricondurla a un livello normale.
Cacopino J., “Silla”, Rusconi, pag. 149
Come dittatore, Silla aveva il diritto di annullare un’elezione che, tutto sommato, era stata fatta soltanto perché egli aveva volontariamente rinunciato a creare da sé tutti i magistrati. Tuttavia non aveva fatto valere questi diritti neppure all’inizio della sua onnipotenza, quando l’opposizione riusciva fatale agli avversari; adesso poteva esercitarli soltanto con la spada, combattendo la coalizione dei nobili, richiamando alle armi i veterani che erano rimasti devoti all’artefice della loro fortuna. Ma mobilitarli significava ricominciare le guerre civili, e con quali probabilità e per quale risultato?
Qualora Silla avesse vinto, la vittoria avrebbe procurato alla monarchia una semplice tregua, perché non soltanto la classe dirigente attorno a lui ne respingeva ancora la necessità, ma non c’era neppure la persona a cui trasmetterla.
La sua famiglia era composta soltanto di donne e bambini.
Giustamente Silla dovette pensare che gli restavano solamente pochi anni di vita e che alla fin fine nessun figlio sarebbe stato in grado di raccoglierne l’eredità. Perché allora riprendere una guerra civile spaventosa, giocarsi la felicità e offuscare la sua reputazione nel sangue e nelle rovine per una vittoria incerta che non sarebbe servita a perpetuarne l’opera?
Per questi motivi Silla escluse la soluzione violenta. Alle provocazioni del console eletto contro i suoi voleri, rispose soltanto con l’indifferenza. Piuttosto che subire quell’umiliazione, preferiva non esser nulla nella Repubblica e, rinunciando improvvisamente a ogni potere, tornare ad essere soltanto Silla. Perciò, invece di convocare i fedeli veterani per un terzo assalto all’Urbe che già per ben due volte aveva invaso col ferro e col fuoco, avrebbe abbandonato Roma al suo destino e si sarebbe recato in Campania dove, protetto dal loro numero e dalla loro fedeltà, avrebbe vissuto solo per se stesso il tempo di vita che ancora gli restava, lontano dagli onori incompleti ed effimerí, ottenuti con accordi di gruppi e votazioni truccate, al sicuro da ogni attacco, al di sopra dei partiti e delle leggi, in un ritiro inviolabile.
Fu così che, senza minacce né timori, senza ribellarsi né sminuirsi, Silla, obbedendo ancora una volta soltanto a se stesso, si dimise per non sottomettersi. Lasciò che il console che presiedeva i comizi proclamasse Lepido, ratificò col suo sdegnoso silenzio quella scelta insensata poi, recatosi nel Foro, abdicò davanti alla folla stupita. Dimise i littori e le guardie del corpo e, ormai semplice privato, ma più grande di tutti i magistrati riuniti, rientrò a casa propria con magnifica semplicità.
Cacopino J., “Silla”, Rusconi, pag. 152
Un secolo dopo i Romani non riuscivano più a capire il caso di Silla; Appiano, che sotto il regno di Antonino Pio (138-161 d.C.) utilizza nel suo racconto materiale che risale all’inizio dell’Impero, confessa la propria perplessità di fronte a quella incredibile rinuncia volontaria. « E a me questa decisione appare un fatto straordinario, vale a dire che Silla, primo fra gli uomini e unico fino a quel tempo, senza veruna costrizione, abbia rinunciato a un tale potere, non in favore dei figli, come in Egitto Tolomeo, in Cappadocia Ariobarzane e in Siria Seleuco, ma degli stessi che aveva governato assolutisticamente. Incredibile è pure il fatto che dopo essersi sforzato per ottenere il potere con ogni rischio, lo abbia deposto spontaneamente una volta ottenutolo».
Quando Silla disperò di poter imporre la propria volontà, volle fare almeno ciò che ancora poteva. La sua abdicazione fu spontanea perché non gli venne imposta da nessun decreto, nessun rivale, nessuna rivolta. Tuttavia essa non fu una libera scelta.
Un episodio successivo all’abdicazione è raccontato nei particolari da Appiano e viene spesso riferito dagli storici moderni senza che nessuno riesca a trarre l’insegnamento che esso contiene. Mentre Silla stava ritornando a casa, circondato dal rispetto timoroso dei passanti, un giovane prese a inseguirlo insultandolo.
Egli non si degnò neppure di voltarsi, come se non udisse gli insulti, ma predisse a coloro che lo accompagnavano che il ricordo di quel giovane avrebbe dissuaso i futuri dittatori dall’abdicare a loro volta.
Con questa ironica considerazione Silla esprimeva ancora una volta la convinzione che a Roma la monarchia fosse inevitabile; nello stesso tempo ammetteva tacitamente di avervi rinunciato per opportunità e non per principio.
Cacopino J., “Silla”, Rusconi, pag. 153
Silla si era ritirato nelle sue terre a Cuma, in quella regione i suoi veterani gli facevano scudo con i loro petti.
Si sarebbe detto che, ritirandosi, Silla si fosse trincerato dietro una triplice linea di difesa, protetta dal fior fiore delle sue ventitré legioni. Per giungere fino a lui sarebbe stato necessario spezzarla, e poiché i veterani, staccando le armi dalle pareti delle loro case per combattere l’aggressore, avrebbero creduto di levarsi in difesa dei loro focolari, la posizione di Silla nella propria villa di campagna era sicura come ai tempi in cui la sua tenda (praetorium) era piantata nel loro campo. Aveva rinunciato a governare Roma, ma l’Urbe non aveva più alcun potere su di lui; egli restava padrone di se stesso, affrancato da qualsiasi sudditanza, libero di fare progetti o di agire a suo piacere.
Cacopino J., “Silla”, Rusconi, pag. 155
In seguito una stupida leggenda si cristallizzerà su quel ritiro. Silla, nella villa di Cuma, sarebbe ripiombato nella dissolutezza della sua folle giovinezza con una sorta di frenesia che l’avrebbe logorato e condannato a una terribile malattia dall’esito letale. Secondo Plutarco, continuava «a tenere presso di sé attrici, suonatrici di liuto, gente di teatro, e a bere in loro compagnia tutto il giorno, sdraiato su un divano. Le persone che a quel tempo avevano la massima influenza su di lui erano il comico Roscio, il direttore di una compagnia di mimi, Sorice, e Metrobio, un attore, di quelli che sostengono le parti femminili, e che Silla continuò ad amare fino all’ultimo, benché non fosse più un giovanotto; né faceva mistero della sua passione.”
Queste dissolutezze aggravarono anche la malattia che l’angustiava e che all’inizio era ben poca cosa, tanto che per molto tempo ignorò di avere un’ulcera all’intestino; ma ora essa gli guastò le carni, che si trasformarono tutte in pidocchi. Per quanti gliene togliessero giorno e notte, quelli eliminati non erano che la minima parte degli altri che rispuntavano. Il vestito, il bagno, l’acqua in cui si lavava, i cibi, tutto si copriva di quel profluvio di marciume, tanto era rigoglioso. S’immergeva più volte al giorno nell’acqua, per detergere e spurgare il corpo, ma senza risultato: la trasformazione della carne la vinceva in rapidità, e la quantità del marciume superava ogni tentativo di purificarlo».
I più acuti storici moderni hanno creduto a simili assurdità.
Secondo Michelet «questo eroe, questo dio roso da malattie infami, fu fino alla morte in balia delle turpi passioni della giovinezza».
Oggi nessun medico in nessun ospedale, ha mai diagnosticato la pediculosi di cui essi descrissero gli orrori compiacendosene; e nell’antichità, dove potremmo contare sulle dita le vittime di tale malattia, essa colpì sempre soltanto gli uomini che con le loro azioni, opere o dottrine suscitarono l’invidia o il rancore dei contemporanei: il poeta lirico Alcmane o Euno, capo degli schiavi ribelli di Sicilia.
Gli avversari di Silla da lui tiranneggiati non ebbero alcuna difficoltà ad attribuirgliela, tanto più che nelle loro orecchie risuonava ancora l’eco cocente delle parole con cui, egli, in un diverbio rimasto celebre, aveva ignominiosamente minacciato di schiacciarli come pidocchi. Essa ricorda le fantasie faziose sull’abiezione di Voltaire che durante l’agonia avrebbe mangiato i propri escrementi, mentre non è che una leggenda inventata dall’odio delle fazioni.
Cacopino J., “Silla”, Rusconi, pag. 156
La realtà è più semplice ma altrettanto pittoresca. Nella sua villa di campagna, Silla si sarebbe vergognato di abbandonarsi all’indolente inerzia degli sfaccendati dell’Urbe. Era sempre attivissimo e divideva il tempo fra gli esercizi all’aria aperta che rilassano la mente
e mantengono il vigore fisico, e gli svaghi intellettuali. Remando andava a pescare sia nel golfo di Miseno sia nei laghi di acqua salata dominati dall’acropoli di Cuma, quello di Licola a nord, e del Fusano a sud, oppure cacciava fra i castagneti sulle alture che circondano l’austero paesaggio dell’Averno. Rientrato a casa, scriveva le Memorie, come hanno fatto in ogni tempo gli uomini di Stato che, lamentandosi per l’incomprensione e l’ingiustizia dei concittadini, vogliono rendere conto ai posteri della loro condotta; e a quanto pare, vi lavorò con tale alacrità che in pochi mesi riuscì a scrivere ventuno libri.
Cacopino J., “Silla”, Rusconi, pag. 158
Pur disinteressandosi delle vicende della politica romana, dei dissensi fra i nobili e della ripresa delle loro lotte con la plebe, Silla non aveva smesso di governare da padrone l’angolo di terra che abitava, come se la sua presenza in quei luoghi li avesse staccati dal resto dell’Italia, e aveva trasformato la regione campana dove si era stabilito in una specie di regno indipendente.
Le città vicine ricevevano tremando i suoi ordini e quelle che non ne avessero tenuto conto passavano certamente brutti guai; vegliava di persona alla sistemazione materiale della colonia di Pozzuoli e, se sorgevano difficoltà fra qualche colono e il municipium sul cui territorio l’immigrato si era stabilito, egli le troncava immediatamente in veste di arbitro assoluto. Dieci giorni prima di morire sedava un tentativo di divisione fra i vecchi e i nuovi abitanti della città, e all’istante dettava imperiosamente la costituzione della nuova comunità nella quale tutti ormai avrebbero dovuto fondersi e che con evidente parzialità procurava molti vantaggi ai veterani; in particolare metteva a carico del tesoro municipale, al quale essi non avevano ancora contribuito, le spese per la ricostruzione del Campidoglio.
Il duumviro Granio, esponente della borghesia locale, si oppose alla consegna della somma che Silla aveva ordinato di versare. Questi lo fece allora arrestare, condurre nella sua stanza e senza altra forma di processo comandò agli schiavi di strangolarlo immediatamente.
Fino all’ultimo respiro Silla fu la legge vivente e agì come un monarca assoluto che senza possibilità di appello dispone dei beni e della vita dei sudditi. Ma durante il diverbio con Granio Silla fu colto da una collera furibonda. La violenta emozione gli procurò un’emottisi che lo costrinse a letto. Tutta la notte ebbe brividi di febbre e al mattino spirò ’3 (marzo 78 a.C.).
Cacopino J., “Silla”, Rusconi, pag. 159
La salma di Silla venne trasportata da Cuma nell’Urbe attraverso le colonie e i municipia della Campania e del Lazio, su una lettiga dorata e con la magnificenza degna di un re. Per la prima volta nella storia romana il corteo funebre si svolse come una parata militare `. Preceduto da una fanfara e seguito da squadroni di cavalleria, si allungò via via per tutte le coorti, che si andavano formando con l’affluire dei veterani di Silla che, accorsi in armi dalle colonie dei dintorni al suo passaggio, si schieravano senza alcun comando in una sorta di disciplina spontanea 43. L’imponente maestà di quell’estrema sfilata andava continuamente aumentando; ora davanti al morto avanzavano ventiquattro littori portando i fasci e le scuri come se Silla fosse sempre stato dittatore 44. Alle porte di Roma il corteo, già immenso, si ingrossò ancora. Vennero recate duemila corone d’oro, offerte ai Mani di Silla dagli amici delle città e delle legioni e disposte su innumerevoli lettighe. Altre duecentodieci trasportavano bruciaprofumi da cui saliva il fumo dell’incenso; ed era stata tale la quantità di aromi raccolti a loro spese dalle donne romane, che si poté plasmare una statua del defunto e un’altra raffigurante un littore. Accompagnavano la salma i sacerdoti e le sacerdotesse; subito dopo venivano i senatori al gran completo, poi i cavalieri che indossavano la tunica angusticlavia e quindi tutte le truppe suddivise nelle loro vecchie unità e con insegne dorate; seguiva infine una fiumana di popolo.
Cacopino J., “Silla”, Rusconi, pag. 160