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Corneli D.,Il redivivo tiburtino”

CORNELI DALL’INFERNO AL LIMBO

di Antonio Carioti

Dante Corneli, nato aTivoli il 6 maggio 1900 e scomparso nella stessa cittadina laziale il 10 settembre 1990, è una figura pressoché ignota al grande pubblico, ma gli spettano due primati storici importanti: uno involontario e molto amaro, fatto di sofferenze e umiliazioni; l’altro encomiabile e straordinario, da lui perseguito con tutte le sue energie, ma tuttora colpevolmente misconosciuto in questo Paese dalla memoria troppo corta e spesso dimezzata per ragioni di parte.

Il primo record può apparire sorprendente. Si tratta del militante comunista italiano che ha totalizzato più tempo in detenzione e al confino per motivi politici. Ma va subito chiarito che a imporgli un calvario lungo oltre vent’anni non fu il regime fascista, come avvenne per tanti suoi compagni condannati dal Tribunale speciale. Carcere, lavori forzati e deportazione in terre sperdute furono influtti a Corneli da chi professava, almeno a parole, i suoi stessi ideali, nella ‘patria del socialismo’ in cui si era rifugiato proprio per sottrarsi alla vendetta delle camicie nere. Unica sua colpa: aver preteso di continuare a pensare con la propria testa laddove un uomo solo, Iosif Stalin, aveva deciso di pensare per tutti.

Il secondo primato è diretta conseguenza del precedente. Corneli, tornato definitivamente a Tivoli solo nel 1970, è la persona che più si è battuta, con mezzi esigui e volontà indomita, perché fosse abbattuto il muro di silenzio che circondava la tragedia dell’emigrazione italiana in Unione Sovietica tra le due guerre mondiali. Già anziano e provato da vicissitudini tremende, alloggiato in modo precario presso una sorella vedova, non solo scrisse le memorie che ripresentiamo dopo ventitré anni in questo libro, ma impiegò ogni forza residua a ricostruire le vicende degli altri compagni inghiottiti dalle purghe staliniane, frugando nei suoi ricordi personali, contattando i sopravvissuti e i parenti delle vittime, spulciando all’Archivio centrale dello Stato le carte riguardanti gli antifascisti rifugiati in Urss. Un lavoro enorme di cui purtroppo sono rimaste tracce assai scarse, perché Corneli dovette pubblicarne i risultati a proprie spese, in smilzi volumetti che diffondeva alla bell’e meglio, oggi quasi irreperibili. Anche nelle maggiori biblioteche se ne trova solo qualcuno. Perfino in quella di Tivoli la raccolta degli opuscoli è largamente incompleta.

Il redivivo tiburtino, titolo del presente volume, èil nomignolo che l’autore aveva scelto per sé. Esso riflette il suo appassionato attaccamento alla cittadina d’origine, cui ha dedicato alcuni scritti degni di attenzione: anche dopo mezzo secolo di forzato distacco, dopo aver perso la cittadinanza italiana e assunto quella sovietica, sentì sempre di appartenere prima di tutto a Tivoli. Ma è la qualifica di «redivivo» la più significativa: se esiste l’inferno in terra, Corneli era convinto, non certo a torto, di averne avuto esperienza diretta. Aveva conosciuto il freddo delle regioni polari, la fatica brutale dei lavori forzati, i morsi della fame appena attutiti da un vitto scarso e scadente, con il supplizio ulteriore delle razioni differenziate in base alla quota di produzione raggiunta. Aveva visto la violenza reciproca tra detenuti, la crudeltà delle esecuzioni sommarie di massa, gli abusi infami perpetrati sulle donne nei lager. Troppi cari amici e compagni si erano spenti lentamente davanti ai suoi occhi. Uscirne era stato per lui come tornare a nascere, avere a disposizione, quasi per miracolo, una nuova esistenza da vivere. Un privilegio che agli occhi di Corneli implicava un dovere preciso: raccontare per filo e per segno quanto era avvenuto, dare una voce a coloro che non potevano più farsi sentire, sepolti per sempre sotto la tundra gelata.

Serve a poco però parlare ai sordi. E Corneli trovò ben pochi disposti ad ascoltarlo, nei ranghi della sinistra, alla quale in primo luogo si rivolgeva, ma anche altrove. In epigrafe a molti suoi volumetti pose una frase di Antonio Gramsci, per il quale provava grande ammirazione: «La verità è sempre rivoluzionaria».

Corneli D., “Il redivivo tiburtino”, Libri Liberal, pag. XII

Guardato con fastidio, se non addirittura con sospetto

Corneli si trovò ad essere guardato con fastidio, se non addirittura con sospetto. La stessa sorte del resto era toccata ad altri in situazioni analoghe. Il vignaiolo Nazareno Scarioli, tornato a Genzano dopo essere sopravvissuto ai tremendi campi siberiani della Kolyma, immortalati nei racconti di Varlam Shalamov, veniva deriso come un «vecchio matto»dai comunisti locali. Il mantovano Andrea Bertazzoni, che era sfuggito per un pelo alla repressione in Urss e pretendeva di militare nel Pci da uomo libero, venne espulso dal partito nel 1951 e trattato come un appestato, licenziato dalle cooperative e sfrattato dalla casa dove abitava. Pia Piccioni, vedova di Vincenzo Baccalà, ex segretario della federazione comunista romana fucilato a Odessa nel 1937, per decenni non trovò nessuno, se non nella sparuta area bordighiana, disposto a pubblicare il diario angoscioso del suo soggiorno sovietico. Perfino lo stalinista indefesso Paolo Robotti, prima persecutore e poi vittima, incontrò un’accoglienza gelida a Botteghe Oscure, quando si decise, dopo il disgelo kruscioviano, a rievocare in modo assai reticente la sua dura esperienza nelle carceri sovietiche.

Per Corneli si apri un piccolo spiraglio negli anni Settanta, quando questo libro venne pubblicato da un editore comunista anomalo, La Pietra.Tuttavia si trattò di un’apertura sottoposta a pesanti condizionamenti e comunque effimera. Poi intorno al «redivivo tiburtino» si richiuse la cappa di piombo del silenzio e dell’indifferenza. Con amara ironia, chiamava i suoi volumetti samizdat, accomunandoli alle pubblicazioni clandestine dei dissidenti sovietici. Era come se fosse sfuggito all’inferno ghiacciato del lager di Vorkuta per ritrovarsi in una sorta di limbo, ignorato da tutti e in primo luogo proprio da coloro che insistevano e insistono di continuo sulla necessità di non perdere la memoria degli orrori vissuti dall’Europa nel xx secolo. Quanta ipocrisia.

In realtà la storia degli italiani nel Gulag, se considerata nei suoi termini effettivi, era un’autentica bomba per le certezze preconfezionate del senso comune progressista, disposto ad ammettere che in Urss c’erano stati «errori» e magari «degenerazioni» anche gravi, ma assolutamente refrattario a riconoscere la natura terroristica del regime sovietico e allergico anche all’idea di un paragone con i misfatti compiuti non soltanto dal nazionalsocialismo tedesco, ma perfino dal ben più blando fascismo italiano.

Corneli D., “Il redivivo tiburtino”, Libri Liberal, pag. XV

LETTERA APERTA ALL’EX SENATORE COMUNISTA ANTONIO ROASIO

Il profondo dissenso di Gramsci

Si era nell’estate del 1938, periodo in cui la ezovscina, il terribile periodo «di paura e di sangue» (M. Mafai) aveva raggiunto il culmine dell’ingiustizia e della barbarie. Tu invece, futuro senatore, continuavi a far carriera, raggiungevi le più alte cariche di fiducia nell’apparato staliniano del Comintern.

Ricordi che, appena arrivato a Parigi, ti gettasti a capofitto a raccogliere gli schedari e tutto il materiale dell’archivio del Pci sparso qua e là nelle case dei compagni, a studiare le cartelle personali e una copia di tutto inviavi a Mosca, all’Ufficio quadri del Comintern.

Ricordi che per te fu una grande sorpresa trovare nella cartella di Antonio Gramsci il rapporto di Lisa sugli aspri contrasti e dibattiti tra lui e gli stalinisti nelle carceri di Turi, «Rapporto e valutazioni negative che erano state duramente criticate dai dirigenti dell’ Internazionale comunista e dal nostro partito»

Non è così, tu non dici la verità, Il rapporto di Lisa riguardava il profondo dissenso di Gramsci, che condivideva anche Umberto Terracini, sulla politica della svolta del Pci che era la politica del Comintern, di Stalin. Per cui nessun dirigente del Pci e del Comintern avrebbe preso le difese di Gramsci e condannato, come tu scrivi, il rapporto di Lisa.

Sergio Bertelli afferma: «In Italia, tra i comunisti imprigionati e confinati, sin dal 1931 si sapeva come Gramsci dissentisse “radicalmente dalla linea del partito”». Nel 1936, nello schedario dei quadri comunisti, tenuto aggiornato da Massola a Parigi, sulla scheda a lui relativa, Gramsci era stato senz’altro catalogato come un ex comunista passato a ‘Giustizia e Libertà’.

Umberto Terracini ricorda la profonda emozione che provò quando venne a sapere che nelle carceri di Civitavecchia, in cui allora si trovava (1934), era arrivato Gramsci. «Mi dispiace dirlo — scrive con amarezza Terracini —, Gramsci per i compagni era uno come tanti altri.,, anche i compagni qualificati, anche i dirigenti del partito che erano lì con me, prendevano la cosa senza nessuna importanza e interesse».

Allora nelle carceri di Civitavecchia si trovavano tra gli altri i membri del Cc del Pc Secchia, Scoccimarro, Li Causi, D’Onofrio, Cicalini, Santhià e qualche altro, tutti stalinisti e tra i più duri, che tra poco avrebbero espulso dal partito, non senza la direttiva di Togliatti e del Centro estero, Terracini e la Ravera.

Dagli stalinisti che erano con lui, veniva accusato di essere diventato un socialdemocratico, che allora equivaleva a «socialfascista».

Gustavo Trombetti, comunista che si trovava a Turi, afferma che i rapporti tra Gramsci e il gruppo di quei compagni erano talmente tesi che qualcuno aveva tentato di colpirlo con un sasso. Sandro Pertini, che trascorse diversi anni nel penitenziario di Turi, ove strinse duratura amicizia con Gramsci, oggi ricorda: «La sua grande amarezza dovuta all’ostilità che dimostrava il gruppo di detenuti comunisti che era a Turi, tutti salvo qualche eccezione,.. Mi risulta che questo gruppo fece pervenire al Centro estero del partito a Parigi una relazione sulle posizioni politiche di Gramsci, quasi denunciandolo come un deviazionista; stessa sorte del resto capitò a Terracini e alla Ravera che al confino erano considerati fuori del partito»».

Persino Paolo Spriano, lo storico abbastanza tendenzioso, ha dovuto riconoscere come «il contegno dei compagni avesse aumentato l’isolamento e l’amarezza di Gramsci, le sue lettere di questo periodo ne danno più di un segno, tanto più che le sue condizioni di salute si aggravano”.

Corneli D., “Il redivivo tiburtino”, Libri Liberal, pag. 193

 

Antonio Gramsci: una tacita congiura fascisto-staliniana, a cui partecipavano i dirigenti del partito, lo stava annientando

A questo punto era stato ridotto Antonio Gramsci: una tacita congiura fascisto-staliniana, a cui partecipavano i dirigenti del partito, lo stava annientando.

d) Palmiro Togliatti è stato responsabile di aver trasformato il Partito comunista di Bordiga, Gramsci e di Terracini in un partito staliniano dei più settari e dei più ortodossi,

e) Egli è stato per trent’anni uno dei più stretti collaboratori di Stalin, uno dei principali responsabili della sua politica di repressione.

f) Egli è stato uno dei più grandi adulatori di Stalin, arrivando ad affermare: «In tutta l’enorme letteratura non esiste nulla di così profondo, e cosi semplice allo stesso tempo. Si sente l’orma del leone».

g) Togliatti, responsabile dell’espulsione di Umberto Terracini, presidente della Costituente della Repubblica d’italia, due anni dopo lo riammetteva nelle file del partito a condizione che, vivo lui, non avrebbe mai ricordato le sue traversie personali e quelle di Gramsci.

li) Togliatti partecipò alla riunione dell’Esecutivo del Comintern in cui veniva duramente condannato Béla Kun. Decisione che equivaleva alla sua condanna a morte. E Togliatti sapeva che era innocente.

i) Partecipò inoltre allo scioglimento del partito comunista polacco che portò all’annientamento del gruppo dirigente e di molti comunisti polacchi.

1) Arrigo Petacco ricorda Togliatti «come il gelido dirigente del Comintern fedele esecutore della politica sovietica... lo spietato e onnipresente viceré di Stalin in Spagna, liquidatore di anarchici e trozkisti».

m) Togliatti è stato accusato di non aver mosso un dito per salvare i comunisti e gli emigrati italiani quando venivano arrestati e deportati ai lager staliniani di lavoro forzato. Ed egli sapeva che erano tutti innocenti.

n) È accusato di non essersi interessato di chiarire la sorte dei compagni morti o ancora vivi e di comunicare loro notizie ai parenti che si rivolgevano a lui. Non ha risposto a nessuna lettera.

o) Gravissima la responsabilità di Togliatti di aver stracciato la copia dell’elenco dei 92 comunisti morti nei gulag di lavoro forzato staliniani. Di avere impedito che in Italia si parlasse dello stalinismo,

Cosa fecero Togliatti e i dirigenti del partito per difendere Gramsci dagli attacchi del gruppo dei comunisti stalinisti di Turi?

Negli schedari dell’Ufficio quadri Gramsci veniva qualificato socialdemocratico passato a «Giustizia e Libertà», il rapporto di Lisa veniva conservato nella cartella personale di Gramsci nell’Ufficio quadri del Pci e in quello del Comintern.

Giorgio Amendola affermava: «I rapporti di Gramsci con gli altri comunisti rinchiusi nel carcere di Turi erano resi difficili non solo dal carattere ombroso di Gramsci, ma anche dal fatto che egli poteva godere, per ragioni di salute, ed anche per considerazioni politiche certamente presenti nelle attenzioni delle autorità, di condizioni di relativo favore».

Belli questi nostri dirigenti del partito e i comunisti che erano con Gramsci nel carcere di Turi. Quanta ipocrisia e sottigliezza in queste insinuazioni.

Intanto Gramsci, profondamente addolorato, nel luglio 1931 scriveva: «Mi pare che ogni giorno si spezzi un nuovo filo dei miei legami col mondo del passato e che sia sempre più difficile riannodare i fili strappati».

Ogni giorno che passa il capo del Partito comunista, l’animatore del movimento operaio torinese, si sente isolato, abbandonato, discriminato dai suoi propri compagni dirigenti del partito.

Corneli D., “Il redivivo tiburtino”, Libri Liberal, pag. 266

 

Gennaio 1934: Stalin si accorge che il partito gli era sfuggito di mano

Al XVII Congresso del partito bolscevico (gennaio 1934) Stalin si accorge che il partito gli era sfuggito di mano.

Benché i delegati e gli invitati gli avessero tributato frenetiche acclamazioni a non finire e attestato calorose dimostrazioni di amore e di fedeltà, il Grande Padre era rimasto di stucco quando era venuto a sapere che alla votazione segreta del nuovo Comitato centrale 270 delegati avevano cancellato il suo nome. Il maggior numero dei voti, quasi l’unanimità, li aveva ottenuti Kirov.

Chi sa come egli riuscì a frenare il suo furore ed a non farlo esplodere violento, quando gli comunicarono che un gruppo di delegati suoi stretti collaboratori, che lui stesso aveva innalzato alle più alte cariche del partito e dello Stato, tra cui Kirov, Postjsev, Petrovskij ed altri, parlavano apertamente di esonerarlo dalla carica di segretario generale del partito, affidandogli un altro incarico: cioe avevano intenzione di spodestarlo.

Cosa avvenne a quel congresso, come reagì Stalin e come e con quali minacce sia riuscito ad imporsi, non è stato ancora rivelato. Sappiamo solo che egli rimase segretario generale del partito e capo dello Stato sovietico.

Corneli D., “Il redivivo tiburtino”, Libri Liberal, pag. 190

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