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Chandler D., Le campagne di Napoleone
Il successo raggiunto da Bonaparte nella sua prima battaglia quale comandante in capo fornisce un’ottima occasione per un esame delle tattiche normalmente impiegate dagli eserciti rivoluzionari. Nel 1796 queste avevano ormai preso una propria impronta ed erano efficaci, ma per poterle apprezzare in pieno è necessario dare uno sguardo retrospettivo al caotico periodo iniziale della guerra della prima coalizione, quando semplici volontari ed armate federate, rinforzate da reparti di truppe regolari ereditate dall’Ancien Régime, dovevano fronteggiare la grande potenza militare delle monarchie europee. Dalla confusione dei primi combattimenti venne lentamente delineandosi e sviluppandosi un sistema di disposizioni tattiche sul campo di battaglia che, a tempo debito, sarebbe stato alla base delle gesta militari del più grande soldato d’Europa.
Ufficialmente, si supponeva che le armate francesi del 1791 si attenessero alle norme, alle esercitazioni ed alla disciplina Che erano state tratteggiate nel famoso Regolamento tattico emanato in quell’anno. Questo trattato, preparato durante il decennio precedente la Rivoluzione, prevedeva che si adottasse una combinazione
delle tattiche lineari con quelle a colonna, a seconda delle necessità delle particolari missioni, della natura del terreno su cui si dovevano svolgere i combattimenti e delle caratteristiche dell’avversano. Vi era stabilito che la norma sarebbe stata rappresentata dal fuoco d’insieme di fucileria effettuato su tre righe, ma vi era consigliato anche l’impiego della formazione in colonna per l’avvicinamento finale. In pratica, tuttavia, la combinazione di queste evoluzioni risultò superiore alle capacità manovriere delle inesperte armate repubblicane. Le prime formazioni di volontari, che cercarono di seguire alla lettera le istruzioni del regolamento, trovarono che le sottigliezze tattiche erano del tutto estranee alle possibilità del loro addestramento e della loro esperienza. Le evoluzioni richieste per portare una colonna di truppe a costituire una linea per un’azione di fuoco erano necessariamente complesse, come lo erano pure quelle occorrenti quando le linee dovevano avanzare o ritirarsi sotto il fuoco. Il risultato, del resto prevedibile, era la confusione più completa, seguita, nel cinquanta per cento dei casi, dalla fuga di una massa di sbandati che correvano all’impazzata per mettersi fuori portata delle cannonate che rombavano e delle pallottole di moschetto che fischiavano nell’aria. Le prime armate rivoluzionarie non avevano né la disciplina né l’addestramento richiesto per eseguire, ad una settantina di metri dal nemico, le evoluzioni tattiche con la necessaria precisione matematica. Anche il famoso slancio ed il coraggio delle nuove armate (così spesso esagerati dai propagandisti contemporanei) risultarono essere un arma a doppio taglio. Da un lato potevano condurre ad attacchi sconsiderati, che si esaurivano con gravi perdite senza scopo; dall’altro, un improvviso rovescio poteva causare una reazione ugualmente violenta perché il coraggio della truppa ed il suo slancio potevano trasformarsi, in un attimo, in paura e fuga.
Nel 1792, dopo una serie di gravi rovesci, gli esperti militari francesi cominciarono ad accorgersi delle limitazioni della loro dottrina e consigliarono l’adozione di quella che potrebbe essere chiamata “la tattica dell’orda”. Divenne così norma costante il mandare avanti gli uomini più esperti e più abili nel tiro per dare origine a delle scaramucce (la cui azione di disturbo era stata appresa dal generale Lafayette e dai suoi volontari francesi durante la guerra d’indipendenza americana) mentre dietro lo schermo che così veniva a formarsi, la massa dei battaglioni di minor capacità, ammucchiata disordinatamente si preparava mentalmente a combattere o a fuggire. Dopo che i cannoni ed i fucilieri scelti avessero effettuato la loro opera di distruzione nelle linee nemiche, se tutto andava bene le colonne francesi si sarebbero buttate avanti in una serie di violenti assalti condotti con sciabole e baionette e, in molti casi, il nemico, stordito, si sarebbe ritirato sconfitto. Il generale Foy, un valoroso ufficiale di quel tempo, ha lasciato la seguente descrizione di un tipico combattimento del periodo rivoluzionario che, pur dipinto in tono romanzato, vale la pena di riportare per esteso:
« L’azione veniva iniziata da una massa di fucilieri, alcuni dei quali a cavallo ed altri a piedi, che venivano mandati avanti per un’azione generica, e non già minutamente predisposta; essi molestavano i nemici, sfuggendo con la propria mobilità al loro numero soverchiante e con la propria dispersione al tiro dei loro cannoni. Le perdite erano costantemente rimpiazzate affinché il fuoco non diminuisse d’intensità e venivano forniti anche considerevoli rinforzi per aumentarne l’efficacia.
« Era molto difficile che una forza schierata in battaglia avesse i fianchi protetti da posizioni inespugnabili e, comunque, vi si trovavano sempre dei punti deboli naturali o artificiali che favorivano l’attaccante; su questi punti i fucilieri avrebbero concentrato i loro sforzi: lo slancio e l’ispirazione erano raramente mancanti a quei tempi, tra truppe del genere. Una volta che il punto debole dello schieramento nemico era stato scoperto, su esso si esercitava lo sforzo principale. L’artiglieria ippotrainata si sarebbe precipitata al galoppo ed avrebbe aperto il fuoco sparando a mitraglia dalla minima distanza, mentre la massa di attacco si sarebbe spostata nella direzione indicata, con la fanteria avanzante in colonna per offrire il minor bersaglio al fuoco nemico e la cavalleria in reggimenti o squadroni pronta a far sentire il proprio peso in qualunque punto fosse stato necessario. Quindi, quando il grandinare delle pallottole o delle cannonate nemiche avesse cominciato a rallentare, un ufficiale, un soldato semplice od anche, spesso, il rappresentante del popolo, avrebbe cominciato a cantare l’Inno della vittoria. Il generale avrebbe issato sulla punta della spada il cappello con la grande coccarda tricolore perché potesse esser visto anche da lontano e servisse di guida per il concentramento delle sue valorose truppe; i soldati avrebbero preso a correre in avanti mentre quelli delle prime file avrebbero inastato
le baionette ed i tamburi rullato la carica; il cielo avrebbe risuonato del grido di battaglia costantemente ripetuto da migliaia di voci: En avant! En avantI Vive la Republique! ».
La combinazione dei fucilieri in ordine sparso con le cariche dei battaglioni incolonnati erano certo molto confacenti al temperamento ed alle caratteristiche delle prime armate rivoluzionarie. Richiedeva una relativamente scarsa precisione da parte delle formazioni, utilizzando al massimo la spinta e l’ardore dei cittadinisoldati e spesso travolgeva le masse nemiche, indubbiamente più addestrate ma meno ispirate, con la pura e semplice impetuosa massa d’urto. Gli eserciti europei del diciottesimo secolo, inviluppati nelle complicazioni e nelle formalità del sistema di guerra varato da Federico il Grande, erano frequentemente colti di sorpresa e travolti dalla tattica primitiva di questo “nuovo” tipo di combattimento.
Man mano che il tempo passava, però, le tenaci armate francesi divennero più esperte e fu loro possibile tornare a tattiche più evolute, nelle quali il fuoco della fanteria e la sua potenza d’urto venivano combinate in proporzioni accuratamente previste. Venne trovato, per esempio, che l’azione dei fucilieri e quella dei cannoni non sempre provocavano al nemico perdite sufficienti a scuoterne la coesione e che quindi era necessario un maggior volume di fuoco di moschetti. Forse la migliore soluzione a questo problema fu l’adozione dell’ordre mixte, una combinazione tattica di truppe in colonna con altre disposte in linea. La famosa amalgame del 1794 facilitò grandemente questo sviluppo, perché il battaglione regolamentare di ogni demibrigade era perfettamente idoneo a muoversi e sparare con sufficiente accuratezza in formazione di linea, mentre i due associati battaglioni Jédérés trovavano migliore impiego in colonne disposte lungo i due fianchi.
Nei primi tempi era previsto che ogni battaglione di linea fosse composto di tre compagnie, di 330 uomini ciascuna, ma successivamente il loro numero venne portato fino a nove (per tornare poi a sei, alla fine) con la forza di 150200 soldati per compagnia. I battaglioni di nove compagnie ne avevano Otto di fucilieri ed una di granatieri. I battaglioni di fanteria leggera, che era previsto dovessero accompagnare la cavalleria al trotto, avevano invece sei compagnie delle quali quattro erano di cacciatori, una di carabinieri (l’equivalente dei fucilieri e granatieri) ed una di voltigeurs, che veniva di solito impiegata per l’attacco iniziale. Tre compagnie all’incirca per ogni demibrigade venivano impiegate come fucilieri di prima schiera, sia che la formazione disponesse di reparti di fanteria regolare oppure ne fosse priva. Per quanto riguarda la forza numerica, era raro che una demsbrtgade di fanteria leggera operasse con più di 1.000 uomini, mentre quella di fanteria di linea poteva al massimo arrivare ai 2.500 effettivi.
La cavalleria francese di quel periodo era assolutamente inadeguata; quest’arma aveva sofferto moltissimo dell’esodo degli ufficiali ed era mancato il tempo, di norma considerevole, necessario per addestrare buoni cavalieri; per di più anche la deficienza di cavalli contribuiva a ridurne le capacità. Una demibrigade di cavalleria era formata in teoria da quattro squadroni ognuno dei quali si componeva di due compagnie di 116 cavalieri, il che ufficialmente significava una forza di 900 sciabole per ogni demibrigade; all’atto pratico, durante il periodo repubblicano, la media superava raramente i due o trecento uomini. Esistevano tre categorie principali di cavalleria: quella pesante, per azioni d’unto; i dragoni, addestrati a combattere a cavallo od a piedi per appoggio ravvicinato alla fanteria, e quella leggera, alla quale venivano affidati compiti di ricognizione, di difesa e d’inseguimento. Nonostante la massa dei cavalieri fosse molto scadente, dalle sue poco promettenti schiere dovevano emergere, col tempo, grandi capi quali Murat, Lasalle, Grouchy e Milhaud. Inoltre si erano già verificati fatti d’arme di notevole rilevanza, come quando nel 1795, una divisione di cavalleria francese aveva effettuato una carica sul ghiaccio per catturare la flotta olandese che vi era rimasta intrappolata.
L’artiglieria delle armate rivoluzionarie aveva invece sofferto meno di tutte le altre armi per la mancanza di ufficiali, perché molti dei suoi comandanti provenivano dalle classi medie piuttosto che da famiglie aristocratiche. Le loro armi, grazie a Gribeauval (e più tardi a Carnot) erano le migliori in Europa anche se i treni d’artiglieria risentivano, al pari della cavalleria, della generale deficienza di cavalli, tanto che fino ai primi anni del 1800 i comandanti erano obbligati a servirsi di traini e di guidatori civili di poco affidamento; nonostante questo, l’efficienza operativa dell’artiglieria fu quasi sempre elevata. I cannoni erano riuniti in compagnie (o batterie) di Otto pezzi, divisi a coppie. Il periodo rivoluzionario ebbe influenza anche su quest’arma perché il numero delle batterie ippotrainate venne notevolmente aumentato e una nuova specialità, l’artillerie volante (o artiglieria celere) venne aggiunta all’artiglieria campale e a quella ippotrainata.
La specialità del Genio nell’esercito francese era molto sviluppata sotto la Repubblica, come lo era stato sotto l’Ancien Régime e sebbene i principi di Vauban, vecchi di un secolo, rimanessero alla base delle opere di fortificazione (con tutti i miglioramenti successivi suggeriti da ChasseloupLaubat, Montelambert e Lazare Carnot) i genieri francesi erano ugualmente idonei sia alla costruzione di strade che a quella di ponti. Ovviamente, con la grande espansione delle forze francesi, i genieri esperti erano sempre insufficienti rispetto alle necessità e il generale Bonaparte si trovò, nel 1796, con meno di 2.000 genieri, mentre l’Armata d’Italia avrebbe dovuto avere un organico di 3.300 specialisti e cioè una compagnia di minatori e due battaglioni di zappatori. C’era inoltre una forte carenza di sezioni pontieri e di barche da ponte trasportabili, aggravata dalla scarsità di cavalli da tiro. L’improvvisazione era quindi all’ordine del giorno, ma l’Armata d’Italia possedeva con Andréossy e Marescot, un artigliere e un geniere di talento dotati di alte capacità inventive.
Le ambulanze e i servizi logistici erano praticamente inesistenti e la conseguente scarsità di cure mediche e di provviste, oltre a causare numerose diserzioni, fece nascere nella truppa .una particolare attitudine a fare assegnamento solo sulle proprie capacità e ne aguzzò l’ingegno per procurarsi il necessario; queste caratteristiche resero possibile l’attuazione di quei rapidi movimenti strategici che fecero strabiliare gli avversari, fedeli alla consuetudine dei depositi e dei convogli per i rifornimenti.
Tutto sommato, quindi, il generale Bonaparte aveva ereditato una temibile arma, adatta ai suoi piani.
Chandler D., “Le campagne di Napoleone”, Rizzoli, pag. 125
LE COMPONENTI DELLA GUERRA NAPOLEONICA
Prima di passare ad analizzare i sistemi di manovra e di battaglia adottati da Napoleone è necessario esaminare gli elementi che sono alla base di ogni piano dell’imperatore. Parlare dei “principi di guerra” di Napoleone significa soltanto equivocare perché la parola “principio” richiama alla mente l’idea di un modo di agire regolato da una legge fondamentale. La caratteristica più rilevante nel modo di combattere di Napoleone risiede nella sua illimitata flessibilità e variabilità. Tuttavia, sebbene la sua condotta in azione non fosse mai strettamente legata a dei principi, vi furono alcune regole vitali di combattimento che egli considerò sempre con molta attenzione. In verità egli parla spesso dell’importanza di tenere in debita considerazione i “principi di guerra”. ma nel seguente passo egli chiarisce in maniera più esatta il significato che attribuisce a questa frase più volte ripetuta. Così egli scrisse nelle sue Maximes:
Tutti i grandi generali dell’antichità, come pure quelli che hanno degnamente seguito le loro orme, compirono le loro epiche gesta sottostando alle regole ed ai principi dell’arte strategica, cioè con l’ortodossia dei loro piani ed un attento equilibrio di mezzi e risultati, sforzi cd ostacoli. Essi hanno avuto successo solo perché, qualunque sia stata d’altra parte la temerarietà delle loro imprese e la vastità delle loro operazioni, hanno accettato queste regole. Non cessarono mai di fare della guerra una vera e propria scienza. Essi costituiscono i grandi esempi da seguire e solamente imitandoli possiamo sperare di emulare le loro gesta.
Due frasi di questo passo si distinguono in modo particolare: « un attento equilibrio di mezzi e risultati » e « il fare della guerra una vera e propria scienza». La prima implica l’idea di un’economia delle forze, cioè l’accurato adattamento di tutto il potere sia militare che politico alle esigenze degli scopi da conseguire; distruzione della volontà di resistenza nemica; evitare l’impiego non necessario di uomini in formazioni troppo elaborate e l’inutile spreco di inviare forti contingenti contro obiettivi secondari; evitare anche l’estremo opposto, cioè di inviare troppo pochi uomini e troppo tardi, dato che è impossibile averne a disposizione un gran numero sul campo di battaglia o nelle sue vicinanze; e soprattutto raggiungere un accurato e calcolato equilibrio tra mezzi e risultati e tra precedenze contrastanti, in modo da rompere l’equilibrio del nemico, possibilmente prima di combattere la battaglia decisiva. La seconda frase si riferisce alla necessita di condurre le guerre in modo realistico e con fermezza. Questo aspetto delle idee di Napoleone è già stato discusso precedentemente.
Con quali mezzi esordì Napoleone per raggiungere questi obiettivi politicomilitari? Primo, per mezzo di un’audace azione offensiva. « Fate la guerra attaccando: è l’unico modo per diventare un grande comandante e capire a fondo i segreti dell’arte bellica 22 » Il soldato che se ne sta seduto nella sua postazione aspettando che gli avversari lo attacchino è già quasi battuto prima che siano scambiati i primi colpi come il giovane Bonaparte aveva capito sin da quando aveva scritto Le sou per de Beaucaire. Tuttavia il bisogno di essere aggressivi non dovrebbe portare ad un livello di temerarietà e ad attaccare solamente per il gusto di farlo: bisogna tener presente anche le esigenze della sicurezza. La fusione ideale di questi due fattori apparentemente in contrasto fra loro era per Napoleone « una difesa ben ponderata e circospetta seguita da un attacco rapido e audace »; cioè egli preferiva attaccare da una posizione forte, il centro operativo, sapendo che le sue vie di comunicazione erano sicure, dopo aver lasciato trascorrere il tempo sufficiente perché il nemico rivelasse le sue intenzioni di massima e, insieme, i suoi errori di posizione e di calcolo.
Napoleone era estremamente accurato in tutti i suoi piani; al caso veniva lasciato il meno possibile. Non appena si delineava la possibilità di una guerra contro un’altra potenza europea, l’imperatore mandava a chiamare i suoi bibliotecari e chiedeva loro di portargli un gran numero di libri storici, descrittivi, geografici e toponomastici che egli leggeva con tutta la passione e l’attenzione di quando frequentava Auxonne, in modo da costruirsi mentalmente una chiara visione dei suoi futuri nemici. Non gli piaceva prepararsi a una campagna in modo rapido e incompleto. « Sono abituato a pensare a quello che farò con tre o quattro mesi di anticipo e baso i miei calcoli tenendo conto di tutte le situazioni, anche le più avverse ». Questa affermazione rivela chiaramente tanto il metodo quanto il calcolo dei tempi nei progetti di Napoleone. Egli creava invariabilmente un ipotetico piano di azione che comprendesse le più complesse situazioni militari che la sua fertile mente poteva immaginare, tenuto conto di quanto sapeva sulla forza, le alleanze ed i penchants del possibile avversario. Ma il piano principale che ne derivava non era rigidamente vincolante circa la condotta che sarebbe stata adottata; era piuttosto il mezzo o la pietra di paragone con il quale si sarebbero potuti misurare tutti i probabili avvenimenti e possibilità e anticiparne le conseguenze. Napoleone prevedeva sempre un “piano alternato”, cosa che aveva appreso dagli insegnamenti di Bourcet, il quale sosteneva la necessità di un piano a “molti sviluppi”. Infatti, dopo aver stabilito quale sarebbe stata la sua strategia principale, l’imperatore prendeva in considerazione ogni alternativa possibile per essere certo che le sue disposizioni generali avrebbero potuto far fronte a qualsiasi inattesa circostanza. « Niente si ottiene in guerra se non per mezzo di precisi calcoli » egli scrisse. « Nel corso di una campagna qualsiasi cosa che non venga considerata a fondo in ogni dettaglio non dà risultato. Ogni impresa dovrebbe venire condotta secondo un dato sistema; il caso da solo non è mai apportatore di successo »
Tuttavia Napoleone non sottovalutò mai la parte affidata al caso nelle guerre. Invece di considerarla come un imponderabile, chiedeva che fosse affrontata e quasi inquadrata in un sistema. Sosteneva che gli effetti deleteri del caso possono venire minimizzati tramite un’attenta previsione. Ciascun piano di Napoleone, sia per la marcia di un giorno che per un’intera campagna, comprendeva un margine di tempo in più per far fronte o sfruttare l’imprevedibile. Durante l’azione Napoleone soppesava continuamente i vantaggi a suo favore. All’inizio della battaglia di Waterloo disse a Soult che le possibilità di una sua vittoria erano del novanta per cento; quando iniziò l’intervento prussiano le portò a sessanta contro quaranta. Questo rivedere incessantemente la situazione alla luce di nuovi avvenimenti era un aspetto importante del talento di Napoleone. Raramente egli non sapeva come comportarsi; la sua memoria enciclopedica e la sua acutezza mentale gli permettevano di prendere in considerazione con ore o giorni di anticipo qualsiasi possibile situazione. Come affermò una volta: « La scienza militare consiste nel calcolare per prima cosa ed accuratamente tutte le eventualità possibili e quindi dare al caso un posto esatto, quasi matematico, nei propri calcoli. È su questo punto che non bisogna sbagliare, perché perfino un decimale in più o in meno può capovolgere tutto. Ora questo insieme di intuizione e di scienza non può essere presente che nella mente di un genio. Eventualità, caso, sorte, chiamatela come vi pare, mentre è un mistero per gli uomini normali, diventa una realtà per gli uomini dotati di intelligenza superiore M
In guerra, un modo per ridurre gli elementi affidati al caso è quello di assicurare la protezione del segreto militare. Questo implica il nascondere al nemico la propria forza e le proprie intenzioni e Napoleone era un maestro in tale arte. Molto prima che venisse intrapresa una campagna, la cortina della sicurezza militare veniva solitamente abbassata. La stampa che nel diciottesimo secolo era spesso fonte di informazione circa le imminenti manovre militari, veniva incessantemente controllata e “orchestrata” in modo da dare le informazioni che Napoleone desiderava che il nemico venisse a sapere. Qualche settimana prima di un importante spostamento, le frontiere francesi venivano chiuse agli stranieri e la polizia segreta di Fouché raddoppiava la sua attività nel sorvegliare gli elementi sospetti. Allo stesso tempo venivano approntati e portati a termine elaborati piani fittizi e offensive secondarie onde confondere il nemico e metterlo in uno stato di incertezza. Tutte queste caratteristiche comuni alla sicurezza militare nel ventesimo secolo vennero adottate da Napoleone agli inizi del diciannovesimo.
Poi, quando il vero spostamento di forze iniziava, allora veniva usato un grande numero di abili stratagemmi per ingannare il nemico. Alla testa delle colonne che si muovevano rapidamente, la cavalleria leggera, ussari, lancieri, cacciatori, formavano uno schermo fitto e mobile attraverso il quale le pattuglie di ricognizione nemiche non potevano penetrare. Queste cortine mobili dissimulavano la linea di operazione (o di marcia) di Napoleone ed allo stesso tempo proteggevano le sue linee di comunicazione che si snodavano all’indietro fino alla piace de campagne o base di operazioni dove all’inizio venivano dislocati i depositi, gli ospedali e i parchi dei carriaggi. Inoltre, per maggior sicurezza, Napoleone aveva l’abitudine di cambiare continuamente la composizione delle sue formazioni principali per motivi sia logistici che tattici, aggiungendo qua una divisione, togliendo una brigata da un’altra parte, creando occasionalmente un corpo d’armata provvisorio per una missione speciale a metà di una campagna. Provvedimenti di questo genere servivano a confondere ulteriormente il nemico. Ad esempio il servizio segreto austriaco venne a sapere che il V corpo d’armata del maresciallo Lannes di stanza ad Ulm il 16 ottobre 1805 comprendeva le divisioni di fanteria dei generali Oudinot e Gazan e la cavalleria leggera di Treilhard, ma dal giorno 24 dello stesso mese il corpo d’armata di Lannes comprendeva anche altre due divisioni di fanteria trasferite dai reparti di Ney e Marmont e non meno di altre tre formazioni di cavalleria distaccate dalla riserva di Murat. Anche se questa informazione fosse stata eventualmente scoperta e acquisita dal nemico essa avrebbe perso ben presto ogni valore perché nel momento in cui l’avanzata francese verso oriente superava il fiume Enns, la stessa flessibilità logistica e operativa permetteva a Napoleone di ritirare tre divisioni di fanteria dal generale Lannes e di riunirle in un nuovo corpo d’armata provvisorio (l’VIII) agli ordini del maresciallo Mortier. Cosi in nessun momento il nemico poteva basarsi su informazioni sicure riguardanti la forza dell’avversario o la posizione delle sue truppe o altri elementi importanti.
Comunque, durante tutto questo tempo, oltre ad adempiere al suo, compito di controspionaggio, la cavalleria di perlustrazione di Napoleone esplorava scientificamente ogni villaggio, vuotando ogni buca postale alla ricerca di informazioni sul nemico, a volte catturando qualche prigioniero o trovando un manipolo di disertori o ascoltando e poi riportando i pettegolezzi locali. Da questo insieme di informazioni Napoleone e il suo stato maggiore erano se non altro in grado di individuare i luoghi nei quali il nemico, non si trovava e pertanto di farsi un’idea di dov’egli potesse essere. Come disse il duca di Wellington: « Tutta l’arte bellica consisté nel riuscire a scoprire cosa c’è dall’altra parte della collina o, in altre parole, nell’accertare quello che sappiamo e quello che non sappiamo
Man mano che la distanza tra i due eserciti nemici diminuiva, diveniva più difficile mantenere il segreto ed ambedue le parti ricevevano una valanga di informazioni, alcune senz’altro false, ma la maggior parte di un certo valore. Poi, quando il “velo era stracciato”, Napoleone contava sulla rapidità di movimento per completare il suo avvicinamento all’ignaro nemico. La lunghezza delle marce giornaliere veniva aumentata di colpo e veniva proibito procacciarsi il cibo mentre le scorte fino a quel momento gelosamente custodite sui carriviveri venivano distribuite. Come dice Colin: « La rapidità è un elemento essenziale e preponderante nella strategia napoleonica »
L’insistere sulla velocità e sulla mobilità dall’inizio alla fine era una caratteristica fondamentale delle campagne dell’imperatore ed era l’aspetto della sua strategia che disorientava e turbava la maggior parte dei suoi avversari i quali erano stati allevati secondo una tradizione che insegnava un tipo di strategia molto più lento. Tre esempi saranno sufficienti per dimostrare cosa intendevano dire i grognards francesi quando, un po’ lamentandosi e un po’ compiaciuti, affermavano: « L’imperatore ha scoperto un nuovo modo di far la guerra; usa le nostre gambe al posto delle nostre baionette ». Primo esempio: in una fase critica della prima campagna d’Italia il generale Augereau fece percorrere alla sua divisione una distanza di 85 chilometri in 36 ore per raggiungere il campo di Castiglione in tempo per la battaglia con Wùrmser. Secondo: nel 1805 Napoleone fece marciare 210.000 uomini dal Reno al Danubio, e di li una parte di essi fino ai dintorni di Ulm, in soli 17 giorni; nel periodo tra il 24 settembre ed il 16 ottobre (per non citare che un esempio), il comando del maresciallo Soult percorse un totale di circa 400 chilometri, ovviamente a marce forzate. La stessa campagna offre un esempio di un’altra marcia forzata ancor più famosa: richiamato da Vienna per raggiungere Napoleone ad Austerlitz, Davout guidò la divisione principale del III corpo d’armata su un percorso accidentato di 140 chilometri in poco più di 48 ore, delle quali non meno di 35 di marcia. Questi esempi, sebbene notevoli, non furono gli unici. Napoleone poté infatti dichiarare: « Le marce sono la guerra ».
Queste stupefacenti esibizioni sulle strade d’Europa erano rese possibili da tre fattori: l’autodisciplina e la relativa indipendenza del sistema francese delle divisioni e dei corpi d’armata; la consuetudine di fare a meno dei lunghi e lenti convogli di scorte, « vivendo invece delle risorse locali »; e, per ultimo, la ferrea volontà e la fermezza dell’imperatore il quale poteva tiranneggiare, adulare e stimolare i suoi uomini perché gli accordassero cieca obbedienza un giorno dopo l’altro, settimana per settimana. Questi elementi saranno considerati con maggior attenzione più avanti in questo stesso capitolo; ma fin d’ora si può dire che Napoleone considerava la velocità l’elemento che poteva trasformare il pericolo in circostanza favorevole e la disfatta in vittoria.
Questa insistenza nel considerare la rapidità di movimento come un principio fondamentale di guerra mette a fuoco un altro dei concetti base di Napoleone, cioè il vitale significato del tempo e la sua accurata suddivisione in rapporto alla distanza. Una volta asserì: « La perdita di tempo è irreparabile in guerra ». Le considerazioni sul tempo e la distanza erano i dati fondamentali che stavano alla base di tutte le sue grandi mosse strategiche:
« La strategia è l’arte di far buon uso del tempo e della distanza. Sono meno parsimonioso con la seconda che con il primo; la distanza può infatti essere recuperata, il tempo mai ». « Potrei perdere una battaglia, ma non perderò mai un minuto ». « Il tempo è l’elemento compensatore fra massa d’urto e forza di penetrazione. » La Correspondance è piena di riferimenti a questo modo di combattere così come era concepito da Napoleone. Si possono risparmiare o guadagnare ore e perfino giorni scegliendo attentamente le strade migliori per raggiungere un determinato obiettivo. Invero Napoleone non richiedeva abitualmente un irragionevole sforzo da parte delle sue colonne in marcia ad eccezione, come abbiamo già visto, dei momenti di crisi. In condizioni più o meno normali chiedeva ai soldati di percorrere solo una media oscillante tra i 18 e i 20 chilometri al giorno. Infatti il vero segreto dei suoi rapidi concentramenti di forze e delle inaspettate Blitzkrieg sta nella scelta di strade più brevi e più facilmente praticabili per raggiungere punti prestabiliti, piuttosto che nell’esortare i suoi uomini a continuare in sforzi sovrumani. Questo tipo di vera “economia dello sforzo” diminuiva il logorio delle truppe, riducendo le perdite causate da malattie e diserzioni, e in teoria lasciava ogni giorno un margine di tempo per fronteggiare qualsiasi imprevisto o adempiere a qualsiasi cambiamento di programma. Così nel maggio 1800 l’Armata di Riserva fu in grado di invertire la sua linea di marcia da ovest a est, senza che ciò provocasse la minima confusione o ritardo; e immediatamente prima della battaglia di .Jena dell’ottobre 1806, la Grande Armata fu in grado di modificare la sua linea di operazioni da nordsud a estovest dopo aver ricevuto un solo ordine dal quartier generale dell’imperatore. Naturalmente questa semplicità di mosse strategiche, con la sua infinita adattabilità, è solo apparente. Il compito di correlare e coordinare i movimenti giornalieri di una dozzina o più di formazioni che si muovono tutte su strade diverse, di assicurarsi che ogni elemento si trovi a uno o al massimo due giorni di marcia dal suo vicino più immediato ed allo stesso tempo conservare l’apparenza di una dispersione arbitraria e mal coordinata di un gran numero di unità in modo da ingannare il nemico sulla vera gravità della situazione, questo è lavoro di una mente matematica di calibro non comune. Infatti « quell’infinita capacità di sostenere la fatica costituisce l’impronta del genio ». Premesso uno scopo ben definito e la determinazione di Napoleone a raggiungerlo, uniti al suo indubbio talento per i calcoli esatti, ad una buona capacità di valutare il terreno e ad una fantasia capace di costruire un’immagine accurata del terreno sul quale doveva operare basandosi soltanto su vaghe informazioni contenute su una mappa, non c’era niente che potesse fermare l’arrivo dell’esercito francese alla destinazione prescelta. Talvolta i subalterni deludevano le aspettative del loro capo e complicavano ulteriormente la situazione; talvolta il nemico adottava la soluzione meno probabile; talaltra ancora l’avversità del tempo o lo straripamento di un fiume interrompevano il regolare svolgersi del piano; ma quasi sempre ognuna di queste evenienze era stata prevista e considerata dalla poliedrica mente dell’imperatore. Egli era contentissimo di continuare a marcare le carte topografiche militari con l’aiuto del suo compasso aperto su una distanza giornaliera di 20 chilometri, modificando il piano principale a seconda delle circostanze, ma sempre perseguendo inesorabilmente e con calma l’obiettivo della campagna.
L’obiettivo fondamentale di tutta questa ben ponderata attività era di radunare il maggior numero possibile di uomini sul campo di battaglia che in qualche occasione veniva scelto con mesi di anticipo sul verificarsi dell’evento. Bourrienne tramanda la sua celebre anche se probabilmente abbellita testimonianza oculare del primo console che all’inizio della campagna d’Italia del 1800, disteso sul pavimento appuntava spilli colorati sulle sue carte e diceva: « Io combatterò qui, nella pianura della Scrivia », con quella strana chiaroveggenza che non era altro se non il frutto di calcoli mentali estremamente complessi. Dopo aver considerato tutte le possibili azioni dell’austriaco Melas, e averle eliminate una alla volta, e dopo aver tenuto conto dell’influenza del caso negli avvenimenti, Bonaparte trovò una risposta in seguito convalidata dagli avvenimenti del 14 giugno nella zona di Marengo che si trova proprio nella pianura delimitata dai fiumi Bormida e Scrivia. Questa precisione profetica non era sempre possibile infatti nè Austerlitz, nè Jena erano state esattamente previste; ma in quasi tutte le campagne Napoleone conosceva in anticipo i probabili movimenti del nemico per mezzo di un attento esame di tutte le possibilità. Napoleone poteva ben dire che « per un generale l’attitudine alle manovre è l’arte suprema; è uno dei doni più utili e rari dai quali si riconosce il genio.
Naturalmente le marce e le manovre quotidiane erano in funzione di un unico obiettivo finale: ottenere al più presto possibile una situazione tattica favorevole. Tuttavia, prima di intraprendere l’azione decisiva, era necessario soddisfare alcune esigenze e questi “principi” della strategia napoleonica possono ben essere compendiati sotto il titolo “riunione e concentramento”. Naturalmente era assiomatico per Napoleone riunire il maggior numero possibile di baionette e sciabole per impiegarle insieme in battaglia, ma raggiungere tale concentramento non significava semplicemente riunire in un dato punto un gran numero di unità. Infatti il decentramento prima dell’azione era altrettanto importante quanto il concentramento durante l’azione. Alla vigilia di una battaglia era più utile che le truppe venissero “adunate” piuttosto che “concentrate”. Per “adunata” Napoleone intendeva il dislocamento della maggior parte delle sue unità a distanza di marcia dalla località prescelta per lo scontro anche se non riteneva necessario che venissero a contatto con il nemico o fra loro. Se era importante disporre del maggior numero di uomini possibile per “la dannata decisione” dell’indomani, era altrettanto vitale che, alla vigilia del combattimento, le truppe fossero distribuite in modo da rendere possibile l’intervento di una formazione pronta a disporsi di rinforzo in qualunque settore l’imperatore l’avesse designata nei suoi ordini finali di combattimento, senza che ciò richiedesse notevoli spostamenti delle altre unità. Inoltre, dato che la situazione di ogni battaglia poteva mutare, le divisioni dovevano essere disposte in modo da poter far fronte a qualsiasi improvviso e inaspettato sviluppo, con il minimo di disorganizzazione possibile. Infine, per ragioni di segretezza e per nascondere al nemico le intenzioni dell’imperatore, era interesse dei francesi dare il minor numero di indicazioni possibile sulla direzione da cui sarebbe provenuto l’assalto. Può sembrare problematico conciliare queste opposte esigenze di concentramento e dispersione, ma è un miracolo che Napoleone compiva ogni volta.
Il segreto del suo successo in tale tipo di tattica risiede nella creazione di una rete di formazioni accortamente disposte. All’inizio della campagna tale rete strategica era spesso estesa su larghi tratti; talvolta somigliava ad un cordone. All’inizio dell’aprile 1796 l’Armata d’Italia era schierata su un fronte di 120 chilometri; a metà settembre del 1805 la Grande Armata copriva un fronte di 200 chilometri tra Strasburgo e Wùrzburg; una simile estensione fu raggiunta nell’ottobre 1806; e ai primi di giugno del 1812 il mezzo milione di uomini della Grande Armata di Russia formava dietro la Vistola una linea di partenza lunga più di 400 chilometri. I vantaggi apportati da questi fronti così estesi erano triplici. Primo, l’estensione dello schieramento iniziale dell’esercito francese non permetteva al nemico di sapere da quale punto sarebbe provenuto l’attacco più massiccio; in secondo luogo l’adattabilità operativa offerta dalla disposizione su largo fronte delle divisioni francesi permetteva a Napoleone di intrappolare il nemico in qualsiasi luogo egli avesse deciso di concentrare le forze. In altre parole Napoleone non era legato a seguire nessun piano d’azione da lui precedentemente stabilito, ma poteva adattare il suo piano operativo principale ad ogni particolare circostanza che si fosse verificata. Terzo, il nemico era spinto a spiegare anch’egli le sue formazioni nel tentativo di coprire tutti i settori dello schieramento francese e questo facilitava la sua distruzione non appena la trappola strategica si fosse richiusa su di lui.
Poi, mentre l’azione si sviluppava, le posizioni strategiche dei vari corpi cambiavano radicalmente. Come regola generale, man mano che l’esercito francese si avvicinava alla preda, il suo fronte si restringeva gradatamente. Così, quando nel 1805 la Grande Armata raggiunse il Danubio, il suo fronte si era ristretto da 200 a 90 chilometri. Ma, a seconda delle esigenze della situazione, l’estensione del fronte si allargava e si restringeva continuamente, in modo da sconcertare e confondere il nemico. Così nel 1806 Napoleone, per il difficile attraversamento della foresta di Turingia, ridusse il fronte del suo esercito da 200 a 45 chilometri e poi per l’avanzata verso Lipsia lo schierò nuovamente lungo 60 chilometri prima di ordinare il concentramento improvviso di tutte le divisioni verso Weimar non appena ebbe scoperta la posizione dell’esercito prussiano dietro il fiume Saale. Questa adattabilità e mobilità strategica (resa possibile dal sistema su cui era basato il corpo d’armata e dai metodi di appoggio logistico più semplificati) erano la rovina dei nemici dell’impero e uno dei grandi segreti del successo di Napoleone. Tra l’altro, l’estensione del fronte iniziale non era in relazione al numero delle forze francesi impegnate: l’imperatore insisteva sul fatto che ogni, settore del fronte doveva essere tenuto (è da notare anche se non necessariamente “occupato”) per quanto piccolo fosse il suo esercito. Ma questa “larga base” della sua strategia non contraddiceva affatto il suo principio di “concentramento” per la battaglia, dato che le due fasi dell’azione si sviluppavano logicamente in un’unica sequenza di operazioni. Il filo conduttore di questo elemento basilare della strategia napoleonica è contenuto nella sua massima: « L’esercito deve essere tenuto riunito (réunz) e la maggior forza possibile concentrata (concentré) sul campo di battaglia. »
In altre parole, la dispersione iniziale lasciava il posto ad una fase di concentramento accuratamente graduata man mano che il momento dello scontro si avvicinava. La Grande Armata convergeva compatta sulla sua vittima, e quando alla fine la rete si stringeva, il nemico si trovava impigliato senza speranza nelle maglie. Spesso Napoleone completava il suo concentramento finale piombando all’ultimo minuto sull’avversario. Dopo aver dato al nemico un senso di falsa sicurezza tenendo ferma la maggior parte delle sue truppe a una distanza di due giorni di marcia dal punto prestabilito per lo scontro, l’imperatore “rubava una marcia ordinando di muoversi rapidamente con l’ausilio delle tenebre (corùe prima della battaglia di Lodi nel 1796 o di Jena nel 1806), guadagnando così un giorno di marcia. La mattina seguente egli non avrebbe offerto al suo stupefatto nemico altra alternativa che quella di accettare il combattimento con 24 ore di anticipo sul tempo previsto e prima che potesse schierare in campo tutte le sue forze.
In tal modo Napoleone fuse il combattimento con la manovra e ciò rese possibile il suo grande contributo all’arte della guerra. Tutti i suoi piani strategici si propongono una battaglia decisiva e tutti i movimenti delle sue truppe sono studiati per ogni possibile situazione di combattimento. Diversamente dai suoi predecessori del diciottesimo secolo, che distinguevano in modo netto il compiere manovre dal dar battaglia, adottando diverse formazioni per ciascun caso, Napoleone fuse la marcia, il combattimento e l’inseguimento in un’unica azione continua. Uno degli elementi fondamentali del suo successo fu naturalmente il sistema dei corpi d’armata.
In un suo scritto a Eugenio Beauharnais del 7 giugno 1809, Napoleone ribadiva la sua fiducia nei vantaggi apportati dal sistema dei corpi d’armata: « Questo è il concetto operativo generale: un corpo di 25.00030.000 uomini può essere lasciato agire autonomamente. Ben comandato può combattere o evitare io scontro, e manovrare a seconda delle circostanze senza che gliene derivi alcun danno poiché un avversario non può forzarlo ad accettare il combattimento, ma se egli lo sceglie può sostenerlo da solo per lungo tempo.
Una divisione di 9.00017.000 uomini può essere lasciata sola per un’ora, senza che ciò provochi alcun inconveniente; sarà in grado di fronteggiare un nemico molto superiore e guadagnerà tempo fino all’arrivo di nuove forze ».
Egli era consapevole del fatto che ciascun corpo d’armata disciplinato era in grado di impegnare o tenere a bada per molte ore una formazione molto più numerosa della sua, e durante tale periodo le formazioni vicine potevano correre in suo aiuto o aggirare il nemico. Questo fattore essenziale faceva sì che l’esercito potesse muoversi in gruppi divisi, con vantaggio per i rifornimenti e per la velocità di movimento, ingannando così il nemico. Tuttavia, nonostante l’apparenza, questa dispersione era attentamente controllata, dato che l’inter9 esercito era “riunito” lungo un’unica linea di operazione in un dato numero di formazioni accuratamente divise, la più famosa delle quali era il batallion carré che poteva essere in grado di eseguire un rapido “concentramento” nello spazio di uno o due giorni, non appena la situazione di combattimento desiderata fosse stata raggiunta.
Ancora una volta, gran parte della concezione napoleonica sul decentramento delle forze si ispirava agli insegnamenti di scrittori antecedenti: Bourcet sottolineava la validità di un decentramento ben calcolato quale mezzo per indurre il nemico a disperdere a sua volta il proprio esercito, esponendosi così ad un rapido riconcentramento da parte francese contro un settore prestabilito delle disperse forze avversarie. Allo stesso modo le parole di Guibert influenzarono moltissimo il giovane Bonaparte:
« L’abilità tattica consiste nello spiegare le proprie forze senza esporle, nel circondare il nemico senza disperdersi, nel coordinare i propri movimenti o l’attacco per sorprendere il nemico lateralmente, senza esporre il proprio fianco ». Nel riunire in questo modo i vantaggi e gli svantaggi del concentramento e della dispersione e nel fondere questi due elementi contraddittori in un’ unica operazione bellica, Napoleone rivelò il suo vero genio militare.
Basandosi sui principi dell’azione offensiva, della velocità, sicurezza, riunione e concentramento, Napoleone riuscì molto spesso a sorprendere i suoi avversari e un nemico sorpreso equivaleva spesso ad un nemico demoralizzato. Egli fu sempre consapevole della vitale importanza del morale in guerra ed un’altra delle sue massime più note dice che in guerra il morale sta al fisico in rapporto di tre a uno ~ Ancora una volta a Sant’Elena egli ribadì la sua convinzione che « la forza morale più dell’entità numerica decide la vittoria ». Napoleone aveva molta cura per i principi militari del morale e del comando e, se necessario, li creava artificialmente. Ancora una volta egli fu fortunato a vivere in quell’epoca e nella sua nazione di adozione perché il profondo entusiasmo e l’apertura mentale di cui erano dotati gli eserciti rivoluzionari fornivano una solida base e forgiavano nuove tradizioni che potevano ispirare gli eserciti dei coscritti del Consolato e dell’Impero, terrore d’Europa.
Per ottenere l’assoluta obbedienza dalle sue truppe, Napoleone cercò senza alcuna esitazione di guadagnarsi il loro attaccamento e il loro rispetto. Egli desiderava sviluppare nei suoi ufficiali e nei suoi uomini due qualità principali: « Se il coraggio è la prima caratteristica del soldato, la perseveranza è la seconda ». Il coraggio era necessario sui campo di battaglia, nei momenti di crisi; la perseveranza e la sopportazione in tutte le altre occasioni. Napoleone era consapevole del fatto che « il coraggio non si compra » e mirava deliberatamente a creare l’illusione della gloria, facendo leva sulla vanità e sulla credulità dei suoi uomini. Una volta dichiarò: « Un uomo non si fa uccidere per pochi soldi al giorno o per una piccola medaglia »; « Dovete parlare al cuore per elettrizzare gli uomini ». Un sistema di ricompense militari accuratamente ordinato per gradi e che andava dalla ambita Croce della Legion d’Onore a cariche onorifiche, concessioni pecuniarie e nomine nella Guardia imperiale per le truppe, fino a ricompense di ducati, principati e perfino troni ai migliori comandanti, era un aspetto della sua politica. Un secondo era di premiare il talento e la provata abilità accelerando le promozioni militari, un terzo sistema era quello di creare una atmosfera di cameratismo generale con i soldati semplici.
Napoleone conosceva i suoi uomini e le cose che facevano presa su di essi, le loro virtù e i loro difetti, le loro speranze ed i loro timori. Per la parte attiva vi erano la loro intelligenza, il loro temerario coraggio ed il senso dell’umorismo; al passivo vi erano la loro tendenza all’insubordinazione, il risentimento per la disciplina e lo scoraggiamento nella sconfitta. Egli considerò attentamente quanto fosse necessario bilanciare le lodi con i rimproveri. Era solito aggirarsi tra i loro bivacchi servendosi della sua enciclopedica memoria visiva per scovare qua e là un veterano. « Tu eri con me in Egitto. Quante campagne? Quante ferite? » Gli uomini lo amavano per il suo apparente interessamento alla loro carriera ed al loro benessere. Il massimo premio era che l’imperatore prendesse tra pollice ed indice il lobo di un orecchio e gli desse una buona tirata. Egli ascoltava attentamente le lagnanze e di solito si assicurava che venissero prese in considerazione. Spesso era pronto a sorvolare persino sui più flagranti atti di indisciplina, se essi non compromettevano i suoi piani.
All’occasione tuttavia Napoleone poteva trasformarsi in un rigoroso custode della disciplina militare, al cui cospetto avrebbe tremato anche il più coraggioso granatiere. I suoi grandi occhi grigi si indurivano e sembravano lanciare fiamme. « Fatelo scrivere sulla loro bandiera » disse una volta in Italia mentre passava in rassegna una recalcitrante demibrigade « che essi non appartengono più all’Armata d’Italia » Anche tra gli alti ufficiali pochi osavano tenergli testa quando era in collera. Bestemmiava in modo profano l’oggetto della sua ira, usava spesso il frustino, che abitualmente teneva con sé, sulla testa e sulle spalle della sua vittima, ed è noto che, in alcune occasioni, prese persino le sue vittime a calci nello stomaco. Nonostante ciò è indubbio che egli si preoccupasse dei suoi uomini, anche se in modo del tutto particolare. Era capace di mandare un gran numero di essi incontro a morte certa senza batter ciglio ed era anche pronto ad abbandonare interi eserciti (come nel 1799 in Egitto o nel 1812 nella Russia occidentale) qualora essi non avessero raggiunto lo scopo desiderato o fossero compromessi senza alcuna speranza. Per prima cosa egli era un duro realista e uno spietato opportunista, ma talvolta l’uomo faceva breccia attraverso la scorza indurita del generale ed imperatore. « La vista di un campo dopo la battaglia è sufficiente ad ispirare ai monarchi l’amore per la pace e l’orrore per la guerra » dice una delle sue massime. Dopo la battaglia di Eylau nel 1807 scrisse a Giuseppina: « La campagna è coperta di morti e feriti. Questo non è certo un lato piacevole della guerra. Si soffre, e l’animo si sente oppresso al vedere tanti uomini soffrire ». E allorché le sue legioni disfatte stavano per iniziare la loro lunga ritirata da Mosca verso casa, Napoleone ingiunse a Mortier: « Prestate ogni cura ai malati ed ai feriti. Sacrificate i vostri bagagli e qualsiasi cosa per essi. Fate sì che i carri siano adibiti al loro trasporto e, se necessario, anche le vostre selle... ». Eppure ero lo stesso uomo che poteva ordinare a sangue freddo esecuzioni in massa in zone ostili, massacrare i turchi a Giaffa o far notare al diplomatico austriaco Metternich che « un uomo come me si preoccupa poco della vita di un milione di persone »
Certamente il comportamento di Napoleone verso i suoi uomini come del resto per molte altre cose era un enigma, ma non vi è alcun dubbio che egli avesse il potere di ispirarli e legarli al suo servizio. « Se voglio un uomo sono pronto a baciare il suo... » disse una volta. Anche se questo modo di agire era solo il risultato di una fredda e ben calcolata politica, non per questo era meno efficace. Come disse Wellington: « Ero solito dire di lui che la sua presenza sul campo di battaglia rappresentava una differenza di 40.000 uomini in più ». L’accoglienza che riceveva sul campo di battaglia allorché passava in rassegna una divisione anche durante gli ultimi giorni, quando il numero dei veterani era basso e le file erano piene di MarieLouise ragazzi di sedici anni [Nome dato in Francia ai coscritti degli anni 1814 e 1815, chiamati alle armi in anticipo (gennaio e ottobre 1813) in base ad un decreto dell’imperatrice reggente Maria Luisa d’Absburgo Lorena, che Napoleone aveva sposato nell’aprile 1810.] rappresenta .l’indiscussa evidenza del suo potere sugli uomini e della sua abilità nel tenere alto il morale.
Se teneva conto dell’importanza di mantenere alto il morale delle sue truppe, l’imperatore progettava anche con molta attenzione i suoi piani per distruggere l’esprit de corps dei suoi avversari. Oltre ad una guerra con cannoni e baionette, egli combatteva una guerra psicologica la cui forza poteva essere disastrosa per la sorte dell’avversario. I mezzi da lui usati per raggiungere tale scopo erano velocità, sorpresa ed azione offensiva, ed il modo in cui venivano usati è descritto dettagliatamente qui di seguito. Forse il miglior esempio dell’annientamento da parte sua della fiducia e del morale nel nemico si verificò nel 1805 quando la Grande Armata distrusse la retroguardia dello sfortunato generale Mack e con la sua eccezionale velocità di movimento trattenne vicino ad Ulm l’esercito austriaco, magnetizzato e quasi inattivo, finché non ebbe altra possibilità se non la resa. È chiaro che questo aspetto della strategia napoleonica implicava un accurato studio del carattere del suo avversario e molto spesso i suoi piani erano concepiti per ricavare il massimo dalla sventatezza o dall’esitazione del nemico. « Conosci il tuo nemico » era un antico detto preso molto a cuore dall’imperatore Napoleone, ed in generale egli si prendeva gioco dei suoi avversari con consumata perizia e abilità.
Si potrebbe continuare quasi all’infinito nel descrivere ed analizzare i vari aspetti della strategia napoleonica, ma qui vi è spazio sufficiente per enunciare solo un altro dei suoi principi, forse il più importante di tutti, cioè quello dell’unità di comando. L’imperatore, sin dall’inizio della sua carriera militare, era convinto del fatto che « una casa divisa internamente non può stare in piedi ». Sin dal 1796 un comando diviso era per lui un anatema. Quando il Direttorio voleva dividere il comando dell’Armata d’Italia con il generale Kellermann, Bonaparte minacciò di ritirarsi:
« Meglio un cattivo generale che due buoni» fu il contenuto della sua risposta a Parigi. Molte volte le offensive facevano fiasco o davano solo risultati deludenti a causa dello scarso coordinamento degli eserciti. Nel 1796 il fallimento di Jourdan compromise le operazioni di Moreau sul Danubio e aumentò il pericolo per l’Armata d’Italia. Nella primavera del 1800 l’intransigenza e la lentezza di Moreau sul Reno rischiò di rovinare il piano di operazioni per quell’anno del primo console e solo un rilevante cambiamento nel piano salvò la situazione. Non appena fu in grado di imporre la sua autorità, Napoleone eliminò il sistema adottato nel periodo rivoluzionario di avere in azione una intera serie di eserciti autonomi e centralizzò tutte le formazioni in un unico esercito sotto la guida di un unico capo se stesso. Cosicché, nel 1805, le truppe di Massena in Italia o quelle di St. Cyr a Napoli facevano parte della Grande Armata, allo stesso modo delle formazioni che si muovevano sul Danubio. Col passare degli anni Napoleone sarebbe andato incontro a difficoltà sempre maggiori per tenersi in stretto contatto con i suoi distaccamenti lontani, ma in linea generale il suo desiderio di semplificare al massimo la struttura dell’alto comando era ineccepibile. L’unità di comando, asseriva Napoleone, era « la prima necessità in guerra 56 »; « Il comandante in capo è il condottiero; egli è tutto per l’esercito; non fu l’esercito romano a conquistare la Gallia, ma Cesare [...] Non fu l’esercito prussiano a difendere la Prussia dai tre più potenti Stati europei, ma Federico.
Questo accentramento dell’autorità militare doveva risultare tuttavia un’arma a doppio taglio e, oltre a costituire un importante fattore dei più grandi successi di Napoleone, fu anche una delle cause principali delle sue successive sconfitte. Prima della scoperta del telegrafo era infatti impossibile controllare un esercito o un gruppo di eserciti schierati su larghissimo fronte. E qui sta la difficoltà: il genio dell’imperatore non poteva superare il problema materiale della distanza. Questi erano dunque i fattori principali o i vari ingredienti che facevano parte della strategia napoleonica. A parte la sua insistenza sull’importanza del combattimento strategico come parte principale e solo mezzo possibile per un vittorioso piano di campagna, Napoleone apportò un contributo modesto. I generali hanno sempre tentato, nei limiti delle loro possibilità, di ottenere velocità, sorpresa, concentramento ed il resto. Inoltre il sistema di guerra napoleonico doveva gran parte della sua attuabilità a tre eredità lasciategli dall’Ancien Régime e dalla Rivoluzione.
Innanzitutto, l’idea di suddividere gli eserciti in divisioni permanenti ed autonome.
Tale sistema era stato attuato per la prima volta durante la guerra dei Sette Anni dal maresciallo Broglie il quale a sua volta applicava le idee di un certo conte Mortaigne. Nel suo libro Istruzione del 1761 Broglie enunciava i principi su cui furono poi basati i sistemi napoleonici delle divisioni e dei corpi d’armata. « Le due linee di fanteria dell’esercito durante la campagna saranno divise in quattro divisioni » ordinò il maresciallo. « Ogni divisione sarà composta dalla quarta parte delle brigate della prima e seconda linea e sarà comandata da un tenente generale, designato per l’intera campagna, il quale avrà sotto di sé altri generali. Il tenente generale sarà responsabile di tutto ciò che riguarda la sua divisione, disciplina, marce, polizia, rifornimenti e guardie. Egli riunirà in una brigata un battaglione di granatieri e uno di cacciatori. A questa darà sempre in dotazione un cannone [...] Avrà anche una divisione di artiglieria chiamata colonna di avanguardia, costituita da dieci pezzi da 12 libbre e dieci pezzi da 8 libbre, con tutte le munizioni necessarie per questi cannoni
e per l’artiglieria del reggimento... » Se sostituiamo il grado di “maresciallo” con quello di “tenente generale”, mutiamo la frase “colonna di avanguardia” in “corpo di riserva d’artiglieria” e non facciamo caso al sistema sorpassato di dividere l’esercito in “linee”, questo passaggio potrebbe quasi servire a descrivere i corpi d’armata di Davout o Massena cinquant’anni dopo.
Questa dunque era la prima delle importanti eredità ricevute da Napoleone e, sebbene tale sistema non fosse stato più usato dopo la morte di Broglie, il concetto aveva formato una parte integrante degli insegnamenti di Guibert e, nel febbraio 1793, il sistema delle divisioni permanenti (costituite da quattro demibrigades ciascuna), venne adottato definitivamente per gli eserciti rivoluzionari su consiglio di DuboisCrancé.
Perciò Napoleone ereditò dai suoi predecessori un esercito già pronto e continuò a perfezionarlo e a potenziarlo, fino a che non ottenne la formazione perfetta i corpi d’armata con la quale attuare i suoi principi di guerra mobile, a largo raggio.
Inoltre Napoleone ereditò dalla Rivoluzione l’idea di « vivere delle risorse del posto ». Sin dai tempi più remoti, per il loro sostentamento gli eserciti avevano sempre fatto affidamento in maniera più o meno grande sulle provviste prese con la forza, requisite o (molto raramente) acquistate sul posto; ma nei secoli diciassettesimo e diciottesimo era invalsa l’usanza di affidarsi, quale fonte principale di rifornimento, a lunghi e lenti convogli di carri, che operavano da depositi e magazzini riforniti in precedenza. Questo per due motivi: primo, nell’ “Età della Ragione” vi era stata una reazione contro la spietatezza e gli orrori che si erano verificati durante le guerre di religione e l’opinione pubblica si era opposta ai saccheggi indiscriminati. In secondo luogo la maggior parte degli eserciti era composta da uomini non volontari contadini coscritti, condannati liberati e simili ai quali non si poteva permettere di allontanarsi con l’incarico di approvvigionarsi da soli, per il timore di una diserzione in massa. Tuttavia, nelle prime guerre rivoluzionarie, l’atteggiamento del governo francese e del basso popolo verso la guerra era molto cambiato. Venivano arruolati enormi eserciti (anche 600.000 uomini in una volta) di volontari (e più tardi di coscritti) ed era impossibile dar loro supporto logistico “convenzionale”. Quindi per necessità, piuttosto che per direttive politiche, gli eserciti francesi dovevano basarsi quasi completamente sulle risorse locali. I carriaggi esistenti erano riservati alle munizioni. Si trattava di decisioni azzardate, ma che si rivelarono attuabili. Grazie all’intelligenza e al fervore rivoluzionario del nuovo tipo di soldato popolare, il pericolo delle diserzioni in massa non sussisteva più. All’inizio ogni francese era armato dal sentimento di difesa della patria e della Rivoluzione contro forze straniere reazionarie. Più tardi la missione di proselitismo della Rivoluzione, il bisogno di divulgare il nuovo Vangelo di liberté, égalité, fraternité alle altre nazioni oppresse e liberarle dalle loro catene fu un nuovo incentivo. Come risultato, sul piano logistico fu possibile far muovere interi eserciti con scarsissime risorse, e Napoleone ereditò tale sistema o piuttosto mancanza di sistema di far vivere le truppe con le risorse del posto. Ancora una volta egli migliorò e regolarizzò una situazione già esistente. Quantunque nel 1805 il Primo Impero fosse in grado di provvedere al vettovagliamento necessario per le sue truppe, Napoleone adottò deliberatamente i vecchi, sbrigativi metodi. L’esercito che marciava verso il Danubio portava con sé le razioni sufficienti per soli otto giorni e queste venivano distribuite solamente quando il nemico era vicino e di conseguenza non era prudente mandare i soldati a provvedersi di cibo. Solo nel 1812, di fronte alle immense, desolate pianure e foreste della Santa Russia, Napoleone tentò di ricorrere al vecchio sistema dei convogli (e si noti senza molto successo). In tutte le altre occasioni egli sfruttò a fondo la maggiore mobilità ottenibile facendo a meno degli ingombranti convogli, associando il sistema delle divisioni e dei corpi d’armata con la politica di “vivere delle risorse locali”. Per facilitare gli approvvigionamenti, l’esercito francese si spostava in formazioni autonome ben distanziate, ciascuna con la propria area di approvvigionamento, per poi concentrarsi rapidamente al momento della battaglia. Questa era l’essenza della Blitzkrieg napoleonica e si dimostrò fatalmente sconcertante per i governi reazionari europei.
Terzo, la Rivoluzione fornì a Napoleone un sistema di promozioni che lasciava aperta ogni possibilità al talento. Non si può sottovalutare l’importanza di questo lascito; con esso si operava una selezione naturale del “comandante nato” che emergeva dalle file degli eserciti rivoluzionari per comandare battaglioni, demibrigades, divisioni, corpi d’armata ed armate; fu questa selezione che rese possibili le imprese di Napoleone. Ovviamente lui stesso era il miglior prodotto di questo aspetto della Rivoluzione. È dubbio se, senza distinzione di nascita o parentele influenti, a Napoleone sarebbe mai stato concesso di raggiungere un’alta carica al di fuori della sua arma. È comunque certo che egli non sarebbe salito così rapidamente né mai avrebbe raggiunto una posizione dalla quale poter coordinare e controllare ogni aspetto dello sforzo bellico francese. Analogamente, egli avrebbe ottenuto poco senza l’abile aiuto di soldati come Lannes, Davout, Massena o Murat, suoi validi collaboratori. Se Napoleone apportò ispirazione, intelligenza e forza di volontà, i suoi subalterni apportarono forza fisica, coraggio e, anche se in quantità minore, l’intelligenza che trasformava la teoria in pratica. Come vedremo più avanti, Napoleone usò male questo sistema di promozioni per merito di guerra, scoraggiando anche i suoi più abili generali dal manifestare idee originali; ma alla fine della sua rapidissima carriera, la via della promozione per ogni soldato dell’esercito francese passava attraverso il coraggio e l’abilità. Il proverbiale baton stava « nello zaino di ogni soldato ». Questo aspetto del suo genio fu pienamente riconosciuto dal grande storico vittoriano Thomas Carlyle il quale scrisse: « Fino all’ultimo egli ebbe una certa idea, cioè la carrière ouverte aux talents, gli strumenti a chi è capace di maneggiarli ». Ma, come per altre cose, la formulazione di questo concetto non era opera sua. Dall’inizio alla fine egli perfezionò e applicò piuttosto che creare
Chandler D., “Le campagne di Napoleone”, Rizzoli, pag. 231
Passando alla descrizione dei modi con i quali Napoleone applicava questi “principi” o “ingredienti” per il proseguimento della guerra, bisogna chiarire fin dall’inizio che i suoi metodi strategici e tattici non seguivano strettamente alcuno schema prestabilito. Ogni operazione era unica e nessuna assomigliava alle altre. Tuttavia, alla base di ogni campagna e di ogni battaglia vi erano alcune idee fondamentali che venivano applicate a seconda delle circostanze. Queste idee fondamentali meritano di essere studiate in modo approfondito da chiunque desideri raggiungere un’accurata valutazione dell’abilità di Napoleone generale.
« La strategia è l’arte di usare in maniera esatta tempo e spazio » scrisse l’imperatore. Essa comprende la programmazione e l’esecuzione dei movimenti dall’inizio di una campagna di guerra sino al momento decisivo. Come abbiamo visto, Napoleone insisteva sul fatto che la battaglia costituisce soltanto una parte della programmazione strategica. Ogni campagna vittoriosa poteva nella sua mente essere divisa in tre parti: il movimento per entrare in contatto, la battaglia, ed infine la fase di inseguimento e l’azione conclusiva. Naturalmente queste non erano fasi autonome, tutte e tre erano collegate l’una all’altra perché una campagna militare è essenzialmente un tutto unitario, un unico tema che passa attraverso vari stadi.
Napoleone enunciò cinque principi per iniziare una campagna di guerra ed essi meritano di essere tenuti presenti quando si studia la sua teoria bellica o qualcuna delle azioni. Primo: un esercito deve avere un’unica linea di operazioni, cioè l’obiettivo deve essere chiaramente stabilito ed ogni formazione disponibile deve essere mossa in quella direzione. Questo non significa che tutte le truppe debbano usare una sola strada; come abbiamo visto, per ragioni di segretezza, logistiche e di celerità, le forze in campo dovrebbero muoversi su diverse strade. Ma l’obiettivo finale deve essere ben chiaro sin dall’inizio e gli uomini non devono essere affaticati in operazioni di secondaria importanza. Secondo: l’obiettivo dovrebbe essere sempre costituito dal nucleo principale dell’esercito avversario; solo distruggendo le sue forze si può indurre il nemico a desistere dal combattimento. In alcune occasioni Napoleone si comportò in maniera leggermente diversa dai principi da lui enunciati, di solito costrettovi dalle circostanze o per qualche altro valido motivo. Nel 1800 egli attaccò Melas in un fronte di importanza secondaria (l’Italia del nord) mentre la strada alla vittoria finale era situata sul Danubio verso Vienna; al contrario, nel 1805 egli scelse quale obiettivo iniziale l’armata di Mack ad Ulm quantunque dal punto di vista strategico le forze principali austriache fossero nell’Italia del nord, al comando dell’arciduca Carlo. In linea di massima tuttavia Napoleone mirava sempre con la sua Blitzkrieg a colpire il nucleo più consistente dell’esercito nemico. Terzo: l’esercito francese doveva muoversi in modo tale da raggiungere il fianco o le spalle del nemico e questo per motivi psicologici e strategici. Tale aspetto della strategia napoleonica sarà esaminato in maniera dettagliata più avanti. Quarto:
l’esercito francese doveva sempre fare in modo di aggirare il fianco più esposto del nemico, cioè tagliano fuori dai suoi depositi, dalle forze alleate vicine o dal suo centro d’operazione. Quinto ed ultimo: l’imperatore sottolineava la necessità che l’esercito francese mantenesse le sue linee di comunicazione sicure e aperte. In quale modo ciò veniva ottenuto sarà ricordato nelle pagine seguenti.
In linea di massima Napoleone usava tre diversi tipi di manovre strategiche per raggiungere il suo obiettivo militare, cioè la creazione di una situazione di combattimento favorevole capace di determinare risultati decisivi. Esse si possono descrivere nel modo seguente: l’avanzata di accerchiamento (la manoeuvre sui’ les derrières) che può anche essere chiamata secondo la terminologia di Liddell Hart “avvicinamento indiretto”; secondo, la strategia della “posizione centrale” e terzo, quella della “penetrazione strategica”. La manoeuvre sui’ les derrières venne usata non meno di trenta volte tra il 1796 e il 1815 ed era intesa a schiacciare un’ unica armata avversaria che fosse rimasta isolata dai suoi alleati o dalle sue forze di appoggio. Il suo scopo era quello di raggiungere una favorevole situazione di combattimento secondo i piani di Napoleone. L’imperatore, come disse von Clausewitz, mentre era pronto a « rompere le uova per fare la frittata » mirava sempre ad assicurarsi una vittoria completa con un minimo di uomini e di sforzo. Di conseguenza non amava combattere una grande battaglia frontale, cioè marciare direttamente contro il nemico per combatterlo su un terreno scelto (dal nemico stesso) perché tali battaglie erano inevitabilmente costose e raramente decisive (come quella di Borodino nel 1812). Invece, ogni volta che ciò era possibile, dopo aver impegnato il nemico frontalmente con un attacco che lo tenesse fermo, egli faceva muovere il suo esercito principale per la strada più veloce e “sicura”, nascosto dallo schermo della cavalleria e dagli ostacoli naturali, in modo da portarsi dietro o di fianco al suo avversario. Dopo aver compiuto con pieno successo questa manovra, egli occupava una barriera naturale o “cortina strategica” (solitamente un tratto di fiume o una catena montuosa), ordinava il blocco di tutti i passaggi e così facendo isolava la vittima designata dai suoi depositi di retrovia e riduceva le sue possibilità di ricevere rinforzi. Dopodiché Napoleone avanzava inesorabilmente verso l’esercito avversario, offrendogli solo due alternative: combattere su un terreno non scelto da lui (dal nemico) o arrendersi.
I vantaggi apportati da tale strategia sono evidenti. Non soltanto l’esercito nemico veniva colto di sorpresa, ma veniva certamente demoralizzato dall’improvviso apparire alle sue spalle dell’avversario che gli tagliava le linee di comunicazione. Chi lo comandava poteva tentare di salvare la situazione in tre modi: se era abbastanza temerario poteva continuare la sua avanzata contro le forze che tentavano di immobilizzarlo; oppure poteva tentare di piazzarsi di traverso alle principali linee di comunicazione francesi che erano necessariamente estese; oppure poteva ordinare una immediata ritirata in direzione del nucleo principale dell’armata francese, con la speranza di riuscire ad aprirsi un varco attraverso il quale riallacciare le sue comunicazioni: in altre parole, accettando battaglia.
Tuttavia, l’ingegnosità e l’adattabilità del piano fondamentale di Napoleone erano talmente grandi che nessuna di queste manovre poteva in qualche modo compromettere i suoi piani o l’eventuale risultato della campagna. In primo luogo l’imperatore si assicurava attentamente che le unità destinate a “inchiodare” il nemico sul posto, o forze di copertura, fossero abbastanza forti da resistergli per un dato periodo di tempo. Nell’aprile del 1800 Massena, assediato a Genova, fu lo specchietto che attrasse l’attenzione di Melas; nel 1805 la cavalleria di Murat e le truppe di Ney (inizialmente) ebbero la stessa funzione tra i passi della Foresta Nera contro il generale Mack; nel 1806 fu Luigi, re d’Olanda, che adempì a questo medesimo compito occupando le fortezze del Reno e compiendo attacchi diversivi sulla riva destra. Napoleone, quando era possibile, si preoccupava anche di procurare alle forze che effettuavano gli attacchi secondari un rifugio sicuro una serie di fortezze o larghi tratti di fiume entro o dietro i quali essi si potessero rifugiare in caso di una forte reazione da parte del nemico. Ma la vera forza del piano risiedeva nel fatto che, se anche il nemico riusciva vittorioso contro il suo avversario immediato (le truppe che dovevano tenerlo impegnato e quindi bloccarlo) e guadagnava terreno, finiva per addentrarsi sempre più nelle maglie della rete strategica francese, frapponendo una sempre maggior distanza tra sé e le proprie basi e impegnandosi ad operare in un territorio ostile, mentre Napoleone distruggeva la sua retroguardia. Se d’altra parte il nemico operava contro le linee di comunicazione francesi, Napoleone restava egualmente impassibile. Per compiere tale operazione il nemico era costretto a dividere le sue truppe: parte per controllare le unità destinate a immobilizzarlo, parte per coprirsi le spalle, man mano che Napoleone si avvicinava, il rimanente per l’operazione in corso. E questa dispersione delle forze nemiche tornava unicamente a vantaggio di Napoleone. Inoltre l’esercito francese, grazie alla sua consuetudine di approvvigionarsi sul posto, era molto meno vulnerabile per quanto riguardava le comunicazioni del suo avversario che faceva affidamento su di esse. Man mano che la campagna procedeva, Napoleone manteneva di proposito le sue comunicazioni immediate a breve distanza e sotto controllo, avendo fatto affidamento su una serie di “posti principali” o centres des opérations situati proprio alle spalle del suo nucleo di forze principale, dove gli ospedali, i convogli con le munizioni ed i più dotati depositi campali potevano radunarsi per appoggiarlo nelle sue manovre. Ogni qualvolta l’esercito principale si muoveva a più di sei giorni di marcia dal suo centre d’opérations, Napoleone sceglieva una nuova zona e tutta la sua organizzazione logistica vi si spostava immediatamente. In tal modo il generale teneva la “coda” delle sue forze a portata di mano e molto vicina al fronte. Naturalmente egli faceva sempre affidamento sulle sue principali linee di comunicazione che si estendevano, per esempio, fino al Reno, per rinforzi, munizioni e soprattutto per tenersi in contatto con Parigi, ma era anche pronto ad accettare una temporanea interruzione di questi servizi se ciò significava che l’esercito nemico, indebolendosi progressivamente con la suddivisione delle forze, finiva per mettersi in una situazione di netto svantaggio. Infine, se il generale nemico adottava il terzo sistema e marciava contro Napoleone per dargli battaglia, esaudiva pienamente i desideri dell’imperatore, accettando il combattimento su un terreno a lui sconosciuto, con il morale scosso e molto probabilmente con le sue formazioni disperse dal caos e dalla confusione di un ritirata precipitosa.
Ogni eventualità, eccettuato l’intervento attivo da parte di un vicino esercito nemico o di considerevoli rinforzi, era stata attentamente considerata dal duttile piano di operazioni di Napoleone. Anche quest’ultima complicazione poteva spesso essere prevista ed il suo effetto minimizzato. Infatti, distaccando “corpi di osservazione” già precedentemente designati per occupare e tenere linee di sbarramento strategiche atte a bloccare le eventuali direttrici di avvicinamento nemiche, Napoleone poteva ritardare il nuovo intervento fino a quando non avesse completamente annientato il primo avversario. Nella campagna del 1805 egli adottò questo piano di operazione: dopo aver attraversato il Danubio, distaccò due corpi d’armata quelli di Bernadotte e di Davout per tenere le linee dei fiumi Issar, Ammer e Ilm e prevenire la possibilità di un intervento russo da est. Allo stesso tempo un’altra unità (quella del maresciallo Soult) marciava su Memmingen per tagliare la linea secondaria di ritirata (o rinforzo) del generale Mack che si muoveva lungo il fiume Iller verso il Tirolo dove si trovava l’armata dell’arciduca Giovanni; nel contempo il resto dell’esercito, Murat, Ney, Lannes e Marmont, si dirigeva verso il vero obiettivo, cioè l’armata austriaca del generale Mack isolata nei pressi di Ulm. Secondo il piano originale di Napoleone, Soult avrebbe dovuto avanzare risalendo il fiume Iller verso Ulm, in modo da accerchiare il fianco strategico di Mack e tagliare i suoi collegamenti con il Tirolo. Nel frattempo il corpo d’armata di riserva del maresciallo Augereau (il VII) si muoveva dal Reno per proteggere le principali linee francesi di comunicazione che si snodavano oltre il Danubio verso Nòrdlingen e (per ultima) Strasburgo, mentre la città di Augusta sul fiume Lech, facilmente accessibile e in posizione centrale, serviva come centro di operazioni per tutte le formazioni della Grande Armata fino a sud del Danubio. Bisogna tuttavia notare che tutte queste forze formavano una fitta tela di ragno e tutti i settori potevano ricevere rinforzi rapidamente. Il generale Mack fu talmente scoraggiato da queste manovre francesi che il 21 ottobre capitolò senza offrire seria resistenza e Napoleone conquistò una vittoria del tutto incruenta. Subito dopo rivolse la sua attenzione ad est e partì per distruggere a loro volta i russi, cosa che riuscì a fare il 2 dicembre ad Austerlitz.
Non vi è dubbio che il giovane Bonaparte avesse formulato questo piano prima del 1796, perché nella seconda fase della campagna d’Italia di quello stesso anno egli lo attuò in modo già perfezionato, anche se esso poi fallì nel suo obiettivo finale. Dopo l’armistizio di Cherasco con il Regno di Sardegna, l’Armata d’Italia si mosse per prendere in trappola e distruggere l’esercito austriaco del generale Beaulieu che controllava la pianura lombarda ed il Milanese. Beaulieu aveva riunito la maggior parte delle sue truppe dietro i torrenti Agogna e Terdoppio, prevedendo chiaramente il tentativo francese di attraversare la riva nord del Po passando per Valenza, una città del Piemonte i cui ponti, a seguito dell’armistizio, erano a disposizione dei francesi. Intuendo che il nemico avrebbe operato lungo queste linee, Bonaparte decise di servirsi della divisione di Sérunier per un finto attacco contro Valenza (onde confermare l’impressione di Beaulieu e tenerlo fermo). Ma, mentre in tal modo l’attenzione degli austriaci veniva dirottata, il resto dell’esercito (guidato da una divisione scelta di cavalleria e granatieri al comando di Dallemagne e con La Harpe, Massena e Augereau che seguivano ad intervalli fissati con attenzione) avanzava con marce forzate per impadronirsi di una testa di ponte lungo il Po vicino a Piacenza (appartenente alla neutrale Parma dove egli era sicuro di poter trovare i ponti e i traghetti intatti). Dopodiché i francesi progettarono di occupare la sponda dell’Adda impadronendosi di Lodi ed altri passaggi per tagliare la linea di ritirata a Beaulieu.
Le operazioni di trasferimento furono effettuate tra le quattro del 7 maggio e le prime ore del giorno 10, ma Beaulieu si rese conto del pericolo proprio all’ultimo momento e, con una precipitosa ritirata (e la violazione della neutralità di Venezia, mossa che imparò da Bonaparte e che usò poi con buon risultato contro di lui) gli austriaci riuscirono ad attraversare l’Adda in due colonne, rispettivamente a Lodi e Cassano, prima che i francesi potessero impadronirsi dei passaggi ed intrappolarli ad ovest del fiume. La successiva vittoria a Lodi, dove Bonaparte colpì duramente la retroguardia austriaca, fu infatti un ben misero premio di consolazione a dispetto dell’importanza che ha nella mitologia napoleonica. Nonostante ciò, il piano che sta alla base del movimento strategico ci fornisce un perfetto esempio dell’obiettivo che una manoeuvre sur les derrières doveva raggiungere. Tutte le caratteristiche necessarie, il movimento iniziale celato da una “cortina di manovra” (il Po), una barriera strategica (l’Adda) e le “forze di copertura” (Sérunier a Valenza), come pure un adeguato “centro di operazioni” (Piacenza), sono presenti in questo attacco. Negli ulti238
mi anni, in molte occasioni la manoeuvre sui’ les derrières non ebbe successo. Per citare un esempio, il 3 febbraio 1807 i francesi non riuscirono a chiudere in trappola l’esercito russo del generale Bennigsen ed il nemico riuscì a scivolare fuori dalla rete al momento critico, dopo aver appreso cosa stava accadendo da un messaggio catturato. Nell’insieme tuttavia, la manoeuvre sui’ les derrières risultò il più riuscito piano d’attacco di Napoleone fin verso la fine del 1813. Gli avversari di Napoleone erano lenti nel far tesoro dei loro stessi sbagli e solo dopo una dura lezione, cioè una dozzina di pesanti sconfitte in un periodo di dieci anni, impararono a prendere le misure necessarie. Il segreto della manoeuvre sui’ les derrières consiste nel mantenere l’iniziativa sin dal primo momento e nel disorientare il nemico tagliandogli le comunicazioni, per annientano quindi con un accerchiamento che influisca anche psicologicamente sul morale delle sue truppe (come nel caso dello “sfortunato generale Mack”). Una volta preso nella ragnatela, per il nemico era virtualmente impossibile opporre resistenza. Tuttavia vi era un antidoto a tale sistema e due volte verso la fine delle guerre napoleoniche gli alleati lo usarono a loro vantaggio. In primo luogo, data la circostanza favorevole della superiorità numerica e di considerevoli scorte trasportate con i loro eserciti e la conoscenza delle mosse che Napoleone avrebbe probabilmente compiute, la risposta era ignorare la sua presenza alle spalle e farsi strada per raggiungere l’obiettivo alleato. Il 4 ottobre 1813 a Duben gli alleati scoprirono il gioco di Napoleone e non si lasciarono distrarre dalla sua avanzata lungo il fiume Mulde per tagliare le loro comunicazioni; e ancora il 23 marzo 1814 gli alleati continuarono ad avanzare su Parigi nonostante il ben eseguito attacco di Napoleone contro la loro retroguardia, inteso a fermare la loro marcia.
Tuttavia, come in molti altri casi, Napoleone non fu l’ideatore di questo sistema di accerchiamento strategico a mezzo “dell’avvicinamento indiretto”. Come abbiamo visto, sia Federico il Grande nelle Istruzioni segrete che Bourcet nei Principes de la guerre des montagnes, avevano sostenuto tale strategia. Inoltre, circa un anno prima che Bonaparte assumesse il comando dell’Armata d’Italia, il generale Jourdan aveva dimostrato praticamente le possibilità offerte da tale idea (sebbene quasi per caso). Invece di assediare Namur come da istruzioni ricevute, egli lasciò solo un contingente a guardia di quella guarnigione prima di muoversi con un’ala dell’Armée de la Moselle per piombare sulla retroguardia del generale Coburg nelle vicinanze di Chanleroi. Non appena venne a conoscenza di quello che stava accadendo, Coburg ordinò al suo esercito di ritirarsi, manovra che eseguì in fretta e disordinata mente e di conseguenza si trovò in svantaggio nella successiva battaglia di Fleurus (26 giugno 1794) dove subì notevoli perdite. Questo non fu un vero trionfo nella tradizione napoleonica; ma in ogni caso, distruggendo una parte delle forze nemiche, Jourdan costrinse l’intera armata ad una precipitosa ritirata. Tuttavia appare evidente che Jourdan non si rese mai conto del vero motivo della sua vittoria poiché due anni dopo egli permise che l’arciduca Carlo (su consiglio di un certo generale di brigata Nauendorff) muovesse 12.000 soldati austriaci contro il fianco dell’esercito francese. La conseguente e precipitosa ritirata di Jourdan per salvare le sue linee di comunicazione comportò il fallimento completo della principale offensiva progettata dal Direttorio per il 1796. perché il cedimento di Jourdan sulla sinistra costrinse Moreau a indietreggiare per mantenere unito il fronte e provocò l’abbandono francese della Baviera, con conseguente aumento della pressione austriaca su Bonaparte in Italia. Ancora una volta perciò a Napoleone veniva offerto un esempio ed un insegnamento su cui ponderare quando ideava i suoi piani strategici. Nondimeno egli applicò il suo genio alle idee di altri e riuscì a produrre il più abile e apparentemente infallibile sistema di manovra dei suoi giorni. Vi furono tuttavia molte occasioni in cui i francesi dovettero far fronte non a uno ma a due o ad una intera serie di armate nemiche che si trovavano a una distanza di appoggio reciproco. Messo di fronte a tale difficile situazione, Napoleone spesso adottò un secondo sistema di manovra, cioè la “strategia della posizione centrale”. Molto spesso in tali circostanze i francesi si trovarono a combattere in svantaggio numerico contro le forze riunite dei loro avversari, ma potevano essere superiori di numero contro ogni singola parte delle forze nemiche. Ed era questo secondo fattore che il sistema doveva sfruttare al massimo. « Il talento di un generale consiste nell’essere superiori al nemico sul campo di battaglia quando si è inferiori di numero » In breve Napoleone si assunse il compito di isolare una parte dell’esercito nemico, concentrare un maggior numero di forze per ottenere la sua sconfitta e possibilmente la sua distruzione per poi rivolgersi con la massima potenza offensiva contro il secondo esercito nemico; cioè, invece di un solo e decisivo attacco egli ideò una serie di attacchi minori contro avversari sparsi allo scopo di distruggerli uno alla volta.
Come si poteva arrivare a questo? Ancora una volta la formula viene rivelata dalla sequenza degli attacchi napoleonici. Per prima cosa l’imperatore raccoglieva il maggior numero possibile di informazioni sul nemico che gli stava di fronte dai giornali intercettati, dai disertori e specialmente dalle sue pattuglie di cavalleria in perlustrazione. Dalle informazioni così ottenute egli disegnava attentamente sulla mappa le posizioni conosciute dei suoi avversari e poi individuava le zone dove convergevano le ali estreme dei rispettivi eserciti. Questo era “il cardine” o “la cerniera” della disposizione strategica del nemico e come tale era vulnerabile all’attacco. Tale punto veniva prescelto da Napoleone per il suo attacco iniziale e fulmineo che sovente non veniva sferrato col grosso delle forze. Protetto dallo schermo della cavalleria, l’armata francese compiva un improvviso concentramento e piombava come un fulmine sul pugno di truppe che difendeva questa posizione centrale. Invariabilmente tale assalto iniziale aveva successo. Non appena Napoleone aveva riunito le sue truppe nel nuovo settore guadagnato, diveniva padrone della “posizione centrale”, cioè aveva frapposto con pieno successo le sue forze riunite tra gli eserciti dei suoi nemici i quali, sotto l’urto dell’imprevisto assalto indietreggiavano, aumentando la distanza che li separava. Questo significava inevitabilmente che il nemico doveva operare “per linee esterne” (cioè doveva percorrere distanze maggiori per riunirsi) mentre i francesi, che si trovavano nella posizione migliore, potevano raggiungere più rapidamente l’uno o l’altro degli schieramenti avversari.
Sorgeva poi il problema di distruggere le singole parti delle forze nemiche. Naturalmente se i francesi erano poco prudenti e si rivolgevano con tutte le loro truppe contro un unico avversario, correvano il rischio che l’altro esercito nemico non impegnato nella battaglia manovrasse contro il loro fianco esposto e la loro retroguardia e corresse in aiuto del suo vicino attaccato. Di solito Napoleone riusciva ad evitare questa pericolosa possibilità. Sin dall’inizio dell’attacco l’esercito francese veniva diviso in tre parti: ala sinistra, ala destra e corpo di riserva centrale, ognuna formata da due o tre corpi d’armata agli ordini di un comandante designato. L’imperatore, che aveva il comando supremo, accompagnava generalmente il corpo di riserva che includeva sempre la Guardia imperiale, il grosso dei corpi di riserva di cavalleria e artiglieria e possibilmente uno o due corpi addizionali. Non appena la posizione centrale era sicuramente occupata, Napoleone trasformava una città vicina nel suo centro d’operazioni e dava inizio alla seconda fase del suo piano strategico: isolamento della prima vittima designata e adozione di misure preventive contro ogni interferenza estranea nella manovra.
Una volta che l’obiettivo immediato era stato scelto (di solito la forza nemica che si trovava a minore distanza dalle forze francesi) l’ala più vicina della Grande Armata si muoveva subito per incontrarla e iniziare un combattimento che la tenesse impegnata. Simultaneamente il corpo di riserva avanzava in suo aiuto, tentando di iniziare una manovra di aggiramento o soltanto di rafforzare il fronte a seconda delle circostanze. Nel frattempo l’altra ala avanzava a distanza per servire da forza di copertura e assicurare che il secondo nucleo nemico non fosse in grado di intervenire nella battaglia già in corso. Quest’ultimo non era un ruolo puramente difensivo; l’imperatore insisteva sul fatto che “fermarlo [il nemico] non è sufficiente” e voleva che il comandante dell’ala di copertura muovesse all’attacco dei secondo nucleo nemico e facesse tutto il possibile per tenerlo impegnato e fosse pronto per la terza fase dell’offensiva. Inoltre, quando nel settore secondario del fronte il nemico si rivelava debole numericamente o moralmente, il comandante francese doveva distaccare metà delle sue forze (come avvenne il 16 giugno 1815 alla divisione di d’Erbn facente parte del comando di Ney a Quatre Bras) e inviarle a completare l’accerchiamento del nemico nel settore più importante. Tuttavia il compito essenziale di questo corpo era di costituire uno schermo protettivo per la manovra principale.
Dopo la sconfitta del primo avversario designato, Napoleone distaccava una parte delle sue truppe vittoriose per inseguire le formazioni in fuga e poi partiva immediatamente con le altre unità per ripetere il medesimo tema di attacco contro la seconda forza nemica. Se tutto procedeva bene, dopo due o tre giorni di continui combattimenti e manovre, le varie parti degli eserciti nemici sarebbero state a turno completamente sconfitte e la situazione strategica generale si sarebbe orientata a favore dei francesi.
Come sempre, questo schema e questa sequenza di manovre erano suscettibili di infinite variazioni nei particolari. Così nella breve campagna di Waterloo, Napoleone partì all’inizio con l’idea di battere Wellington per primo, ma spostò il suo obiettivo su Blùcher quando i suoi esploratori rivelarono che l’esercito prussiano si era pericolosamente esposto muovendosi per concentrarsi in una posizione più avanzata nei dintorni di Sombreff e Ligny, mentre l’esercito britannico era ancora lontano. Un solo ordine da parte dell’imperatore fu sufficiente a modificare il piano in modo tale da sfruttare la nuova opportunità e il corpo di riserva centrale si mosse verso nordest da Charleroi contro Blùcher invece che verso nordovest contro Wellington. Tuttavia i vantaggi e gli svantaggi derivanti da questa manovra basata sulla “posizione centrale” e le “linee interne” in pratica si equivalevano. Da una parte ci si poteva aspettare che il nemico reagisse con un certo sgomento alla prima incursione francese; egli poteva inoltre essere indotto a combattere in due o più parti staccate e sovente anche in condizioni di inferiorità numerica e su un terreno non di sua scelta. D’altra parte era molto difficile per Napoleone coordinare e controllare ambedue le ali del suo esercito con precisione perché ovviamente egli poteva essere presente di persona soltanto in un settore alla volta. Dal punto di vista di Napoleone la necessità di passare subito da un nemico appena sconfitto ad un altro era ancor più dannosa perché escludeva la possibilità di un inseguimento finale che completasse l’annientamento del primo. In altre parole questo sistema tendeva a privare Napoleone della sua vittoria decisiva: egli poteva con facilità vincere una serie di piccoli combattimenti ma vi era poca probabilità di ripetere Austerlitz o JenaAuerstadt. Il barone Jomini asserisce che tale tipo di manovra era il preferito da Napoleone; ma il fatto che avesse poche probabilità di portare ad un risultato positivo, rapido e chiaro, difficilmente può averla consigliata a Napoleone, sostenitore di un unico attacco annientatore. Di conseguenza usava questa tattica solo quando vi era costretto dalle circostanze: quindi essa può essere definita la sua “strategia inferiore”.
Nondimeno, tale sistema di manovra fu adottato in molte occasioni. Fu usato continuamente durante la terza fase della prima campagna d’Italia, dato che il generale Bonaparte lottava per tenere divise consistenti forze austriache che miravano a unirsi in ripetuti tentativi con lo scopo di togliere l’assedio a Mantova.
La situazione creatasi nel novembre 1796 fornisce un esempio perfetto della tattica napoleonica nell’attuare questo sistema. Fronteggiato dagli eserciti di Davidovich e di d’Alvinczy (che stavano convergendo rispettivamente da Trento e da Bassano) egli lasciò Vaubois con una divisione ridotta per frenare l’avanzata del primo (dalle Alpi) mentre si affrettava con Massena ed Augereau per far fronte al secondo. Respinto a Caldiero in una battaglia frontale contro d’Alvinczy, egli si ritirò attraverso il suo centro d’operazioni a Verona rifornendosi nuovamente e indi intraprese la famosa manovra tattica di accerchiamento lungo l’Adige fino ad Arcole. Questa non riuscì in pieno poiché le forze austriache combatterono con tenacia imprevista per il possesso del ponte di Arcole. Inoltre Napoleone non fu in grado di trarre profitto dai vantaggi acquisiti in quel settore per la precaria situazione di Vaubois il quale attendeva preoccupato di essere attaccato da forze superiori sulle rive del lago di Garda. Di conseguenza, nelle due prime notti della battaglia che durò tre giorni (dai 15 al 17 novembre) il comandante in capo francese fu obbligato ad abbandonare i territori così duramente conquistati e ritirarsi sulla riva meridionale dell’Adige, pronto per una marcia di emergenza in soccorso di Vaubois. Ciò non fu necessario e durante il terzo giorno Napoleone trasformò la fase di stasi in vittoria su un d’Alvinczy esausto e indebolito e trovò anche il tempo di trasferire il grosso delle sue divisioni verso nord, pronte a fronteggiare l’attacco di Davidovich. Questo non si concretizzò mai e la seconda armata austriaca fu fortunata a sfuggire all’attacco di Bonaparte.
Questo è un esempio quasi perfetto dei vantaggi apportati dalla tattica delle linee interne e dalla posizione centrale. Ma bisogna notare che nessuno dei summenzionati successi di Napoleone fu completo e che i soli risultati tangibili del suo brillante modo di guidare l’Armata d’Italia furono il guadagno di un breve riposo per le sue formazioni duramente provate e la continuazione ininterrotta del terzo assedio di Mantova.
Se l’episodio di Arcole è uno dei migliori esempi di questo sistema di manovra, ve ne sono comunque molti altri. La medesima campagna d’Italia del 17961797 vide sin dall’inizio lo sfruttamento dell’eccessiva estensione del fronte austropiemontese seguito a tempo debito dalla manovra nel settore CastiglioneLonato.
F.. dopo Arcole. vi fo il fallimento dell’ultimo tentativo austriaco di liberare il maresciallo Wùrmser l’egualmente noto episodio di RivoliMantova del gennaio 1797. Negli anni di maggior prosperità del Primo Impero troviamo meno episodi bellici in cui Napoleone applicò la strategia della "posizione centrale” perché in linea di massima i francesi godevano di superiorità in tutte le forze e di conseguenza non avevano bisogno di ricorrere a questo stratagemma “di difesa”. Ma nel 1813, 1814 e naturalmente 1815, quando Napoleone combatteva in netto svantaggio, egli ricorse ripetutamente a questo tipo di manovra nel suo disperato tentativo di evitare la catastrofe. E le deficienze del sistema si manifestano durante quest’ultimo periodo. Per esempio, nel giugno 1815, il brillante inizio strategico della campagna di Waterloo portò soltanto alla sconfitta; dopo aver sorpreso gli alleati e fatto incuneare una formazione tra di essi (il giorno 15), sconfitto Blùcher a Ligny e trattenuto Wellington a Quatre Bras (il 16), Napoleone trascurò di ordinare sia un pronto inseguimento dei prussiani da parte di Grouchy, sia un’immediata marcia per sostenere Ney contro Wellington. In seguito a questi errori, i prussiani si ritirarono non visti verso Wavre al nord (invece che a est verso Liegi come ritenuto dall’imperatore), Wellington evitò di accettare battaglia il giorno 17 e alle fine, il 18, fu in grado di mantenere una posizione di sua scelta ‘fino a quando Blùcher ed i suoi prussiani poterono aggirare su di un fianco la posizione di Napoleone e tramutare così un piccolo errore tattico in una piena sconfitta dei francesi.
Sul terzo tipo di manovra napoleonica non è necessario soffermarsi a lungo. Si tratta della “penetrazione strategica”, un sistema studiato per fare da introduzione o inizio a uno o all’altro dei più importanti sistemi già descritti. Quando Napoleone si imbatteva in un avversario che manteneva una lunga linea di difesa “a cordone”, cercava il modo di spezzarla in qualche punto favorevole, facendo seguire una rapida marcia ben addentro al territorio avversario (servendosi della velocità per evitare il pericolo di venire circondato) in modo da impadronirsi di qualche città o paese da utilizzare quale centro di operazioni per la successiva fase della campagna. Perciò nel 1796 egli ruppe la linea formata da Colli e Argenteau a Ceva per guadagnarsi la posizione centrale; poco dopo, inseguendo Beaulieu, si fece strada attraverso la linea di difesa del Mincio a Borghetto per dividere in due gli austriaci. La più memorabile manovra di questo tipo ebbe luogo nel 1812, quando i francesi attaccarono sul Niemen e si diressero verso Vilna nel tentativo di evitare alla maggior parte dell’esercito di Barclay divenire a contatto con il generale Bagration. Successivamente l’avanzata principale di Napoleone verso Vitebsk e Smolensk fu dettata dal suo desiderio di ottenere una penetrazione strategica attraverso le linee russe predisposte lungo il sistema fluviale della Dvina e del Dnieper. Tale manovra tuttavia non fu mai completa per se stessa; essa non portava ad una battaglia decisiva, ma alla creazione di una situazione iniziale favorevole o di ciò che potremmo definire un “trampolino di lancio” dal quale si potevano poi intraprendere le principali operazioni della campagna.
Tuttavia, nel distinguere questi tre importanti sistemi adottati da Napoleone, è importante tener presente che nessuno di essi necessariamente o anche abitualmente escludeva gli altri due. Il grande genio di Napoleone era in grado di trovare il modo di riunire le caratteristiche di tutti e tre in un’unica campagna, come nel 1796, quando trasformò un’iniziale “penetrazione strategica” (Ceva) in un’azione basata sulla “posizione centrale” (le battaglie di Dego e l’azione su Mondovì) prima di passare ad una intera serie di manoeuvres sur les derrières nel vano tentativo di intrappolare Beaulieu prima che questi potesse darsi alla fuga. Poi, tramutatasi la sua azione offensiva in una fase difensiva man mano che gli austriaci ripetevano i loro poderosi sforzi per liberare Mantova, il generale Bonaparte riprese il suo concetto di manovrare intorno a una “posizione centrale” con ritorni occasionali a brevi “accerchiamenti” (come ad Arcole). La strategia napoleonica era complessa, era un mutevole caleidoscopio di manovre e intenzioni che da sole servirono a disorientare e stupire i suoi nemici dalla mente convenzionale e a metterli in quello stato di sconcertante inferiorità che si tradusse spesso nella loro catastrofica sconfitta.
Dopo aver esaminato i metodi strategici adottati da Napoleone per la disfatta e la distruzione dei suoi nemici, dobbiamo passare a considerare i sistemi tattici da lui adottati per ottenere il successo nei momenti estremamente critici delle operazioni, cioè nelle ore che precedono il combattimento e in quelle durante e dopo la battaglia. I sistemi tattici nell’era napoleonica comprendevano la scienza e l’arte di guidare gli uomini, i cavalli ed i cannoni durante le operazioni cruciali, allorché era stato stabilito uno stretto contatto con il nemico. Essi non avevano niente a che vedere con le disordinate e mutevoli tecniche dei combattimenti corpo a corpo, dato che queste ultime appartengono al regno della tattica vera e propria, sfera questa che esamineremo in un capitolo più avanti.
Invero Napoleone apportò pochi contributi tattici personali all’arte della guerra, considerando praticamente up caso unico il suo sviluppo della “divisione quadrata” in Egitto. Qui tratteremo tutti i metodi usati da Napoleone per dominare il nemico nelle ultime ore che precedono il combattimento, sconfiggerlo sul campo e in ultimo annientano durante la sua fuga.
Come già detto nella parte di questo capitolo riguardante la filosofia generale di guerra di Napoleone, il più grande contributo dato dall’imperatore all’arte strategica consistette nell’affermare che la manovra e “la dannata decisione” erano entrambe parte integrante della strategia, in contrasto con il punto di vista comunemente accettato nel diciottesimo secolo, secondo cui la manovra e la battaglia erano due azioni belliche del tutto distinte, appartenenti una alla scienza strategica, l’altra alla tattica. Napoleone la pensava in modo diverso: « Spesso il tipo di battaglia che si ingaggia viene concepito nel corso della campagna » egli asseriva. Napoleone doveva molto del suo concetto di battaglia agli autori da lui studiati ad Auxonne. Il galle