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non più limitarsi a impadronirsi del cibo, ma adottare una complessa strategia per catturare una preda; una strategia fatta, come nel caso dei lupi, di raffinatezze
quasi incredibili, al punto che un gruppo di cacciatori che volesse organizzare una battuta di caccia al cervo, ad esempio, non saprebbe far meglio e probabilmente nemmeno altrettanto bene dei lupi.
Chauvin R. e B, “Il comportamento degli animali”, Laterza, pag. 23
Gli scimpanzé sono capaci di smistare delle immagini, mettendo da una parte gli animali e dall’altra gli uomini (e dalla parte degli uomini gli scimpanzé!).
Aggiungeremo infine che, guardando delle diapositive, anche i macachi sono in grado d’identificare non soltanto i propri congeneri, ma anche individui di altre specie (Humphrey, 1974).
Chauvin R. e B, “Il comportamento degli animali”, Laterza, pag. 23
Per tutti gli autori, i livelli superiori dello psichismo animale sono caratterizzati dalla comparsa del comportamento simbolico, o, in altre parole, dal riconoscimento delle immagini, o meglio ancora dall’utilizzazione di tali simboli. Ne citeremo brevemente alcuni esempi, di cui, data la loro celebrítà, è superfluo parlare più diffusamente.
I casi più frequenti concernono naturalmente gli antropoidi: lo scimpanzé, ad esempio, sfoglia con grande interesse un libro di figure, sempreché esse rappresentino frutta, leccornie o altre scimmie; si diverte a un film che presenti altri scimpanzé, e quando riesce a eseguire un esercizio dífficile, lo si può addirittura premiare con la proiezione di un film. Gli scimpanzé, inoltre, si servono di gettoni che introducono nei distributori automatici per ottenere diversi tipi di alimenti; e se i gettoni sono di colore o di aspetto diverso a seconda del tipo di cibo desiderato, non si sbagliano e non li confondono, arrivando addirittura a tesaurízzarli e a rubarseli a vicenda...
È errato pensare che queste capacità siano limitate agli scimpanzé: gli uccelli, tanto sottovalutati perché non hanno mani e perché il loro cervello è molto più piccolo di quello di una scimmia, realizzano tuttavia delle performance pressoché identiche. Anch’essi osservano con interesse certe immagini: il picchio rosso, ad esempio, cerca di afferrare la fotografia di un’arachide, ed è noto il celebre esperimento di Herrstein e Loveland, in cui essi propongono ad alcuni piccioni di distinguere delle fotografie che recano una figura
d’uomo da altre da cui l’uomo è assente: i piccioni ci riescono perfettamente, sebbene non siano affatto - tutt’altro, anzi - gli uccelli più « intelligenti » di tutti.
Chauvin R. e B, “Il comportamento degli animali”, Laterza, pag. 34
Quanto all’uso degli oggetti, nel 1966, Dòhl, allievo di Rensch, addestrò uno scimpanzé a usare quattordici arnesi diversi per aprire altrettante scatole, ciascuna con un sistema di chiusura speciale; fra questi arnesi figuravano un cacciavite, una pinza, un paio di forbici e tutta una serie di chiavi. La scimmia impara così bene questo tipo di manipolazione da riuscire ad aprire indifferentemente e in un batter d’occhi tutte le scatole, quale che sia la sua posizione rispetto ad esse. All’inizio gli si insegna ad aprire una scatola che contiene del cibo; poi si prendono altre scatole che la scimmia deve aprire una dopo l’altra, e che contengono ciascuna soltanto l’arnese che serve ad aprire la scatola successiva, e solo quella: il vero premio sta nell’ultima scatola. Le scatole non devono necessariamente essere disposte in ordine regolare, e si può anche introdurle tutte insieme. Se gli arnesi si trovano fuori della gabbia, la scimmia è inoltre capace di attirare a sé quello adatto a una determinata scatola, senza la minima esitazione.
Chauvin R. e B, “Il comportamento degli animali”, Laterza, pag. 35
Molti autori hanno studiato la gerarchia dei branchi di lupi, per molti aspetti singolarissima. Il branco conta generalmente due predominanti, un maschio e una femmina. Durante l’estro, quest’ultima aggredisce con facilità le altre femmine, mentre il maschio domina tutti gli altri senza baruffe, semplicemente con alcuni segni discreti di predominio, come la posizione della testa, delle orecchie, delle labbra e della coda; sono rare invece le manifestazioni vocali. Il maschio predominante disturba inoltre gli accoppiamenti, non aggredendo come la femmina, ma ricorrendo per così dire all’« intimidazione passiva »: le femmine gli si avvicinano e gli si offrono come per gioco, o abbandonano il maschio che le sta corteggiando se il predominante si avvicina. Quest’ultimo, con la coda rítta e le orecchie puntate, si limita a fissare la coppia che sta copulando, e il maschio subordinato cessa immediatamente il coito. Il fatto più strano è che il maschio predominante si accoppia molto meno spesso di un maschio subordinato. Il predominio del maschio può essere contestato da parecchi maschi insieme, ma la contestazione cessa non appena il predominante si fa veramente
minaccioso.
Chauvin R. e B, “Il comportamento degli animali”, Laterza, pag. 43
Molto si è parlato, e rípetutamente, delle scoperte fatte a proposito della biologia e del comportamento dei branchi di macachi: ma occorre però rendersi conto che un branco non è mai interamente paragonabile a un altro branco. Studiando queste differenze, i giapponesi le hanno assimilate a una « protocultura », forse con troppa audacia, ma, come vedremo, non senza argomenti. I tre branchi osservati si trovano rispettivamente a Takasakiyama, Minoo-B e Koshima.
A Takasakiyama, il primo punto notato da Itani (1958) fu la scelta degli alimenti. Sebbene i macachi consumino durante l’anno almeno centoventi specie di piante selvatiche, non mangiano però qualunque cosa, e diffidano profondamente di qualsiasi nuovo cibo offertogli dagli sperimentatatori. Le osservazioni più approfondite riguardano l’«acculturazione allo zucchero d’orzo», che venne accettata solo molto lentamente: gli individui giovani lo adottarono abbastanza presto, gli adulti anziani più lentamente, e le femmine prima dei maschi, fatto che probabilmente dipende dai loro più stretti rapporti con i piccoli, che « toccano tutto ».
I maschi subdominanti, anch’essi in rapporti abbastanza di retti con i piccoli di cui cercano di occuparsi, accettano piuttosto rapidamente i cibi nuovi, mentre i maschi periferici che non manifestano preoccupazioni parentali si abituano agli alimenti nuovi con molta lentezza. I principali innovatori sarebbero dunque i giovani, il che non toglie tuttavia che le abitudini della tribù gli vengano trasmesse dagli adulti. Itani definisce queste abitudini « tradizioni », contrapposte all’« acculturazione » o « diffusione » di abitudini nuove. Va notato tuttavia che, ancora ventisei mesi dopo l’inizio dell’esperimento, alcuni macachi si rifiutavano ostinatamente di mangiare lo zucchero d’orzo.
La tribù di Minoo-B era molto più piccola di quella di Takasakiyama, ed era infatti composta di 17 individui, contro i 370 della prima. Uno dei maschi subdominanti, allontanatosi dalla tribù per qualche tempo, aveva preso l’abitudine di mangiare il frumento. Yamada pensò di trovarsi di fronte al caso opposto a quello osservato a Takasakiyama: qui non si trattava di un cucciolo, ma di un maschio di alto rango che poteva trasmettere al branco un’abitudine nuova. Distribuito del frumento in alcune mangiatoie, l’acculturazione al nuovo cibo fu quasi immediata, una questione di poche ore per i più diffidenti, mentre a Takasakiyama c’erano volute settimane e addirittura mesi; e, sempre al contrario di Takasakiyama, la nuova abitudine fu acquisita prima dagli anziani e poi dai giovani. In questo caso prevale l’influenza del contesto sociale, e Itani ne cita un esempio estremamente persuasivo: un cucciolo della tribù di Takasakiyami, smarritosi e raccolto dagli sperimentatori, accettò nel giro di un’ora tutti i cibi che gli vennero presentati. $ evidente dunque che le restrizioni alimentari vengono dall’esterno.
Nell’isola di Koshima si ebbe il primo caso di « invenzione », consistente nel lavare le patate dolci in un vassoio di legno gettato via dagli sperimentatori. Tale comportamento si è progressivamente diffuso a partire dal 1953: il numero degli individui che lavano le patate dolci è aumentato da 11 nel 1956 a 17 nel 1958. Nel 1962, anno in cui la tribù contava 59 individui, 36 usavano questo comportamento, ossia più del 73%. Il lavaggio del grano, consistente nel gettare in acqua di mare un pugno di frumento misto a sabbia e nel recuperare il grano che viene a galla, fu osservato per primo da Kawamura nel 1956, mentre nel 1962 Kawai lo vide praticare da 19 individui.
Nella diffusione del lavaggio delle patate dolci Kawai distingue una fase iniziale, da lui chiamata « periodo di propagazione individuale », in cui gli individui giovani da 1 a 3 anni manifestano un alto tasso di acquisizione, e la diffusione si realizza dai più giovani ai più vecchi, in maniera diversa secondo l’età: è poco probabile, ad esempio, che i maschi che a tre anni non hanno ancora acquisito la nuova abitudine l’acquistino più tardi. Secondo Kawai, ciò dipende dal fatto che a quell’epoca essi abbandonano le zone centrali
del territorio in cui vivono le femmine predominanti, e che costituirebbero i centri di diffusione dei nuovi comporta menti. Il secondo periodo sarebbe caratterizzato invece dalla nascita di una « tradizione »: il lavaggio delle patate non deve più essere scoperto da sempre nuovi individui, ma viene insegnato dalle femmine a tutti i giovani. Dal 1957 al 1958, Azuma e Yoshiba hanno inoltre osservato alcune scimmie intente a lavare le patate non nell’acqua dolce, bensì nel l’acqua di mare. Quest’abitudine a poco a poco si è diffusa,
e i giapponesi danno per certo che le scimmie, cui il gusto del sale è gradito, vogliano semplicemente rendere le patate più saporite.
L’abitudine di lavare il grano compare un po’ più tardi di quella di lavare le patate, fra i 2 e i 4 anni, e la propagazione in questo caso non avviene più da madre a figlio, ma fra compagni di gioco e congiunti. Inoltre, mentre di solito i macachi giapponesi non si sottraggono il cibo a vicenda, Azuma vide alcune scimmie rubare ad altre loro compagne il grano già lavato.
Segnaleremo infine un importante fenomeno in corso d’osservazione da parte dei primatologi giapponesi: una certa percentuale di maschi - i più robusti, a quanto pare - abbandonano il branco dopo qualche anno per vivere per conto proprio, e successivamente vi fanno ritorno o si aggregano a un altro branco. Capire i motivi di questo comportamento sarà possibile solo dopo un attento studio dei maschi isolati.
Chauvin R. e B, “Il comportamento degli animali”, Laterza, pag. 59
Molti, naturalmente, si sono chiesti se, oltre alle notevoli differenze nella scelta degli alimenti, non si sarebbero potuti trovare modi d’espressione o di comunicazione particolari a branchi diversi.
Stephenson infatti ne ha scoperti parecchi, come ad esempio la masturbazione, abbastanza frequente nel 1965-66 e spinta spesso fino all’eiaculazione (rara a Koshima in passato, tale è rimasta negli altri branchi di scimmie); o, come si può vedere però soltanto a Miyajima, una certa manovra delle femmine, che si accucciano davanti ai maschi presentandogli i genitali; o, ancora, una vibrazione delle labbra eseguita da un maschio atteggiato in maniera particolare: testa e spalle abbassate per conservare la stazione a quattro zampe, mascella inferiore prognata e testa spinta all’indietro. Si tratta di un cerimoniale di corteggiamento osservato comunemente soltanto a Miyajima, raramente a Koshima e mai ad Arashiyama. O il fatto che le femmine montino i maschi manipolandogli in vari modi i testicoli, cosa che a Koshima non si verifica mai, mentre è frequente negli altri branchi. Per dirla con le parole di Stephenson, sembra che fra i macachi del Giappone si siano stabilite un certo numero di «regole di buona creanza».
Chauvin R. e B, “Il comportamento degli animali”, Laterza, pag. 60
Con quest’espressione, il celebre zoopsicologo tedesco Rensch si riferisce alle preferenze manifestate dalle scimmie per certe forme o colori. La scimmia, come il bambino, preferisce i colori violenti e vivaci a quelli tenui o spenti, ama la ripetizione ritmica di un motivo sempre uguale, la simmetria radiale o bilaterale, le curve regolari, e ai disegni con colori e contorni sfumati preferisce quelli con contorni molto netti e spiccati contrasti di colori o di forme.
Chauvin R. e B, “Il comportamento degli animali”, Laterza, pag. 61
Menzel ebbe l’idea di ricominciare gli esperimenti di von Frisch sulle danze delle
api.
Von Frisch, ad esempio, fece trovare a una bottinatrice una coppetta di sciroppo, e vide ch’essa era in grado d’indicare ai suoi congeneri la direzione e la distanza a cui si trovava il cibo. Gli scimpanzé sanno fare altrettanto? Non c’è nulla di più semplice che mostrare a uno scimpanzé un oggetto interessante, tenendo i suoi compagni in gabbia affinché non lo vedano anch’essi. Successivamente lo si rimette insieme a loro, e quindi li si lascia andare tutti insieme: lo scimpanzé « informato » saprà indicare agli altri dove si trova l’oggetto interessante? Lo sa fare benissimo, e ci si precipiteranno tutti insieme in un batter d’occhio. Di qui partì l’analisi di Menzel.
Per cominciare, egli operò una scelta fra i suoi scimpanzé, giacché alcuni di essi si emozionavano talmente per il semplice fatto di essere separati dai compagni che era impossibile usarli come leader. Ma cinque di essi si rivelarono perfettamente all’altezza del compito.
La manovra del leader (termine usato qui nel suo sígnificato inglese originale: colui che conduce) è abbastanza curiosa, ed esso mostra di avere un gran bisogno dei suoi compagni. Se per caso, una volta operata la selezione, lo si rinchiude in gabbia da solo per poi lasciarlo andare, sempre da solo, non si capisce (da un punto di vista umano) che cosa mai gli impedisca di avvicinarsi al cibo e di mangiarselo. Ma esso non lo fa, e invece strilla, si agita, defeca, tende una mano verso l’osservatore o cerca di aprire la gabbia in cui sono chiusi i suoi compagni; e quando finalmente essi vengono liberati, gli corre incontro, li abbraccia - in particolare il suo compagno preferito - e quindi si dirige verso la meta, fermandosi tuttavia immediatamente se gli altri non lo seguono.
Menzel cominciò col dimostrare che l’avviarsi verso la meta non si spiega semplicemente con il fatto che gli scimpanzé, ad esempio, ne fiutano l’odore: se infatti il leader non è stato informato, gli scimpanzé, chiaramente, o cercano a casaccio o stanno fermi.
Può accadere che i compagni siano alquanto riottosi, o che seguano il leader senza troppo entusiasmo: in questo caso, il leader si avvicina, dà loro qualche pacca sulle spalle, gli presenta ripetutamente il dorso, li morde alla nuca e arriva addirittura a tirarli per un piede verso la meta...
Il leader cerca veramente di trasmettere una comunicazione? A tutti gli osservatori questo fatto è sembrato di un’evidenza lampante.
Chauvin R. e B, “Il comportamento degli animali”, Laterza, pag. 66
Che l’informazione venga trasmessa è un fatto innegabile, almeno per quanto riguarda la direzione. Spesso le scimmie seguono il proprio leader in preda a una tale eccitazione da precederlo e trovare il cibo ancora prima ch’esso gli abbia indicato il punto in cui è nascosto. Fatto più sorprendente ancora, una scimmia del seguito aveva sviluppato una strategia speciale: dopo avere evidentemente stabilito la direzione seguita dal leader, correva avanti e si arrampicava sull’albero più vicino, scoprendo facilmente, dall’alto, il punto in cui si trovava il cibo.
1. - La natura dell’oggetto viene indicata dal leader? Stando all’esperimento dell’oggetto sottratto, parrebbe di sì: se, dopo averlo messo in vista, si porta via il cibo, gli scimpanzé si avvicinano ad andatura normale e cominciano a frugare tra l’erba senza precauzioni particolari. Se invece si è mostrato al leader un serpente, esso e il suo seguito accorrono ugualmente, ma più adagio e col pelo irto caratteristico della paura. Quando poi si accorgono che il serpente non c’è più, una o due scimmie, e talvolta addirittura una scimmia che non ha mai visto un serpente, gettano manciate d’erba o bastoni verso il punto in cui esso si trovava, con segni manifesti di terrore. È chiaro che nel primo caso il seguito si aspettava qualcosa di buono, e nell’altro qualcosa di pericoloso.
Chauvin R. e B, “Il comportamento degli animali”, Laterza, pag. 68
Scoprire questo meccanismo è tutt’altro che facile, sebbene con ogni probabilità esso sia semplicissimo.
Lo scimpanzé capisce inoltre i gesti umani. Menzel sperimentò tre procedimenti: trovandosi lo scimpanzé leader esattamente davanti alla propria gabbia, lo sperimentatore fa qualche passo in direzione del cibo, dà un’occhiata indietro, verso la scimmia, e quindi si china in avanti come se avesse trovato qualcosa; oppure punta il dito verso il cibo; o ancora, fa qualche passo nella direzione giusta, e inoltre punta il dito, o altrimenti cammina lentamente in cerchio, senza indicare alcuna precisa direzione. I tre primi procedimenti sono perfettamente sufficienti al leader per condurre il suo seguito nella direzione giusta, mentre il quarto, come c’era da aspettarsi, non dà alcun risultato. La cosa strana è che lo scimpanzé sappia interpretare il gesto del dito puntato, tipicamente umano e assolutamente ignoto alla scimmia.
Chauvin R. e B, “Il comportamento degli animali”, Laterza, pag. 71
In realtà, ciò che manca alla scimmia, e probabilmente anche al pappagallo - non abbiamo alcun serio studio sulla sua imitazione del linguaggio umano - è la capacità di associare un fonema a un oggetto, piuttosto che quella di emettere suoni. Eppure, è proprio in quest’associazione fonema/oggetto che il bambino ottiene successi precocissimi.
È opportuno ricordare che, se ci si limita a fargli ascoltare una registrazione sonora, nessun osservatore che conosca bene gli scimpanzé riesce a indovinare ciò che essi stanno facendo e tantomeno ciò che faranno, mentre se gli si fa vedere un film muto saprà immediatamente spiegare non solo ciò che essi fanno, ma anche quello che faranno.
Tutto ciò farebbe concludere che le vocalizzazioni delle scimmie, del resto numerosissime, sígnificano forse soltanto: guardate cosa sto facendo!, mentre quello che conta è sicuramente la mimica facciale e la posizione del corpo.
Chauvin R. e B, “Il comportamento degli animali”, Laterza, pag. 78
Comunque, tutti ormai sanno che il tentativo dei Gardner fu coronato da un brillante successo: Washoe imparò l’American sign-language (AsL) con grande facilità, tanto che oggi essa dispone di quasi duecento segni che le permettono di sostenere un’elementare conversazione con i suoi educatori, e può dar prova inoltre d’invenzione semantica. Tutti conoscono il comico aneddoto della scimmia che, al suo guardiano Roger, chiede a segni di portarla a spasso. Sempre a segni, Roger risponde di lasciarlo in pace, al che la scimmia infuriata segnala: « Sporco Roger! ». La scimmia conosceva da tempo il segno « sporco », ma lo applicava al proprio grembiule insudiciato da resti di cibo, agli escrementi mai a un essere umano in senso ingiurioso. Qualche tempo dopo, Washoe venne introdotta in una gabbia insieme ad altri scimpanzé, per vedere se avrebbe insegnato loro l’Asl (fatto che attualmente è in pieno sviluppo). Per cominciare, Washoe segnalò: « Io sono Washoe », al che un maschio predominante, evidentemente irritato da tale modo di presentarsi, si avvicinò e le mollò un tremendo ceffone. Washoe fu fatta uscire, e immediatamente segnalò: «Quelle sporche scimmie!».
Chauvin R. e B, “Il comportamento degli animali”, Laterza, pag. 79