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De Duve Christian, “Come evolve la vita”

Le connessioni nervose del cervello si formano in modo epigenetico

Si stima che il cervello contenga circa cento miliardi di neuroni, ciascuno dei quali è collegato ad altri neuroni da una media di diecimila sinapsi: in totale, si tratta di un milione di miliardi di connessioni interneuronali. Devono formarsi epigeneticamente, cioè tramite un processo sovrapposto che si verifica durante lo sviluppo. I geni forniscono solo una struttura generale, che tratteggia i caratteri principali della struttura cerebrale tipica della specie. Tutti i dettagli delle connessioni interneuronali si creano, nei limiti di questa struttura, per influenza di stimoli, provenienti sia dal proprio corpo sia dal mondo esterno, che raggiungono il cervello.

I meccanismi coinvolti in queste connessioni nervose sono stati analizzati dal neurobiologo francese Jean-Pierre Changeux e dall’americano Gerald Edelman. I neuroni in crescita creano di continuo connessioni temporanee reciproche in modo essenzialmente casuale; tali connessioni vengono quindi rapidamente distrutte, a meno che qualche influsso esterno non ne determini l’utilizzo, nel qual caso si stabilizzano. All’inizio, la rete neuronale viene strutturata in questo modo dal suo stesso uso, e continua così per tutta la vita tramite l’apprendimento. In questo meccanismo dobbiamo sottolineare due aspetti importanti.
Il primo è la sua analogia con il meccanismo che sta alla base della selezione darwiniana. Il caso crea una notevole varietà di connessioni, fra le quali vengono selezionate, per influenza di fattori ambientali, quelle che sono conservate e amplificate. Da ciò il nome di” darwinismo neurale” attribuito da Edelman a questo meccanismo. Darwin viene anche citato in questa frase di Changeux: “Il darwinismo delle sinapsi sostituisce il darwinismo dei geni”.

Un secondo importante aspetto di questo meccanismo è che esso mette in luce il ruolo fondamentale della comunicazione nello sviluppo psichico dei bambino. Il modo in cui trattiamo i nostri figli dal giorno della loro nascita in poi, forse anche da prima, modella letteralmente il loro cervello e, dunque, la loro personalità. Tutti i futuri genitori dovrebbero capire bene questa lezione e trarne le necessarie conclusioni. Se desiderano che i loro figli sviluppino una ricca rete neuronale, indispensabile per una personalità ben risolta, devono parlare con loro fin dal primo giorno, far loro ascoltare musica, cantare per loro, amarli e accarezzarli, attrarre la loro attenzione visiva, dar loro giocattoli di varie forme e colori: in sintesi, fornire ai piccoli un’ampia gamma di stimoli sensoriali grazie ai quali essi saranno in grado di costruire gli innumerevoli circuiti neuronali che sottendono il fiorire della vita mentale. Per iniziare a comunicare con lui non si dovrebbe attendere, come spesso si faceva in passato, il momento in cui il bambino riesce a comprendere il linguaggio: anche se non capisce, lui registra. Questo è ciò che davvero conta.
De Duve Christian, “Come evolve la vita”, Raffaello Cortina Editore, pag. 282

LA MISTERIOSA NATURA DELLA COSCIENZA

Per la maggior parte di noi, la coscienza è una realtà evidente. È qualcosa che funziona nel nostro cervello e ci consente di pensare, di provare emozioni, di prendere decisioni, di parlare e agire di conseguenza. E al centro delle nostre più profonde emozioni personali, come depositaria da cui dipende il nostro destino. Sta alla base della moralità e del sotteso concetto di responsabilità personale. Oggi, questa intuizione viene contestata sempre più spesso da numerosi neurobiologi e filosofi che la considerano un’illusione, un inganno da parte della selezione naturale, l’espressione di una concezione che viene chiamata in modo derisorio “psicologia popolare”, una cosa tanto lontana dalla realtà quanto la “fisica popolare” lo è dalla meccanica quantistica. Per molti dei maggiori esperti del nostro tempo, sono i neuroni cerebrali a svolgere tutto il lavoro, e non fa differenza se la coscienza accompagni o meno le loro attività.
De Duve Christian, “Come evolve la vita”, Raffaello Cortina Editore, pag. 284

La coscienza è semplicemente un epifenomeno a senso unico?

Potete avere la sensazione di essere al comando della vostra nave e di essere responsabili della sua rotta: ma, come ora sappiamo, si tratta di un’illusione. Quando, al termine di riflessioni talvolta tormentate, vi decidete infine a dire “credo”, “amo”, o “voglio”, o decidete di compiere un gesto o un’azione, ciò che chiamate il vostro “io” non ha niente a che fare con tutto questo. Non è altro che uno spettatore, un pupazzo investito per sbaglio da un senso di importanza, forse anche un semplice fantasma, mentre, di fatto, sono i vostri neuroni a dirigere il gioco. Gli strenui difensori di questa teoria arrivano addirittura ad affermare che la coscienza stessa sia un’illusione, che sia priva di esistenza reale.

Un’implicazione importante della teoria epifenomeno-illusione è che non esiste il libero arbitrio. I difensori di questa tesi comprendono come la loro affermazione mini le basi stesse della responsabilità morale, che rappresenta una pietra miliare della civiltà umana, ma sostengono che il fatto che si apprezzi o meno il libero arbitrio non fa nessuna differenza sul piano pratico. Ciò che conta sono i comportamenti e le connessioni neuronali interne costruite attorno all’illusione del libero arbitrio. Considerata un’ineludibile conseguenza del determinismo derivante dalla relazione cervello-mente, oggi quest’idea è accettata, sebbene malvolentieri, da numerosi scienziati e filosofi. E stata anche allegramente chiamata da qualcuno “liberatoria”. Per usare le parole di Susan Blackmore, citata nel capitolo precedente, “non c’è alcun contenuto di verità nell’idea di un sé interiore che sia cosciente e si trovi dentro al mio corpo impegnato a controllano. Giacché tutto questo è falso, è falsa anche l’idea del mio sé cosciente dotato di libero arbitrio”) E conclude: “È in questo senso che possiamo davvero essere liberi”.’ Numerosi altri esperti hanno espresso, in un modo o nell’altro, la stessa opinione, concludendo che, essendo questa la verità, non abbiamo altra scelta — fra l’altro, a chi è negata la scelta? — che accettarla e agire di conseguenza.

Sembra quindi ragionevole iniziare con l’assunto — la maggior parte delle persone parla di convinzione — che la coscienza sia qualcosa di reale. Noi siamo esseri coscienti. L’intera ricchezza della nostra vita interiore è legata a questa facoltà, da cui dipende la nostra capacità di ragionare, creare, gioire, soffrire, amare, come pure il potere che abbiamo di agire in accordo con queste percezioni. Per quanto illusorie possano essere tali abilità e poteri, il fatto che noi ne siamo consapevoli non è un’illusione. La questione centrale non è se esista o meno la coscienza, ma che cosa essa faccia. Per dirla più chiaramente, ciò che vogliamo sapere è se la coscienza sia puramente passiva o se possa avere un ruolo attivo.

In generale, i neurobiologi, insieme a pochi filosofi “materialisti”, tendono a sostenere la teoria di cui sopra sulla base di ciò che conoscono del funzionamento del cervello. Ciò che essi vedono, infatti, non è altro che un “ammasso di neuroni” capaci di interagire mediante svariati segnali fisici e chimici nonché di compiere meravigliose imprese di integrazione e coordinazione, molto spesso senza che noi neppure ce ne accorgiamo. Prendete, per esempio, il sistema cardiovascolare. In ogni istante il cervello e i centri nervosi a esso associati sono sommersi da messaggi provenienti da tutto il corpo, che possono ordinare variazioni come “pompate più sangue”, “manca ossigeno”, “la pressione ha raggiunto un valore critico”, e simili. I messaggi vengono decodificati e selezionati, dopo di che vengono inviate risposte appropriate, che dicono al cuore di battere più veloce o più lento, o ai vasi sanguigni di dilatarsi o contrarsi. Tutte queste complesse azioni reciproche non vengono mai tradotte in parole o svelate alla nostra coscienza. Tutto si svolge automaticamente grazie a circuiti interni: in modo analogo, sebbene si tratti di un processo assai più complesso, a un termostato che regoli l’emissione di calore da parte di una caldaia in relazione alla temperatura di una casa.

Anche nel caso in cui sia coinvolta la coscienza, il cervello può portare a termine una considerevole quantità di processi inconsci prima di inviare le informazioni alla coscienza. Nel processo visivo, per esempio, più di trenta canali separati registrano aspetti diversi dell’immagine proiettata sulla retina: profili, movimenti, colori, ombre, e così via. Tutti questi messaggi vengono integrati in un’immagine coerente attraverso un processo di legame che viene portato a termine in modo del tutto inconscio. Questo processo, che all’inizio è stato paragonato al fenomeno fisico della risonanza, sembra essere correlato a una sincronizzazione dei diversi impulsi, che portano a una caratteristica oscillazione che va da 35 a 75 hertz, che Crick e il suo collaboratore Christof Koch ritengono essere la base della coscienza. Il risultato finale di questo processo complicato è l’immagine che noi “vediamo”.
De Duve Christian, “Come evolve la vita”, Raffaello Cortina Editore, pag. 287

La coscienza: una presenza inseparabile e concomitante di certe attività neuronali che si verificano nella corteccia cerebrale

Anche i nostri ragionamenti possono dipendere in gran parte da operazioni inconsce, attraverso cui vengono selezionati, combinati, confrontati, pesati e altrimenti processati i fenomeni neuronali che stanno alla base dei concetti, prima che il risultato venga consegnato alla coscienza per formare ciò che noi percepiamo come la sostanza dei nostri pensieri.

Qualcuno ha obiettato che una coscienza puramente passiva non può avere alcuna funzione utile e, quindi, alcun valore selettivo. Ma quest’affermazione non è convincente. Immaginiamo che la coscienza fosse proprio una presenza inseparabile e concomitante di certe attività neuronali che si verificano nella corteccia cerebrale, una sorta di “bagliore o mormorio”, per così dire, che risultava sempre presente assieme a quelle attività. Il fatto che sia stata selezionata in quanto tale non richiederebbe allora alcuna spiegazione. L’utilità delle attività che generano la coscienza è sufficiente.

Un’ulteriore difficoltà deriva dal fatto che la coscienza non può essere spiegata in termini fisici noti. E’ un’esperienza interiore, inaccessibile alle ricerche esterne. La coscienza non può essere registrata. Tutto quello che si può fare è registrare le manifestazioni elettrofisiologiche e biochimiche sottostanti, osservare i comportamenti a esse associati e cercare di stabilire correlazioni fra quelle manifestazioni, i comportamenti e i fenomeni coscienti. Anche questo richiede la partecipazione di individui che si sottopongano agli esperimenti e ci informino su ciò che accade nelle loro menti. Tutto ciò che possiamo sapere sulle menti degli altri lo apprendiamo dalle loro parole e per analogia con la nostra esperienza personale.

Un faro che può fungere da guida nella nebbia delle teorie e delle speculazioni è che la coscienza permette l’accesso a nozioni astratte, come verità e falsità, bellezza e bruttezza, bontà e cattiveria, comprensione e mistero, e che ci consente di comunicare agli altri, attraverso il linguaggio e la creazione artistica, la nostra personale concezione di queste nozioni.
De Duve Christian, “Come evolve la vita”, Raffaello Cortina Editore, pag. 288

Il dualismo è intuitivamente soddisfacente ma logicamente indifendibile

Istintivamente, siamo tutti dualisti: parliamo e agiamo come persone, come proprietari di una macchina che chiamiamo il nostro corpo e sulla quale crediamo di esercitare un’autorità. L’intera nostra vita affettiva e morale è pervasa da questo dualismo, come quando ci lamentiamo che il nostro corpo ci ha tradito, ci pentiamo di aver ceduto alle sue debolezze o, viceversa, esultiamo per la nostra capacità di dominarle. Ma, attenzione: questo sentimento, come abbiamo appena visto, può essere soltanto un’illusione, un trucco messo in atto dai nostri neuroni con la complicità della selezione naturale.
Per ciò che riguarda questa teoria, vorrei sottolineare quello che sembra un intrinseco difetto logico del dualismo cartesiano. Se la materia e lo spirito sono entità di natura davvero diversa, ci si domanda spontaneamente in che modo possano interagire. Ciò richiede necessariamente la partecipazione di una forma ibrida — una connessione materia-spirito — che condivida le proprietà di entrambe le entità. Ma se fosse davvero così, la materia e lo spirito si unirebbero a formare un’entità singola. Non può esserci una vera dicotomia fra i due, di conseguenza il dualismo intransigente non resiste all’analisi logica. A ben vedere, ciò che si cela dietro al dualismo è una definizione preconcetta di materia. Anche oggi, sebbene il dualismo sia ampiamente rifiutato, l’influenza di questa dottrina continua a resistere nell’idea che la maggior parte delle persone ha della materia.
De Duve Christian, “Come evolve la vita”, Raffaello Cortina Editore, pag. 291

Dobbiamo ridefinire la materia

In accordo con una definizione che risale ad Aristotele, ma che rappresenta la pietra miliare del dualismo cartesiano, noi chiamiamo materia ciò che è inerte, solido e ciecamente soggetto alle forze fisiche, mentre chiamiamo con un nome diverso qualunque cosa non rientri in questa definizione.

La scienza attuale ha cominciato a considerare anche la vita una manifestazione della materia. Questo fatto non è stato riconosciuto facilmente, ed è tutt’ora difficile da accettare per l’individuo medio, poiché richiede un ampliamento della nostra visione a priori della materia come di qualcosa di grossolano, inerte e bruto, e della vita come materia “animata”.
Ci rimane la mente, ultimo bastione dell’animismo.
Abbiamo visto che questo baluardo viene indebolito sempre più dalle nuove scoperte della neurobiologia.
Sta crescendo un movimento in favore di una concezione monistica (dal greco monos, “unico”) che tende a riportare la mente nel dominio della materia. Più sconvolgente ancora del rifiuto del vitalismo, questa concezione ci costringe ad ampliare di molto la nostra visione. Dobbiamo allentare la morsa che l’intuizione dualistica, rinforzata dalla selezione naturale, ha stretto attorno alla nostra definizione di materia. La scienza odierna ci indica come farlo.

Prima dell’invenzione degli strumenti scientifici, le nostre conoscenze della materia si limitavano a ciò che viene percepito dai nostri organi di senso, frutto di una lunga evoluzione nel corso della quale la selezione naturale ha conservato solo ciò che si rivelava immediatamente utile alla capacità di sopravvivere e di riprodursi. Ora sappiamo che l’immagine del mondo offerta dai nostri organi di senso, che pure funziona perfettamente nella vita di ogni giorno, ha poco a che fare con la realtà.
Ciò che ci sembra solido e impenetrabile è per lo più vuoto,
e al suo interno i nuclei atomici, che contengono più del 99,9% della massa di ciascun oggetto, sono più distanti l’uno dall’altro, relativamente parlando, di quanto lo siano i pianeti del Sistema solare) L’illusione della solidità deriva dai campi di forza generati dalle sottili nubi di elettroni che giacciono fra i nuclei. Questi ultimi non sono altro che pacchetti enormemente concentrati di energia — secondo la celebre equazione di Einstein, E=mc2 — il cui potere, rivelato in modo drammatico nell’inferno di Hiroshima e di Nagasaki, si manifesta oggi in maniera più pacifica nelle centrali nucleari.

Le nostre altre percezioni riguardanti il mondo esterno sono altrettanto ingannevoli. I nostri occhi percepiscono solo una frazione infinitesima della radiazione emessa dalla materia. La nostra visione del mondo sarebbe completamente diversa se fosse aperta per noi un’altra finestra nello spettro delle radiazioni elettromagnetiche. Una simile selettività influenza i suoni percepiti dalle nostre orecchie, e le sostanze chimiche percepite dal nostro senso dell’olfatto.
Di conseguenza, la nostra definizione intuitiva di materia è completamente distorta dai filtri che i nostri organi di senso interpongono fra un oggetto e noi. Si tratta di una definizione essenzialmente pragmatica, basata sul genere di informazioni che si sono rivelate più utili nella ricerca del cibo, nella lotta contro i predatori e per il successo riproduttivo. Come strumenti di conoscenza, queste informazioni sono quasi prive di valore. Ci è voluta la lunga strada della ricerca scientifica per condurci sempre più vicini alla realtà. Questa realtà si è dimostrata così strana da precludere qualsiasi genere di rappresentazione mentale, se non per mezzo di un formalismo matematico astruso e multidimensionale che è inaccessibile alla maggior parte di noi e intraducibile, in termini di ordinaria esperienza anche da coloro che lo comprendono.
De Duve Christian, “Come evolve la vita”, Raffaello Cortina Editore, pag. 293

Il monismo ridefinisce la materia come qualcosa che include lo “spirito”

E’ interessante scoprire come questa opinione sia stata difesa, con il nome di “metarealismo”, anche da un eminente filosofo cattolico francese, Jean Guitton, morto nel 1999. In un suo libro pubblicato nel 1991, intitolato Dio e la scienza: verso il metarealismo, che riporta le sue conversazioni con due fisici, i fratelli Igor e Grichka Bogdanov, Guitton sostiene quanto segue: “Se lo spirito e la materia hanno origine da uno spettro comune, diventa chiaro che il loro dualismo è un’illusione dovuta al fatto che si considerano alternativamente ora gli aspetti puramente meccanici della materia ora invece l’intangibile qualità dello spirito”.’ In breve, “lo spirito e la materia formano una sola e unica realtà”.’ Uscita dalla penna di un cattolico praticante, considerato uno dei più illustri pensatori cristiani del nostro tempo, una simile battuta è al tempo stesso sorprendente e rivelatrice.
De Duve Christian, “Come evolve la vita”, Raffaello Cortina Editore, pag. 294

La mente controlla il potere?

Espressioni come “potere della mente” o “forza di volontà” sono parte integrante del linguaggio quotidiano. Eppure, hanno quasi assunto un significato oltraggioso nella scienza; in gran parte, credo, perché evocano facilmente gli spettri della telepatia, della percezione extrasensoriale, della piegatura dei metalli con la forza del pensiero, e altre false asserzioni. Nel caso in questione non stiamo parlando di fenomeni paranormali, ma di fenomeni perfettamente normali in cerca di spiegazione. E ben diverso.

Secondo me, dichiarare la coscienza una concomitanza irrilevante del funzionamento polineuronale nella corteccia cerebrale, per non parlare della possibilità di eliminarla completamente dalle nostre preoccupazioni per la sola ragione che non la si può sottoporre a un’analisi oggettiva, non è un atteggiamento intellettuale soddisfacente. Ignora, infatti, l’intera gamma delle condizioni soggettive: le infinite sensazioni, i sentimenti, gli stati d’animo, e le emozioni che colorano le nostre vite; i pensieri, i ragionamenti, le speculazioni e le fantasie che attraversano le nostre menti; la nostra capacità di focalizzare l’attenzione, di concentrarci su un singolo argomento escludendo tutti gli altri. Trascura anche tutti i prodotti e le conquiste delle nostre attività mentali; le innumerevoli espressioni che si originano dalle nostre esperienze più profonde attraverso la scienza, la filosofia, la poesia, la musica, le arti visive, la religione, e altre forme di cultura; le tecnologie e gli strumenti sempre più efficaci, fino ai sofisticati computer, alle navicelle interplanetarie, alle centrali nucleari, alle biotecnologie e ad altri frutti dell’ingegno umano, sviluppato con l’aiuto della conoscenza; tutti i contesti sociali riccamente sviluppati che ora avvolgono l’intero pianeta, e che sono stati creati condividendo esperienze con l’aiuto del linguaggio e di altri mezzi di comunicazione. Infine, smentisce una nostra convinzione profondamente radicata che ci fa ritenere di avere il controllo del nostro destino e la responsabilità morale delle nostre azioni. Tali sacrifici, compiuti per il bene della coerenza intellettuale e del benessere materiale, mi sembrano eccessivi e ingiustificati.
De Duve Christian, “Come evolve la vita”, Raffaello Cortina Editore, pag. 296

Un problema di trasduzione

Osservandolo nell’ottica semplice, se non semplicistica, di un biochimico, mi sembra si tratti di un problema di trasduzione. Da un lato, ci sono i neuroni, che compiono le loro complesse funzioni per mezzo di meccanismi che si spiegano in termini fisici e chimici noti, e che si aprono a indagini e descrizioni scientifiche oggettive. Dall’altro lato, ci sono le manifestazioni associate soggettive della coscienza, di natura sconosciuta ma forse altrettanto spiegabili, che possono essere scoperte solo per mezzo di introspezione e comunicazione interpersonali. Unendo le attività neuronali con le esperienze coscienti si ottiene una speciale disposizione a sei strati dei neuroni coinvolti — caratteristica della corteccia cerebrale —che sembra essere lo specifico trasduttore degli uni negli altri. I neuroni interconnessi fra loro svolgono ogni sorta di attività nei nostri cervelli. Ma, per quanto ne so io, solo quelli della corteccia cerebrale generano esperienze coscienti, presumibilmente in virtù del particolare tipo di associazione che li unisce a formare dei moduli, i quali, a loro volta, sono collegati in una rete dinamica dalla topografia altamente specifica.

Nel mondo biologico sono presenti numerosi trasduttori. Tanto per cominciare, ci sono quelli che utilizzano l’energia metabolica per sintetizzare ATP. Poi ci sono tutti gli altri, che, molto spesso tramite ATP ma talvolta anche in modo diverso, convertono questa energia in altre forme di energia chimica, come nelle biosintesi; o in trasporto attivo di molecole o ioni, come nelle pompe e nei trasportatori di membrana; o in lavoro meccanico come nelle microfibrille, nelle ciglia, e nei flagelli;” o in luce, come nelle emissioni luminose delle lucciole; o in scariche elettriche, come negli organi elettrici della torpedine. In tutti i casi, una forma di energia è convertita in un ‘altra. Non sembra azzardato supporre che, come accade con altri trasduttori biologici, l’operazione eseguita dai trasduttori corticali coinvolga anche una conversione d’energia. Anzi, sarebbe sorprendente il contrario, poiché vorrebbe dire che si è generato qualcosa senza consumo di energia, il che violerebbe le leggi della termodinamica.

Così, risulta almeno plausibile che la coscienza rappresenti una sorta di stato fisicamente energetico e che la particolare configurazione dei neuroni nella corteccia cerebrale serva da generatore e da supporto di quello stato. Se così fosse, che cosa accade dell’energia che viene in tal modo impiegata? Potrebbe essere destinata semplicemente a dissiparsi sotto forma di calore, ne1 qual caso la coscienza sarebbe davvero un semplice epifenomeno. Ma potremmo anche prendere in considerazione l’ipotesi che una parte maggiore o minore di energia venga restituita — essendo il trasduttore reversibile — ai meccanismi neuronali dai quali è emersa.

Se desideriamo giustificare la nostra vita mentale e considerarla più che un’illusione, dobbiamo fare un ulteriore passo in avanti. Dobbiamo supporre che lo stato della coscienza possa, fra il carico e lo scarico di energia, subire un riordinamento interno — la mente al lavoro? — con conseguente modificazione del meccanismo neuronale da parte della coscienza. Così, dovrebbe verificarsi una sorta di reciproco interscambio fra i neuroni e la coscienza, nel corso del quale i nostri pensieri e sentimenti verrebbero elaborati con l’aiuto dell’energia metabolica dei neuroni.

L’aspetto fastidioso di questo tipo di modello è che implica l’esistenza di una sorta di manifestazione fisica sconosciuta. Ma si tratta di un’idea così condannabile? La verità è che noi non conosciamo la natura della coscienza. Definirla fisica vuol dire soltanto seguire il principio monistico che abbiamo considerato logicamente necessario. Considerarla dipendente dall’energia è in accordo con i principi termodinamici e più facilmente accettabile, almeno per me, dell’immagine di un’entità che, in qualche modo, sfugge ai vincoli della termodinamica grazie alla magia delle fluttuazioni quantistiche. La storia della fisica è ricca di esempi in cui i progressi nella conoscenza hanno imposto concetti del tutto nuovi. Basti pensare alla gravitazione, all’atomismo, all’elettromagnetismo, al dualismo onda/corpuscolo, alla relatività, all’equivalenza di energia e materia, alle particelle elementari e alle loro forze coesive, senza contare entità esotiche come quark, muoni, bosoni, charm, e così via. Forse i biologi, che sono riusciti a provare così bene l’inesistenza di “qualcos’altro”, dovrebbero, come i fisici, avere anche l’audacia di immaginare qualcosa che non sia incluso nelle proprietà conosciute della materia. Tale audacia comunque, mi sembra più valida della tendenza a relegare quel qualcosa nel regno dell’illusione semplicemente perché non riusciamo a comprenderlo.
De Duve Christian, “Come evolve la vita”, Raffaello Cortina Editore, pag. 299

UNA MAGICA CASSETTA DEGLI ATTREZZI PER MODIFICARE IL DNA

I prodotti di tali manipolazioni sono gli organismi geneticamente modificati (OGM), chiamati anche transgenici.

Come molti altri recenti sviluppi tecnici di fondamentale importanza, anche l’ingegneria genetica è il risultato imprevisto della ricerca di base, svolta al solo scopo di risolvere un problema posto dalla natura. Tutto è cominciato all’inizio degli anni Sessanta del Novecento a Ginevra, dove il giovane Arber, appena rientrato da un soggiorno presso alcuni prestigiosi laboratori negli Stati Uniti, era rimasto affascinato da alcuni aspetti atipici dell’interazione tra batteri e fagi (abbreviazione di “batteriofagi”, virus che infettano batteri). Il fenomeno in questione, chiamato restrizione-modificazione, era singolare, ma ben pochi ricercatori se ne occupavano assiduamente. Quando si era manifestato, aveva stuzzicato la curiosità di Arber, il quale ne aveva trovato la spiegazione in pochi anni. Tralasciando i dettagli tecnici, tutto il fenomeno si riduce al fatto che certi batteri si difendono contro le infezioni dei fagi distruggendo il DNA degli invasori senza danneggiare il proprio. Il loro trucco consiste nell’aggredire il DNA fagico mediante un enzima che taglia le molecole in siti ben precisi, identificati da una corta sequenza di basi, e nel proteggere il proprio modificando chimicamente questi stessi siti (con l’aggiunta di gruppi metilici) in modo da renderli resistenti al taglio enzimatico. In seguito, Nathans e Smith hanno isolato e caratterizzato i primi enzimi in grado di tagliare il DNA, noti come enzimi di restrizione, e ne hanno caratterizzato le proprietà individuali.

Il motivo per cui questo lavoro ha prodotto conseguenze così rivoluzionarie è che gli enzimi di restrizione, dei quali conosciamo attualmente centinaia di varietà distinte, ciascuna con una diversa specificità di taglio, costituiscono uno straordinario set di strumenti genetici. Precedentemente, le sole “forbici” disponibili per tagliare il DNA erano “analfabete”: separavano le catene praticamente in ogni punto e le frammentavano, come farebbe una grattugia, in una miriade di pezzi differenti con i quali non si poteva fare nulla di utile. Gli enzimi di restrizione sono forbici che “possono leggere”. Immaginate, per esempio, di sottoporre il paragrafo precedente a speciali tipi di forbici che tagliano unicamente la sequenza “zione” tra “zi” e “one”, o che tagliano “siti” tra “si” e “ti”, e così via. Il primo tipo di enzima taglierà il paragrafo in sette pezzi, sempre gli stessi per tutte le copie del libro. Il secondo produrrà tre pezzi. Se il grado di specificità è più “stringente”, cioè più selettivo, il numero di pezzi sarà inferiore. Per esempio, se il primo paio di forbici riconosce “azione” invece di “zione”, si genereranno cinque pezzi anziché sette. Notate inoltre che se le vostre forbici riconoscessero i caratteri tondi, ma non quelli corsivi, potreste proteggere il paragrafo semplicemente rendendo corsivi i siti sensibili. Ecco, in senso figurato, come opera la modificazione.

Armati di forbici simili, sareste in grado di identificare ogni libro della vostra biblioteca senza leggerlo, semplicemente contando i diversi tipi di pezzi e misurando le loro dimensioni: e chiaro che nessun altro libro potrà dare lo stesso risultato. Un altro paio di forbici vi darebbe un altro insieme di pezzi, anch’esso caratteristico per ciascun libro. Si dà il caso che oggi esistano tecniche facilmente accessibili che permettono di separare e misurare le dimensioni dei frammenti di DNA in una singola operazione, trasformando in un gioco da ragazzi la numerazione e la misurazione dei diversi frammenti ottenuti per l’azione di un determinato enzima di restrizione su un dato campione di DNA. Con questo semplice metodo, conosciuto come determinazione dei polimorfismi di lunghezza dei frammenti di restrizione (restriction fragment length polymorphism, RFLP), è possibile identificare con certezza quasi assoluta il DNA.

Microbi

La più semplice applicazione delle biotecnologie, ora soppiantata da un processo enzimatico di copiatura, è il clonaggio di geni, vale a dire la loro amplificazione. Come organismi riceventi si scelgono i batteri, in virtù dell’elevata velocità con cui si replicano, e dopo aver inserito il gene si permette loro di replicarsi: così facendo, moltiplicano contemporaneamente i geni inseriti.

In un’applicazione più complicata, si scelgono condizioni tali da permettere che i geni introdotti vengano abbondantemente espressi nelle corrispondenti proteine. Queste tecniche si applicano principalmente ai batteri, che sono più facili da manipolare, ma talvolta si usano anche eucarioti unicellulari come i lieviti, nel caso si vogliano sfruttare certi meccanismi specifici come, per esempio, l’apparato secretorio. Gli organismi programmati in questo modo diventano fabbriche per la produzione di proteine codificate dai geni estranei inseriti. Parecchie proteine umane, inclusi l’insulina e l’ormone della crescita, vengono ora prodotte industrialmente in tale modo.

Piante

Per modificare geneticamente le piante, la natura stessa ha fornito gli strumenti necessari sotto forma di un batterio, l’Agrobacterium tumefaciens, il cui nome significa, letteralmente, “microbo del terreno che causa tumori”. Che è proprio ciò che fa questo germe: induce la gallosi del colletto, chiamata anche cancro delle piante, cioè provoca la crescita di un’escrescenza assai sgradevole che si può osservare su molti alberi e altre specie vegetali. Questo microbo induce i tumori introducendo nelle cellule vegetali la copia di una sequenza di DNA presente su un plasmide molto grande (contenuto al suo interno), una molecola di DNA extracromosomiale. Tale sequenza di DNA contiene i geni che producono il cancro e si integra nel genoma della pianta permettendo ai geni di manifestare la loro funzione. Grazie alle ricerche di due scienziati belgi, Jeff Schell e Marc Van Montagu, i meccanismi che stanno alla base di questo incredibile fenomeno sono stati svelati e trasformati in una potente tecnologia. Il plasmide coinvolto nel processo e stato privato dei geni chiave cui si deve l’induzione del cancro, ed è stato ingegnerizzato in modo da trasportare geni estranei, che possono così essere facilmente introdotti nei genomi delle piante utilizzando il batterio come dispositivo di iniezione.
I prodotti di tali manipolazioni sono gli organismi geneticamente modificati (OGM), chiamati anche transgenici.
De Duve Christian, “Come evolve la vita”, Raffaello Cortina Editore, pag. 309

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