![]() |
|||||
Ini (lavori pubblici), Cordova (agricoltura). Il nuovo governo dunque tu composto in grande maggioranza di uomini di Destra, ma fu collegato alla Sinistra attraverso il Depretis; fu inoltre un governo abbastanza equilibrato dal punto di vista regionale, poiché, mentre era presieduto dal capo del gruppo toscano, contava nelle sue file tre piemontesi (oltre a La Marmora), due lombardi, un emiliano, un napoletano e un siciliano. Tuttavia, come organo collegiale, il governo ebbe scarsa parte nella condotta della guerra, sulla quale esercitarono invece una certa influenza Ricasoli e i ministri degli esteri, della guerra e della marina.
Il comando supremo dell’esercito fu assunto formalmente dal re, che ebbe al suo fianco La Marmora come capo di Stato Maggiore. Questi comandò di fatto 12 divisioni, raggruppate in 3 Corpi d’armata, schierate sul Mincio, mentre Cialdini, con una non ben precisata autonomia rispetto a La Marmora, ebbe il comando di un Corpo d’armata composto di ben 8 divisioni, schierate sul basso Po. In tutto le forze combattenti italiane schierate sul Mincio e sul Po ammontavano a quasi 220.000 uomini, con 452 cannoni, ai quali si aggiungevano circa 38.000 volontari, comandati da Garibaldi, destinati ad avanzare nel Trentino. Le forze austriache impegnate contro l’Italia ammontavano complessivamente a 190.000 uomini, comprese le guarnigioni delle fortezze e i presidi dei litorali veneto, istriano e dalmata; ma le forze effettivamente combattenti ammontavano a 75.000 uomini con 152 cannoni (non compresi quelli delle fortezze), divisi in tre Corpi d’armata e una divisione di riserva. Il grosso delle forze combattenti austriache, circa 250.000 uomini, si schierò contro i prussiani, che avevano mobilitato 550.000 uomini, dei quali 320.000 combattenti. Gli altri Stati tedeschi alleati dell’Austria mobilitarono circa 150.000 uomini, divisi in vari corpi, che furono battuti facilmente da un Corpo prussiano di 50.000 uomini; solo 25.000 sassoni si unirono agli austriaci e combatterono in Boemia contro il grosso dei prussiani. In pratica l’alleanza italiana permise al comando prussiano di avere di fronte sul teatro principale delle operazioni forze austriache all’incirca pari alle proprie, sicché il migliore armamento dell’esercito prussiano e la grande capacità strategica del generale Moltke poterono pesare in modo decisivo sulle sorti della guerra.
In Italia la notevole inferiorità numerica degli austriaci rispetto agli italiani era in parte compensata dalla migliore organizzazione e
284
dalla maggiore mobilità dell’esercito imperiale, ma piú ancora dalle formidabili posizioni del Quadrilatero, dalla possibilità di manovrare per linee interne e dalla maggiore capacità dell’arciduca Alberto rispetto a La Marmora. Si deve infine ricordare che l’Austria_ era ormai decisa a rinunciare al Veneto e che pertanto le sue forze in Italia dovevano soprattutto salvare l’onore dell’esercíto imperiale e ritardare quanto più possibile l’avanzata degli italiani. Questi invece dovevano conseguire un successo notevole per ottenere al tavolo della pace qualcosa di piú di quanto erano ormai sicuri di ottenere anche con una guerra condotta fiaccamente.
Purtroppo nessun accordo fu preso tra i due alleati per la condotta delle operazioni militari e per di piú da parte italiana non fu preparato un piano di guerra. Bismarck, temendo che gli italiani intendessero fare una prudente guerra d’assedio nel Quadrilatero, cercò di consigliare un’azione energica e di vasto respiro, come quella che si preparava a svolgere il Moltke, ma commise l’errore di inviare a Firenze al principio di giugno, invece di un generale, un diplomatico, Theodor von Bernhardi, studioso di storia e di problemi militari, non però abbastanza autorevole per essere ascoltato. Sulla base di un memoriale del Bernhardi, fondato a sua volta su di un altro memoriale di Moltke, il ministro prussiano a Firenze, Usedom, preparò una nota diplomatica, redatta in termini alquanto inopportuni, che conteneva un sommario piano di guerra per le forze italiane. Questa nota, consegnata il 18 giugno al ministro Jacini, fu da questo immediatamente inviata a La Marmora, che era partito per il fronte il giorno prima. La Marmora tuttavia la considerò una semplice lettera e si limitò a prenderne atto con l’intenzione forse di dare una risposta, che però non fu mai data. In sostanza da parte prussiana si consigliò agli italiani di avanzare rapidamente attraverso il Quadrilatero oppure di muovere dal basso Po attraverso il Polesine; nell’uno o nell’altro caso l’obiettivo doveva essere Padova; di qui l’azione avrebbe dovuto puntare sull’Isonzo e al cuore dell’Impero asburgico in concomitanza con l’azione concentrica che le armate prussiane si apprestavano a svolgere in Boemia. Si consigliò inoltre uno sbarco di Garibaldi con un corpo di spedizione sulla costa orientale dell’Adriatico per aiutare un’eventuale insurrezione ungherese.
Questa seconda parte del piano non era immediatamente realizza
285
pesanti le condizioni di vita del crescente bracciantato.
Gli effetti finanziari della tassa sul macinato furono relativamente scarsi nel 1869 e anche nel 1870 a causa soprattutto della complessità
’ delle operazioni necessarie per assicurarne la regolare esazione. Il gettito della tassa fu infatti soltanto di 26.880.000 lire nel ’69 e di 28.980.000 lire nel ’70, ma già nel 1871 superò i 46 milioni e poi sali via via fino a
` 83 milioni nel 1876. In media nel decennio 1872-1881 fruttò circa 69 milioni all’anno e fu certamente un elemento importante del pesante
~ carico fiscale, che rese possibile il risanamento finanziario.
i
L’altro importante provvedimento finanziario, che Cambray-Digny
~ riuscì ad attuare nell’estate del 1868, fu la concessione della privativa di
’ fabbricazione dei tabacchi ad una regía cointeressata, costituita da una
s società di capitalisti privati. L’idea era stata proposta, come s’è detto, da Ferrara, che poi criticò il provvedimento di Cambray-Digny, non rispondente ai suoi criteri e ispirato piuttosto a precedenti istituzioni di questo genere esistenti in Toscana. Indubbiamente lo Stato ricavava dal . monopolio dei tabacchi meno di quello che avrebbe potuto ricavare se 1’organizzazione del monopolio stesso, derivata dall’unione di quelle dei vecchi Stati, fosse stata meno farraginosa e le manifatture esistenti fossero state meno antiquate. Ma una riforma dell’organizzazione e un ammodernamento degli impianti avrebbero richiesto spese notevoli, sicché il vantaggio della sperata diminuzione dei costi di produzione si sarebbe fatto sentire solo dopo alcuni anni. Questo era in contrasto con le urgenti necessità finanziarie dello Stato e con l’opinione liberistica largamente diffusa che lo Stato fosse un cattivo imprenditore industriale. In coerenza con le idee liberistiche il deputato lombardo Semenza aveva presentato alla fine del ’67 alla Camera un progetto di legge per l’abolizione del monopolio e la libera produzione dei tabacchi, di cui era stata deliberata la presa in considerazione. Cambray-Digny invece pensava che lo Stato potesse ricavare dalla concessione del monopolio ad una società privata una forte anticipazione, molto utile per colmare in parte il disavanzo in attesa che i nuovi inasprimenti fiscali avessero il loro effetto, e conservare un’entrata annuale destinata ad accrescersi ne
341
gli anni successivi. D’altra parte ad un tipico rappresentante dell’aristocrazia terriera e finanziaria, quale egli era, appariva naturale fare di una operazione destinata a sovvenire alle urgenti esigenze dello Stato un grosso affare finanziario destinato ad interessare i grandi banchieri italiani e stranieri. Domenico Balduino, che nel ’66 aveva salvato il Credito Mobiliare dalla crisi con l’aiuto del Bombrini e del duca di Galliera e che nel ’67 lo aveva mantenuto immune dal contraccolpo del fallimento del Crédit Mobilier di Parigi, fu l’uomo con cui il CambrayDigny trattò, insieme con alcuni banchieri stranieri, per stipulare una convenzione sulla regia cointeressata.
La convenzione, conclusa il 23 giugno, fu presentata il giorno dopo alla Camera, che nominò una commissione per esaminarla, presieduta dal deputato di Destra, Filippo Martinelli, bolognese, e composta tutta di uomini di Destra. La commissione impiegò circa un mese nell’esaminare lo schema di convenzione e concluse approvandolo ma consigliando alcune modifiche (tra l’altro la riduzione da 20 a 15 anni della durata dell’appàlto), sicché Cambray-Digny dovette concludere su questa base una convenzione definitiva il 15 luglio, che fu sottoposta all’esame della Camera in assemblea plenaria. Contraenti della convenzione erano da un lato il ministro delle finanze e dall’altro "il signor Domenico Balduino, quale rappresentante della Società Generale del Credito Mobiliare Italiano per sé ed in nome degli altri stabilimenti italiani di credito, banchieri e capitalisti suoi cointeressati, e i signori Giacomo Stern ed Edmondo Joubert, tanto in nome proprio che quali delegati di A. J. Stern e compagni, Stern Brothers di Londra, Jacob S. H. Stern di Francoforte, Antonio Schnapper e barone Samuele de Haber." In sostanza due gruppi stranieri, entrambi rivali dei Rothschild, entrarono nellà combinazione : il gruppo Stern di Parigi, Londra e Francoforte e il gruppo della Banque de Paris (Joubert, Schnapper e de Haber). Secondo quanto lo stesso Cambray-Digny dichiarò poi alla Camera, all’operazione furono interessati altri banchieri di Londra, Parigi e Francoforte, tra i quali Erlanger e Fould, e il duca di Galliera. Il Bastogi non comparve direttamente, ma si seppe che il suo agente a Parigi si occupò poi attivamente di collocare i titoli della regia presso i banchieri ostili ai Rothschild!’
« Si veda la Storia del Parlamento italiano, a cura di N. Rodolico, vol. 18; Inchiestc politiche, a cura di D. Novacco, cit., p. 66.
La convenzione prevedeva l’istituzione di una Società anonima per la regia cointeressata dei tabacchi, che avrebbe avuto l’esercizio del monopolio per 15 anni per tutto il regno (salvo la Sicilia, dove la privativa dei tabacchi fu introdotta solo nel 1877). La società, che doveva avere un capitale di 50 milioni di lire, diviso in 100.000 azioni da 500 lire ciascuna, si impegnava a versare allo Stato un’anticipazione di 180 milioni
.di lire-oro, oltre ad un canone fisso, calcolato sul reddito netto del 1868 da aumentarsi poi via via tenendo conto dei redditi annuali della gestione, e ad una partecipazione agli utili, fissata nella misura dei 400/. allo Stato e del 60% alla società per i primi sei anni e del 50% per parte negli anni successivi. La società doveva procurarsi l’anticipo, da versare entro il maggio 1869, dall’emissione di 474.000 obbligazioni, garantite dallo Stato, da 500 lire nominali all’interesse del 6% in oro, rimborsabili in 15 anni. Il prezzo di vendita delle obbligazioni fu fissato a 410 lire. In pratica il Tesoro ricavò una somma effettiva di 171 milioni, dedotti gli interessi passivi e le altre spese, contro un indebitamento nominale di 237 milioni: all’incirca come se avesse venduto cartelle di un prestito a 73 lire per ogni 100 nominali."
La discussione della convenzione alla Camera, che si svolse dal 4 all’8 agosto, fu caratterizzata da uno schieramento nuovo delle parti politiche. Si schierarono infatti contro la convenzione tutta la Destra piemontese (non solo gli uomini della Permanente, ma anche Lanza e Sella), il Rattazzi col suo gruppo, che ormai tendeva a confondersi con l’ala moderata della Sinistra, e la maggioranza della Sinistra. Si operò infatti allora il distacco completo dalla Sinistra del gruppo del cosiddetto Terzo partito, guidato da Mordini, che, sulla base di accordi conclusi con Cambray-Digny, votò con la Destra governativa a favore della convenzione. Comunque gli attacchi della Sinistra e dei piemontesi furono molto energici e alquanto imbarazzata fu la difesa che lo stesso Cambray-Digny e i governativi fecero della convenzione. Questa fu tuttavia approvata l’8 agosto dalla Camera con 205 voti contro 161, e il 22 dal Senato con 106 voti contro 11, sicché la relativa legge poté essere promulgata il 24 agosto 1868. Indubbiamente il timore di aprire una
" Ricordiamo che la convenzione conclusa da Sella con la Società per la vendita dei beni demaniali nel dicembre 1864, di cui si è parlato nel cap. 111, 5, fruttò allo Stato un’anticipazione di 150 milioni contro un indebitamento di 212 milioni, cioè circa il 70%; l’interesse delle obbligazioni fu però allora del 5%.
a~ 34A
342
toscano attuò anche una riforma importante con la legge sull’am
.strazione del patrimonio dello Stato e sulla contabilità generale, da
lui presentata alla Camera il 4 febbraio 1868, che fu approvata dal Par
lamento con alcune modifiche e fu promulgata il 22 aprile 1869. Questa
legge innovò molte delle norme sulla contabilità e sul bilancio stabilite
dai decreti del 1861, che si basavano sulla legge sarda del novembre ’59,
derivata a sua volta da quella di Cavour del 1853. La legge Cambray
Digny distinse con chiarezza la gestione del bilancio da quella del pa
trimonio, istituí la Ragioneria Generale dello Stato, stabili l’obbligo per
il governo di presentare al Parlamento ogni anno un bilancio di prima
previsione e poi di previsione definitiva. Essa rimase in vigore fino alla
legge Magliani del 1883, che peraltro ne confermò molte disposizioni.
Subito dopo l’approvazione della convenzione sulla regia cominciò a circolare la voce che molti deputati (si disse addirittura sessanta) fossero stati corrotti dai banchieri interessati all’operazione. Corse anche voce che persino il re fosse stato interessato all’affare e compensato con ben sei milioni.` Le accuse contro i parlamentari si fecero via via più insistenti e nel novembre ’68 furono apertamente lanciate dalla stampa di Sinistra. Esse si appuntarono soprattutto contro tre deputati di Destra: Raimondo Brenna, direttore della Nazione di Firenze, suo cognato Paulo Fambri, veneto, giornalista e letterato, e Giuseppe Civinini, pistoiese, passato da poco tempo dalla Sinistra alla Destra. Alla fine di dicembre due articoli molto aspri contro questi deputati scritti da Felice Cavallotti apparvero sul Gazzettino rosa di Milano, il giornale della "scapigliatura democratica" lombarda, diretto da Achille Bizzoni. Cavallotti e Bizzoni, combattenti garibaldini del ’60 e del ’66, facevano parte .di quel gruppo di giovani democratici, che d’accordo con Bertani stavano dando vita al movimento radicale. Ma la campagna contro la regia e i suoi sostenitori era ispirata soprattutto da Crispi, il quale mirava a colpire il Terzo partito di Mordini insieme alla Destra governativa. Al tempo stesso i banchieri Weill-Schott di Milano e di Firenze, amici di Crispis° che avevano partecipato attivamente alla lotta contro
" Si vedano le lettere scambiate tra lo Zini e il Lanza il 23 e il 28 novembre 1868, in Le carte di Giovanni Lanza, cit., voi. IV, pp. 231-232.
50 Crispi già al tempo dell’affare Bastogi era consulente legale dei Weill-Schott, uno dei quali, Cimone, era collaboratore finanziario del giornale crispino La Riforma di Firenze, diretto da Antonio Oliva, che partecipò alla campagna contro la regia.
346
il Bastogi durante l’affare delle Meridionali, miravano a colpire il Balduino e il suo gruppo. Quanto alla sostanza delle accuse, è certo (secondo quanto risultò poi dall’inchiesta parlamentare) che il Brenna e il Fambri, e probabilmente anche il Civinini per interposta persona, ottennero delle partecipazioni alla società della regia, ma dopo che la convenzione era stata approvata; nessuna prova poté essere prodotta dagli accusatori che il loro voto o quello di altri deputati fosse stato comprato dagli uomini d’affari interessati all’operazione. Si poteva quindi parlare di affarismo, ma non di corruzione; perciò i vari processi per diffamazione intentati allora contro i giornalisti accusatori si chiusero tutti con sentenze di condanna. Tra questi processi fu particolarmente clamoroso quello intentato da Civinini contro il Gazzettino rosa, che si svolse a Milano alla fine di maggio 1869 e si concluse con una condanna per diffamazione e ingiurie.
Frattanto Menabrea e Cambray-Digny si erano adoperati per ricostituire il governo allargandone la base parlamentare. Pur con l’appoggio della Corte e attraverso contatti svoltisi al di fuori del Parlamento, essi cercarono di formare un governo che avesse meno dei due precedenti l’aspetto di ministero di Corte. Pertanto si proposero di rendere stabile l’alleanza col Terzo partito di Mordini, di ottenere la partecipazione al governo di qualche personalità di rilievo della Destra "consortesca," di ristabilire un accordo con la Permanente piemontese. Essi riuscirono a realizzare i primi due punti di questo programma e solo in parte il terzo: i piemontesi infatti, pur non partecipando alla campagna scandalistica della Sinistra, probabilmente per non fare cosa sgradita al re, rimasero in atteggiamento riservato verso il governo, di cui speravano di raccogliere la successione, e consentirono soltanto che uno di loro, Luigi Ferraris, vi partecipasse a titolo personale. Comunque sulla base di questi accordi Menabrea costituí il 13 maggio 1869 il suo terzo ministero, nel quale entrarono Minghetti, come ministro dell’agricoltura, Ferraris come ministro dell’interno, Mordini e Bargoni del Terzo partito rispettivamente ai lavori pubblici e all’istruzione, mentre rimasero in carica i membri del precedente governo negli altri ministeri. Tuttavia alla fine di maggio si dimise il De Filippo, che fu sostituito come ministro della giustizia da Michele Pironti, un altro meridionale di Destra.
Poco dopo avvenne quello che tutti ormai si aspettavano, cioè che
la Camera fosse chiamata ad occuparsi della dilagante campagna scandalistica sulla regía. Il 31 maggio infatti Giuseppe Ferrari propose alla Camera che fosse nominata una commissione di inchiesta per indagare sulle accuse mosse a taluni deputati relative all’affare della regia. Seguirono alcuni giorni di discussioni confuse ed agitate, durante le quali la Destra e il Terzo partito si opposero tenacemente alla proposta d’inchiesta sostenuta dalla Sinistra, mentre i piemontesi, a differenza di quanto avevano fatto nella questione delle Meridionali, non appoggiarono la proposta, ma neppure la osteggiarono. Sembrò a un certo punto che la proposta d’inchiesta dovesse essere respinta, quando il deputato di Sinistra Cristiano Lobbia, un maggiore dell’esercito eletto nel collegio veneto di Thiene, dichiarò di essere in possesso di prove e di testimonianze decisive relative a lucri conseguiti da un deputato (il Civinini) che aveva votato per la regia. Si riaccese quindi il dibattito che si concluse 1’ll giugno con l’approvazione della proposta d’inchiesta. Il presidente della Camera, Adriano Mari, fu incaricato di nominare la commissione d’inchiesta, che risultò composta dai deputati Ferdinando Andreucci, Mariano Fogazzaro e Giuseppe Pisanelli di Destra, Giuseppe Biancheri e Michele Casaretto di Centro-sinistro, Benedetto Cairoli, Salvatore Calvino, Nicolò Ferracciú e Giuseppe Zanardelli di Sinistra. Presiedette la commissione il Pisanelli.
La commissione si era appena insediata ed aveva convocato come primi testimoni per il 16 giugno Crispi e Lobbia, quando la notte precedente quest’ultimo fu aggredito da uno sconosciuto e ferito con tre pugnalate. Il fatto suscitò enorme scalpore : la stampa di Sinistra si scagliò unanime contro il governo; vi furono in molte città dimostrazioni e tumulti, particolarmente gravi a Milano, seguiti da arresti, sequestri di giornali, scioglimenti di riunioni. Garibaldi scrisse a Lobbia una lettera di solidarietà definendo "tempi borgiani" quelli in cui si viveva. La Camera approvò all’unanimità il 16 giugno un ordine del giorno in cui esprimeva orrore per l’attentato ad uno dei suoi membri, ma non poté discutere su di esso, perché il 17 il governo con decreto reale chiuse la sessione parlamentare. Questa decisione provocò naturalmente altre proteste della Sinistra, che accusò il governo di volere sfuggire alla discussione. D’altra parte la stampa governativa passò ben presto alla riscossa e cominciò ad insinuare contro il Lobbia l’accusa di simulazione di reato. Il fatto che non vi fossero, o non si presentassero,
testimoni dell’attentato e che i primi soccorsi al Lobbia fossero dati da un suo amico, il democratico veneto Antonio Martinati, a casa del quale il Lobbia si stava recando quando fu aggredito, facilitarono la diffusione di queste voci a carico del Lobbia stesso e del Martinati. D’altra parte un uomo indicato come testimone morí durante l’estate in circostanze misteriose e un altro, che per indizi indiretti fu indicato come l’attentatore, fu trovato morto nell’Arno. Comunque le cose si ingarbugliarono e il Lobbia fu fatto segno a una vera persecuzione. Magistrati compiacenti verso il governo si prestarono a trasformare il procedimento contro ignoti per il tentato assassinio del Lobbia in un procedimento contro il Lobbia per simulazione di reato, che fini con la condanna del deputato e del Martinati da parte del tribunale di Firenze. Condannato anche in appello, il Lobbia ricorse in Cassazione e ottenne di essere nuovamente processato dalla Corte d’appello di Lucca, che lo assolse per insufficienza di prove. Ma ormai il Lobbia era un uomo finito e mori proprio allora a quarantadue anni. Anche il Civinini, profondamente amareggiato da tutta la vicenda, morí nel 1871 prematuramente.
Molto tempo prima la commissione d’inchiesta aveva terminato i suoi lavori. Essa interrogò tutte le persone chiamate in causa da una parte e dall’altra, compreso lo stesso Lobbia, e approvò all’unanimità la relazione conclusiva il 12 luglio 1869. La relazione, molto breve, fu assai piú elusiva della relazione stesa tre anni prima dalla commissione d’inchiesta sulle Meridionali nei riguardi del problema morale e politico di fondo, quello dei rapporti tra deputati e ambienti affaristici. Quanto alla partecipazione del Fambri e del Brenna alla società della regia, la relazione dichiarò che essa, avvenuta dopo la votazione, non poteva essere giudicata illecita. "Nondimeno," aggiungeva la relazione, "é facile avvertire a quanti sospetti possa dar luogo una partecipazione assunta da un deputato pochi giorni dopo la votazione di una legge, e come importi riprovare questi fatti affinché non si abbiano a rinnovare in nessun modo." La relazione dichiarava inoltre che un certo Tringali, amico del Civinini, aveva ottenuto a condizioni di favore una partecipazione di un milione e che del fatto non erano state date spiegazioni soddisfacenti dal Tringali stesso e dal Balduino, ma dichiarava anche
11 5-I 1 51 8La relazione é ristampata in Storia del Parlamento italiano, cit., vol. 18, pp. .
1 349
348
l’Italia importava filati e tessuti di cotone, ma cominciò ad esportarne piccole quantità: nel decennio 1871-80 esportò in media ogni anno 1.000 quintali di filati e 3.000 quintali di tessuti di cotone, mentre l’importazione del cotone greggio passò da una media annua di 80.000 quintali nel decennio 1861-70 ad una di 276.000 quintali nel decennio successivo.
La filatura della lana passò da 200.000 fusi nel 1867 a 305.000 nel 1876 e la tessitura da 6.230 telai a mano e 250 meccanici nel 1867 a 5.990 telai a mano e 2.570 telai meccanici nel ’76. Si era accentuata la concentrazione dell’industria nel Piemonte e nel Veneto con una certa prevalenza di quest’ultima regione per l’attrezzatura tecnica. Il Lanificio Rossi di Schio con 15.300 fusi e 560 telai (dei quali 260 meccanici) era il piú grande impianto del ramo e forse il maggiore stabilimento industriale d’Italia. L’azienda di carattere familiare, come tutte le aziende tessili di quel tempo, fu la prima tra queste ad assumere nel 1872 la forma della società anonima per opera di Alessandro Rossi, che, come capitano d’industria, deputato, senatore e studioso di problemi economici, esercitò una notevole influenza sulla politica economica dell’Italia tra il 1866 e gli ultimi anni del secolo. Tuttavia nel complesso l’industria laniera progrediva piú lentamente di quella cotoniera: infatti l’importazione della lana greggia passò soltanto da una media annua di 53.000 quintali nel decennio 1861-70 ad una di 68.000 nel decennio successivo. Si deve tener presente a questo proposito che la lana prodotta in Italia, utilizzata ancora dalla tessitura casalinga dei contadini, dava un apporto quasi nullo alle esigenze delle industrie.
Lo sviluppo delle industrie tessili, per quanto modesto rispetto a quello che avveniva contemporaneamente nei paesi piú progrediti, fu il piú notevole tra tutti i rami d’industria in Italia durante i primi due decenni dall’unità. Minore fu lo sviluppo dell’industria meccanica e di quella siderurgica. Quest’ultima fu caratterizzata dalla crisi della vecchia produzione locale della ghisa e da un certo sviluppo nella produzione del ferro mediante l’utilizzazione di ghisa importata dall’estero e di rottami pure importati. Il basso prezzo di questi ultimi dopo il ’70, dovuto alla progressiva sostituzione delle rotaie di acciaio alle rotaie di ferro, e l’introduzione anche in Italia dei forni Martin-Siemeus favorirono questa trasformazione, che peraltro restò contenuta ancora entro limiti ristretti. Cosí la produzione della ghisa di prima fusione, che nel quinquennio 1861-65 era annualmente di circa 23.000 tonnellate, si ridusse a
16.500 tonnellate annue nel quinquennio 1876-80, mentre la produzione del ferro passò da 30.000 tonnellate annue nel primo quinquennio unitarío a 95.000 tonnellate nel 1881, anno in cui anche la produzione dell’acciaio cominciò ad essere valutata per la prima volta alla modesta cifra di 3.630 tonnellate. D’altra parte la produzione di minerale di ferro dell’isola d’Elba, passata da 82.719 tonnellate nel 1861 a ben 289.058 tonnellate nel 1880, veniva ancora in gran parte esportata. Lo stesso si deve dire della produzione di minerali di zolfo della Sicilia e di minerali di zinco e di piombo della Sardegna, che pure segnarono forti aumenti.
Nel complesso l’aumento della produzione di alcune industrie, sebbene non trascurabile, non modificava ancora nel secondo decennio dell’unità il carattere prevalentemente agricolo dell’economia italiana, la quale continuava a svilupparsi lentamente e si era inserita nell’economia europea, secondo una tendenza già iniziatasi nel Settecento, come produttrice di alcune derrate agricole (vino, olio, riso, frutta, formaggi), di un semilavorato di crescente consumo (seta), e di alcuni prodotti minerari (zolfo, piombo, zinco e ferro) e come compratrice di frumento e di prodotti industriali. D’altra parte la formazione dello Stato unitario e del mercato nazionale stimolavano esigenze nuove, manifestatesi dopo il 1866 con l’inizio di un dibattito sul problema dell’industrializzazione, che poi si fece piú intenso negli anni successivi. L’Esposizione universale di Parigi del 1867, in cui si rivelò in modo evidente lo sviluppo di nuove potenze industriali, come la Germania e la Francia stessa, mentre apparve deludente la partecipazione italiana, contribuí a stimolare il dibattito. Questo fece un passo avanti importante col II Congresso nazionale delle Camere di Commercio, tenuto a Genova nel settembre-ottobre 1869, nel quale, in contrasto con la linea liberista pura, cominciò ad es
sere posto il problema della funzione dello Stato come stimolo dell’in
dustrializzazione. Nello stesso anno Minghetti, che fu ministro dell’a
gricoltura, industria e commercio nel terzo gabinetto Menabrea, ed ave
va al suo fianco come Segretario generale Luigi Luzzatti (già distintosi
come animatore delle prime banche popolari), decise di istituire il Con
siglio del commercio e dell’industria, analogo al già esistente Consiglio
dell’agricoltura. Nell’ambito di questo organo nuovo maturò la decisione,
presa poi dal ministro Castagnola nel 1870, di attuare un’inchiesta sulle
condizioni dell’industria nazionale, che poi si svolse tra il 1870 e il 1874.
Cominciò allora un vasto movimento di ricerca, in parte voluto dal go
392
verno e dal Parlamento e in parte nato dall’iniziativa di singoli studiosi,
sulle condizioni economiche e sociali dell’Italia, che assunse grande im
portanza nei decenni successivi. Al tempo stesso si accese un vivace di
battito sulla politica economica tra i sostenitori del liberalismo classico
e i seguaci del cosiddetto germanesimo economico, influenzati dalla scuo
la storica e dal socialismo della cattedra. Di queste discussioni, studi e ricerche, che vennero incontro a nuovi interessi e a nuove esigenze di gruppi sociali in ascesa e che sboccarono nelle riforme delle tariffe doganali del 1878 e del 1887, si parlerà nel volume successivo.
Frattanto gli anni 1871, 1872 e la prima metà del 1873 furono di attività economica molto intensa. In tutti i paesi capitalistici piú evoluti, salvo la Francia colpita dalla guerra, i prezzi crebbero rapidamente, i capitali si offrirono agli investimenti in misura che sembrava inesauribile, le iniziative industriali, ferroviarie, minerarie e puramente speculative si moltiplicarono. Anche l’Italia fu investita in larga misura da questo boom, che in Europa ebbe il suo centro maggiore di diffusione in Germania. L’afflusso temporaneo di capitali dalla Francia nel 1870-71 in cerca di impieghi sicuri e l’accrescimento della circolazione cartacea determinarono, insieme all’influenza della situazione generale, condizioni di liquidità nei mercati e incoraggiarono gli investimenti. Si deve anche ricordare che, per effetto della crisi francese, il 1871 fu un anno eccezionale nel commercio estero italiano : le esportazioni infatti superarono le importazioni, poiché ammontarono a 1.075 milioni contro 961 con un saldo attivo di ben 114 milioni." Vi fu dunque in quell’anno ed anche nel successivo un incremento produttivo veramente notevole, fondato però su di una sensibile diminuzione dei salari reali, dovuta alla svalutazione monetaria, che provocò scioperi e agitazioni in misura maggiore che in passato. Ma la speculazione andò molto al di là di quanto l’incremento produttivo poteva effettivamente consentire. A Genova, a Milano, a Torino e a Roma sorsero società per azioni destinate alle iniziative piú disparate, molte delle quali furono organismi puramente fittizi intesi di fatto a facilitare le 5peculazioni. Al boom segui, come era inevitabile, la crisi che scoppiò clamorosamente alla Borsa di Vienna nel maggio 1873, si comunicò subito a quella di Berlino ed investi nei mesi
°7 Soltanto nel 1939, nel 1941 e nel 1942 in condizioni molto diverse, dovute all’autarchia e alla guerra, le esportazioni superarono le importazioni.
successivi anche l’Italia, come del resto tutta l’Europa e l’America, provocando un gran numero di fallimenti.
La crisi del 1873 segnò una svolta nell’economia mondiale poiché apri un periodo nuovo durato fino al 1895, caratterizzato dalla tendenza al ribasso dei prezzi, dall’accentuata concorrenza internazionale dovuta al grande sviluppo di nuove potenze industriali, dal protezionismo e, dopo il 1880, dalla crisi agraria che investi gran parte dell’Europa. Questi fatti ebbero in seguito grande influenza sullo sviluppo economico dell’Italia. Ma per l’economia italiana la crisi del 1873 fu, nelle sue conseguenze immediate, meno grave di quella del ’66, poiché investi soprattutto il vertice del mondo economico facendo piazza pulita di molte iniziative speculative, senza intaccare troppo le imprese produttive. Essa inoltre determinò una discesa dei prezzi internazionali, che attenuò in Italia gli effetti dell’accresciuta circolazione cartacea e permise dopo il 1875 un lieve aumento dei salari reali. Al superamento delle conseguenze della crisi contribuí del resto efficacemente il contenimento del debito pubblico e il quasi raggiunto pareggio del bilancio.
7. Lo Stato accentrato e l’Italia reale
La discussione sul problema dell’industria e piú in generale sull’indirizzo della politica economica italiana, che si iniziò tra il ’66 e il ’70 e continuò ampliandosi negli anni successivi, fu in sostanza un esame critico della linea seguita dalla classe dirigente nei primi anni dopo l’unità, che era stata caratterizzata da una visione ottimistica sia dell’efficacia del liberismo, sia della capacità dell’economia italiana di svilupparsi rapidamente. Questo ripensamento critico tendeva ad andare al di là delle questioni immediate per porre il problema dell’avvenire economico dell’Italia in un mondo ormai dominato dallo sviluppo impetuoso del capitalismo, della grande industria, e dal progresso incessante della scienza e della tecnica. Nello stesso tempo cominciarono a svolgersi nella classe dirigente varie discussioni riguardanti il funzionamento amministrativo e politico dello Stato, che derivavano da una diffusa insoddisfazione per l’opera di organizzazione amministrativa compiuta tra il 1859 e il 1865 e furono stimolate dal deludente andamento della guerra del ’66, dalla crisi politico-parlamentare di cui furono espressione
401