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Crawford D. “Il nemico invisibile - storia dei virus”

Fino all’inizio del 1800 si riteneva che le malattie fossero causate da due tipi di sostanze tossiche — “virus” e “miasmi”. Il termine “virus” si riferiva allora a sostanze visibili, come il veleno dei serpenti, la saliva dei cani idrofobi e le secrezioni velenose delle piante. Il “miasma” era invece un gas invisibile che emanava da paludi, acqua stagnante, cadaveri insepolti o carcasse di animali, provocando pestilenze e malattie infettive. Una popolazione non preparata al pensiero scientifico doveva fare uno sforzo enorme per abbandonare queste credenze, e accettare l’idea che le malattie fossero provocate da piccole creature viventi che invadevano gli organismi piuttosto che da sostanze nocive provenienti dall’esterno.
Crawford D. “Il nemico invisibile - storia dei virus”, Raffaello Cortina Editore, pag. 21

Il vaiolo si spostò verso nuovi territori insieme a commercianti, eserciti e colonizzatori, approfittando delle popolazioni vergini che potevano essere infettate

Nel dodicesimo secolo il vaiolo era già ampiamente presente in buona parte dell’Europa, in Asia e in Nord Africa. La malattia si presentava sotto forma di epidemie periodiche particolarmente virulente, che nelle città uccidevano una persona su tre, causando nella sola Europa più di 400.000 decessi all’anno.
Tra il quindicesimo e il diciottesimo secolo il vaiolo era stato portato dai primi colonizzatori e invasori nelle Americhe, in tutta l’Africa, in Australia e in Nuova Zelanda. Le popolazioni indigene di questi territori furono colpite con particolare durezza, perché non erano minimamente resistenti al virus. In alcune aree la malattia uccise fino al 50 per cento della popolazione influenzando in modo significativo gli eventi storici. La sconfitta degli Aztechi da parte degli invasori spagnoli èa questo proposito un episodio particolarmente significativo. Al momento in cui invase il Messico nel 1520, Hernàn Cortés aveva meno di seicento soldati, e stava per subire una sonora sconfitta, quando venne raggiunto dai soccorsi, un piccolo gruppo di uomini, alcuni dei quali avevano in incubazione il vaiolo. La malattia era nuova per gli Aztechi, che la contrassero quasi tutti: un terzo della popolazione morì, consentendo così a Cortés una facile vittoria.

Possiamo raccontare storie simili a proposito di altri virus, meno aggressivi. Alcuni, come il virus dell’influenza e quello del morbillo, non provocano malattie letali nelle popolazioni che ne sono abitualmente colpite, ma possono essere devastanti se introdotti in una comunità per la prima volta. Epidemie ricorrenti di morbillo hanno avuto un ruolo fondamentale nell’estinzione degli indigeni delle più remote isole della Terra del Fuoco, allargo della punta estrema dell’America del sud, dove due missionari scozzesi, Thomas e Mary Bridges, avevano stabilito il loro avamposto nel 1871. Con una delle navi che portavano rifornimenti arrivò una malattia misteriosa, che i medici diagnosticarono inizialmente come polmonite tifoide, mentre Mary Bridges e le altre donne della missione non ci misero molto a capire che si trattava di morbillo. La popolaZione indigena subì gravi perdite: addirittura metà delle persone che avevano contratto l’infezione morì, mentre i bambini europei si ammalarono solo in forma lieve e gli adulti, che avevano già avuto il morbillo durante l’infanzia, non si ammalarono affatto.
Nel suo libro Uttermost Part of the Earth (All’estremità della Terra) il figlio di Thomas e Mary, E. Lucas Bridges, ci fornisce un resoconto diretto degli effetti dell’epidemia sulle tribù Yahgan:
Gli indigeni contrassero la febbre uno dopo l’altro. In pochi giorni cominciarono a morire a una velocità tale che era imPossibile scavare le tombe abbastanza in fretta. Nelle zone più remote i cadaveri venivano semplicemente lasciati fuori dai wigwam, oppure trasportati o trascinati nella boscaglia quando gli altri occupanti della capanna avevano la forza di farlo.
Il padre di Lucas lavorava giorno e notte per seppellire i morti. Ricordo che andava via ogni giorno, la domenica come i giorni lavorativi, portando in spalla pala e piccone, e tornava a tarda notte completamente esausto. In un insediamento poco distante dal villaggio trovò i componenti di un’intera famiglia, tutti morti a eccezione di un neonato che portò a casa.

Lucas descrive anche le disastrose conseguenze dell’epidemia:
È incredibile che una malattia dell’infanzia, che nei paesi civili è contagiosa ma quasi mai mortale, sia in grado di spazzare via metà della popolazione di una regione, lasciando i sopravvissuti così indeboliti che una metà di loro sono morti nel corso dei due anni successivi, apparentemente per i postumi del morbo.
Lucas prosegue ipotizzando, correttamente, il motivo per cui l’infezione ha conseguenze così differenti su persone di razze diverse.

"È probabile che i nostri antenati abbiano sofferto per generazioni di periodiche epidemie di morbillo, e che noi di conseguenza abbiamo raggiunto un certo grado di immunità nei confronti della malattia. Gli Yahgan, al contrario, sebbene siano incredibilmente forti e in grado di resistere al freddo e a ogni genere di avversità, e di guarire quasi miracolosamente da gravi ferite, non hanno mai dovuto affrontare questo male, e mancano dell’energia necessaria a resistergli [...]. Non c e molto da meravigliarsi che i medici non siano riusciti a riconoscere la malattia, quando è comparsa in forma così virulenta."

È interessante notare che Lucas aggiunge:
"
Vale la pena di sottolineare che gli otto o nove mezzosangue che risiedono nel nostro distretto, anche se conducono lo stesso stile di vita dei loro familiari indiani, sono tutti sopravvissuti a entrambe le epidemie e sono tornati in piena salute. Non c’è dubbio che essi abbiano ereditato dai loro padri il potere di contrastare questa febbre così devastante.
Diverse di queste epidemie hanno colpito le isole, e i Bridges si sono resi conto — come facciamo noi oggi — che l’infezione era una delle principali cause di morte tra i nativi della Terra del Fuoco. Il fratello di Lucas Bridges, Will, visitò la tribù Ona nel 1924, nel momento in cui la “pestilenza” fu portata lì per la prima volta da una famiglia di bianchi:
Quando Will E. capì di che cosa si trattava, consigliò agli Ona di cercare di salvarsi disperdendosi e nascondendosi nelle foreste come facevano un tempo, eliminando ogni forma di comunicazione con i loro simili. I pochi che seguirono questo saggio consiglio sfuggirono alla prima epidemia, solo per cadere vittime della seconda, che colpì la regione cinque anni più tardi, nel 1929."

EPIDEMIE E PANDEMIE

Si definisce “epidemia” un insolito aumento nel numero di casi di un’infezione all’interno di una comunità, mentre una “pandemia” è un’epidemia che si diffonde in tutto il mondo coinvolgendo al tempo stesso diversi continenti. Sono queste le calamità che minacciano la nostra esistenza fin dai tempi più remoti. Ma solo recentemente siamo riusciti a capire perché simili eventi travolgano una comunità a intervalli regolari, per poi sparire. La scoperta risale a una celebre epidemia di morbillo, che nel 1846 colpì la comunità isolata che viveva alle Faroer. Il morbillo aveva risparmiato quelle isole da 65 anni, quando arrivò un carpentiere, proveniente dalla Danimarca che otto giorni prima aveva fatto visita a un amico malato. L’uomo a sua volta si ammalò, e nei successivi sei mesi contrassero il morbillo anche 6000 dei 7782 isolani. Un giovane medico del servizio sanitario danese, Peter Panum, venne inviato sull’isola per studiare l’epidemia.
Panum scoprì che nessuno degli anziani che avevano avuto il morbillo nella precedente epidemia, risalente al 1781, aveva contratto la malattia, e ne inferì che l’immunità generata dall’infezione naturale dura tutta la vita. Controllando attentamente con chi erano entrati in contatto i suoi pazienti, scoprì poi che il morbillo è infettivo solo quando appaiono le prime eruzioni cutanee e che il periodo di incubazione dura 13-14 giorni. Le osservazioni di Panum furono le prime a chiarire l’andamento delle infezioni che colpivano i bambini, a spiegare cioè perché non solo il morbillo, ma anche gli orecchioni, la varicella e la rosolia di solito colpissero proprio loro, e perché l’infezione apparisse a intervalli regolari all’interno di una determinata comunità. Finché non vennero fermati dal programma di immunizzazione, questi virus colpirono la Gran Bretagna ogni due anni, e anche se poteva succedere che i bambini delle comunità rurali isolate non fossero contagiati, la maggior parte dei bambini che vivevano in città contraeva queste malattie prima di aver raggiunto i tre anni di età.

INFLUENZA

L’influenza è meno prevedibile e più diffusa delle infezioni che colpiscono abitualmente i bambini. Anche se ogni inverno si verificano molti episodi di influenza, le epidemie vere e proprie si manifestano solo ogni 8-10 anni. In questi casi, di solito, nel Regno Unito contrae l’infezione una persona su dieci, e circa 25.000 muoiono. L’ultima epidemia di influenza in Gran Bretagna si è verificata nel 1989, con 600.000 casi e 26.000 morti.
Le pandemie di influenza appaiono a intervalli più ampi, e sono molto più devastanti. Nel corso del Novecento ce ne sono state tre — nel 1918, nel 1957 e nel 1968 — e ogni volta il virus si è diffuso in tutto il mondo come un maremoto. Ciò è potuto succedere solo perché nessuno — neanche quelli che erano stati contagiati dalle precedenti pandemie — era immunizzato.

Il termine “influenza” è stato coniato dagli italiani nel quindicesimo secolo, per esprimere l’idea che la malattia fosse causata da malefici “influssi” soprannaturali. Una delle prime pandemie di influenza su cui abbiamo documenti scritti risale al 1562, quando la malattia venne ribattezzata “la novella conoscenza”. Scrivendo a Sir W. Cecil a Londra dalla corte di Maria Stuarda a Edimburgo, Randolph raccontava:
Si tratta di una malattia che colpisce nella testa, e produce dolori allo stomaco e una forte tosse, che in alcuni dura a lungo, in altri meno, a seconda che i loro organismi siano adeguati alla natura della malattia.

È l’eccezionale capacità del virus di modificare la propria struttura genetica a fare sì che ci siano frequenti epidemie, intervallate da pandemie meno frequenti ma più devastanti. Il materiale genetico di questo virus muta spesso, e quindi i virus che circolano in una comunità cambiano la loro struttura proteica due o tre volte all’anno. Il fenomeno è definito “deriva antigenica”, perché il virus si allontana lentamente dal proprio ceppo di provenienza, e al tempo stesso dall’immunità sviluppata dai nostri organismi nel corso delle precedenti esposizioni. A un certo punto il virus alterato si differenzia dall’originale a un livello tale da infettare le persone che erano già immunizzate nei confronti del suo progenitore; è allora che scoppia una nuova epidemia.

Dato che le proteine HA e NA sono di fondamentale importanza nel processo di immunizzazione contro l’influenza, i virus vengono definiti sulla base del tipo di proteine che trasportano. Il virus che provocò l’influenza “spagnola” nel 1918 fu retrospettivamente definito H1N1. Tale virus continuò a circolare subendo solo derive marginali fino al 1957, quando comparve l’N2N2, la cosiddetta “asiatica”, che a sua volta nel 1968 fu rimpiazzata dall’H3N2, la “Hong Kong”, mentre nel 1976-1977 riapparve l’H1N1. Ciascuna di queste modifiche radicali coincise con una pandemia.

I ricercatori cominciarono a occuparsi dell’influenza fin dal 1901, molto prima che i virus fossero individuati o descritti. Eugenio Centanni, un italiano che lavorava a Ferrara, scoprì che la “peste dei polli” (una malattia letale simile all’influenza che colpisce il pollame devastandone regolarmente gli allevamenti) era causata da un agente filtrabile. Centanni ricostruì minuziosamente il percorso dell’epidemia che allora infuriava, mentre si spostava attraverso l’Italia, e superava le Alpi per arrivare in Austria e di lì in Germania. E scoprì che il colpevole era un commerciante di pollame ambulante che portava con sé degli animali malati. Nell’estate del 1901 questo sfortunato ambulante approdò alla fiera del pollame di Brunswick, provocandone la chiusura anticipata e facendo tornare a casa in gran fretta tutti i partecipanti, con i loro animali appena infettati che in questo modo contribuirono a diffondere ulteriormente l’infezione.

Nonostante queste osservazioni, la reale identità del virus non fu scoperta che nel 1955 quando Werner Shafer, che lavorava al Max Planck Institut fùr Virusforschung di Tubinga in Germania, scoprì che si trattava del virus dell’influenza aviaria, parente stretto del virus che colpisce la nostra specie. Shafer ipotizzò ciò che più avanti divenne una certezza, ossia il fatto che in determinate condizioni i virus dell’influenza che colpiscono specie diverse possano subire un processo di scambio o riassortimento generico che consente loro di infettare un’altra specie ospite, e che “in questo modo un nuovo agente dell’influenza [umana] potrebbe svilupparsi dalla malattia degli uccelli, e viceversa.
Il materiale genetico che compone il virus dell’influenza è segmentato in otto geni diversi, così che quando due ceppi differenti del virus infettano la stessa cellula i nuovi virus possono contenere una combinazione dei geni dei due virus originari. Molti virus creati da questo cosiddetto riassortimento di geni non troveranno un ospite adatto da infettare, o non saranno sufficientemente diversi dai loro progenitori da causare problemi. Ma se il riassortimento coinvolgerà i geni delle proteine HA o NA, allora i virus che ne risultano potrebbero essere abbastanza diversi dal ceppo in circolazione da riuscire ad aggirare l’immunità dell’ospite. In questo caso il nuovo virus disporrà di un vantaggio selettivo rispetto ai propri simili e si diffonderà in breve tempo, essendo potenzialmente in grado di provocare anche una pandemia. Il riassortimento generico può verificarsi tra due virus dell’influenza umana che hanno infettato la stessa cellula, e può essere provocato artificialmente in laboratorio. Può anche avvenire negli uccelli o in mammiferi come i maiali, con possibilità di riassortimento tra geni dell’influenza umana e di quella aviaria o suina. Questi animali funzionano come serbatoi di virus di ceppi diversi, uno dei quali di tanto in tanto riesce a intrufolarsi nella popolazione umana e a provocare una pandemia.

Nuovi ceppi di influenza arrivano dall’estremo oriente più frequentemente di quanto potrebbe accadere per puro caso. Sia le pandemie del 1957 (asiatica) che quella del 1968 (Hong Kong) hanno avuto questa origine, così come i ceppi Beijing (Pechino), Shangdong, Wuhan e Singapore. La teoria più plausibile per spiegare questo enigma geografico indica come epicentro dell’infezione le zone rurali della Cina meridionale, il luogo al mondo in cui ci sono più maiali, esseri umani e uccelli acquatici (soprattutto anatre) che vivono in stretto contatto tra loro.
Perché un virus che ha subito uno shift genetico infetti l’uomo di solito è necessario che si verifichi una triangolazione uccello-maiale-uomo. Gli uccelli acquatici sono i serbatoi principali dei virus dell’influenza, che per loro è praticamente innocuo. In questi animali è possibile trovare tutti i quindici tipi di HA e i nove tipi di NA, in tutte le combinazioni possibili. Sono loro, dunque, a funzionare da melting pot, riunendo nei loro organismi un gran numero di ceppi diversi, che vengono poi abbondantemente espulsi con i loro escrementi. Ma solo i virus contenenti alcuni specifici ceppi di HA possono infettare direttamente le cellule umane. Perché i virus provenienti dagli uccelli, riassortiti, si diffondano efficacemente tra gli umani è dunque necessaria la presenza di un ospite intermedio. Ed è qui che entrano in gioco i maiali, che sono altamente vulnerabili sia ai virus influenzali umani sia a quelli degli uccelli.
Crawford D. “Il nemico invisibile - storia dei virus”, Raffaello Cortina Editore, pag. 104

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