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Crawford D. “Il nemico invisibile - storia dei virus”Fino
all’inizio del 1800 si riteneva che le malattie fossero causate da due
tipi di sostanze tossiche — “virus” e “miasmi”. Il termine “virus” si
riferiva allora a sostanze visibili, come il veleno dei serpenti, la
saliva dei cani idrofobi e le secrezioni velenose delle piante. Il “miasma”
era invece un gas invisibile che emanava da paludi, acqua stagnante,
cadaveri insepolti o carcasse di animali, provocando pestilenze e malattie
infettive. Una popolazione non preparata al pensiero scientifico doveva
fare uno sforzo enorme per abbandonare queste credenze, e accettare
l’idea che le malattie fossero provocate da piccole creature viventi
che invadevano gli organismi piuttosto che da sostanze nocive provenienti
dall’esterno. Il vaiolo si spostò verso nuovi territori insieme a commercianti, eserciti e colonizzatori, approfittando delle popolazioni vergini che potevano essere infettateNel
dodicesimo secolo il vaiolo era già ampiamente presente in buona parte
dell’Europa, in Asia e in Nord Africa. La malattia si presentava sotto
forma di epidemie periodiche particolarmente virulente, che nelle città
uccidevano una persona su tre, causando nella sola Europa più di 400.000
decessi all’anno. Possiamo
raccontare storie simili a proposito di altri virus, meno aggressivi.
Alcuni, come il virus dell’influenza e quello del morbillo, non provocano
malattie letali nelle popolazioni che ne sono abitualmente colpite,
ma possono essere devastanti se introdotti in una comunità per la prima
volta. Epidemie ricorrenti di morbillo hanno avuto un ruolo fondamentale
nell’estinzione degli indigeni delle più remote isole della Terra del
Fuoco, allargo della punta estrema dell’America del sud, dove due missionari
scozzesi, Thomas e Mary Bridges, avevano stabilito il loro avamposto
nel 1871. Con una delle navi che portavano rifornimenti arrivò una malattia
misteriosa, che i medici diagnosticarono inizialmente come polmonite
tifoide, mentre Mary Bridges e le altre donne della missione non ci
misero molto a capire che si trattava di morbillo. La popolaZione indigena
subì gravi perdite: addirittura metà delle persone che avevano contratto
l’infezione morì, mentre i bambini europei si ammalarono solo in forma
lieve e gli adulti, che avevano già avuto il morbillo durante l’infanzia,
non si ammalarono affatto. Lucas
descrive anche le disastrose conseguenze dell’epidemia: "È probabile che i nostri antenati abbiano sofferto per generazioni di periodiche epidemie di morbillo, e che noi di conseguenza abbiamo raggiunto un certo grado di immunità nei confronti della malattia. Gli Yahgan, al contrario, sebbene siano incredibilmente forti e in grado di resistere al freddo e a ogni genere di avversità, e di guarire quasi miracolosamente da gravi ferite, non hanno mai dovuto affrontare questo male, e mancano dell’energia necessaria a resistergli [...]. Non c e molto da meravigliarsi che i medici non siano riusciti a riconoscere la malattia, quando è comparsa in forma così virulenta." È
interessante notare che Lucas aggiunge: EPIDEMIE E PANDEMIESi
definisce “epidemia” un insolito aumento nel numero di casi di un’infezione
all’interno di una comunità, mentre una “pandemia” è un’epidemia che
si diffonde in tutto il mondo coinvolgendo al tempo stesso diversi continenti.
Sono queste le calamità che minacciano la nostra esistenza fin dai tempi
più remoti. Ma solo recentemente siamo riusciti a capire perché simili
eventi travolgano una comunità a intervalli regolari, per poi sparire.
La scoperta risale a una celebre epidemia di morbillo, che nel 1846
colpì la comunità isolata che viveva alle Faroer. Il morbillo aveva
risparmiato quelle isole da 65 anni, quando arrivò un carpentiere, proveniente
dalla Danimarca che otto giorni prima aveva fatto visita a un amico
malato. L’uomo a sua volta si ammalò, e nei successivi sei mesi contrassero
il morbillo anche 6000 dei 7782 isolani. Un giovane medico del servizio
sanitario danese, Peter Panum, venne inviato sull’isola per studiare
l’epidemia. INFLUENZAL’influenza
è meno prevedibile e più diffusa delle infezioni che colpiscono abitualmente
i bambini. Anche se ogni inverno si verificano molti episodi di influenza,
le epidemie vere e proprie si manifestano solo ogni 8-10 anni. In questi
casi, di solito, nel Regno Unito contrae l’infezione una persona su
dieci, e circa 25.000 muoiono. L’ultima epidemia di influenza in Gran
Bretagna si è verificata nel 1989, con 600.000 casi e 26.000 morti. Il
termine “influenza” è stato coniato dagli italiani nel quindicesimo
secolo, per esprimere l’idea che la malattia fosse causata da malefici
“influssi” soprannaturali. Una delle prime pandemie di influenza su
cui abbiamo documenti scritti risale al 1562, quando la malattia venne
ribattezzata “la novella conoscenza”. Scrivendo a Sir W. Cecil a Londra
dalla corte di Maria Stuarda a Edimburgo, Randolph raccontava: È l’eccezionale capacità del virus di modificare la propria struttura genetica a fare sì che ci siano frequenti epidemie, intervallate da pandemie meno frequenti ma più devastanti. Il materiale genetico di questo virus muta spesso, e quindi i virus che circolano in una comunità cambiano la loro struttura proteica due o tre volte all’anno. Il fenomeno è definito “deriva antigenica”, perché il virus si allontana lentamente dal proprio ceppo di provenienza, e al tempo stesso dall’immunità sviluppata dai nostri organismi nel corso delle precedenti esposizioni. A un certo punto il virus alterato si differenzia dall’originale a un livello tale da infettare le persone che erano già immunizzate nei confronti del suo progenitore; è allora che scoppia una nuova epidemia. Dato che le proteine HA e NA sono di fondamentale importanza nel processo di immunizzazione contro l’influenza, i virus vengono definiti sulla base del tipo di proteine che trasportano. Il virus che provocò l’influenza “spagnola” nel 1918 fu retrospettivamente definito H1N1. Tale virus continuò a circolare subendo solo derive marginali fino al 1957, quando comparve l’N2N2, la cosiddetta “asiatica”, che a sua volta nel 1968 fu rimpiazzata dall’H3N2, la “Hong Kong”, mentre nel 1976-1977 riapparve l’H1N1. Ciascuna di queste modifiche radicali coincise con una pandemia. I ricercatori cominciarono a occuparsi dell’influenza fin dal 1901, molto prima che i virus fossero individuati o descritti. Eugenio Centanni, un italiano che lavorava a Ferrara, scoprì che la “peste dei polli” (una malattia letale simile all’influenza che colpisce il pollame devastandone regolarmente gli allevamenti) era causata da un agente filtrabile. Centanni ricostruì minuziosamente il percorso dell’epidemia che allora infuriava, mentre si spostava attraverso l’Italia, e superava le Alpi per arrivare in Austria e di lì in Germania. E scoprì che il colpevole era un commerciante di pollame ambulante che portava con sé degli animali malati. Nell’estate del 1901 questo sfortunato ambulante approdò alla fiera del pollame di Brunswick, provocandone la chiusura anticipata e facendo tornare a casa in gran fretta tutti i partecipanti, con i loro animali appena infettati che in questo modo contribuirono a diffondere ulteriormente l’infezione. Nonostante
queste osservazioni, la reale identità del virus non fu scoperta che
nel 1955 quando Werner Shafer, che lavorava al Max Planck Institut fùr
Virusforschung di Tubinga in Germania, scoprì che si trattava del virus
dell’influenza aviaria, parente stretto del virus che colpisce la nostra
specie. Shafer ipotizzò ciò che più avanti divenne una certezza, ossia
il fatto che in determinate condizioni i virus dell’influenza che colpiscono
specie diverse possano subire un processo di scambio o riassortimento
generico che consente loro di infettare un’altra specie ospite, e che
“in questo modo un nuovo agente dell’influenza [umana] potrebbe svilupparsi
dalla malattia degli uccelli, e viceversa. Nuovi
ceppi di influenza arrivano dall’estremo oriente più frequentemente
di quanto potrebbe accadere per puro caso. Sia le pandemie del 1957
(asiatica) che quella del 1968 (Hong Kong) hanno avuto questa origine,
così come i ceppi Beijing (Pechino), Shangdong, Wuhan e Singapore. La
teoria più plausibile per spiegare questo enigma geografico indica come
epicentro dell’infezione le zone rurali della Cina meridionale, il luogo
al mondo in cui ci sono più maiali, esseri umani e uccelli acquatici
(soprattutto anatre) che vivono in stretto contatto tra loro. |