MOTORI di RICERCA
POSIZIONAMENTO su GOOGLE
Perché il POSIZIONAMENTO
REGISTRAZIONE sui MOTORI
di RICERCA
TECNICHE di INDICIZZAZIONE
COSTI di INSERIMENTO su GOOGLE
CONSULENZE PRIMI su GOOGLE
CORSO PRIMO
su GOOGLE
CORSO di
SCRITTURA
CORSO PHOTOSHOP
GIOCA con l’ARTE
LIBRI
INTERESSANTI
CERVELLO, MENTE e COSCIENZA
STORIA e
MICRO-STORIA
COMUNICAZIONE
DOCENTE di
COMUNICAZIONE
SCARICARE NARRATIVA
PUBBLICITA’
EFFICACE
REALIZZAZIONE
SITI WEB
RITOCCHI FOTOGRAFICI
STAFF
MAPPA
del SITO
LINK
CONTATTI

De Felice R., “Mussolini il rivoluzionario”

Mussolini aspirava a diventare direttore di un grande quotidiano

Il congresso di Reggio Emilia si aprì il 17 luglio 1912. Secondo il Megaro « non vi era... alcun segno che potesse far presagire..., la rapida ascesa di Mussolini ad importantissimi posti di comando ». Per la maggioranza dei socialisti e degli stessi delegati Mussolini era uno sconosciuto o quasi.
Egli - scrive il Megaro - fu una rivelazione inaspettata, ed il suo discorso un trionfo oratorio. Il « mistero » della sua luminosa apparizione nel cielo degli astri socialisti è, secondo me, da ricercarsi nelle spiccate capacità direttive di Mussolini,nella scarsezza di uomini audaci, e nelle amichevoli relazioni dello stesso Mussolini con quattro autorevoli esponenti rivoluzionari: Costantino Lazzari, G. M. Serrati, Francesco Ciccotti ed Angelica Balabanoff.
Che lo strepitoso successo personale di Mussolini (sempre il Megaro osserva: « nessun uomo, nel movimento socialista, era mai salito, così fulmineamente, da una posizione pressoché secondaria ad una posizione di primaria importanza ») fosse dovuto in gran parte alla capacità che egli dimostrò nel sollecitare, con la sua oratoria elementare ed irruente, la massa dei delegati e nel giungere al loro cuore è indubbio; come è indubbio che al suo successo giovò l’amicizia di alcuni vecchi e stimati leader. Ci pare però anche fuori dubbio che ad esso contribuì in misura notevole anche l’abilità con la quale egli seppe muoversi. Un’abilità, diciamolo pure, tutt’altro che da « provinciale ».
Per noi, che sappiamo come e da quanto tempo Mussolini aspirasse a diventare direttore di un grande quotidiano e che conosciamo la sua ambizione, quest’affermazione, frutto certo di qualche indiscrezione di corridoio, non desta meraviglia; essa ci fa però intuire che Mussolini era     andato a Reggio Emilia ben deciso a fare il suo gioco personale e a partecipare alla divisione della torta del potere che la vittoria della frazione rivoluzionaria comportava. Di questo gioco il suo discorso dalla tribuna del congresso nel pomeriggio dell’8 luglio fu l’atto piú clamoroso, destinato ad assicurargli la «piazza»; non a caso esso, pur lasciando intuire le sue capacità dialettiche e la sua preparazione «intellettuale» e un certo senso dell’humour (la condanna di Bissolati con le parole dello stesso Bissolati: « ex ore tuo te iudico »...), fu soprattutto un appello ai sentimenti piú elementari e piú sentiti dai socialisti vecchio stile. Esso non fu però l’unico atto. La manovra avvolgente Mussolini la condusse, come, del resto, farà sempre nelle grandi occasioni, dietro le quinte, in sede di riunioni della frazione e con due brevissimi interventi in assemblea, apparentemente piú procedurali che politici. Pur numericamente fortissima (da sola aveva un buon margine di vantaggio sulle altre tre riunite insieme), la frazione rivoluzionaria non solo non era - come si è detto - al suo interno omogenea, presentando tutta una gamma di posizioni ed essendo minata da tutta una serie di tarli come quello massonico.
In cambio della sua remissività sul problema dell’intransigenza, l’estrema sinistra rivoluzionaria ottenne che la frazione non deflettesse sulla questione dell’espulsione dei destri e facesse scattare la « ghigliottina » per la quale Mussolini nel suo discorso in assemblea aveva presentato una vera e propria « lista di proscrizione » (il termine è suo’) con i nomi di Bissolati, Bonomi, Cabrini e, a furor di popolo, Podrecca. Su questo punto Mussolini fu intransigente. In sede di frazione Maffioli tentò di fare approvare la tesi che l’espulsione dovesse essere « limitata » e motivata « dal fatto che alcuni deputati sono per la loro concezione politica fuori del partito », cioè, in pratica, la tesi dei riformisti di sinistra. Mussolini e Ciccotti rimasero però ben fermi sulla loro posizione ed ottennero che la frazione sostenesse l’o.d.g. Mussolini, che sanciva l’espulsione « per gravissima offesa allo spirito della dottrina e alla tradizione socialista », e respingesse il tentativo di coloro che volevano abbinare la discussione sul gruppo parlamentare (cioè sull’espulsione) a quella sulla tattica generale del partito. In questo modo l’o.d.g. Mussolini arrivò in assemblea e il congresso lo approvò con 12 55G voti contro i 5G33 andati all’o.d.g. Reina (di semplice biasimo), i 325o raccolti dall’o.d.g. Modigliani (che dichiarava che Bissolati e compagni si erano posti fuori del partito) e 2027 astenuti. Su questa mozione, il cui voto determinò in pratica tutti gli altri successivi e segnò la vittoria dei rivoluzionari, si decise il congresso. E con esso il successo personale di Mussolini il cui nome fu incluso nella lista della nuova direzione approvata dal congresso.
De Felice R., “Mussolini il rivoluzionario”, Einaudi, pag. 127

Carattere di Mussolini

La teoria del prof. Mussolini... - osservava a sua volta il corrispondente del fiorentino « Il nuovo giornale » - ha un po’ del pazzesco. Ma è difesa da un uomo sottilmente dìalettico, fecondo, sdegnoso: un vero tipo di originale pensatore, che ha voluto ad ogni modo trovare una via nuova ed incomincia ad imporla aprendola con garbo ed infiorandola con le doti del suo ingegno e della sua oratoria rude, che piace ai rudi romagnoli... la teoria è alquanto pazzesca e rinnega i vantaggi che dalla legislazione sociale le classi operaìe e tutte le moltitudini in genere hanno goduto. Ma pure non le mancheranno seguaci.
De Felice R., “Mussolini il rivoluzionario”, Einaudi, pag. 130

La routine di un dirigente socialista

Un periodo di raccoglimento e di preparazione i mesi immedìatamente successivi a Reggio Emilia furono del resto anche per lo stesso Mussolini. Tornato a Forlì egli riprese la sua routine abituale, in federazione, al giornale, in giro per le sezioni e le piazze per tenere comizi e partecipare alle iniziative piú o meno ricreative durante le quali, la domenica, socialisti e simpatizzanti si incontravano e, fra un ballo e un bicchiere di vino, dirigenti e propagandisti tenevano i contatti con le masse, diffondevano gli slogan del partito e gettavano le basi delle future agitazioni. Dietro questa routine qualcosa andava però rapidamente mutando. Dopo Reggio Emilia gli orizzonti di Mussolini erano cambiati’. La sua attività forlivese, persino quella alla « Lotta di classe », che sino allora tanto l’aveva appassionato, diminuì rapidamente.

Il successo di Reggio Emilia

Questo successo era stato determinato in buona parte dalla base, dalla « piazza », dal pubblico che nei momenti decisivi - come quello in cui fu sancita l’espulsione dei destri - si può dire avesse partecipato anch’essa al congresso:
A Reggio - si legge in un resoconto di quei giorni - c’era il pubblico... il grande pubblico. Il loggione era zeppo. Reggio operaia e socialista ha seguito - fremente - le memorabili discussioni. La folla interveniva, partecipava ai lavori, interrompendo, urlando, plaudendo, tramutando per un minuto il Congresso in un comizio.

Il problema di farsi conoscere nell’intero paese

Per evitare che questo successo durasse lo spazio del congresso e per rafforzare la propria posizione in direzione era necessario per Mussolini rendere stabile il contatto, il dialogo con le masse. Per questo « La lotta di classe » non poteva bastare, dato che il suo raggio d’azione non andava oltre la Romagna, mentre il problema era soprattutto quello di farsi conoscere sempre piú nell’intero paese, di elaborare una linea politica valida per tutto il paese. La tribuna ideale sarebbe stato l’« Avanti! », col suo prestigio e la sua diffusione nazionale. Pur essendo membro della direzione, per Mussolini scrivervi assiduamente non era però facile. Tre articoli in tre mesi e mezzo e per di piú su temi molto particolari non potevano certo bastare.
Nonostante la nomina a direttore di Bacci, sull’« Avanti! » l’influenza di Claudio Treves era sempre notevolissima e costituiva per Mussolini un ostacolo molto grave. In questa condizione Mussolini dovette cercarsi subito un’altra tribuna dalla quale parlare liberamente.

Il problema dell’« Avanti! »

Bisognava costringere la direzione del partito a prendere subito una decisione circa la successione a Bacci. Che questo fosse il vero scopo della manovra è dimostrato dal fatto che, dopo la preparazione indiretta de « L’homme qui cherche », il 10 settembre « La folla » affrontò, con un articolo anonimo quasi certamente dovuto allo stesso Valera, la spinosa questione della direzione dell’« Avanti! ». Riprendendo l’interrogativo del titolo, Chi dirige l’« Avanti! »?, l’anonimo articolista scriveva infatti:

Non è una domanda indiscreta. Dopo due mesi è legittima. Chi è il direttore dell’« Avanti! »? Bacci o Treves? Il rivoluzionario o il sinistro? Bacci è a Milano in via S. Damiano 16 o a Ravenna nella vecchia Camera del Lavoro? Io sono come l’Urone di Voltaire. Non capisco certe situazioni complicate. Io sono un tradizionalista. Chi scrive l’articolo di fondo è il direttore... L’articolo di fondo è una specie di la che dà l’intonazione politica alla massa. Ecco perché l’articolo di fondo deve uscire dalla penna del direttore. Ma nell’« Avanti! » d’oggi chi scrive è Treves.
Sempre lui... Quale modus vivendi anzi scribendi si è stabilito fra il Bacci e il Treves? C’è il direttore, ma manca la direzione...
E come ciò non bastasse, posto così brutalmente il problema, il 27 ottobre 1912, alla vigilia cioè della riunione della direzione socialista che avrebbe dovuto decidere a chi affidare l’« Avanti! », « La folla » iniziò la pubblicazione a puntate del discorso di Mussolini a Reggio Emilia. Una pubblicazione cioè che non si giustificava sotto alcun profilo se non quello della volontà di rilanciare il nome di Mussolini in vista di una sua nomina a direttore dell’« Avanti! »; il che - del resto - era fatto chiaramente capire, senza troppi ambagi e giri di parole, in un breve cappelletto premesso alla prima puntata:
Benito Mussolini è un cerebrale del socialismo rivoluzionario... La piattaforma
del congresso socialista di Reggio Emilia è stata sua. È lui che con la sua veemenza
sincera fino alla brutalità ha domandato l’espulsione dei destri e ha conquistato
l’« Avanti! » ai rivoluzionari.

In questa situazione si giunse alla riunione della direzione socialista dell’8-10 novembre nel corso della quale Costantino Lazzari propose per la direzione dell’« Avanti! » il nome di Mussolini. Secondo la Balabanoff, la proposta di Lazzari avrebbe colto di sorpresa quasi tutti i membri della direzione e sarebbe stata presentata come provvisoria:
«Non abbiamo scelta, del resto la nomina è provvisoria. Voi mi direte che Mussolini è giovane, privo di esperienza; ma io vi ripeto, che dobbiamo incoraggiare i giovani. Del resto, appunto perché è giovane, potremo piú facilmente guidarlo, controllarlo...»
Mussolini, dal canto suo, avrebbe mostrato una certa riluttanza... e si sarebbe lasciato pregare... Comunque la nomina fu decisa all’unanimità. Si compiva così in un certo senso l’ultimo atto del congresso di Reggio Emilia.
De Felice R., “Mussolini il rivoluzionario”, Einaudi, pag. 135

Mussolini direttore dell’« Avanti! »

Nominato direttore dell’« Avanti! » Mussolini assunse la direzione effettiva del quotidiano del partito il 1° dicembre 1912.
Importante è il suo articolo del 30 novembre, dedicato a M. Fovel e la crisi dei partiti. In esso infatti Mussolini, oltre a polemizzare con il radical-socìalismo, prese posizione a proposito della critica dei partiti di cui Fovel si era fatto teorizzatore. Contro la tesi del Fovel secondo la quale i partiti politici sarebbero stati ormai « un romantico incrocio superstite di religione e di setta destinati a scomparire dinanzi ai problemi della realtà che da tutte le parti ne forza l’involucro fittizio », egli negò che il Partito socialista sfuggisse i concreti problemi posti dalla realtà italiana e affermò che i partiti « sovversivi » avevano in Italia ancora molto lavoro da fare. L’affermazione potrebbe sembrare in sé non peregrina, d’obbligo sotto la penna di un dirigente socialista. In realtà essa ci interessa per come era argomentata:
L’attività rinnovatrice dei socialisti è stata fenomenale. L’Italia contemporanea - ha detto Labriola - è figlia dell’opera esplicata in venti anni dal Partito Socialista. È arbitraria dunque quest’antitesi fra la realtà e i partiti, per cui la realtà diventerebbe un quid impenetrabile che non potrebbe essere conquistata, violentata, fecondata dai partiti. I partiti non sono congreghe di mistici contemplanti la società futura o passata, ma, o si difendano per conservare o attacchino per demolire, si tratta di associazioni di uomini, di vere e proprie milizie che lavorano con determinati mezzi pel raggiungimento di un determinato scopo.
In queste parole, in questa visione di una realtà « conquistata », « violentata », « fecondata » dai partiti è, in un certo senso, l’annuncio della politica che Mussolini voleva imporre al Partito socialista. A Reggio Emilia, parlando con Silvano Fasulo, aveva, a proposito del Partito socialista, affermato che questo era una massa inerte, eterogenea, sicché « o ne faremo una massa di manovra, o non sapremo che farcene ». Ora, con l’« Avanti! » nelle sue mani, questo processo di trasformazione del Partito socialista poteva avere inizio; in un secondo tempo, reso il partito uno strumento effettivo di lotta, una «milizia », lo si sarebbe potuto lanciare alla conquista del potere con metodi che non fossero più quelli gradualisti, parlamentari, delle successive riforme, della conquista delle amministrazioni locali e della lenta trasformazione dell’economia nazionale attraverso le organizzazioni economiche operaie e contadine, dei riformisti, ma - appunto - con i metodi della conquista rivoluzionaria. L’anima di questa conquista sarebbero state « delle minoranze audaci e delle élites precorritrici », l’effettiva conquista del potere non poteva però aver luogo senza le masse, senza « l’irreggimentazione completa di tutto il proletariato ». Questo doveva costituire l’« esercito » della rivoluzione. « Senza soldati... non c’è l’esercito; senza cellule, non c’è l’organismo »: il Partito socialista doveva pertanto essere reso l’« esercito » della rivoluzione. E ciò anche a costo di mutarne profondamente la fisionomia, pur di farne il grande partito unitario del proletariato.
De Felice R., “Mussolini il rivoluzionario”, Einaudi, pag. 137

Per capire il Mussolini direttore dell’« Avanti! », della piú alta e risonante tribuna cioè che un leader socialista potesse allora avere, bisognava tener presenti le divisioni all’interno del partito. Di ciò Mussolini dovette subito rendersi pienamente conto, così come dovette rendersi pienamente conto - come ha giustamente osservato il Dalla Tana - che, anche controllando l’« Avanti! », la sua posizione sarebbe rimasta sempre estremamente debole, perché alla sua influenza sarebbero sempre sfuggiti il gruppo parlamentare, saldamente nelle mani di Turati, Treves, Modigliani, e la CGL, anch’essa feudo sicuro dei riformisti attraverso R. Rigola, e anche perché la maggioranza della direzione del partito era in ultima analisi favorevole al perdurare di questa diversità di posizioni ritenendola positiva agli effetti della dialettica interna del partito e della penetrazione tra le masse. Per uscire da questa difficile posizione, Mussolini agì, sin dai primissimi giorni, in due direzioni. All’interno del giornale cercò di liberarsi di coloro che potevano condizionarlo e li sostituì con persone a lui fedeli o, in ogni caso, della frazione rivoluzionaria e quindi aprì la collaborazione a scrittori fuori o ai margini del partito, i cui articoli e il cui prestigio potevano giovare alla sua politica e che, in ogni caso, potevano portare all’« Avanti! » e a lui personalmente le simpatie di ambienti e di individui qualificati sino allora restii e diffidenti verso il Partito socialista. All’esterno del giornale e attraverso di esso iniziò contemporaneamente un’azione a vasto raggio, volta, da un lato, a battere definitivamente in breccia il riformismo e ad attivizzare il partito e le masse con continue agitazioni e, da un altro lato, a gettare una serie di ponti, a cercare nuove alleanze fuori del campo strettamente socialista, tra i sindacalisti, tra gli anarchici, tra i repubblicani piú intransigenti e rivoluzionari, in modo da influire con il loro ausilio sul partito stesso, sulla CGL e, in prospettiva, per cercare di assorbirli. Di qui una serie di contraccolpi, di reazioni a catena diremmo oggi, che in pochi mesi investirono e misero a rumore tutta la sinistra italiana dai bissolatiani ai sindacalisti rivoluzionari e agli anarchici e che fecero di Mussolini la figura piú discussa dell’intero schieramento.
De Felice R., “Mussolini il rivoluzionario”, Einaudi, pag. 138

Forte dell’appoggio della Balabanoff, egli era riuscito ad allontanare dall’« Avanti! » alcuni redattori e collaboratori riformisti a lui piú invisi, le cui voci riteneva incompatibili col nuovo carattere che voleva dare al giornale, e che, forti dell’appoggio e dell’incitamento di Turati, della Kuliscioff, di Prampolini, volevano invece continuare a rimanervi e a scrivervi « ad ogni costo ». La prima e la piú illustre vittima di questa epurazione dell’« Avanti! » era stato Treves che pure aveva con il giornale un regolare contratto: Mussolini respinse subito i primi tre articoli da lui scritti, mettendolo così nella condizione di andarsene, e come ciò non bastasse, con l’evidente proposito di sminuire la sua figura morale, gli negò in un primo tempo la liquidazione dovutagli, minacciando di denunziare pubblicamente la sua venalità, salvo concedergliela poi, grazie alla mediazione della Kuliscioff e del Bonavita, a condizione che la devolvesse alla sottoscrizione pro - « Avanti! ». Al posto degli esclusi immise in redazione e tra i collaboratori elementi accesamente rivoluzionari, spesso vicini ai sindacalisti rivoluzionari e ai libertari.
De Felice R., “Mussolini il rivoluzionario”, Einaudi, pag. 140

Mussolini cominciò ben presto a pensare ad un giornale suo

Mussolini cominciò ben presto a pensare ad un giornale suo, dal quale controbattere l’« Avanti! » Ricorrendo ai sistemi di cui già si era servito Mussolini, la direzione preferì - imboccata la via dell’intransigenza - far leva sul pacifismo delle masse, sulla loro delusione d’esser state « tradite » dal loro capo piú amato, e organizzò in tutto il paese un grande plebiscito di solidarietà per i suoi deliberati, che l’« Avanti! », molto abilmente, orchestrò, valorizzò e diffuse dal centro alla periferia. Contemporaneamente la direzione avvalorò l’idea che la posizione di Mussolini e di chi la pensava come lui fosse una posizione di « intellettuali », « asserviti idealmente alla borghesia » e, con una sottile azione propagandistica, che trovava facili appigli nell’incerto atteggiamento dell’ex direttore dell’« Avanti! » nei mesi precedenti, ne minò e scalzò il prestigio nelle masse, senza accettare, per altro, neppure la discussione delle sue tesi.
Mussolini privato dell’« Avanti! », del prestigio e della possibilità che gli dava l’« Avanti! », di parlare ogni giorno a tutto il partito, era praticamente nella impossibilità di battersi, la sua influenza non andava oltre la sezione di Milano e se voleva far giungere la sua voce piú in là doveva chiedere l’ospitalità dei giornali borghesi, che avevano scarsa diffusione negli ambienti socialisti e che in ogni caso era assurdo pensare potessero offrirgli quella tribuna che gli sarebbe occorsa. In questa situazione Mussolini, piuttosto che impegnarsi a fondo nella lotta piú propriamente di partito e, in primo luogo, invece di agire per ottenere la convocazione di un nuovo congresso, incominciò ben presto a pensare ad un giornale suo, dal quale controbattere l’« Avanti! ».
De Felice R., “Mussolini il rivoluzionario”, Einaudi, pag. 269

I finanziamenti a Mussolini di Filippo Naldi direttore del «Resto del carlino»

Non è ormai piú un mistero che « Il popolo d’Italia » nacque con il concorso economico determinante di Filippo Naldi, il direttore del « Resto del carlino » di Bologna, che procurò a Mussolini i primi finanziamenti necessari. La cosa emerse chiaramente già nel febbraio 1915, quando Mussolini, per difendersi dall’accusa di indegnità morale lanciata contro di lui dai suoi ex compagni di partito proprio a proposito - come vedremo - dell’origine dei fondi con i quali era nato « Il popolo d’Italia » e dei « tempi » dell’operazione (c’era chi sosteneva che essa fosse iniziata già prima della riunione della direzione socialista di Bologna), dovette accettare che tutta la vicenda fosse sottoposta ad indagine da parte di una commissione d’inchiesta, presieduta dal presidente del collegio dei probiviri dell’Associazione lombarda dei giornalisti. Nella relazione della commissione d’inchiesta si legge infatti:
È soltanto nei primi giorni di novembre che questa intenzione [di fondare un giornale] si andò concretando. Egli [Mussolini] era stato presentato parecchi mesi prima al dott. Filippo Naldi, direttore del « Resto del carlino », in occasione di un’intervista avuta con lui da un collaboratore di questo giornale e nel giornale stesso pubblicata [il 26 aprile 1914]. Il medesimo presentatore di pochi mesi prima diventò l’intermediario fra Mussolini e Naldi in questa circostanza. Fu egli cioè a suggerire al Mussolini di rivolgersi al Naldi perché lo consigliasse ed eventualmente lo aiutasse nella progettata fondazione dell’organo interventista. Mussolini raccolse l’invito e telegrafò in proposito al Naldi che accettò senz’altro di aiutarlo a raggiungere il suo scopo e venne a Milano per abboccarsi con lui.
La relazione della commissione d’inchiesta proseguiva quindi narrando gli sviluppi di questo incontro:
Gli aiuti dati dal Naldi al Mussolini si possono riassumere in questi fatti: fu il Naldi a mettere il Mussolini in rapporto con le Messaggerie Italiane che dovevano poi con regolare contratto incaricarsi della rivendita del giornale; a presentargli
l’ing. Bersellini perché gli desse retribuiti consigli ed assistenza nell’impianto del giornale per quanto riguardava il funzionamento tecnico ed amministrativo; a combinargli servizi di informazione da Bologna a mezzo di un redattore del « Carlino » e da Parigi a mezzo del corrispondente al « Carlìno » da quella città ed a completargli la redazione cedendogli due redattori del « Carlino » stesso. Fu il Naldi specialmente che, dopo pratiche fatte e fallite a Milano ed a Ginevra con l’agenzia Haasenstein e Vogler, lo mise in contatto con il dott. Jona che costituì la prima e la piú importante base per l’impianto del giornale e per la sua temporanea esistenza. Il dott. Jona e qualche amico suo da tempo vagheggiavano la fondazione di un’Agen
zia italiana di pubblicità in concorrenza con quelle, specialmente estere, già esistenti. Essi, data la grande attesa che in quei giorni si manifestava per il nuovo organo mussoliniano, pensarono che questo potesse costituire una favorevole occasione per il lanciamento dell’Agenzia e si accordarono col Mussolini per assumere la pubblicità alle condizioni stabilite in regolare contratto. Non solo, ma l’Agenzia si obbligava a fornire a Mussolini i mezzi per l’impianto e l’esercizio del giornale entro certi limiti e contro certe garanzie. Per poco meno cioè della metà della somma in varie riprese versata il dott. Jona volle una garanzia di persona da lui ritenuta solvibile ed accetta e per il resto si riserbò di rivalersi sulla quota spettante al giornale sugli introiti della pubblicità. La garanzia fu prestata al Mussolini dal sig. G. Bonfiglio del Consiglio d’amministrazione dei lavoratori del mare. Con questi mezzi e su tali basi « Il popolo d’Italia » poté vedere la luce la mattina del 15 novembre...
Secondo la relazione della commissione d’inchiesta le ragioni dell’appoggio dato da Naldi a Mussolini potevano essere ricercate in una certa simpatia del direttore del « Resto del carlino » per Mussolini e per il gesto audace da lui compiuto col mettersi in polemica col suo partito, nonché in « un giustificabile compiacimento in lui, uomo di parte ed avverso al socialismo, di aiutare il sorgere di un giornale che avrebbe per le sue tendenze contrarie alla Direzione del Partito socialista italiano potuto dividere e quindi indebolire il partito stesso ». Naldi nelle sue rivelazioni è andato molto oltre. L’idea di avvicinare e« lavorare » Mussolini sarebbe venuta, nell’ambito di una più generale azione per ammorbidire il neutralismo della stampa cattolica e socialista, al ministro degli Esteri, marchese di San Giuliano e Naldi avrebbe agito su sua indicazione. A questo scopo egli aveva avvicinato Mussolini già prima dell’ottobre, senza per altro riuscire a convincerlo, ma rendendosi conto anche lui dei dubbi e delle incertezze che travagliavano il direttore dell’« Avanti! ». In questa prospettiva il fatto che proprio « Il resto del carlino » abbia ospitato la violenta requisitoria di Massimo Rocca non è certo privo di significato: conoscendo la situazione psicologica di Mussolini, Naldi volle con essa bruciare i tempi e costringere Mussolini a dichiararsi apertamente. Secondo Naldi, Mussolini, sdegnato, gli scrisse dopo Bologna una lettera di protesta ed ebbe con lui una violenta discussione, nel corso della quale lo avrebbe accusato di averlo pugnalato alla schiena. In questa occasione sarebbe, lì per lì, sorta l’idea di un nuovo giornale. Così G. Bontempi, a cui Filippo Naldi ha fatto le sue rivelazioni, ha raccontato l’episodio:
In seguito agli articoli del « Carlino » che accusavano Mussolini di doppiogiochismo, questi s’infuriò con Naldi e gli scrisse una lettera minacciosa, zeppa di propositi di vendetta.
Naldi colse l’occasione per recarsi immediatamente a Milano e abboccarsi con Mussolini. « Lei mi ha pugnalato alla schiena, - gridò il futuro Duce a Naldi, - ma io non tacerò e mi batterò ad oltranza, anche se non ho piú un giornale a dispo
sizione ». Naldi non poteva certo proporre a Mussolini l’ospitalità delle colonne del « Carlino »: la cosa sarebbe stata controproducente. Lì per li il Naldi suggerì a Mussolini di fondare un settimanale ma il suo interlocutore gli rispose che non si poteva far intendere la propria voce attraverso un settimanale. «Allora fate un quotidiano », replicò Naldi. E Mussolini: « E con che soldi? » Naldi: « Lasci stare, i soldi si trovano sempre. In fondo, che ci vuole per fare un quotidiano? Bastano una rotativa, dei redattori, della carta... Ci penso io... » Mussolini: «Non ci sono tipografie disponibili a Milano. E poi, dove trovare il denaro? Un denaro che io possa accettare... »
Non vediamo perché si dovrebbe dubitare che le cose si siano veramente svolte in questo modo; quello che ci sembra improbabile è che Naldi abbia avuto lì per lì l’idea di un giornale da cui Mussolìni potesse parlare. La rapidità con la quale trovò i soldi necessari ad un primo avvio dell’impresa e soprattutto il fatto che proprio « Il resto del carlino » sia stato il giornale che per primo, dopo la riunione di Bologna, diffuse la voce che Mussolini pensava ad un proprio giornale (evidentemente un primo tentativo di pressione a distanza e allo stesso tempo un ballon d’essai), ci lasciano molto scettici sull’attendibilità di questa parte delle dichiarazioni di Naldi.
A Milano Mussolini, Naldi e Girardon gettarono le basi del « Popolo d’Italia », trovarono una vecchia tipografia adatta alla bisogna, scelsero il primo nucleo dello staff redazionale, ottennero la carta dal fornitore del « Resto del carlino » e, infine, gettarono le basi con lo Jona, vecchio amico di Naldi, dell’Agenzia italiana di pubblicità che doveva costituire la base piú concreta per il futuro finanziamento del giornale.
La mattina del 15 novembre 1914 « Il popolo d’Italia » apparve per la prima volta nelle edicole di Milano e delle principali città d’Italia. Ciò era stato reso sostanzialmente possibile solo grazie ai capitali iniziali procurati da Filippo Naldi e alla garanzia della Federazione dei lavoratori del mare. Nella « Folla » dello stesso giorno, commentando l’uscita del « Popolo d’Italia » e cercando di parare in anticipo le accuse a Mussolini d’essersi « venduto » (osservando che ormai tutti i giornali - « Avanti! » ed « Humanité » compresi - erano delle imprese finanziarie, senza le quali non avrebbero potuto vivere), Valera annunciò che il quotidiano di Mussolini incominciava con mezzo milione’. Questa cifra corrisponde suppergiú a quella che è possibile ricavare dalle dichiarazioni già piú volte ricordate di Naldi. Secondo l’allora direttore del « Resto del carlino », alle prime spese per il giornale e per la costituzione dell’AIP fecero fronte alcuni industriali di orientamento piú o meno interventista o, almeno, interessati ad un incremento delle forniture militari: Esterle (Edison), Bruzzone (Unione zuccheri), Agnelli (Fiat), Perrone (Ansaldo), Parodi (armatori).
Il successo del « Popolo d’Italia » fu, si può ben dire, strepitoso. Naldi, per convincere le Messaggerie italiane ad assumersi la distribuzione, si era impegnato ad acquistare l’eventuale resa: alle dieci del mattino il primo numero del nuovo quotidiano era già esaurito ovunque. Nei mesi successivi, sino all’entrata dell’Italia in guerra, la tiratura del « Popolo d’Italia » andò anzi progressivamente aumentando sino a toccare punte di 80.000 copie.
De Felice R., “Mussolini il rivoluzionario”, Einaudi, pag. 278

Pochi casi di renitenza alla leva, diserzione, autolesionismo, sabotaggio

I casi di renitenza e di diserzione - che misero tanto a rumore gli ambienti interventisti e nazionalisti - andarono, è vero, aumentando progressivamente a mano a mano che la guerra si prolungava. I disertori, per esempio, passarono da 8 ogni diecimila soldati nel primo anno di guerra a 13, sempre su diecimila soldati, nel secondo e a 25 nel giugno-settembre del 1917. Essi non riuscirono però mai ad intaccare l’efficienza dell’esercito e tanto meno assursero mai a fenomeno caratterizzante. Oltre a ciò, un esame appena un po’ approfondito dei singoli fenomeni induce spesso ad una loro ulteriore sdrammatizzazione.
Tipico è il caso dei renitenti: alla data del 30 settembre 19 17 questi erano 384.000; se si esaminano però le cifre in dettaglio, risulta che ben 337.000 di questi casi riguardavano cittadini residenti all’estero, cittadini cioè che per motivi oggettivi o soggettivi si trovavano fuori dalla giurisdizione dello stato italiano; i veri e propri casi di renitenza furono pertanto, nel periodo in questione, poco più di 48 mila. Così come, per i disertori, va tenuto presente che la cifra totale, alla stessa data, di 60.262 comprendeva anche i militari successivamente « recuperati ai corpi », cioè, in gran parte, rientrati in ritardo dalla licenza ai rispettivi reparti (e si tratta di circa la metà dei casi). E, ancora, va tenuto presente che colle classi piú giovani via via chiamate sotto le armi si ebbe un miglioramento della situazione, dovuto evidentemente ad una progressiva penetrazione di motivi « patriottici » anche nelle classi proletarie. Su 339.000 reclute del 1896 gli elementi considerati in base alle informazioni della polizia «sovversivi» furono 3.311, pari al 9,77 per mille, mentre nelle classi immediatamente precedenti erano stati il 20,5 per mille (1894) e il 20,16 per mille (1895). E questo in un periodo, la metà del 1917, che aveva visto una serie di agitazioni popolari contro il carovita e, contro la guerra. Nei ceti borghesi, anche tra i neutralisti, il patriottismo si diffuse con estrema rapidità, grazie sia ad un processo spontaneo sia alla pronta adesione alla guerra della maggioranza liberale e all’accettazione del principio della « difesa della patria » da parte di buona parte del clero, dei cattolici e persino dei socialisti. I vescovi neutralisti furono una minoranza (così come quelli nazionalisti); i piú si schierarono su posizioni patriottiche e moderate. Casi di neutralismo ad oltranza si ebbero piú numerosi nel basso clero, specie delle zone agricole (ove i socialisti cercarono di accreditare la tesi che la guerra l’avevano voluta anche i preti); nel complesso si trattò però di casi, anche qui, non caratterizzanti e che trovarono il loro pendant in quelli di sacerdoti accesamente nazionalisti e patriottici.

Persino i socialisti, pur riaffermando la loro decisa avversione alla guerra, non sfuggirono nel complesso a questo orientamento generale. L’« Avanti! » affermò che il Partito socialista non avrebbe accettato alcun invito alla collaborazione e alla concordia, aveva scritto: « faccia la borghesia italiana la sua guerra ». Dichiarata la guerra, la direzione socialista confermò questa linea di condotta. Una linea che, per altro, si dimostrò ben presto piú teorica che pratica, destinata a mostrare la sua contraddittorietà e a lasciar ampio spazio a tutta una serie di atteggiamenti e di iniziative praticamente in contrasto con essa.
De Felice R., “Mussolini il rivoluzionario”, Einaudi, pag. 317

Gli interventisti di sinistra e i rivoluzionari in particolare furono soggetti ad un’attenta sorveglianza e fu impedito loro di diventare ufficiali. Fu questo, per esempio, il caso dello stesso Mussolini. Richiamato alle armi, come vedremo, Mussolini nel novembre 1915 fece domanda per essere ammesso a frequentare il corso allievi ufficiali. Lo Stato maggiore si rivolse allora alla presidenza del Consiglio facendo presenti i suoi « precedenti assai gravi», osservando che « per quanto il recente atteggiamento patriottico del Mussolini abbia attenuato alquanto l’importanza dei suoi deplorevoli precedenti, occorre anche tener presente che egli ha ripetutamente affermato che la sua solidarietà col Governo si sarebbe limitata alla durata della guerra, salvo a riprendere poi il suo posto di combattimento come socialista ». In considerazione di ciò lo Stato maggiore era d’avviso di negare a Mussolini la nomina ad ufficiale. Salandra, investito della questione, accettò pienamente questo giudizio.
Nonostante questo stato di fatto nei primi mesi della guerra l’adesione degli interventisti rivoluzionari alla politica del governo Salandra fu pressoché completa. La « vittoria » (nella quale molti di essi, primo Mussolini, non avevano piú sperato dopo le dimissioni di Salandra del 13 maggio) riportata con la dichiarazione di guerra all’Austria li riempi d’entusiasmo. Quelli che non furono subito richiamati fecero di tutto per essere accettati come volontari e, ingenuamente fiduciosi che la guerra sarebbe stata rapida e vittoriosa, accantonarono ogni opposizione al governo sino a sciogliere, come ormai inutili, i loro Fasci.
Corridoni, De Ambris e decine di altri interventisti rivoluzionari andarono volontariamente sotto le armi, così come Bissolati, Chiesa, Salvemini e tanti altri interventisti democratici. Mussolini cercò anch’egli d’essere arruolato, ma in un primo tempo non vi riuscì perché era imminente la chiamata della sua classe. Da qui tutta una serie di attacchi da parte della stampa neutralista e socialista in particolare che l’accusò (grande orchestratore Serrati desideroso di annientare moralmente il suo avversario) di imitare quel caricaturale personaggio da commedia che diceva: « armiamoci e partite ». Di qui una nuova ripresa polemica, anche questa volta violentissima, tra « Il popolo d’Italia » e« l’Avanti! ». Mussolini, impaziente e adirato per questi attacchi, mordeva il freno. Da Milano il 26 luglio si rivolse anche a Barzilai, chiedendogli di interporre i suoi buoni uffici; in caso contrario si sarebbe arruolato volontario in Francia:
Caro Barzilai, vi prego ardentemente di leggermi e di comprendere il mio stato d’animo. Dopo due mesi di guerra io aspetto ancora - e invano! - di essere richiamato. La mia opera giornalistica è finita: il giornale è affidato a mani esperte, a gente provata che anche in mia assenza non devierebbe di una linea dal programma fondamentale del giornale - tenere salda, durante e anche dopo la guerra, la compagine nazionale. Ora io non sono piú una forza, agli effetti della causa interventista, ma una debolezza. Migliaia e migliaia di interventisti hanno fatto il loro dovere arruolandosi come volontari, ma tutti guardano a Mussolini e l’assenza di Mussolini dal fronte danneggia la riputazione morale degli interventisti.
Sarò dunque costretto, pur di uscire da questa situazione, a disertare ed arruolarmi in Francia?
De Felice R., “Mussolini il rivoluzionario”, Einaudi, pag. 321

Finalmente, il 31 agosto 1915, anche Mussolini fu richiamato, come bersagliere

Su Mussolini soldato durante la prima guerra mondiale si è molto scritto, allora come negli anni successivi.
In realtà, nel periodo in cui Mussolini fu militare, egli fu un buon soldato come tanti altri. Nel rapporto redatto dall’ispettore generale di PS Gasti per il presidente del Consiglio del tempo, sulla base, evidentemente, anche del suo fascicolo militare, si legge infatti:
Richiamato sotto le armi, fu in zona di guerra e rimase anche gravemente ferito da scheggia di granata. Fu promosso caporale per merito di guerra. La promozione fu motivata dall’attività sua esemplare, dalle qualità battagliere, dalla serenità di
mente, dall’incuranza ai disagi, dallo zelo, dalla regolarità nell’adempimento dei suoi doveri, essendo sempre primo in ogni impresa di lavoro e di ardimento.
Della sua vita militare Mussolini diede un quadro vivace e nel complesso abbastanza fedele. Da esso traspare qua e là la difficile situazione nella quale spesso si vennero a trovare quei militari ch’erano conosciuti dai loro commilitoni e superiori come interventisti attivi. Una situazione che è bene riassunta nei suoi momenti essenziali da Silvano Fasulo nella sua Storia vissuta del socialismo napolitano e che trova conferma anche in un ricordo personale di Mussolini, da lui riferito alla Sarfatti, e relativo a come egli apprese la notizia della morte di Corridoni: « " Sei tu Mussolini? ", gli chiese un giorno un commilitone. " Sì ". " Benone, ho una buona notizia da darti: hanno ammazzato Corridoni. Gli sta bene, ci ho gusto. Crepino tutti questi interventisti! "»
Scrive il Fasulo:
La tragedia dei socialisti interventisti e intervenuti in guerra non sarà mai compresa da chi non è stato combattente e socialista nel 1915-1918. Era come se la guerra l’avessero provocata loro... I soldati guardavano bieco. I soldati perseguitavano. Una circolare di Cadorna... raccomandava ai capi reparto di tener d’occhio i così detti « socialisti interventisti » che si erano ficcati nell’esercito per conquistarlo e fare la rivoluzione appena finita la guerra. I capi reparti, specialmente se ufficiali di carriera, erano ammiratori ciechi dei tedeschi, e si consideravano loro amici finché la guerra fu solo contro l’Austria... Voi avete voluto la guerra: voi dovete farla dicevano; e cacciavano codesti apposta in tutte le azioni piú disperate. E cercavano cimenti per metterli alla prova.
De Felice R., “Mussolini il rivoluzionario”, Einaudi, pag. 323

Gli interventisti dopo Caporetto

La sconfitta contribuì notevolmente ad accelerare e a rendere piú netto il processo di differenziazione interna dell’interventismo, già in atto - come si è visto - prima di Caporetto e che dalla sconfitta militare aveva ricevuto una nuova spinta centrifuga.
Accennando alle grandi linee di questo processo, il Bonomi ha scritto:
Mentre le ali estreme dell’interventismo chiedevano qualche cosa come la Convenzione e il Terrore, che salvarono la Francia del 1792 dalla rivolta interna e dall’invasione straniera, gli elementi piú misurati delle stesse correnti interventiste riconoscevano che interesse dell’Italia era di ricostituire, in quell’ora, l’unità degli
italiani.
Che questo fosse il desiderio della parte migliore dell’interventismo è incontestabile. È però un fatto che su questo punto l’interventismo falli completamente. L’irrigidimento patriottico del paese fu sostanzialmente un fenomeno spontaneo, su cui l’interventismo di sinistra influì in misura molto scarsa e non seppe impedire che i frutti politici di esso fossero raccolti soprattutto dalla destra, sicché in pratica Caporetto significò un ulteriore spostamento a destra dell’asse politico italiano, un prevalere dei liberali nazionali e dei nazionalisti: nonostante alcuni apparenti successi, l’interventismo di sinistra giunse al novembre 19 18, alla vittoria, notevolmente indebolito, piú isolato, sfaldato e pericolosamente inquinato da tutta una serie di germi involutivi che nella crisi dell’immediato dopoguerra ne avrebbero rapidissimamente determinato la trasformazione e, di fatto, la morte.
Nel 1914-15 il contrasto tra neutralisti e interventisti era stato tanto violento e la sua soluzione era stata di fatto una sopraffazione di una minoranza, quella interventista, su una maggioranza, quella neutralista, che neppure la minaccia della sconfitta riuscì a placare gli odi allora accumulati. Per i socialisti, ormai persi dietro il mito della rivoluzione russa, la sconfitta diveniva sinonimo di rivoluzione e rendeva questa piú facile e vicina che non la vittoria, che invece avrebbe rafforzato il nemico di classe e resa piú difficile la conquista rivoluzionaria del potere. I giolittiani non arrivavano certo a tanto e non avrebbero certo accettato la pace per la pace; una pace di compromesso sarebbe però stata per essi una vittoria clamorosa, avrebbe confermato infatti la validità della tesi che nel 19 15 l’Italia avrebbe potuto ottenere « parecchio » senza fare la guerra, in pratica piú di quello che avrebbe potuto ottenere con una guerra lunga, estenuante, contraria ai veri interessi del paese. Una simile vittoria li avrebbe riportati al potere e avrebbe permesso loro di riprendere la tradizionale politica. Questo a livello politico. Nelle masse meno politicizzate, specialmente contadine, poi, quelle che avevano subito la guerra come una imposizione di una minoranza prima e come un continuo salasso di sangue e di energie poi, la stanchezza per l’« inutile strage » era il sentimento dominante.
De Felice R., “Mussolini il rivoluzionario”, Einaudi, pag. 373

Cosa censura la Censura

Alla politica della concordia nazionale Mussolini si mantenne fedele per poco piú di un mese e mezzo. In questo periodo, che corrisponde grosso modo alla ritirata del nostro esercito dietro il Piave e alla definitiva stabilizzazione del fronte su questo fiume, sicché apparve chiaro che - almeno per il momento - il peggio era militarmente scongiurato, Mussolini, pur non lesinando le critiche alla lentezza con la quale il governo Orlando agiva, si dedicò soprattutto a tracciare e a diffondere il quadro dei provvedimenti che a suo dire il governo avrebbe dovuto adottare: una vera disciplina di guerra, cioè la militarizzazione di tutto il paese e la inclusione di tutta la valle del Po nella « zona di guerra », la costituzione di un’armata di volontari, l’arresto e l’internamento di tutti i sudditi nemici e la confisca dei loro beni, provvedimenti a favore dei profughi e contro gli imboscati, il miglioramento del trattamento dei soldati (questa richiesta venne regolarmente soppressa dalla censura) e degli approvvigionamenti alla popolazione.
De Felice R., “Mussolini il rivoluzionario”, Einaudi, pag. 396

 

Mussolini e il suo « superamento » del socialismo

Il primo chiaro accenno a questo superamento era stato fatto da Mussolini in un articolo del 15 dicembre 1917, intitolato sintomaticamente “Trincerocrazia”. I trinceristi - aveva scritto - sono l’aristocrazia di domani:
I miopi e gli idioti non la vedono. Eppure, questa aristocrazia muove già i primi passi. Rivendica già la sua parte di mondo. Delinea già con sufficiente precisione i suoi tentativi di « presa di possesso » delle posizioni sociali... L’Italia va verso due grandi partiti: quelli che ci sono stati e quelli che non ci sono stati; quelli che hanno combattuto e quelli che non hanno combattuto; quelli che hanno lavorato e i parassiti... I partiti vecchi, gli uomini vecchi che si accingono, come se niente fosse, all’exploitation dell’Italia politica di domani saranno travolti. La musica di domani avrà un altro tempo... È questa previsione che ci conduce a guardare con un certo dispregio tutto ciò che si dice e si fa dagli otri vecchi, ripieni di presunzione, di sacre formule e di imbecillità senile.
Potrà essere un socialismo anti-marxista, ad esempio, e nazionale. I milioni di lavoratori che torneranno al solco dei campi, dopo essere stati nei solchi delle trincee, realizzeranno la sintesi dell’antitesi: classe e nazione.
De Felice R., “Mussolini il rivoluzionario”, Einaudi, pag. 403

Gli industriali Perrore dell’Ansaldo: paranoici

Il piú importante complesso industriale italiano era a quel tempo quello che faceva capo ai due fratelli Perrone, Pio e Mario. Punti di forza del gruppo erano la Società Ansaldo e la Banca italiana di sconto. Attorno a questo nucleo centrale ruotavano ed erano collegate numerose altre imprese minerarie (Cogne), idroelettriche (in Val d’Aosta), side; rurgiche (Cornigliano), marittime (Società nazionale di navigazione; Società transatlantica italiana), ecc. Ai Perrone appartenevano pure due dei maggiori quotidiani, il genovese « Il secolo XIX » e il romano « Il messaggero ». Secondo alcune « notizie » in data 2 7 maggio 19 18 conservate nelle « carte Nitti », anche il « Corriere mercantile », « Il mezzogiorno », « Il fronte interno » e« L’idea nazionale » sarebbero stati collegati in qualche modo al gruppo Ansaldo. Durante la guerra il gruppo aveva subito un enorme dilatamento ed era stato uno dei maggiori protagonisti del nostro sforzo industriale. Nei quattro anni del conflitto l’Ansaldo produsse quasi 11 mila cannoni, 550 bombarde, 3800 aeroplani, 10 milioni di proiettili d’artiglieria, 95 navi da guerra e numerose altre navi da trasporto oltre a moltissimo altro materiale bellico. Per dare una idea di cosa ciò significasse basterà ricordare che, in tutto il periodo della guerra, la manodopera impiegata dall’Ansaldo passò da 4 mila a 56 mila unità (110 mila considerando anche le imprese collegate), il capitale da 30 a 500 milioni e che, secondo i dati raccolti dalla commissione d’inchiesta istituita nel luglio 1920 per i sopraprofitti di guerra, questi sarebbero ammontati per l’Ansaldo e le due società di navigazione a 46 milioni.
L’attività del gruppo Perrone non si limitò però al solo settore produttivo, nel quale guadagnò indiscutibili benemerenze. Specialmente a partire dall’estate del 1916, i Perrone svolsero anche una intensa attività politica, volta non solo ad ottenere facilitazioni per il loro complesso, ma anche - ciò che piú ci interessa - per indurre il governo e in particolare Nìtti ad un’azione di « italianizzazione » del mondo bancario (l’attacco era rivolto soprattutto alla Banca commerciale italiana, collegata all’Ilva, cioè al maggior concorrente dell’Ansaldo) e contro il « disfattismo » politico ed economico interno. Quest’azione si fece sempre piú decisa e pressante dopo Caporetto. Allora - per dirla con il Monticane- «esasperazione del patriottismo» dei Perrone toccò il suo culmine e assunse il carattere di una vera e propria caccia ai « responsabili », tanto da indurre Orlando a considerare i fratelli Perrone «dei maniaci, che vedono dovunque il tedesco, il disfattismo, il tradimento». Come si vede, se Mussolini voleva avvicinarsi al mondo industriale, l’Ansaldo non poteva non essere il complesso a lui piú congenìale, sia per la sua potenza sia per il suo orientamento politico.
Sui rapporti tra Mussolini e l’Ansaldo prima dell’estate 1918 manchiamo di elementi precisi. Tuttavia, se non proprio congetture o ipotesi, si può fare almeno qualche constatazione di fatto. Analizziamo la pubblicità dell’Ansaldo sul «Popolo d’Italia»: essa divenne importante (quattro mezze pagine in venti giorni) dall’11 dicembre 1917, cioè da dopo Caporetto.

La chiusura dell’edizione romana

Il 26 luglio Mussolini pubblicò sul « Popolo d’Italia » un Discorso agli amici in cui annunciò la prossima soppressione dell’edizione romana del giornale e, fatto un rapido bilancio amministrativo del costo del giornale stesso e della sottoscrizione tra i lettori (che era cominciata nella seconda metà del 1916), la chiusura anche della sottoscrizione di solidarietà: « Essa - scrisse - doveva servire a coprire il deficit dell’edizione romana, ma colla fine del mese tale edizione cessa... Liberato dal peso morto dell’edizione romana, il "Popolo" di Milano - malgrado tutte le condizioni difficili dell’attuale momento - può chiudere all’attivo i suoi bilanci amministrativi, come ha chiuso sempre all’attivo il suo bilancio politico».
La notizia non mancò di sollevare parecchio scalpore, specie dopo che, il giorno successivo, Mussolini ebbe modificato il sottotitolo del suo giornale, ed ebbe proclamato il suo ripudio del socialismo, recandosi poi ancora una volta a Genova (dove era stato anche una settimana prima per l’apertura di una mostra sulle atrocità tedesche nel Belgio) per l’inaugurazione della sede della nuova redazione del « Popolo d’Italia » in quella città. Subito si incominciò a vociferare di un accordo Mussolini Ansaldo.
A conferma delle voci di un accordo Mussolini-Ansaldo il 22 agosto un dispaccio riservato alla Direzione generale di PS riferiva che Mussolini:
è rimasto parecchi giorni a Genova, ha avuto quotidiani, lunghi colloqui con i dirigenti dell’Ansaldo e durante la sua permanenza in detta città si è sempre servito di una automobile della Ditta che il comm. Pio Perrone aveva messo a sua completa
disposizione.
Una « nota », senza data (ma certo dell’estate 19 18), svelava, come si è detto, quale sarebbe stata, da parte di Mussolini, la contropartita dell’accordo:
Il « Popolo d’Italia » - si legge in questa nota - sulle orme della « Scintilla » di Roberto Marvasi e di altri elementi raccolti in Napoli da un suo collaboratore aveva pubblicato una serie di articoli svelando la manovra fatta dalla Banca Italiana di Sconto col prof. Canto per salvare e sottrarre alla confisca il patrimonio tedesco dei Wenner nonché i loro cotonifici. Il Mussolini aveva in mano un documento di una certa importanza a firma del comm. Pogliani e stava per pubblicarlo quando la Banca ha potuto per interposta persona di Milano avvicinare il Mussolini e trattare con lui la cessazione della campagna. Il Mussolini dichiarò che non poteva di colpo né attenuare e tanto meno cessare la campagna contro la Banca e l’affare napoletano atteso il carattere del giornale e il fatto che se avesse cessato sarebbe venuto fuori uno scandalo. Non vi era altra soluzione che cessare la edizione romana del giornale e così tutto sarebbe finito. La proposta fu subito bene accolta e il comm. T. pagò per conto della Banca al Mussolini lire zoo 00o ritirando tutti i documenti che esso aveva...
In conclusione, sulla base di questo complesso di documenti ci pare si possa ritenere che se il « superamento » del socialismo fu per Mussolini la conseguenza di un suo autonomo processo di evoluzione-involuzione, ad esso concorsero anche motivi di altro genere, come il desiderio di assicurare una nuova e piú sicura fonte di finanziamento al suo giornale. Si può dire - certo - che, ancora una volta, gli interessi e i fini di Mussolini e dell’Ansaldo erano convergenti.
De Felice R., “Mussolini il rivoluzionario”, Einaudi, pag. 417

Chi ripercorra oggi gli avvenimenti che portarono Mussolini alla fondazione dei Fasci di combattimento e, piú in qua ancora, al suo accordo con Giolitti dell’autunno 1920 non può non rilevare due fatti fondamentali. Primo: nei due anni che intercorsero tra la fine della guerra e l’accordo con Giolitti Mussolini si mosse in una direzione sostanzialmente univoca, ma altrettanto sostanzialmente tracciata giorno per giorno, frutto non già di un piano e di una consapevolezza precisi, ma - al contrario - determinati da un successivo adeguamento e inserimento nella situazione in atto. Secondo, quando diede vita ai Fasci di combattimento Mussolini non aveva la piú pallida idea di dove essi lo avrebbero portato. I Fasci di combattimento nacquero in realtà come tanti altri movimenti, tante altre organizzazioni degli anni della guerra e dell’immediato dopoguerra, destinati a un’esistenza grama e ad un esaurimento piú o meno rapido.
Si può dire che lo stesso Mussolini ad un certo punto si trovò ad essere uno dei grandi protagonisti della ribalta italiana quasi senza accorgersene, per successivi adeguamenti, per successivi compromessi. Giornalista appassionato e ormai giunto a piena maturità, aveva dato vita ai Fasci, aveva assunto certe posizioni soprattutto per portare avanti l’« azienda » e, in definitiva, per « farsi una cuccia »; ad un certo momento si trovò alla testa di un movimento politico che aveva tirato su giorno per giorno con i suoi articoli (un misto di conformismo, di « fiuto », di spregiudicatezza, di provocazione) e che improvvisamente gli si rivelò grande a condizione di seguirne la logica e di considerarlo la sua vera « azienda ».
De Felice R., “Mussolini il rivoluzionario”, Einaudi, pag. 460

Sotto questo profilo siamo convinti che chi meglio capì la complessa figura politica e umana di Mussolini fu il capo dell’Ufficio speciale d’investigazione, l’allora ispettore generale Gasti nel suo famoso rapporto redatto nel giugno 1919 per Orlando. Un rapporto che rimane nel suo genere un modello, sia dal punto di vista informativo, sia per l’equilibrio, nient’affatto formale o burocratico, delle parti che lo compongono, sia, infine, per i suggerimenti in esso contenuti e di cui sia Nitti sia soprattutto Giolitti fecero certamente tesoro nei loro rapporti con Mussolini. Nei « cenni fisiopsicologici » di Mussolini, che costituiscono la penultima parte del lungo rapporto, il Gasti
tracciava infatti un profilo del direttore del « Popolo d’Italia » che i fatti successivi avrebbero confermato in pieno e a cui lo storico può ancor oggi in gran parte riferirsi:
Benito Mussolini è di forte costituzione fisica sebbene sia affetto da sifilide.
Questa sua robustezza gli permette un continuo lavoro.
Riposa fino a tarda ora del mattino, esce di casa sua a mezzogiorno, ma non vi
rientra più che alle 3 dopo la mezzanotte, e queste quindici ore, meno una breve
sosta per i pasti, sono devolute alla attività giornalistica e politica.
È un sensuale e ciò è dimostrato dalle varie relazioni contratte con donne delle
quali le piú notevoli quelle colla Guidi e colla Dalser sopra accennate.
È un emotivo ed un impulsivo e questi caratteri lo rendono nei suoi discorsi suggestivo e persuasivo per quanto, pur parlando bene, non possa dirsi un oratore.
È in fondo un sentimentale ciò che gli attira molte simpatie ed amicizie.
È disinteressato, prodigo dei denari che maneggia e ciò gli ha formato una reputazione di altruismo e di filantropia.
È molto intelligente, accorto, misurato, riflessivo, buon conoscitore degli uomini e delle loro qualità e manchevolezze.
Facile alle pronte simpatie ed antipatie, capace di sacrificio per gli amici, è tenace nelle inimicizie e negli odi.
È coraggioso ed audace; ha qualità organizzatrici, è capace di determinazioni pronte; ma non altrettanto tenace nelle convinzioni e nei propositi.
È ambiziosissimo. È animato dalla convinzione di rappresentare una notevole forza nei destini d’Italia ed è deciso a farla valere. È uomo che non si rassegna a posti di secondo ordine. Vuole primeggiare e dominare.
Nel socialismo ufficiale salì rapidamente da oscure origini a posizione eminente. Egli fu il direttore ideale dell’« Avanti! » pei socialisti. Fu in quel campo molto apprezzato ed amato. Qualcuno dei suoi antichi compagni ed ammiratori confessa ancora che nessuno meglio di lui seppe comprendere ed interpretare l’anima del proletariato il quale vide con dolore la sua apostasia.
Questa fu determinata non da calcolo di interesse e di lucro. Egli fu un apostolo sincero ed appassionato prima della neutralità vigile ed armata e poi della guerra; e non credette di transigere colla sua onestà personale e politica valendosi di tutti i mezzi, da qualunque parte gli venissero, ovunque li potesse raccogliere, per sostenere il suo giornale, il suo programma, la sua linea d’azione.
Questa la sua direttiva iniziale. Quanta parte poi delle sue convinzioni socialiste delle quali mai fece palese od intima abiura siasi sperduta nelle transazioni finanziarie indispensabili per la continuazione della lotta ingaggiata, nella utilizzazione - anche a scopo personale - del denaro ricevuto, nel contatto e nell’alleanza con uomini e con correnti di diversa fede, nell’attrito con gli antichi compagni, nella quotidiana schermaglia coi socialisti ufficiali, sotto la costante pressione dell’odio indomabile della acre e ingiuriosa malevolenza delle accuse e delle calunnie incessanti degli antichi suoi seguaci è difficile precisare trattandosi di un’indagine introspettiva nel foro imperscrutabile della coscienza, ma è indubbio che tutti questi elementi compressori e corrosivi debbono avere notevolmente disgregato e logorato i principi marxisti dell’ex leader socialista. Ma se queste alterazioni si sono verificate, se pur adombrino il suo spirito e possano tradursi larvatamente nella realtà
delle cose e delle situazioni, egli non le lascerà tuttavia mai trasparire con troppa
evidenza, non permetterà mai che altri le denudi e le sveli, egli vorrà sempre parere, e si illuderà forse sempre di essere socialista, malgrado che la sua opera possa essere utilizzata a fini costituzionali, malgrado che il dissidio con coloro che pretendono essere i dogmatici della ortodossia socialista si faccia sempre più insanabile e profondo.
Questa secondo le mie indagini la figura morale dell’uomo, in contrasto coll’opinione dei suoi antichi compagni di fede e di adepti a partiti d’ordine che lo ritengono un venduto, un corrotto ed un corruttibile, ed in contrasto ad altri che lo ritengono fermamente saldo nei suoi principi socialisti di un tempo.
Se una persona di alta autorità ed intelligenza saprà trovare nelle sue caratteristiche psicologiche il punctum minoris resistentiae, saprà anzitutto essergli simpatico, ed insinuarsi nel suo animo non contrastando inizialmente alle di lui visioni e previsioni politiche, se egli saprà dimostrare quale sia il vero interesse d’Italia (poi ché io credo al suo patriottismo), se con molto tatto, mostrando di rispettare le di lui intime convinzioni e la di lui tattica, nell’interesse di una collaborazione necessaria, gli offrirà i fondi indispensabili per l’azione politica concordata, in modo che non appaia l’intenzione, che sarebbe offensiva, di accaparramento o di addomesticamento, il Mussolini si lascerà a poco a poco conquidere.
Ma che col suo temperamento vi sia la certezza di non incontrare ad uno svolto di via, per mutamento di condizioni e di uomini, una sua defenzione, non potrà mai garentirsi da alcuno. Egli è come si disse un emotivo ed un impulsivo. Tuttavia anche se temporanea la sua collaborazione potrebbe essere molto utile perché in questo momento la sua influenza nei fasci di combattimento, in quelli degli arditi e dei volontari è grandissima e potrebbe essere in alcune circostanze decisiva. In questi ultimi tempi (metà di maggio) egli era di opinione che convenisse combattere in ogni modo la propaganda bolscevika che convenisse sostenere il Gabinetto Orlando e specie il Presidente perché una crisi ministeriale avrebbe potuto compromettere piú alte istituzioni. Che occorresse considerare come un pericolo le associazioni facienti capo a Facchinetti ed all’«Italia del popolo». Negli ultimi numeri del «Popolo d’Italia», sembra tuttavia che in contrasto a queste aspirazioni da lui espresse siasi affermato un atteggiamento meno favorevole a S. E. Orlando.
La cosa non meraviglia. Già si è detto che le direttive politiche del Mussolini sono mutevoli e se, come si disse, non è ora difficile farne, fino ad un certo punto, un collaboratore, non è da escludersi che in determinate situazioni, o per non essere sopravanzato da altri partiti, o per nuovi avvenimenti o per altri motivi interiori ed esteriori egli possa diversamente orientarsi e cooperare a minare istituzioni e principi da lui prima suffragati e sostenuti.
Certo che in campo avverso Mussolini, uomo di pensiero e di azione, scrittore efficace ed incisivo, oratore persuasivo e vivace potrebbe diventare un meneur temibile.

Google
 
Web www.ilpalo.com