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Franco Cardini, Quella antica festa crudele, Mondadori

Questa «vocazione» originariamente difensiva delle fanterie comunali, ereditata dalle caratteristiche della guerra feudale, si esprimeva tanto nella loro tattica (e difatti ce le immaginiamo ancora a difesa degli spalti delle mura o ammassate attorno al Carroccio, questo simbolo semovente della città in battaglia) quanto nel loro armamento. Due le caratteristiche di base di quest’ultimo. Anzitutto la lancia, che tendeva ad allungarsi fino a tre-quattro metri e a trasformarsi in quella che in Italia si chiamava «lanzalonga»o «gialda», più tardi «picca»: arma da manovrare a due mani, pensata per tener lontana la cavalleria. E poi l’insieme arco-palvese, o balestra-palvese: vale a dire la formazione complementare di arcieri o balestrieri e di «palvesarii», che manovravano il grande scudo rettangolare detto palvese dietro il quale, come dietro una merlatura mobile, si riparavano palvesario e arciere o piechiere e difeso dal quale il tiratore poteva tranquillamente ricaricare l’arma. Sia la picca, sia il sistema arco-palvese / balestra-palvese erano pensati come mura semoventj: la città in armi non tradiva la propria vocazione urbana.

Borghesacci che tirano quadrella e squartano cavalli; e cavalieri che vanno lucidamente, inutilmente, al macello. Certo, qualcosa è cambiato. Robert Bresson ha interpretato proprio così la fine della Tavola Rotonda. Durante la guerra franco-fiamminga del 1300-1328, il fiore della cavalleria di Francia fece amara esperienza di questo mutamento dei tempi. C’è al riguardo da domandarsi se e tino a che punto gli smacchi dei guerrieri a cavallo fossero dovuti a fatti tecnici e militari, e da che punto in poi entrassero viceversa in gioco le componenti socio-politiche e gli imponderabili atteggiamenti mentali. Abituati a sottovalutare i fanti, a non considerarli neppure dei veri e propri combattenti, e pieni di disdegno nei confronti delle borghesie cittadine, i bei Signori della Guerra di re Filippo IV andarono lietamente incontro ai rozzi mercanti e bottegai fiamminghi mettendo da parte qualunque precauzione e trascurando qualunque preliminare studio del terreno: tutto ciò sarebbe stato poco onorevole, sarebbe sembrato sintomo di una qualche preoccupazione, e non ci si poteva mostrare preoccupati mentre si andava a dare una bella lezione a gentaccia del genere. Ma per i cavalieri francesi la guerra, per un verso «professione», era per altri versi — e soprattutto — gioco, festa, occasione di exploit. Essi erano del tutto impreparati a quello che si trovarono davanti: la cupa, dura rabbia dei borghesi, per i quali la guerra non era affatto gioia, bensì un’infausta, costosa eppur necessaria parentesi nella produzione e nei traffici. I cavalieri combattevano per la gloria, per far prigionieri e riscuotere riscatti, per affermare le loro prerogative di rango, per ammassare un ricco bottino: la guerra era la loro gaia giovinezza, la loro primavera tìorita.

Franco Cardini, "Quella antica festa crudele", Mondadori, pag. 53

 

Nella battaglia di Courtrai, del 1302, i fanti fiamminghi ammassarono a mucchi i cavalieri vinti

Fu così che nella battaglia di Courtrai, del 1302, i fanti fiamminghi ammassarono a mucchi gli sproni dorati dei cavalieri vinti.

Si può dire che, agli occhi di quanti guardavano alla guerra secondo l’etica equestre, i borghesi in battaglia non stessero al gioco; e ben a ragione, visto che per loro di gioco non si trattava, che le regole cavalleresche non li riguardavano. Le loro armi di foggia goffa e melegante — gli uncinati angones, le alabarde incrocio di picca e di ascia, le roncole, le mannaie, i coltellacci — servivano a disarcionare i cavalieri, a sventrare i loro animali, a penetrare sapienti e crudeli tra le commessure delle piastre delle armature. Una volta a terra, circondato da tre, quattro, dieci di quegli energumeni, il bel cavaliere coperto di ferro diventava un povero crostaceo impacciato dal peso delle sue stesse armi; e gli strumenti acuti e taglienti, maneggiati senza pietà, sapevano dove cercare la carne morbida, I cavalieri erano professionisti della guerra. Ma ora si trovavano dinanzi altri professionisti: i macellai che erano avvezzi a uccidere e che erano abili nello squartare, i mastri d’ascia dalla mano ferma e dalla mira sicura, i corazzai che a un solo colpo d’occhio indovinavano il punto debole di qualunque armatura e che sapevano bene dove vibrare un colpo per centrare esattamente la congiunzione tra piastra e piastra e giungere all’arteria. Pochi anni più tardi, la cavalleria pesante degli Asburgo avrebbe imparato a conoscere altri professionisti, i pastori e i montanari svizzeri, maestri nell’arte del tagliare i grandi alberi e del provocar valanghe per ostruire i sentieri: rude gente dei pascoli che lottava per la sua liberta usando le armi «sleali» dell’imboscata, del colpo di mano, dell’assalto «a tradimento»

A ogni buon conto, quelle delle fanterie cittadine erano anche vittorie d’un modo nuovo di organizzare il lavoro, di nuovi rapporti di produzione, d’una tecnologia sicuramente e intensivamente usata. Le Città, e soprattutto certe città, producevano armi, e le producevano su larga scala. Non stupirà certo trovare, sotto questo profilo, Milano all’avanguardia già dal Duecento:

Se uno vuole sapere quanti possano essere i guerrieri in una guerra, sappia che complessivamente abitano questa città più di quarantamila uomini, capaci ciascuno di maneggiare singolarniente contro i nemici una lancia o una spada o un’altra arma.

Quanti cavalieri atti alla guerra sia in grado di mettere in campo questa città lo posso dichiarare, giacché più di diecimila uomini, tra essa e il contado, potrebbero facilmente presentarsi, a un ordine del comune, con cavalli da guerra.

Viste le valorose imprese dei Milanesi in guerra, vediamo ora come predispongono e ornano le armi che si impiegano nelle spedizioni militari. In quale altra città del mondo si potrà infatti trovare un popolo così splendidamente armato di armi di ferro? Non Io si troverà certamente mai o raramente. Perché non solo dei cavalieri, ma anche dei fanti tu in guerra potresti vedere le splendide schiere sul campo di battaglia splendidamente luccicanti per il luccichio delle armi, loriche, corazze, lamiere, elmi, elmetti, cervelliere di ferro, collari, guanti, gamhali, femorali e ginocchiere, lance di ferro, aste, spade, pugnali, clave, scudi; potresti vedere squadroni di cavalieri scintillanti da capo a piedi nel fulgore delle armi e il tumultuoso scalpitare dei destrieri coperti di borchie: cavalieri superiori a tutti gli altri non solo per nobiltà di stirpe, ma per dignità di vita e valore in guerra, quali si convengono a tanta e tale città. Né in verità deve stupire che i nostri concittadini, uomini usi agli onori e che meritano la palma tra tutte le altre genti per cortesia e liberalità, in tempo di guerra si compiacciano di belle armi e di cavalieri bene addestrati e più di tutte le altre genti se ne fregino. Perché dove c’è un valore naturale, là al momento opportuno si manifesta. Inoltre nella nostra Città e nel suo contado vi è fior fiore e abbondanza di fabbri, i quali ogni giorno fabbricano armature di ogni tipo, che poi i mercanti vendono in mirabile abbondanza nelle città vicine e anche in quelle lontane.

I principali fabbri di corazze superano infatti il numero di cento e ciascuno di essi tiene sotto di sé moltissimi operai che si dedicano ogni giorno alla lavorazione

Franco Cardini, "Quella antica festa crudele", Mondadori, pag. 55

 

Gli Svizzeri erano poverissimi, e ciò li costringeva ad abbandonare i loro pascoli e i loro boschi.

Erano taglialegna e mandriani che non sapevano di teorie militari e che nessuno aveva mai particolarmente addestrato all’arte della guerra: tuttavia fra loro si erano mantenuti grosso modo intatti gli antichi usi comunitari, e ancor vigeva l’antico principio germanico in forza del quale ogni libero è tale in quanto guerriero, e ogni guerriero è tale perché è libero. Nelle loro terre il feudalesimo era entrato tardivamente e non era mai penetrato a fondo; e i nativi, fedeli alle tradizioni familiari-tribali, attaccati all’uso comunitario delle risorse del territorio, gelosi delle loro lihertates, lo avevano aspramente combattuto.

Durante la lotta contro gli Asburgo e la loro cavalleria feudale, nel Trecento, gli svizzeri avevano usato le armi della natura e dell’imboscata, nonché quelle proprie anche ai loro mestieri rustici: scuri e coltellacci. Contro la formidabile forza d’urto degli uomini coperti di ferro e montati su forti destrieri, uno dei mezzi più efficaci doveva consistere nel serrarsi a stretto contatto di gomito tenendo lontano l’avversario mediante lunghi pali di legno recantì ben saldo all’estremità un ferro tagliente e soprattutto appuntito a dovere. Ed ecco la picca: un’arma semplice, da mandriani, da gente abituata a combattere l’orso. Lunga dapprima poco più di tre metri, poi divenuta anche di cinque, si manovrava con ambo le mani. Le si associava l’alabarda, «contaminazione» rileva Piero Pieri «della picca e della scure», con la quale si poteva colpire di punta, ma anche spezzare la forte asta dei cavalieri o magari tagliare le zampe dei cavalli,

La cavalleria feudale, che attaccava in formazione «a siepe», su una sola riga, era destinata a infrangersi contro la compatta «istrice» dei picchieri. A vederla per un verso sotto il profilo politico, per un altro sotto quello emblematico, l’umiliazione del cavaliere feudale a opera di picchieri montanari assoldati da sovrani assoluti acquista veramente il valore di simbolo della fine d’un’epoca. Dinanzi all’individualistico exploit del guerriero a cavallo, la massa compatta dei fanti conserva il senso dell’antico comunitarismo civico, rurale, montano, che il feudalesimo sembrava aver piegato ma che era invece sopravvissuto, magari nelle aree di margine del continente (e la montagna è un area di margine per eccellenza)

La primitiva formazione svizzera era quindi una massa, un «mucchio» irto di picche. Bisognava razionalizzarla, darle l’aspetto di un corpo tattico: nacque così il «quadrato». Originariamente, si trattava di millecinquecento-dueflhila uomini disposti per una profondità di b.enta-quaranta righe in una formazione che si sviluppava su un fronte di cinquanta uomini, vale a dire d’una cinquantina scarsa di metri. Il picchiere non aveva bisogno di spazio alla sua destra, mentre il manovrare la picca richiedeva che egli disponesse d’un mezzo metro alla sinistra in modo da poter lavorare liberamente col gomito sinistro a quarantacinque gradi: in realtà, tuttavia, questo spazio si riduceva ulteriormente, e il quadrato poteva quindi stringersi ancor di più, in quanto il picchiere lavorava col busto in torsione e il piede sinistro avanti. E stato calcolato che in tutto la formazione poteva coprire circa 2500 metri quadrati. In seguito, l’unità si andò numericamente rafforzando fino a raggiungere i seimila uomini, con una linea di fronte di ottantacinque picchieri e uno sviluppo in settanta righe di profondità, il che significava una superficie coperta di circa 10.000 metri quadrati. Ma sulla ricostruzione del «quadrato svizzero» esistono oggi differenti valutazioni. Comunque, un’armata in campagna comprendeva almeno tre di queste formazioni, a copertura delle quali —a parte pochi fra cavalieri e tiratori — agivano degli ausiliari specialisti, cioè degli alabardieri o dei manovratori d’uno spadone a due mani, che intervenivano a spezzare le lance dei cavalieri tenuti a bada dalle picche.

Il problema stava difatti nei tempi di ricaricamento; meno tempo occorreva per ricaricare, meno righe di moschettieri si era obbligati ad allineare l’una dietro l’altra per dare alla riga che avesse scaricato le proprie armi il tempo di ricaricarle. A parità di uomini impiegati, la formazione sottile permetteva lo sviluppo d’una più lunga linea di fronte e quindi un accresciuto volume di fuoco per ciascuna scarica.

Conseguenza di tutto ciò fu una drastica diminuzione del numero dei picchieri e della lunghezza delle picche, per quanto dall’arma bianca si continuasse a non poter prescindere date sia la sua obiettiva efficacia nell’arrestare le cariche di cavalleria, sia le resistenze conservatrici che ostavano alla sua abolizione. La concorrente della picca rimaneva comunque, in realtà, sempre l’arma da fuoco; una cavalleria di pistolieri, qualunque fosse la sua funzionalità pratica, poteva temere una fanteria di moschettieri, non una di picchieri.

Ha ragione Piero Pieri: il prevalere dei tiratori sui pìcchieri, decisamente sancito — a parte tutte le nostalgie e tutte le occasionali e del resto in definitiva apparenti inversioni di tendenza — nella e dalla guerra dei Trent’anni, segnò, nella tattica, una svolta feroce: cioè il trionfo dell’azione distruttiva determinata dall’arma da tiro su quella risolutiva dell’arma bianca. Il che significava che negli scontri non si tendeva più a far prigionieri e a sgominarsi a vicenda, bensì a uccidersi. Ma poiché d’altronde continuava a valere il principio che le forze sul campo si dovessero quant’era possibile risparmiare, ne derivava una tendenza alla stasi nel campo specifico della tattica: il prevalere cioè della difensiva sull’offensiva, quindi — come appunto osserva il Pieri — «una strategia mal servita dalla tattica e guerre lunghe e lente, in cui spesso il fattore politico predominava su quello strettamente militare».

Predominio della politica sulla guerra sì; ma anche politica come arma tattico-strategica da usarsi in guerra.

Quanto alla cavalleria, è ovvio che le sue prestazioni dovessero essere complementari rispetto a quelle della fanteria; e tener conto quindi dell’equilibrio, all’interno di quest’ultima, fra arma bianca e arma da getto. A partire dalla metà del Cinquecento, il rapporto generale tra fanti e cavalieri all’interno d’uno stesso schieramento, fin lì pari a una media di circa tre a uno, tese a divaricarsi. Frattanto si era parecchio alIeggerita l’armatura dei cavalieri, in quella stessa che ancora poteva de-nominarsi «cavalleria pesante» o in quanto di essa restava: s’era difatti notato che, dinanzi al perfezionarsi dell’archibugio e poi del moschetto, l’armatura non era più efficace. Per renderla tale, si sarebbe dovuto appesantirla al punto da farne un oggetto inservibile nella pratica. Non solo: fino a un certo segno l’armatura sopportava bene quanto meno le «palle spente»: ma il perfezionarsi del moschetto aveva comportato miglioramenti tali nella gittata e quindi nella forza di penetrazione da sconsigliare il mantenimento d’un’arma difensiva ingombrante, costosa e le cui prestazioni si riducevano all’irrisorietà. Quanto al cavaliere che fosse stato colpito da una palla in pieno petto, abbiamo già detto che la corazza poteva addirittura risolversi per lui in una circostanza aggravante: non solo la palla la trapassava, ma i frammenti e le slabbratiire ripiegate all’indietro del metallo, in corrispondenza del foro d’entrata, rendevano più dolorosa e meno facilmente curabile la ferita.

Franco Cardini, "Quella antica festa crudele", Mondadori, pag. 131

 

Tre tipi fondamentali di cavaliere: il lanciere, il pistoliere e il carabiniere

Nella prima metà del Seicento, ormai, v’erano tre tipi fondamentali di cavaliere: il lanciere, il pistoliere e il carabiniere. Funzione del lanciere era la carica a fondo e l’inseguimento; sua arma caratteristica, una lancia ben più leggera. beninteso, di quella del cavaliere feudale. Del pistoliere s’è già detto qualcosa: singolare la fortuna della sua arma caratteristica, la pistola. buffo risultato d’una prospettiva tecnicamente parlando, un po’ utopica, cioè quella di costruire un archibugio che davvero si potesse maneggiare comodamente con un solo braccio.

A onta della sua scarsa gittata, della sua ancor più scarsa precisione e del suo costo abbastanza elevato, essa divenne già dalla fine del Cinquecento così popolare e allo stesso tempo così prestigiosa da poter nella pratica sostituire la lancia nelle mani di quel cavaliere che era pur l’erede diretto della cavalleria pesante feudale e della gendarmerie rinascimentale. Al tempo stesso, ed è vicenda veramente singolare, la pistola intraprendeva il cammino che l’avrebbe, almeno a partire dall’Ottocento, condotta a sostituire come arma di prestigio e simbolo di dignità la stessa spada. Dal xix, e più rigorosamente a partire dal xx secolo, a parte l’intercambiabilità tra pistola e arma bianca come «armi nobili» nei duelli, la pistola sarebbe divenuta per eccellenza l’arma dell’ufficiale al posto o accanto alla spada o al suo succedaneo plebeo imposto dalla Rivoluzione francese in poi, la sciabola.

Infine il carabiniere, fornito d’un più leggero equipaggiamento, aveva compiti di staffetta, di pattuglia, di rastrellamento; sue armi erano spada, pugnale e carabina, cioè un’arma da tiro leggera, a canna corta. Egli era, per così dire, l’anello di congiunzione fra il cavalleggero e il tiratore di fanteria.

A parte quest’ultimo tipo di cavaliere, quindi, la cavalleria si trovava distinta in lancieri e pistolieri, non senza analogie con la distinzione, propria della fanteria, tra picchieri e tiratori. Un’aspra polemica sui rispettivi meriti di entrambi percorse questi decenni. I lancieri erano accusati di sviluppare azioni tattiche che, per essere efficaci, dovevano per forza di cose essere rischiose, e quindi di andare incontro alla prospettiva di troppo gravi perdite; i pistolieri per contro, erano criticabili nella misura in cui il loro fuoco non sortiva risultati degni di nota.

La battaglia di Breitenfeld, combattuta il 17 settembre del 1631, un gigantesco e sanguinoso duello fra un esercito di tipo nuovo, quello di Gustavo Adolfo, e uno tradizionale, quello imperiale guida-da quell’ottimo soldato e prestigioso comandante ma tuttavia non innovatore che era il Tilly. Gli imperiali disponevano di formazioni ancora massicce di picchieri e ne facevano un uso associato alle cariche dei pistolieri: la loro sconfitta segno difatti il deciso tracollo della credibilità di questi ultimi. I destini della fanteria e della cavalleria, nei quali fino ad allora si poteva anche scorgere un certo parallelismo, prendevano a divaricarsi ormai decisamente: se nella fanteria era l’arma da fuoco a trionfare, la cavalleria avrebbe risposto scegliendo non la via del parallelismo, bensì quella della complementarità, e puntando sull’arma bianca. E appunto Gustavo Adolfo, non ebbe dubbi: ehninò il caracollo e si affidò decisamente, per i suoi cavalieri, alla carica all’arma bianca. Tale era la lancia, ma anche la sciabola: lama faIcata, pesante, a un solo taglio, ereditata dalla cultura delle steppe, e ben più efficace della spada nelle cariche contro la fanteria che comportavano ampi fendenti da distribuire con un arco di 180 gradi del braccio.

Dopo la successiva battaglia di Lùtzen, 1632, anche il generalissimo imperiale, il Wallenstein, abolì i grossi e pesanti squadroni di pistolieri e si accostò al modello svedese.

Prese avvio da allora un nuovo processo di adattamento della cavalleria. I pistolieri — detti anche «corazze», da cui, più tardi, «corazzieri» — mantennero il loro ruolo, per quanto molto ridimensionato; i moschettieri a cavallo andarono pian piano trasformandosi in «dragoni», che, più d’una cavalleria leggera, erano una fanteria montata in grado di spostarsi rapidamente a cavallo ma che si poteva appiedare in zona d’operazioni e usare in Scorrerie, colpi di mano, occupazione di posizioni avanzate e così via dicendo.

Un posto a sé avevano i «cavalleggeri» veri e propri, di solito europei orientali — polacchi, croati, ungheresi — armati in modo simile alla cavalleria ottomana e molto utili nelle avanscoperte e nelle manovre preliminari delle battaglie. Tale generale ristrutturazione sancì il ruolo moderno della cavalleria: tutt’altro che trascurabile, ma decisamente relegato a funzioni subordinate rispetto alla fanteria.

Franco Cardini, "Quella antica festa crudele", Mondadori, pag. 132

 

Il termine «trabiccolo», usato nel linguaggio vernacolare fiorentino per indicare scherzosamente una macchina strana, complessa e di dubbia funzionalità, è il risultato d’una fusione dei due termini «trabucco» e «briccola», indicanti appunto due macchine da lancio.

Dopo la presa di Costantinopoli del 1204, e ancora una volta grazie anzitutto alle città marinare, entrò in uso — prima nella guerra navale, poi anche negli assedi di terraferma — la misttira esplosiva detta «fuoco greco». una delle molte varianti del principio della granata. abbastanza diffusa in Oriente. Gli ingredienti del «fuoco greco» — pece, nafta, zolfo — si lanciavano in appositi recipienti di vetro o di coccio, di solito claviformi e sigillati.

Franco Cardini, "Quella antica festa crudele", Mondadori, pag. 239

 

Vela prima quadrata poi «latina» («alla trina», vale a dire triangolare)

A prua e a poppa, si ergevano i due ripiani elevati, i due «castelli», anzi, più propriamente, la «rembata» di prua e il «cassero» di poppa, che si sarebbe più tardi sostituito con una tenda sostenuta da un leggero telaio ad arco pieno, il «tabernacolo».

La galea era bensì munita di uno o due alberi «abbattibili», cioè pieghevoli, a vela prima quadrata poi «latina» («alla trina», vale a dire triangolare); tuttavia la sua forza propulsiva stava essenzialmente nei remi. I rematori sedevano su venticinque-trenta banchi di voga per ciascuna fiancata, obliqui rispetto all’asse della nave in modo che ciascuno di essi formasse, con la passerella rialzata che separava i banchi di babordo e quelli di tribordo e collegava la rembata al cassero, un angolo acuto rivolto verso poppa. La passerella rialzata era, appunto, la «corsia di comando». Fino al Quattrocento, vigeva il sistema di voga detto «allo zenzile»: ciascun rematore disponeva di un suo remo, lungo dai sette agli otto metri circa, in proporzione al suo posto sul banco di voga; solo con il Quattrocento entrò in uso un altro sistema di voga, detto «allo scaloccio», che consisteva nel dotare ciascun banco di voga d’un solo più pesante remo, manovrato da più rematori. Un banco di voga dava di regola posto a tre, più tardi anche a quattro o cinque rematori. Ma, oltre a loro, la galea necessitava di marinai addetti alle manovre, di balestrieri, più tardi anche di bombardieri per le bocche da fuoco della rembata. In totale, nel Duecento la galea ospitava circa duecentoventiduecentocinquatita persone, che poi tesero ad aumentare. È evidente che la vita di bordo su un mezzo del genere, piu che scomoda, era inesistente: non c’era posto se non per vogare.

Ciò non toglie che si trattasse, come ben dice Roberto Sabatino Lopez, del «coronamento di secoli di esperienze nelle costruzioni navali», che riusciva a conciliare per quanto era possibile funzioni difficilmente conciliabili fra loro quali «l’agilità con la robustezza, la rapidità con l’ampiezza». Discendente sostanzialmente dal «dromone» bizantino, nave da esplorazione e da inseguimento, la galea era adattissima a funger da scorta ai convogli mercantili e, dal tempo delle repubbliche marinare in poi, divenne la nave da battaglia per antonomasia. Il suo scarso pescaggio e la sua manovrabilità, se come abbiamo detto le impedivano di tenere bene il mare, le consentivano in cambio di affrontare anche fondali molto bassi e di risalire agevolmente i fiumi abbastanza ricchi d’acque. E vero che le sue caratteristiche la destinavano a non avventurarsi nell’oceano, ma è anche vero che restò a lungo regina dei mari chiusi, compreso il «Mediterraneo nordico»: lo zar Pietro se ne serviva ancora nel Baltico, ai primi del Settecento, e con buoni risultati.

Le vicende sociali dei «galeotti» — e quindi la stessa fortuna semantica del termine «galea-galera» — riflettono una lunga, complessa dinamica storica. Fino a più o meno tutto il Quattrocento, il rematore era un libero salariato: tuttavia, già dalla metà circa del Duecento, si cominciarono a cogliere i primi segni di quel diminuito status sociale dei vogatori che di lì a qualche generazione avrebbe condotto all’impiego, sull’esempio delle marinerie musulmane, di debitori, prigionieri e schiavi condannati (e «incatenati», non solo in senso figurato) al remo. Dapprima, l’incremento demografico e l’inurbamento nei centri portuali d’una manodopera non qualificata determinarono un generale deprezzamento dei componenti le ciurme; nel corso del Trecento, durante la crisi, al contrario le ciurme cominciarono a soffrire di carenza di uomini, e si dovette correre com’era possibile ai ripari. Quando i liberi vogatori cominciarono a rarefarsi e a essere sostituiti da una manodopera coatta, ciò non toglie che essa continuasse a venire affiancata da vogatori liberi, ironicamente detti «bonevoglie»: ormai vero e proprio sottoproletariato del mare, non trattato in modo apprezzabilmente diverso dagli altri rematori.

Franco Cardini, "Quella antica festa crudele", Mondadori, pag. 291

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