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I luogotenenti di Garibaldi e il vestito che indossò per la Camera

Cavour sa che Garibaldi è infuriato. Lo sa e lo dice al Nigra usando così coloriti termini: « Garibaldi est comme un curi sorti de sa tanière à la recherche d’une proie à divorer ». E Cavour sa che la preda da sbranare non era certo né il Fanti, né il Cialdini, nè tanto meno il La Marmora, ma era lui, il quale gli ha portato via quasi tutti i suoi luogotenenti. Tiirr è da tempo in segreta corrispondenza con il Cavour che gli ha promesso d’inserirlo nei quadri dell’esercito regolare, e Garibaldi lo sa. Sirtori, l’ex prete che non ride mai, Cosenz, il tecnico delle battaglie, Bixio, l’audace, aspirano tutti ad inserirsi nell’esercito regolare, e Garibaldi lo sa. Medici, l’allievo ed amico di Mazzini, si è già staccato, è ormai sempre dalla parte dell’obbedienza, ed è per questo che avrà il grado di generale di divisione e il titolo di Marchese del Vascello.

Insomma, il Cavour gli ha portato via tutto. Per questo Garibaldi non ne vuole sentire neanche il nome. Ed il momento di sbranarlo è venuto. È venuto quel 18 aprile 1861 quando entra (e non portava certo ramo d’olivo, ma la durlindana di Calatafimi) nell’aula della Camera dei Deputati, a Palazzo Carignano, ove si discute l’interpellanza presentata da Bettino Ricasoli sul problema del suo esercito, dell’esercito meridionale.

Noi non ci soffermeremo su tutti i particolari di quella seduta, ma non ci limiteremo neanche a dire solamente, come in molti libri di storia, che quella fu «una violenta scena parlamentare che renderà per sempre memorabile la tempestosa seduta ». Vogliamo e dobbiamo dirne di più, poiché non è solamente un duello, meglio l’epilogo del duello, fra Garibaldi e Cavour, ma un colloquio violento fra due Italie profondamente diverse. E gran disgrazia fu, per quel che concerne l’esercito nazionale nascente, che il Fanti, uomo d’arme capacissimo, stretto ed attaccato dal conservatore La Marmora e dal progressista Garibaldi, non sia riuscito, non già a portare a termine il suo lavoro, quanto ad unire, come certo avrebbe saputo fare, il buono di quelle due Itallie.

E che fossero due Italie, e profondamente diverse, appare anche dall’esteriore.

Notate come Garibaldi si presenta alla seduta della Camera: camicia rossa, poncio grigio, calzoni turchini con banda verde e berretto piatto, tondo, con tanti ricamini di pessimo gusto. E meditate su queste parole che gli indirizzò il Cialdini: « Ella, ignorando gli usi correnti del vivere civile, si è presentato alla Camera con uno strano costume ». Deliberatamente dimentica che quella è la « divisa » del Condottiero dei garibaldini, o, comunque, quella che Garibaldi ha sempre indossato sui campi di battaglia. Ma, il Cialdini, non riconosce più il « generale » in Garibaldi, né la qualifica di « soldati » ai garibaldini. Dirà, infatti, che i successi dei suoi « miliziani » nel sud erano stati ridicolmente esagerati e che sul Volturno il suo esercito era stato salvato dall’annientamento dall’Armata del Re.

De Biase Carlo, “L’aquila d’oro”, Edizioni del Borghese, pag. 35

Cialdini e La questione del Capo di Stato Maggiore

Dirà Cialdini qualche anno dopo Custoza: « Non s’inizia una grave campagna come quella del 1866, resa più difficile e complicata dalla separazione dell’esercito in due grandi corpi, l’uno sul Mincio, l’altro sul Po, senza dare ordini scritti ed istruzioni positive, precise e chianissime. Non si regge il comando di un’Armata nè si dirigono le sorti di una campagna col mezzo di concerti verbali ... »

Ma viene spontanea la domanda: perché quelle istruzioni ritenute tanto necessarie non le ha richieste egli stesso al generale La Marmora? E, vorremmo aggiungere ancora, avrebbe il Cialdini obbedito se avesse avuto istruzioni « positive, precise e chiarissime »?

Ne dubitiamo. E il dubbio diventa certezza se teniamo in dovuto conto questo giudizio che del Cialdini dà il Luzio: « Chiunque freddamente esamini le lettere dirette dal Cialdini al La Marmora dovrà convenire che non poteva darsi carattere più scontroso e spinoso di quello del Cialdini: individualità più ingombrante ed altezzosa, più invasa da pronunciata megalomania, più refrattaria alla disciplina. Il suo ‘io’ era al centro dell’universo; dinanzi a lui, alle sue convenienze, ai suoi umori, tutto doveva passare in sott’ordine, inchinarsi i Ministri, il Re stesso!

Il Cialdini soleva dire: sono il Duca di Gaeta più per mio valore che per volere del Re! E si beava del suo titolo. Titolo altisonante per una non eccessiva gloriosa impresa militare: la presa di Gaeta, conquistata non con l’assalto, ma per fame, per i bombardamenti da terra e da mare e, soprattutto, per il colera che fece strage fra gli assediati. Garibaldi lo chiamava, per questo, il « duca cacciator d’agguati ». E stava veramente in agguato, in quei giorni, il Cialdini, per evitare che il Della Rocca o il Petitti diventassero Capo di Stato Maggiore.

La questione del Capo di Stato Maggiore di un esercito che entra in guerra non è cosa semplice. Dice il Pollio che il generale che ricopre la carica di Capo di Stato Maggiore non soltanto deve essere superiore agli altri ma dev’essere « ritenuto » superiore agli altri anche da coloro che, di pari grado, debbono poi obbedire agli ordini.

Di pari grado, nel 1866 (escluso il generale Durando che non ambiva certo a dirigere la guerra, anche perché « l’infelice esito dei fatti d’ai-me nel 1848 e 1849, gli avevano procurato nella opinione dell’esercito quel certo nome di generale poco fortunato che pei militari suoi essere di funesto presagio »), v’erano ben tre generali che ambivano a quella carica: La Marmora, Cialdini e Della Rocca, senza contare il desiderio di Vittorio Emanuele Il che avrebbe voluto come Capo di Stato Maggiore il generale Petitti per poter così dirigere lui la guerra effettivamente e non di nome.

Il Pollio, in quei magistrale studio edito dall’Ufficio Storico del Corpo di Stato Maggiore, su Custoza, onestamente dice: « Qualunque soluzione fra queste quattro sarebbe stata certamente preferibile, o almeno non sarebbe stata peggiore, a quella che fu poi messa in vigore ». E la soluzione messa in atto fu quella di nominare il La Marmora comandante dell’Armata del Mincio e Capo di Stato Maggiore. Soluzione che, fra l’altro, non era per nulla gradita a Vittorio Emanuele Il.

Nel suo proclama all’esercito lo aveva chiaramente indicato: « Voglio essere il primo soldato dell’indipendenza italiana ». E, « primo soldato », stava per comandante supremo; perché di fatto e non di nome avrebbe voluto assumere il comando dell’esercito e la direzione della guerra, coadiuvato, come abbiamo detto, da un Capo di Stato Maggiore. E a questa carica avrebbe voluto il Petitti, generale a lui carissimo ed intimo del La Marmora.

De Biase Carlo, “L’aquila d’oro”, Edizioni del Borghese, pag. 51

Artiglierie che non si possono sbarcare

Il colonnello Tancredi Saletta, piemontese, con un piccolo Corpo di spedizione s’imbarcò a Messina il 19 gennaio 1883. Al Saletta era stato ordinato dallo Stato Maggiore di sbarcare ad Assab, però lo avvertiva « non essere fuori d’ogni probabilità che cammin facendo per Assab la sua missione non avesse a cambiare obiettivo ».

Dopo una lunga navigazione funestata da diversi incidenti (fra l’altro la corazzata di scorta Principe Amedeo s’incagliò a Porto Said) il Saletta ebbe l’ordine di sbarcare non più ad Assab, ma a Massaua. Non era un ordine tanto gradito poiché non soltanto non possedeva, il Saletta, nessuna carta topografica della zona, ma aveva avuto notizia dallo Stato Maggiore stesso che « risultava che gli egiziani avessero eretto a Massaua dei forti armati di cannoni Krupp », pertanto « sbarcando colà tenesse le artiglierie pronte e alla mano ».

E qui lasciamo parlare il Saletta stesso perché èbene che sia il primo ufficiale avviato in colonia a mccontarci la prima scena del grande dramma coloniale italiano: « Conoscendo io ora soltanto la decisione definitiva presa dal nostro Governo di occupare Massaua, mi importava di avere le mie artiglierie alla mano. Pregai per ciò il comandante Delibero del Gottardo di trar profitto dalla nostra sosta a Suakim per estrarle dalla stiva. Il comandante vi mise la massima buona volontà e fu presto ipiziato il lavoro; ma dopo poco tempo egli venne costernato da me per dirmi che facevamo un lavoro inutile, poiché per estrarre le seicento e più tonnellate di carico che pesavano sulle artiglierie sarebbero occorsi più di dieci giorni coi mezzi che si avevano a disposizione ».

Le artiglierie erano quindi temporaneamente mutiIizzate per la leggerezza con le quali erano state stivate, ma in compenso lo Stato Maggiore con minuziosa precisione aveva inviato al Saletta questa determinazione ministeriale: «Si dispone che gli ufficiali abbiano a sbarcare con l’uniforme di marcia: elmo completo, cravatta di tessuto bianco, giubba e pantaloni in tela color bianca, sciabola e sciarpa. È fatta facoltà agli ufficiali di sostituire al cotone la tela o la flanella bianca. La giubba sarà ad un sol petto da abbottonarsi nel mezzo, col colletto diritto, senza mostreggiature e con piccoli taschini sul davanti col bottoncino centrale all’altezza del terzo bottone. In tutte le altre parti la foggia della giubba sarà identica a quella prescritta per le varie armi dell’uniforme di panno conservandone le stellette, i bottoni e i distintivi di grado. Affine di agevolare il distacco di questi ultimi ed il loro successivo riadattamento alla giubba, ogni qualvolta occorra procedere alla sua lavatuma, essi verranno per intero cuciti prima sul panno blu scuro e quindi sulle maniche della giubba stessa ».

Le artiglierie non erano « pronte e alla mano », ma la massima dei generali « piemontesi »: « La disciplina militare si vede e s’infonde attraverso il lucido dei bottoni », era rispettata. Fortuna, però, che non ci fu bisogno di sparare quel 25 febbraio 1883, alle ore 15, quando i mille bersaglieri di Saletta, sbarcati a Massaua, occuparono l’immediato territorio circostante, ponendolo sotto la sovranità italiana.

Che dovesse fare, dopo aver occupato Massaua e dintorni, il Saletta non soltanto non lo sapeva lui, ma neanche chi lo aveva spedito in Africa. Il Mancini, infatti, d’accordo con il Ministro della Guerra, gli aveva dato un ordine rimasto celebre nella storia militare per la sua bestiale incongruenza. Aveva ordinato al Saletta di « sbarcare a Massaua » e « potendo, fare una piccola puntata a Kartum ».

Fortuna che c’era quel « potendo »! Per intenderci, il Saletta con una piccola parte del suo altrettanto piccolo esercito, che indossava, a differenza degli ufficiali, pesanti tuniche invernali e aveva come copricapo il chepì, avrebbe dovuto percorrere milletrecento chilometri di deserto e savana africana e guadare un fiume della portata del Nilo senza possibilità logistiche, senza carte topografiche e, soprattutto, senza alcun mezzo di trasporto per portare le munizioni, i viveri e l’acqua.

Il Saletta limitò la sua marcia a pochi chilometri occupando i forti di Otumlo e Moncullo. Operazioni che lo Stato Maggiore esalta nelle sue relazioni per i grandi pericoli e le incognite superate, dimenticando o non sapendo che il cappellano militare del Corpo di spedizione, ex sergente dei bersaglieri e volontario garibaldino, il sacerdote Luigi D’Isengard, con ingenua ed onesta semplicità così ce le racconta: « Al tramonto del sole era succeduta l’oscurità della notte perché laggiù non vi sono crepuscoli. La voce di un caporale si mise a cantare:

Addio, mia bella addio!

L’Armata se ne va

« Gli altri tacevano. Quand’ecco in lontananza una voce inaspettata, la voce della Patria in mezzo al deserto:

E se non partissi anch’io Sarebbe una viltà.

« Il battaglione si ferma incantato, e un uomo si avanza. Era un ex bersagliere piemontese, un certo Cantatore, che dopo la campagna del 1866 passato in Abissinia vi si era ammogliato, e dopo molte peripezie aveva aperta una piccola osteria nelle vicinanze di Otumlo mettendosi a coltivare erbaggi e legumi »‘

Insomma, il Cantatore aveva già occupato il forte di Otumlo per conto suo. E sarà proprio l’ex bersagliere di Custoza a dare al Saletta e al suo Stato Maggiore le prime indicazioni sul terreno, i primi suggerimenti sul modo di vivere in Africa e a correggere le non lievi inesattezze che avevano le carte topograllche regalate al Saletta dal colonnello dell’esercito egiziano Izzet Bey.

De Biase Carlo, “L’aquila d’oro”, Edizioni del Borghese, pag. 147

Dogali, reazioni contrastanti

Il Paese ebbe, alla notizia di Dogali, reazioni contrastanti. Lo Stato Maggiore, ligio alla regola di sempre, che la « storia mitologica e patriottarda » salva l’autorità dei militari e, soprattutto, ne copre le responsabilità e le fa dimenticare, diede la più ampia diffusione al rapporto fatto al generale Gené dal capitano Tanturri. Questi, dopo aver descritto, anche attraverso le notizie dategli da un pastore assaortino, la battaglia di Dogali con stile da centone romanzesco in cui confluiscono i ricordi delle più viete oleografie risorgimentali e le reminiscenze delle più favolose battaglie della storia, terminava la sua prosa con queste parole: « Dietro la cresta del monticello superiore vidi l’immensa catastrofe. Tutti giacevano in ordine come fossero allineati! »

Allineati? Allineati, dopo un combattimento in ordine sparso e dopo una mischia selvaggia? « Non si ripeta più quella frase che fa venire i brividi ... a parte il più elementare buon senso, che dovrebbe far capire come non sia possibile trovare i morti allineati, dopo un combattimento corpo a corpo, nel quale i nostri si sono difesi con valore disperato ... »

Salvò dal ridicolo e dalla polemica lo Stato Maggiore, Alfredo Oriani, il quale con una prosa incandescente, dopo aver descritto la « leggenda di Dogali », respinse con sdegno le polemiche sulla parola « allineati ». Salvataggio, forse, inutile in quanto l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore, ancora dopo ventotto anni dal fatto d’armi, nel 1935, confermò la versione dei « morti tutti allineati ».»

Allineati o no, sui caduti di Dogali e sull’episodio del combattimento si scatenarono le polemiche più furiose da quando l’Italia era unita, sicché il Paese ebbe reazioni contrastanti, come abbiamo detto. Chi parlava di « vendetta », di « rivincita alla Custoza africana », di « guerra ad oltranza », di « impiccagione del Negus ». Ci furono molti che proposero di costituire immediatamente un « Corpo di Volontari con la camicia rossa », ma, dice il De Zerbi, « sorse in buon punto la voce di diniego di quelli che per eredità di nome e di gloria sono chiamati a custodire intatta la memoria di Garibaldi ». Altri proposero, con pubbliche manifestazioni, il ritiro immediato delle truppe e l’abbandono di Massaua.

De Biase Carlo, “L’aquila d’oro”, Edizioni del Borghese, pag. 151

Cause della sconfitta di Adua

Non è nostro compito ricostruire la battaglia. In proposito esiste una vasta letteratura, dove tutto èstato detto e contraddetto, soppesato, vagliato, analizzato. Ma come sempre avviene nel nostro Paese, nonostante ciò, nonostante il processo penale fatto al Bar ratieri, la verità ufficiale è venuta fuori un po’ troppo fumosa. Sicché chi ha imputato la sconfitta agli ordini d’operazione dati dal Baratieri in modo non corretto; chi alla cattiva esecuzione degli ordini corretti del Baratieri da parte dei singoli comandanti di brigata; chi ad un colpo di testa del Baratieri, scosso dalla notizia di essere già stato sostituito dal generale Baldissera; chi alla disobbedienza dei generali Mbertone e Dabormida e, peggio, al loro segreto accordo d’esautorare il Baratieri; chi alla composizione delle brigate fatte con elementi raccogliticci anziché con reggimenti organici;  chi alle carenze e agli errori delle carte topografiche, sicché tutti o quasi i comandanti di colonna sbagliarono itinerari e posizioni; chi negli imprevisti e nei contrattempi; chi nell’eccessivo impulso offensivo del generale Albertone che si proiettò al di là delle posizioni assegnategli; chi nella marcia strana ed « enigmatica», dirà il Baratieri, della colonna Dabormida; chi nella deficienza delle informazioni sul nemico; chi nell’angustia delle vettovaglie; chi nella mancanza della sorpresa.

Scrive G. Menarini, in Rivista Militare Italiana, luglio 1896 « Le truppe erano composte da troppi spostati, da parecchi scarti di cui i reggimenti d’Italia s’erano liberati avviandoli al Corpo d’operazione ... Com’era naturale, l’influenza di questi vari tipi di soldato, gravava sulla massa più o meno fortemente a seconda delle condizioni del momento e delle conseguenti variazioni del morale».

Scrive Aldo Valori: « Si esamini la cartina che il Comando distribuì agli Ufficiali prima di ordinare la notturna avanzata del 29 febbraio e un brivido di raccapriccio misto ad un senso di incommensurabile stupore ci percorrerà le vene. Un’intera serie di colossali alture è semplicemente soppressa, il corso dei torrenti profondamente alterato, i passi montani collocati a fantasia, le strade portate più a destra o più a sinistra, in un intreccio arbitrario... ».

Scrive Enrico Caviglia: « Non ho mai potuto rendermi esatto conto della sua azione ad Adua. Non potevo attribuirla ad errore, per la stima che avevo dell’uomo ... Penso che egli veramente abbia creduto di rompere le truppe di Menelik per sorpresa nel campo addormentato ... Anche una frase ripetuta più volte dal colonnello Valenzano, dopo la battaglia, mi mantiene in questa opinione: ad Albertone tocca la Medaglia d’Oro al Valor Militare e la fucilazione nel petto. »

De Biase Carlo, “L’aquila d’oro”, Edizioni del Borghese, pag. 179

Le scuse di Baratieri per Adua

Il comandante supremo, il Baratieri, invece, ai quale lo Stato Maggiore riconosce « prudenza cosciente » non la dimostrò allorquando, dopo la tragedia, si comportò così come si comportarono e si comporteranno, purtroppo, altri generali, supremi comandanti, ugualmente dotati di « prudenza cosciente »: telegrafò a Roma: la vigliaccheria dei soldati è la vera causa della sconfitta. E al telegramma farà seguito un lungo rapporto dal quale stralciamo queste notazioni:

« Sebbene il fuoco nemico fosse assai poco efficace, sebbene le posizioni nostre fossero buone e dominanti, le truppe si lasciarono subito impressionare da gruppi nemici, che profittando di angoli morti si riunivano e cercavano di aggirarci. Un gruppo di questi, che si era annidato sul monte, indusse a un rapido ripiegamento due battaglioni di bersaglieri, mentre anche i battaglioni alpini della riserva non erano più in grado di opporre resistenza e venivano travolti dai fuggiaschi. Allora non valse nessun ritegno. Invano gli ufficiali cercavano di trattenere i soldati su qualcuna delle successive posizioni, perché i nemici irrompenti e pochi cavalieri scioani scorrazzanti in basso bastavano a travolgere tutto.

« I soldati come pazzi gittavano fucili e munizioni...»

Davanti al Tribunale Speciale Militare il Baratieri, forse per non aggravare la sua posizione, non ebbe il coraggio di sostenere le accuse contro i suoi soldati, anzi, le sconfessò con queste altre parole: « Fu la ritirata non il combattimento che lasciò così dolorosa impressione. Nel combattimento tutti fecero il loro dovere e molti caddero gloriosamente col nome d’Italia sulle labbra e nel cuore...»

De Biase Carlo, “L’aquila d’oro”, Edizioni del Borghese, pag. 181

Tripoli: canzone falsa e pericolosa

Sai dove s’annida più florido il suol?

Sai dove sorrida più magico il sol?

Sul mar che ci lega coll’Africa d’or,

La stella d’Italia ci addita un tesor.

Tripoli, bel suol d’amore ...

In verità quando nacque questa canzone, portata al successo dalla bellissima chanteuse Gea della Garisenda, poi moglie discreta e serena dell’industriale Borsalino, il popolo nostro, pur ammirando questo primo e fortunato binomio di fascino femminile e patriottismo, non sapeva certo dove s’annidasse tanta grazia di Dio, né si preoccupava di saperlo. E non sembri strano perché, fino ad allora, della Tripolitania nessuno s’era preoccupato di saper ciò che avrebbe dovuto sapere, compreso lo Stato Maggiore.

L’Inno a Tripoli. Le parole furono scritte dal giornalista Giovanni Corvetto del quotidiano La Stampa e la musica da Colombino Arona.

De Biase Carlo, “L’aquila d’oro”, Edizioni del Borghese, pag. 223

Falsità sulla conquista italiana della Libia

E quanto più facile se ne illustra la conquista tanto più importante se ne ritiene il possesso per le immense ricchezze esistenti. Il deputato De Marinis, quello che sentiva le voci delle Sirene della Sirte, assicura che « la Tripolitania ha importanti miniere di zolfo ». Gualtiero Castellini alla domanda: cosa vale la Tripolitania?, risponde con queste precise affermazioni:

« La Cirenaica, l’antica Pentapoli, la terra di Apollonia, di Tolemaide, di Berenice, deve la sua fortuna al fatto che non è separata dal mare da una zona simile alla Gefara di Tripoli: è tutta un florido altipiano, nominato in alcuni punti la ‘montagna verde... è la Cirenaica un piccolo Eden. Risalendo agli antichi mi è caro ricordare che Erodoto avvertiva che ben tre stagioni feconde allietassero annualmente quella terra ... La ricchezza della flora è fantastica ... L’altipiano della Cirenaica, l’antico orto delle Esperidi, è un solo frutteto. L’industria mineraria non è tenuta in conto; soltanto le saline, male lavorate, fruttano al Governo quasi un milione di franchi. Eppure miniere di zolfo, di fosfati, di minerali preziosi e perfino di diamanti si potrebbero esplorare nell’interno della regione, e facile sarebbe la raccolta della gomma ...

Giuseppe Bevione completa questa visione estatica di così bella terra promessa aggiungendo: «L’oasi attorno a Tripoli vi ha creato ville e giardini, e ne ha fatto un piccolo paradiso. É la Mescilia. Da dieci giorni io la vado battendo a piedi, in carrozza, a dorso d’asino, a cavallo. La conosco ora palmo a palmo, in tutte le piaghe verdi e fonte del manto principesco che la ricopre. La palma da datteri è l’albero padre della floridezza nordafricana. La sua ombra copiosa permette al cereale di nascere e fruttiflcare. L’oasi di Tripoli, dicono, possiede due milioni di palme. Non so se la cifra sia esatta».

Non sarà esatta, perché Giuseppe Piazza della Tribuna c’informerà che le palme nell’oasi di Tripoli sono due milioni e mezzo e che l’ulivo vi cresce spontaneo e non curato e « produce annualmente sessantamila quintali di olive ».

Soltanto voci sporadiche ma oneste ed informate tenteranno di ricondurre l’opinione pubblica ad una visione più reale e pacata delle cose. Fra queste, per la sua onestà, spicca quella di Giuseppe Prezzolini che ricorderà, fra l’altro, l’inchiesta promossa dalla Jewish Territorial Organisation, diretta dal geologo inglese Gregory, per l’eventuale possibilità d’installare in Tripolitania una colonia ebraica. Inchiesta che si era conclusa molto poco positivamente. Domanda Prezzolini:

«Che titoli possono contrapporre i Bevione, i Piazza, i Castellini ed Enrico Corradini ... e se non titoli, che pratica, che esperienza, che dottrina, in questioni di geologia, idraulica, colonizzazione, botanica? Ed in mancanza di questo, possono essi competere, essi che non hanno toccato se non due porti della Cirenaica, con una Commissione che oltre i porti ha accuratamente visitato e studiato l’interno del Paese? »

Sicché Gaetano Salvemini, tanto giustamente quanto ingenuamente, imprecherà contro così cattivi persuasori della pubblica opinione, con queste parole:

« Lo storico, il quale in avvenire vorrà ricostruire questo torbido periodo della nostra vita nazionale, dovrà giudicare che la cultura italiana nel primo decennio del secolo XX doveva essere caduta assai in basso, se fu possibile ai grandi giornali quotidiani e ai giornalisti, che pur andavano per la maggiore, far credere all’intero Paese tutte le grossolane sciocchezze con cui l’impresa libica è stata giustificata e provocata. Non esistevano, dunque, in Italia studiosi seri e coscienziosi? Cosa facevano gli insegnanti universitari di geografia, di storia, di letterature straniere, di diritto internazionale, di cose orientali? Credettero anch’essi alle frottole dei giornali? E se non ci credettero, perché lasciarono che il Paese fosse ingannato? Oppure considerarono la faccenda come del tutto indifferente per la loro olimpica serenità? La risposta a queste domande non potrà essere molto lusinghiera per la nostra generazione ».

E lo Stato Maggiore sapeva cosa avrebbe trovato in Tripolitania? Non alludiamo certo ai palmizi o alle miniere di zolfo, o alla gomma, ma alla conoscenza delle forze turco-arabe e alla consistenza di tutto l’apparato militare nemico che avremmo dovuto affrontare.

De Biase Carlo, “L’aquila d’oro”, Edizioni del Borghese, pag. 231

Prudenza del generale in Libia

Così rimarremo asserragliati a Tripoli, protetta la notte dalle navi ancorate nella rada, e limitandoci a piccole operazioni e a qualche prudente sortita. Riprenderemo, è vero, il fortino di Sidi Messni e quello di Henni, ma poi lo stesso generale De Chaurand che ha effettuato questa piccola azione si affretterà a dichiarare: « Non sembrava il caso di avventurarsi nel deserto sconosciuto, andando incontro a rischi e sofferenze, per conseguire risultati nominali, davanti ad un avversario pratico dei luoghi, che avrebbe fatto il vuoto dileguandosi, pronto a colpire di sorpresa ».

Così passava il tempo. E quando il generale Caneva, timidamente, ordinò al generale Frugoni, comandante del 10 Corpo d’Armata speciale, di studiare ed eventualmente attuare la conquista del Garian, questi dimostrò ancor maggiore prudenza del suo capo. « Non compete a me », rispose al Caneva, « indagare se e in quanto le condizioni politiche internazionali possano imporre al Corpo di Spedizione in Tripoli, fin da quest’anno, la marcia sul Garian per creare una situazione a noi più favorevole per la conclusione della pace con la Turchia. L’esperienza delle analoghe guerre coloniali, combattute dalla Francia, dall’Inghilterra e dalla Spagna, potrebbe consigliare l’attesa di migliori condizioni prima di avventurarci in un’operazione di così grande importanza, e che richiede forze ragguardevoli e mezzi competenti. D’altra parte le attuali condizioni politiche della Tripolitania non sembrano molto favorevoli per una tale spedizione ».

Questa visione della guerra d’assedio, difensiva, ninunciataria, non era certo quella che desiderava il Polho, ma è quella che desiderava il Caneva, perché, èquasi ridicolo il dirio, il nemico era troppo bravo. Ed il Caneva non lo pensa solamente, ma lo spiffera a tutti i dipendenti con questa « Circolare » per invitarli « ad opporre all’arditezza del nemico la prudenza, alla sua destrezza, la vigilanza, alla sua mobilità, la nostra calma ». E spiega anche come e quando va attuata: « Deve esplicarsi », scrive, « nei modi dell’avanzata, nella formazione e nella manovra ». La calma, invece, deve esplicarsi « nel seguirne i movimenti e nel contrastarli con fuoco ben mirato. Assolutamente non ci si deve lasciar trascinare da quella celerità di tiro ad un fuoco quanto violento altrettanto snervante, e, quel che è peggio, quasi completamente inutile contro un nemico che si presenta sempre sparpagliato e che sa utilizzare assai bene il terreno sia nelle avanzate, sia nell’appostarsi ».

Il generale Pollio, uomo di ampia cultura, di fine umorismo e di ampia comprensione, perse questa volta le staffe e, pur nei dovuti modi, così redarguisce il Caneva: « Vostra Eccellenza scrive che ‘all’arditezza del nemico noi possiamo opporre la prudenza’. Avrei desiderato che in sostituzione della parola prudenza, la quale potrebbe suonar male all’orecchio del soldato, fosse stato scritto: ‘manovra tattica, superiorità delle forze nemiche, disciplina, superiorità del tiro’. Sarebbe stato certo meglio non usare una parola che è in singolare contrasto con la giusta osservazione fatta nella circolare stessa che ‘alle piccole distanze il miglior mezzo di azione contro i nostri avversari è la baionetta’».

De Biase Carlo, “L’aquila d’oro”, Edizioni del Borghese, pag. 249

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