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De Waal F., “Naturalmente buoni”

 

L’universale pratica umana del baratto

Un orango che scala un albero afferra un ramo con una mano e lo tiene stretto fino a quando l’altra mano non abbia trovato il ramo successivo. A quel punto i ruoli si invertono, la prima mano lascia la presa e l’altra si afferra saldamente al ramo. Elias Canetti, in Massa e potere, osservò il nesso fra l’antica funzione arboricola di uno dei nostri organi più versatili e l’universale pratica umana del baratto e del commercio: la capacità di arrampicarci sugli alberi potrebbe averci predisposto allo scambio economico, poiché entrambe le attività dipendono dalla precisa coordinazione fra presa e rilascio. Con la merce ben stretta in una mano, chi pratica il baratto protende l’altra per prendere la merce dalla mano del secondo contraente, attento a non lasciare la presa prima di avere afferrato l’oggetto che avrà in cambio. Se un individuo non fosse in grado di compiere questa sequenza nel giusto ordine o nei giusti tempi, sarebbe esposto a conseguenze fatali non solo sugli alberi, ma anche nello scambio di merci, in cui potrebbe restare a mani vuote. Lo scambio materiale è diventato una seconda natura per poi, che ordinariamente non ci soffermiamo a riflettere sui suoi rischi più di quanto una scimmia che si sposta rapidamente fra i rami rifletta sui propri.
Quello di Canetti è un paragone affascinante, ma fra i due comportamenti non vi è in realtà alcun nesso causale. Se vi fosse, il polpo sarebbe il campione di baratto del mondo animale, e gli animali privi di mani, come i delfini e i pipistrelli, sarebbero esclusi dal novero di quelli che possono fare simili scambi. Al contrario, sono proprio i vampiri - mammiferi il cui arto anteriore si è trasformato in ala - che ci forniscono una delle prime testimonianze dei rapporti di dare e avere intercorrenti fra animali. Per quanto possa apparirci raccapricciante, i vampiri si scambiano i pasti rigurgitando il sangue l’uno nella bocca dell’altro.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 33

 

Ricordo ancora l’eccitazione quando, un giorno del 1972, con un certo numero di studenti dell’Università di Utrecht analizzai Evolution of Reciprocal Altruism di Robert Trivers, che rimane tuttora uno dei miei articoli prediletti. Invece di semplificare il rapporto fra geni e comportamento, l’articolo incentra l’attenzione su livelli intermedi come le emozioni e i processi psicologici. Inoltre distingue differenti tipi di cooperazione basati su ciò che ciascun partecipante investe e ricava. La cooperazione con una ricompensa immediata, per esempio, non si qualifica come altruismo reciproco. Se un gruppo di cani selvatici abbatte un capo di selvaggina, tutti i cacciatori ne ricavano contemporaneamente un beneficio.
L’altruismo reciproco comporta dei costi prima di fruttare benefici. Esso ha le seguenti tre caratteristiche:
1. Le azioni reciproche, mentre fruttano dei benefici al ricevente,
comportano dei costi per colui che le compie.
2. Fra il dare e il ricevere trascorre un lasso di tempo.
3. Il dare è subordinato al ricevere.

Questo processo è evidentemente molto più complesso della cooperazione simultanea. Vi è, per esempio, l’azzardo del primo atto soccorrevole, poiché non è detto che tutti i partner seguano le regole. Se io ti aiuto a spostare il tuo pianoforte, non posso essere certo che tu farai lo stesso in futuro. E se un vampiro spartisce il sangue con un altro, non ha alcuna garanzia che il giorno dopo questo gli restituirà il favore. L’altruismo reciproco differisce da altri modelli di cooperazione per il fatto di essere carico di rischi, di dipendere dalla fiducia e di richiedere che gli individui il cui contributo è troppo modesto vengano evitati o puniti, perché diversamente il sistema cederebbe.
L’altruismo reciproco non funziona fra individui che si incontrano raramente o che hanno difficoltà a tenere conto di «chi ha fatto cosa per chi», ma richiede invece ottima memoria e relazioni stabili, come quelle che si osservano fra i primati. Le scimmie, antropomorfe e non, fanno sottili distinzioni fra parenti e non parenti e fra amici e nemici.
La teoria dell’altruismo reciproco, elaborata da Robert Trivers e pubblicata nel 1971, è e resterà il nucleo centrale di ogni sostenibile teoria dell’evoluzione morale. Il 20 giugno 1992, durante un incontro organizzato dal Gruter Institute for Law and Behavioral Research a Squaw Valley, California, intervistai Trivers sulla storia delle sue idee.
D: Com’è che ha iniziato a scrivere sull’altruismo reciproco?
R: Lessi lo studio di Hamilton, che spiegava l’altruismo fra individui imparentati, nel 1966 o 1967. Sorse immediatamente l’interrogativo su quali potessero essere gli altri tipi di altruismo. Credo che l’amicizia sia un sentimento forte quanto i legami di parentela... soprattutto nella società frammentata in cui viviamo attualmente. Com’è ovvio, il mio primo pensiero fu «una mano lava l’altra», che è l’espressione popolare per indicare la reciprocità di interessi.
D: Non disponeva di parecchi esempi dal mondo animale?
R: No, sapevo dei richiami di allarme lanciati dagli uccelli e della simbiosi dei pesci pulitori, ma nessun esempio tratto dal mondo animale mi pareva del tutto convincente. Ritenevo che le coalizioni formate dai babbuini potessero essere un buon candidato, ma nessuno sapeva con certezza se vi fosse reciprocità. Poi mi capitò un colpo di fortuna. Avevo iniziato a frequentare un corso sulla moralità, ma il tizio che lo teneva aveva le idee talmente confuse che cominciai a interessarmi molto di più al suo dottorando, Dennis Krebs, perché stava scrivendo su ciò che gli psicologi definiscono «il comportamento prosociale» [nel dire questo fece una faccia disgustata]. Lo studio di Kreb, che in seguito venne pubblicato, conteneva parecchi buoni esempi di altruismo umano senza il minimo riferimento alla sua funzione o al modo in cui poteva essersi evoluto. Così, tutto ciò che dovetti fare fu riorganizzare queste informazioni secondo la mia linea di pensiero. In ogni modo, ero fortemente interessato all’idea di trarre conclusioni a partire dall’uomo per arrivare ad altre creature - e non il contrario - forse perché sono approdato alla biologia piuttosto tardi nella vita: fino a ventiquattro anni, non avevo mai frequentato un corso di biologia. D: Leggendo fra le righe, riconosco nella sua opera lo stesso tipo di impegno sociale che indusse Kropotkin a sviluppare le sue idee... R: La gente continua a chiedermi di Kropotkin. In realtà non ho mai letto i lavori degli antropologi che hanno scritto sulla reciprocità, e non ho mai letto Kropotkin. [Raccolse una minuscola formica e si avviò verso il tavolo, dopo di che mi spiegò come si faceva a capire che era un maschio.]
Ma lei ha ragione riguardo alle mie preferenze politiche. Quando lasciai la matematica e mi chiesi quale altra facoltà avrei intrapreso, mi dissi: [tono ironico] «D’accordo, farò l’avvocato e lotterò per i diritti civili e contro la povertà!» Qualcuno mi suggerì di dedicarmi alla storia degli U.S., ma lei sa bene che a quel tempo -1’inizio degli anni Sessanta - i loro libri non facevano che glorificare il paese. E così finii a biologia. Dato che in politica ero rimasto un liberale, constatare che semplicemente dedicandomi al tema «una mano lava l’altra» individuavo delle ragioni immediate per sostenere la causa della giustizia e dell’equità è stato molto gratificante, perché tutto questo mi metteva dall’altra parte dello steccato rispetto a quella spaventosa tradizione biologica del diritto del più forte.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 39

Diverso trattamento riservato agli individui menomati

Per la stessa ragione per cui i cetacei possono rimanere vittime della simpatia, anche noi uomini possiamo cadere in questa trappola. Heini Hediger, la pioniera svizzera della biologia di Zoo (la disciplina che si avvale dell’etologia per migliorare le condizioni degli animali tenuti in cattività) racconta come un gorilla che viveva isolato catturò un guardiano inesperto. Avendo osservato che il gorilla, una femmina, stava lottando disperatamente per liberare un braccio dalle sbarre, il guardiano si precipitò ad aprire la gabbia per aiutarlo. L’antropomorfa, che non era affatto rimasta prigioniera, in pochi attimi si nascose dietro la porta per sorprendere il guardiano. Tutto ciò che dovette fare fu mettergli le braccia intorno al corpo, il che, nel caso di un gorilla, è sufficiente a impedire i movimenti di un uomo.
Gli aneddoti su animali che hanno perpetrato un inganno - e il cui protagonista è spesso una grande antropomorfa - vengono solitamente passati al vaglio per cogliere segni di intenzionalità e di pianificazione, ma vi è un altro aspetto nella farsa «non riesco a liberare il braccio» inscenata dalla femmina di gorilla. Hediger commenta che l’antropomorfa doveva avere previsto la reazione del guardiano, e ciò pone l’importante interrogativo se per una creatura che non possiede la tendenza a prestare aiuto è possibile prevedere un comportamento soccorrevole fino al punto di poterlo sfruttare. In altri termini, il saper preparare una trappola della simpatia non implica familiarità con il sentimento di simpatia?
Forse no. Forse, più semplicemente, le antropomorfe apprendono che una delle tante cose sorprendenti che fa l’uomo è prendersi cura degli individui in difficoltà, e che questa tendenza può essere usata contro di lui.
I primati, uomo compreso, sviluppano la tendenza al soccorso a uno stadio sorprendentemente precoce della vita, smentendo un’ampia letteratura secondo cui i giovani sono egocentrici, meschini e addirittura malvagi. Questa visione negativa riflette una strana assunzione circa la gentilezza: invece di fluire dal cuore - o dal centro delle emozioni, quale che esso sia - l’interesse per un altro individuo e la simpatia sono considerati prodotti del cervello. Poiché i bambini piccoli non hanno un livello sufficientemente alto di cognizione e di comprensione morale - questo è il ragionamento - non hanno modo di superare il proprio egoismo. Tuttavia quando la psicologa Caroly,. Zahn-Waxler visitò alcune case per accertare come i bambini reagissero ai membri della famiglia istruiti a fingere tristezza (singhiozzando), dolore (gridando forte «ahi!») o di trovarsi in difficoltà (tossendo e simulando di soffocare) scoprì che i bambini, già a poco più di un anno, confortano gli altri. È una pietra miliare del loro sviluppo: un’esperienza sgradevole osservata in un’altra persona evoca una reazione di interesse e preoccupazione, come dare lievi colpetti, abbracciare, strofinare la parte dolorante eccetera. Poiché le espressioni di simpatia emergono così presto in quasi tutti gli individui della nostra specie, esse sono un traguardo tanto naturale quanto i primi passi.
A causa della difficoltà che i bambini piccoli hanno a tradurre i sentimenti in parole, può succedere che vengano considerati egocentrici mentre in realtà sono già parecchio interessati e protettivi nei confronti del loro prossimo.
Prestare attenzione a ciò che i bambini fanno effettivamente, invece che a quanto raccontano agli intervistatori, significa rivoluzionare il nostro modo di considerare lo sviluppo morale: spesso sembra che le emozioni e le azioni vengano per prime, e le razionalizzazioni e giustificazioni in seguito. Questo modo di vedere le cose è importante anche per la ricerca sugli animali, che per necessità deve affidarsi all’osservazione. In entrambi i casi è possibile applicare le stesse tecniche, come gli psicologi hanno casualmente scoperto nei loro esperimenti condotti fra le pareti domestiche: alcuni animali da compagnia apparivano provati non meno dei bambini dalle «difficoltà» in cui si trovava un membro della famiglia, e lo dimostravano gettandosi fra le sue braccia o mettendogli la testa in grembo con un’espressione che sembrava di grande partecipazione.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 63

 

Le prime reazioni umane in presenza di uno specchio

Poiché non disponevano né di argilloscisti né di superfici metalliche, e nemmeno di fiumi capaci di restituire un nitido riflesso, si riteneva che i Biami, una tribù Papua della Nuova Guinea, non avessero mai visto la propria immagine. Ciò ne fece l’ideale oggetto di studio di Edmund Carpenter, un antropologo interessato agli aspetti visivi della propria disciplina che aveva deciso di documentare le prime reazioni umane in presenza di uno specchio.
Rimasero paralizzati: dopo la prima reazione allarmata - si coprirono la bocca e mossero il capo da un lato e dall’altro - rimasero impietriti a fissare la propria immagine, e solo i muscoli dell’addome tradivano la loro grande tensione. Al pari di Narciso erano totalmente affascinati dal proprio riflesso. Penso realmente che il mito di Narciso possa riferirsi a questo fenomeno. Ma pochi giorni dopo si tastavano e si ispezionavano senza timore davanti allo specchio."
Le fotografie scattate con la Polaroid si rivelarono ancora più sconcertanti. All’inizio i Biami non capivano: l’antropologo dovette insegnare loro a interpretare l’immagine indicando il naso sulla foto e subito dopo toccando il naso reale, e così via per le altre parti del corpo. Con il riconoscimento venne la paura. L’individuo ritratto tremava incontrollabilmente, distoglieva lo sguardo, sgusciava via e andava a rifugiarsi per conto proprio con la fotografia fortemente premuta contro il petto. Poi restava immobile con lo sguardo fisso sul ritratto anche per una ventina di minuti. A causa di questa reazione, Carpenter parla di «terrore dell’autocoscienza.» Ma questo stadio veniva superato presto, e nell’arco di pochi giorni gli abitanti del villaggio avevano allegramente imparato a filmarsi da sé: si fotografavano l’un l’altro, si riascoltavano al registratore e molto orgogliosamente portavano in giro sulla fronte il proprio ritratto.
È evidente che i Biami non erano privi dell’autocoscienza prima che l’antropologo mettesse piede nel loro villaggio. L’unico effetto degli specchi e delle fotografie è acuire la coscienza di sé ed esternarne la presenza. Se queste persone non avessero avuto reazioni di sorpresa, paura e fascino avremmo potuto pensare che si fossero già viste in precedenza, oppure che non capissero quanto vedevano. La seconda ipotesi è inconcepibile, poiché l’autocoscienza è la parte più essenziale della natura umana. Senza autocoscienza potremmo benissimo essere le creature senz’anima delle leggende popolari, come i vampiri, che non proiettano alcun riflesso di sé. Ma ciò che più conta è che non saremmo capaci di empatia cognitiva, perché essa richiede di fare distinzione fra sé e gli altri, e di rendersi conto che un altro ha un sé simile al nostro.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 91

 

Negli ultimi anni, l’autocoscienza e i test per individuarla sono diventati argomenti scottanti del dibattito scientifico. Senza dubbio la controuersia, per i numerosi aspetti che coinvolge, infonderà nuova linfa in più di un ramo delle scienze del comportamento. È facile prevedere che il dibattito continuerà a essere incentrato particolarmente sulle antropomorfe, in quanto potrebbero essere i soli animali, a parte l’uomo, in grado di dare un significato a ciò che leggono negli occhi altrui. Davanti a uno specchio, le antropomorfe ispezionano parti del proprio corpo difficili da vedere, come i denti o il posteriore. Le femmine di scimpanzé si contorcono per osservare attentamente il proprio rigonfiamento genitale rosato che eccita i maschi. Gli oranghi si mettono dei vegetali sul capo e poi ne valutano l’effetto. E anche senza specchio, le antropomorfe adornano il proprio corpo, pur mostrando un gusto molto particolare. E accaduto che uno scimpanzé femmina trovasse un topo morto e se lo mettesse accuratamente fra le spalle portandolo in giro per tutta la giornata e facendo attenzione che non cadesse, e che un’altra femmina si facesse bella drappeggiandosi dei rampicanti intorno al collo.
Senza dubbio, l’interesse che le antropomorfe nutrono verso se stesse si correla alla complessità della loro vita sociale, in cui, probabilmente, ha una grande importanza come un individuo viene percepito. Al pari dei Biami, esse non hanno bisogno di superfici riflettenti per conquistare l’autocoscienza, poiché sono già abituate a osservare se stesse nello specchio sociale: gli occhi dello spettatore.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 96

 

Antropomorfe che mentono e antropomorfe che scimmiottano

L’imitatore per eccellenza è senza dubbio lo scimpanzé. Uno dei modi in cui i giovani dello zoo di Arnhem si divertivano era seguire in fila indiana una femmina di nome Krom, che significa «deforme», tutti con la sua stessa, patetica andatura. Un altro gioco era quello di camminare appoggiandosi ai polsi - e non alle nocche delle mani, come ogni scimpanzé che si rispetti - imitando la goffa locomozione di un maschio adulto del gruppo che nel corso di un conflitto aveva riportato gravi mutilazioni alle dita.
Gli scimpanzé in cattività, inoltre, osservando l’uomo imparano l’uso di strumenti come martelli, cacciaviti e scope. Che non sempre afferrino l’utilità dello strumento è stato osservato già nel 1896 da Robert Garner, un pioniere delle osservazioni sul campo. Quando gli misero in mano una sega, il suo scimpanzé «la utilizzò al rovescio, perché i denti erano troppo taglienti, ma le impresse il movimento giusto... Appoggiava la parte liscia della sega al bastone, e segava con l’energia di un operaio ottimamente pagato.»"
L’opinione che i primati eccellano nell’imitazione è così diffusa da averci indotto a creare il verbo scimmiottare, con cui solitamente intendiamo qualcosa di più del mero copiare un’azione altrui. Ma gli esperti del comportamento animale non riconoscono i più avanzati tipi di imitazione. Nella sua forma più completa, l’imitatore adotta la prospettiva del modello e ne riconosce sia lo scopo sia il metodo per raggiungerlo. Le scimmie - antropomorfe e non - sono consapevoli dei problemi che si presentano all’altro individuo? Capiscono il senso delle soluzioni trovate dall’altro e in seguito sono in grado di applicare questa conoscenza agli stessi problemi?
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 97

La scimmia che fa i gavettoni

La prima raccolta sistematica di testimonianze sul fatto che gli scimpanzé applicano le loro tattiche ingannatorie anche l’un l’altro è La politica degli scimpanzé (1982), basato sulle mie osservazioni della colonia di Arnhem. Avendo trascorso anni a osservare i macachi prima di fare conoscenza con le antropomorfe, ero del tutto impreparato alla finezza con cui queste si ingannano vicendevolmente. Le ho viste cancellarsi dalla faccia un’espressione poco conveniente, nascondere con le mani parti del corpo rivelatorie e compromettenti, diventare totalmente cieche e sorde quando un altro individuo saggiava il loro sistema nervoso con una rumorosa esibizione intimidatoria.
Molti scimpanzé, ad esempio, all’avvicinarsi di uno sconosciuto possono rapidamente riempirsi la bocca di acqua dal rubinetto della loro gabbia e poi, perfettamente impassibili, restare in attesa che l’intruso arrivi alla loro portata. Alcuni sono così esperti da saper ingannare anche coloro che sono pienamente consapevoli di questa possibilità. In questo caso l’antropomorfa si aggira per la gabbia come se fosse occupata in qualcos’altro, e al momento giusto, quando ode la vittima dietro di sé, si volta di scatto.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti

 

Esempi di inganno spontaneo nella colonia di scimpanzé di Arnhem

Esempio 1. Uno scimpanzé segnala di essere innervosito scoprendo i denti. Un ghigno sulla faccia di un maschio può quindi sminuire l’efficacia della sua dimostrazione intimidatoria.
«II più clamoroso esempio di autocorrezione si verificò quando un maschio, che sedeva volgendo le spalle al suo sfidante, mostrò un ghigno dopo avere udito degli schiamazzi minacciosi. Egli si affrettò a fare uso delle dita per spingere le labbra in modo che ricoprissero di nuovo i denti. Questa manipolazione si ripeté tre volte prima che il ghigno scomparisse. Solo allora il maschio si girò per minacciare a sua volta, bluffando, il rivale.»

Esempio 2. Dandy, il più giovane fra i maschi adulti, quando la notte viene messo nella stessa gabbia con gli altri maschi non sempre riesce ad avere accesso al cibo.
«Dopo qualche mese il sorvegliante riferì che nella ventina di minuti che intercorrevano fra l’entrata nella gabbia e la somministrazione della cena, Dandy era sempre insolitamente allegro e spesso coinvolgeva nei giochi l’intera banda di maschi. Quando arrivava col cibo, li trovava intenti a rincorrersi rumorosamente, a ricoprirsi di paglia vicendevolmente e a «ridere» [profondi suoni gutturali associati al gioco]. In questa atmosfera rilassata Dandy riusciva a mangiare indisturbato, fianco a fianco con gli altri. È evidente che egli simulava un certo umore per influenzare quello degli altri a proprio vantaggio.»

Esempio 3. I maschi di basso rango si accoppiano con le femmine a loro rischio e pericolo, poiché i dominanti tendono a interrompere tale attività. Ne consegue che spesso ricorrono ad appuntamenti segreti, il che richiede la cooperazione della femmina.
«Gli accoppiamenti furtivi di questo tipo si accompagnano non di rado alla repressione dei segnali e all’occultamento. Ricordo di averlo notato con particolare vivezza la prima volta, perché fu uno spettacolo davvero comico. Dandy e una femmina si corteggiavano a vicenda furtivamente. Dandy cominciò a fare delle profferte alla femmina, senza smettere di guardarsi attorno per vedere se qualcuno degli altri maschi lo stesse osservando. Gli scimpanzé maschi iniziano le loro profferte sedendosi con le gambe divaricate in modo da rendere evidente la loro erezione. Proprio nel momento in cui Dandy faceva mostra del suo impulso sessuale nel modo suddetto, comparve inatteso dietro l’angolo Luit, uno dei maschi più anziani. Immediatamente Dandy abbassò le mani sul proprio pene per nasconderlo.»
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 103

 

Anche se occorreranno ulteriori approfondimenti, le relazioni sulle particolari capacità delle antropomorfe - riconoscimento di sé allo specchio, imitazione, espressioni di empatia, inganno intenzionale - sono sufficienti a indicarci che in un punto imprecisato della storia evolutiva avvenne un cambiamento sostanziale. Può darsi che le testimonianze al riguardo, prese isolatamente e per se stesse, non convincano, ma la comparsa simultanea di un certo numero di indicazioni di un livello cognitivo superiore in un singolo ramo evolutivo è difficilmente spiegabile se non postulando che esso sia assente o inferiore in altri rami.
L’evoluzione cognitiva non inventa nuove categorie di comportamento. Più che sostituirla, lavora con la vecchia infrastruttura emozionale, trasformandola in crescente comprensione da parte dei protagonisti di un evento. Come specie, tuttavia, noi valutiamo l’intelligenza a tal punto da pensare che siano le nostre capacità razionali a determinare il comportamento. Siamo così bravi a produrre razionalizzazioni convincenti che stiamo persino cominciando a prestarvi fede, cioè a crearci il mito dell’uomo, o della donna, razionale.
Un esempio di sopravvalutazione della nostra natura razionale è la «decisione» di tenere in braccio i bambini appoggiandoli all’anca sinistra. Le madri destrimani fanno osservare che ciò è molto sensato, perché hanno bisogno della mano destra per mescolare il cibo in cottura e piegare il bucato. Le madri mancine hanno un motivo altrettanto valido: è evidente che un bambino è più al sicuro se sorretto con la mano «dominante». Il fatto è che la maggior parte delle madri manifesta una sorta di prevenzione a favore del lato sinistro indipendentemente dalla mano che usa di preferenza e dal retroterra culturale. Gli uomini non manifestano questa preferenza - essi tendono a sorreggere i bambini appoggiandoli al braccio destro - mentre la tendenza a usare il braccio sinistro è stata osservata fra le femmine delle specie antropomorfe. Poiché questa tendenza trascende più barriere -1’uso preferenziale di una mano, la cultura e persino la specie - è improbabile che abbia a che fare con le spiegazioni razionali solitamente avanzate. Una possibile spiegazione è che si tratti di una tendenza naturale a porre il bambino più vicino al cuore della madre.’
Allo stesso modo, se alcuni scienziati ritengono che l’empatia sia basata sul linguaggio o che un atteggiamento soccorrevole comporti una valutazione razionale dei costi e dei benefici, è probabile che essi sopravvalutino il potere del ragionamento nell’uomo e sottovalutino il ruolo delle emozioni e delle motivazioni subconsce.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 105

Esperimenti con seminaristi americani

Uno dei miei esperimenti favoriti, compiuto da John Darley e Daniel Batson, ricreò questa situazione con alcuni seminaristi americani. Venne loro detto di andare in un altro edificio per tenere una conferenza sul... buon samaritano. Nel tragitto essi incontrarono una persona caduta e rimasta al suolo in un vialetto. La «vittima» sedeva a terra lamentandosi, con gli occhi chiusi e la testa penzoloni. Solo i140 per cento dei futuri teologi domandò se si sentisse male e offrì aiuto. I seminaristi a cui era stato detto di fare in fretta aiutarono meno di quelli a cui era stato dato più tempo. Addirittura, alcuni che stavano affrettandosi verso una conferenza sul tema dell’aiuto calpestarono letteralmente l’estraneo in difficoltà, confermando inconsapevolmente il senso della parabola.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 117

 

Spia di continuo il capobranco durante l’accoppiamento

L’effetto del comportamento passato sui rapporti attuali è stato sperimentato da Christopher Coe e Leonard Rosenblum. In una serie di esperimenti, ai macachi maschi subordinati venne offerta l’occasione di stare con una femmina mentre il maschío dominante poteva guardare da una parete trasparente di una camera isolata. Nessuno dei maschi subordinati osò iniziare alcuna attività sessuale in queste circostanze, ma il loro atteggiamento cambiò radicalmente in una seconda serie di test, in cui la presenza dei maschi dominanti venne del tutto eliminata. Ora gli stessi subordinati si sentivano liberi di accoppiarsi. Inoltre, all’improvviso, essi presero a saltare e a camminare con la coda orgogliosamente eretta, atteggìamento caratteristico dei maschi di rango elevato.
Dopo il ritorno dell’alfa, i maschi subordinati lo evitarono e si mostrarono molto più sottomessi di quando non erano stati con una femmina. Gli sperimentatori, conclusero che «questo esperimento offre affascinanti testimonianze sulla possibilità che gli animalì assimilino regole comportamentali connesse col proprio ruolo sociale e possano reagire in un modo che rivela come, nella loro percezione, il codice sociale sia stato violato».`
Le situazioni del tipo «quando il gatto non c’è i topi ballano» sono divertenti da osservare, proprio perché il gatto non è mai lontano dalla mente del topo. Nel gruppo dei macachi reso ospìtato presso il Wisconsin Primate Center, durante la stagione degli amori vi erano momenti in cui Spickles sembrava stanco di dover sorvegliare cinque o sei maschi irrequieti. O forse voleva solo riscaldarsi le vecchie ossa nel settore interno. A ogni modo, di tanto in tanto andava dentro, talvolta per una buona mezz’ora, lasciando agli altri ampie possibilità di accoppiarsi. Il maschio beta, Hulk, godeva di grande popolarità fra le femmine e spesso si accoppiava in queste occasioni. Ma Hulk era talmente ossessionato dalla necessità di sapere sempre dove fosse Spickles da essere irresistibilmente attratto da una fenditura della porta, attraverso la quale aveva preso l’abitudine di sbirciare. Forse aveva avuto sfortunate esperienze in cui il capo era improvvisamente comparso, e voleva essere certo che l’alfa restasse dov’era. Poiché i macachí reso sono «eiaculatori a monta multìpla» (nel senso che occorrono numerose monte successive prima che il maschio eiaculi), Hulk finiva sempre per correre nervosamente fra la femmina e la porta anche una dozzina di volte prima di completare la serie delle monte.
I comportamenti degli individui sottoposti ai test mostrano che le inibizioni sono radicate abbastanza profondamente da fare sì che il timore della reazione di chi fa rispettare la regola persista anche in sua assenza.
Ciononostante, l’interiorizzazione potrebbe avere costituito il punto di partenza per l’evoluzione, nel ramo dei primati, della capacità di provare il senso di colpa e di vergogna.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 145

 

La moralità delle femmine è diversa da quella dei maschi

Come è stato osservato nel 1972 da Janet Lever in uno studio ormai classico sui giochi dei bambini condotto nel Connecticut. Lever ha osservato che le femmine tendono a riunirsi in gruppi meno numerosi, e in modi meno competitivi, dei maschi. I loro giochi sono considerevolmente più brevi, in parte perché esse non sono brave quanto i maschi a risolvere le dispute. Basandosi su osservazioni e interviste, Lever mise a confronto due serie di atteggiamenti verso i disaccordi: « I ragazzi litigavano tutto il tempo, ma non una volta il gioco ebbe fine per un litigio, e nessun gioco fu mal interrotto per più di sette minuti». Al contrario «La maggior parte delle ragazze affermò che quando inizia un litigio il gioco si interrompe, e vengono compiuti pochissimi sforzi per risolvere il problema».
Seguendo le orme del famoso psicologo svizzero dello sviluppo Jean Piaget, che per primo analizzò le lezioni morali derivate dai giochi regolamentati, Lever ha concluso che quelli dei maschi preparano meglio di quelli delle femmine alla risoluzione delle dispute, al rispetto delle regole, all’esercizio del comando e al perseguimento di scopi collettivi. I tipici giochi delle femmine - come il salto della corda e la settimana, in cui si fa a turno ma non si compete, e in cui le ragazze giocano a due o a tre, spesso fra amiche intime, e non in gruppi più numerosi - appaiono utili come palestra per sviluppare delicate capacità socioemozionali. Secondo Lever queste capacità saranno utili soprattutto in futuro, quando la fanciulla inizierà ad avere i primi appuntamenti e infine si sposerà, ma non lo sono come parte dello sviluppo morale.
Di certo l’interpretazione di Carol Gilligan è ben diversa. In Con voce di donna la psicologa americana afferma che l’impegno morale della femmina è radicato nell’attaccamento, nell’intimità e nel senso di responsabilità verso gli altri, mentre quello maschile è orientato verso i diritti, le regole, l’autorità.
Gilligan domandò ai soggetti da lei studiati come avrebbero risolto un’immaginaria situazione in cui gli interessi di varie persone si trovavano in contrasto. Le donne soggetto dell’esperimento vollero sapere ogni sorta di dettagli concernenti la natura di queste ipotetiche persone: dove vivessero, quali fossero le loro interconnessioni e così via. Alla fine esse proposero soluzioni morali studiate su misura per le necessità di ciascuno e basate più sulla logica dei rapporti sociali che su principi astratti.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 155

 

Nei rapporti interpersonali, il concetto del bene e del male non è una priorità assoluta per le donne, le quali spesso preferiscono compromessi che lasciano intatte le connessioni sociali.
La concezione morale degli uomini, basata sulle regole e sull’autoritarismo, è una diretta conseguenza dell’orientamento verso la dominanza. Ogni qualvolta un gruppo di uomini si riunisce - nell’esercito, nelle società segrete, nelle organizzazioni religiose, in prigione, nelle corporazioni - correlazioni gerarchiche vengono prontamente stabilite per creare un ambiente in cui gli uomini sembrano lavorare insieme nel modo più proficuo. Sebbene radicata nella competitività, la gerarchia è essenzialmente uno strumento di cooperazione e di integrazione sociale. Prendersi a cazzotti può essere un modo in cui due uomini si correlano l’uno all’altro, si misurano e compiono il primo passo verso un’amicizia. Questa funzione di consolidamento dello scontro è ignota alle donne, che lo considerano una causa di allontanamento reciproco. E quando scoppia un confronto aperto, i ragazzi e gli uomini hanno maggiori probabilità di fare la pace in un secondo momento, come è stato illustrato dallo studio sui bambini in età prescolare condotto da Janet Lever. Analogamente, un’équipe di ricerca finlandese ha assodato che il rancore dura più a lungo fra le ragazze che fra i ragazzi, e Tannen riferisce di conversazioni ostili fra uomini seguite da chiacchiere amichevoli:
Per la maggior parte delle donne un conflitto rappresenta una minaccia al legame, da evitare a ogni costo. Le donne preferiscono risolvere le dispute senza confronti diretti. Ma per molti uomini, il conflitto è il mezzo necessario attraverso il quale viene negoziato lo status, e in quanto tale deve essere non solo accettato ma addirittura ricercato,
praticato e goduto."
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 161

 

Fra i macachi reso, spiegò Maslow, il dominante antepone i diritti di priorità a ogni altra cosa e non mostra mai la minimr titubanza a punire un subordinato per le libertà che questo si è preso. Il subordinato, a sua volta, vive nella paura. Quale differenza con la società degli scimpanzé, in cui il dominante si comporta quasi sempre da amico e protettore del subordinato! Essi condividono il cibo, e accade talvolta che un subordinato impaurito corra dritto fra le braccia del dominante. Inoltre, gli individui di basso rango hanno ampie possibilità di dar voce ai propri sentimenti. Maslow racconta con evidente piacere di come una giovane femmina di scimpanzé fosse così stanca dei tentativi del maschio alfa di portarsi via la sua amica per giocare che finì per attaccarlo, nonostante che lui fosse di grossa taglia, con una scarica di pugni. L’unica reazione che egli mostrò fu quella di eclissarsi ridendo (quando giocano, gli scimpanzé emettono rauchi versi che rassomigliano a una risata), come se l’audacia della giovane subordinata lo avesse divertito! Maslow osserva giustamente che lo stesso tipo di protesta attuato da una femmina di macaco reso le sarebbe costato molto caro.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 165

 

Generalmente gli scimpanzé dominanti mettono fine a un conflitto o sostenendo il più debole o intervenendo imparzialmente. Con il pelo ritto, essi possono intromettersi fra i due combattenti fino a che smettono di gridare, metterli in fuga con una carica dimostrativa o, quando sono avvinghiati, letteralmente separarli facendo uso di entrambe le mani. Sembra che il loro principale obiettivo sia metter fine alle ostilità, più che appoggiare l’uno o l’altro. La seguente citazione da La politica degli scimpanzé illustra come Luit, poche settimane dopo essere divenuto il maschio alfa, esercitò il ruolo di controllo.
Una volta... una lite tra Mama e Spin degenerò a morsi, come dire in un combattimento vero e proprio. Alcune scimmie si precipitarono verso le due femmine contendenti e intervennero nella rissa. Le femmine urlanti, in un enorme groviglio, si rotolarono nella sabbia finché Luit non saltò in mezzo a loro e le separò a suon di botte. Nel conflitto non parteggiò, come gli altri, per una parte o per l’altra, ma picchiava chiunque continuasse a lottare. Non lo avevo mai visto agire in modo così incisivo.
La particolarità del ruolo di controllo è in primo luogo la sua imparzialità. I miei studenti e io, avendo registrato migliaia di interventi ad Arnhem, fummo in grado di fare un confronto statistico fra gli individui sostenuti dal detentore del ruolo di controllo nelle dispute e le sue preferenze personali espresse sia nel fare il grooming sia nell’associarsi ad altri individui. Mentre la maggior parte dei membri di un gruppo, nel momento in cui interveniva in una disputa, favoriva parenti, amici e alleati, i maschi che esercitavano il ruolo di controllo facevano eccezione in quanto si collocavano al di sopra dei contendenti. Essi sembravano intervenire nei conflitti considerando soltanto quale fosse il miglior modo per ripristinare la pace, e non come aiutare gli amici personali. Poiché gli interventi di controllo non sembrano né un modo per innalzare il proprio rango né per aiutare altri individui che in futuro potrebbero restituire il favore, l’obiettivo principale sembra essere quello di sbarazzarsi dei fattori interni di disturbo. Lo stesso atteggiamento è stato osservato da Boehm negli scimpanzé allo stato selvaggio:
Dopo essere riuscito a sedare il conflitto, spesso un individuo che ha ricoperto il ruolo di controllo e di pacificazione si ritira e si siede, oppure fa ritorno all’attività precedente - come nutrirsi - ma ha tutta l’aria di tenersi pronto a intervenire di nuovo se il conflitto si riaccendesse. In genere, tuttavia, con questi metodi le liti vengono regolar
mente prevenute, interrotte o smorzate.’’
La seconda caratteristica del ruolo di controllo è che la restituzione dei favori non sembra avere rilevanza. Ovviamente, il modo più rapido per cementare alleanze proficue sarebbe quello di sostenere gli individui più potenti del gruppo, e quindi i vincenti fissi nei litigi. Al contrario, il maschio che esercita il controllo interferisce spesso nelle scaramucce fra i giovani per proteggere il minore. Nei conflitti fra adulti egli sostiene il perdente, come nel caso di una femmina attaccata da un maschio, anche se questo è il suo migliore amico. Non sembra quindi propenso a compiacere gli individui che potrebbero restituirgli i favori più importanti. Un maschio che invece operasse su questa base sarebbe un arbitro inefficiente e incontrerebbe una fiera opposizione.
Abbiamo avuto occasione di osservare questa resistenza quando Nikkie, con l’aiuto di Yeroen, divenne il maschio alfa della colonia di Arnhem. Giovane e inesperto, ogni volta che interveniva in una disputa Nikkie favoriva Yeroen e alcune femmine di rango elevato. Forse per questa ragione, e perché aveva la mano pesante, le femmine non gradivano affatto i suoi interventi e spesso si coalizzavano per tenerlo lontano dalla scena di un conflitto. Gli interventi di Yeroen erano invece imparziali, controllati e prontamente accettati. Dopo qualche mese Nikkie lasciò tutte le attività di controllo al vecchio maschio.
Da quest’ultimo sviluppo appresi non solo che il ruolo di controllo può essere svolto dal comandante in seconda, ma anche che il gruppo può esprimere un’opinione su chi lo svolge e come. A quanto sembra si tratta di uno di quei contratti sociali in cui una parte è vincolata dalle aspettative degli altri. Ne consegue che il ruolo di controllo può essere considerato come un ombrello aperto più sul capo del debole che del forte e retto dall’intera comunità. È come se il gruppo cercasse al proprio interno l’arbitro migliore, e poi si raggruppasse dietro a questo individuo per dargli il sostegno di un’ampia base con cui egli garantirà la pace e l’ordine. In questo senso, dunque, il ruolo di controllo è remunerativo: invece di provenire da potenti amici, la restituzione del favore proviene da coloro che sulle prime sembrerebbero privi di potere. I maschi che ricoprono questo ruolo possono quindi trarre immensi benefici dall’appoggio offerto loro dalla base della gerarchia nel caso in cui fossero presi di mira dai «giovani arrabbiati» della specie.
Un altro vantaggio per il maschio che svolge compiti di controllo è che sostenendo il più debole dei due combattenti potrebbe livellare la gerarchia al di sotto di lui, creando così un più ampio divario fra se stesso e i potenziali rivali. I suoi interventi frustrano i tentativi di altri individui di alto rango di imporsi. Non che una simile tattica possa spiegare tutte le attività di controllo osservate - spesso i maschi con funzioni di controllo interrompono l’azione di aggressori che non potrebbero minacciare la loro posizione, come accade anche quando intervengono in una lite fra giovani - ma vi è un altro motivo da considerare.
La dissociazione fra le preferenze sociali di un maschio con funzioni di controllo e il modo in cui egli risolve i conflitti all’interno del gruppo è un comportamento peculiare e unico che rivela i primi segni di equità e giustizia. Poiché non è facile trovare un leader giusto e imparziale, è nell’interesse della comunità mantenerlo al potere il più a lungo possibile. Le tensioni fra le madri, per esempio, divampano quando un amichevole gioco fra giovani si trasforma in una zuffa con peli strappati, calci e urla. Dato che ciascuna madre è incline a proteggere propri figli, la presenza dell’una è sufficiente a far letteralmente rizzare i peli all’altra. Un’autorità superiore che si occupi di questi problemi, solitamente con imparzialità e con un impiego minimo della forza, verrà accolta con sollievo da tutti.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 171

 

Nel suo godibile “Corvi d’inverno” Heinrich osserva che vi sono sempre alcuni corvi abbastanza coraggiosi - nonostante l’estrema cautela che li contraddistingue - che alla fine affrontano il rischio. Gli altri li tengono d’occhio di lontano e arrivano solo quando il pericolo è passato. Mentre il vantaggio di questo atteggiamento è così evidente da non aver bisogno di commenti, è giusto domandarsi per quale motivo certi corvi si espongano al pericolo. Se aspettassero ancora un po’, forse arriverebbe un compagno e farebbe il lavoro al loro posto. Come Heinrich fa notare, non tutti i corvi esitano ad andare per primi: alcuni sembrano addirittura ricercare il pericolo. Per esempio, si sono osservati corvi che si gettavano in picchiata su un lupo che si stava riposando, o che atterrati silenziosamente da dietro gli beccavano la coda, o che saltavano via all’ultimo momento per sfuggire alle mascelle che si richiudevano con uno schiocco.
Riconosco questo comportamento perché un tempo avevo alcune taccole, uccelli di piccola taglia della famiglia dei corvidi. Quando lo portavo a passeggio con me nel parco, un maschio di nome Johan aveva preso l’abitudine di perseguitare i cani planando proprio sulla loro testa e facendosi rincorrere. I poveretti senz’ali correvano e saltavano ogni volta che Johan sembrava a portata di mascelle, fino a rimanere esausti. Quanto ai sentimenti del cane, posso appena immaginarmeli, ma ho sufficiente familiarità con le espressioni umane per sapere che i loro padroni - specialmente se il cane era di grossa taglia - non erano per nulla contenti quando vedevano il corvo che tornava a posarsi sulla mia spalla.
Heinrich ritiene che l’occasionale audacia dei corvidi serva a farli avanzare di status e a impressionare potenziali compagne dimostrando loro di possedere il coraggio, l’esperienza e la rapidità di riflessi necessari per affrontare i pericoli della vita. Accade talvolta che i maschi alternino gesti di coraggio al corteggiamento delle femmine che li osservano. Talvolta sembrano considerare l’assunzione di un rischio più come un privilegio che come una sciagura: messi alla prova con gufi impagliati, i corvi maschi si sono contesi il privilegio di attaccare il predatore. Nella nostra società il coraggio può essere ricompensato con una medaglia; nella società dei corvidi, secondo Heinrich, aiuta le femmine a distinguere i «ragazzini» dai «veri uomini.»
I corvi che dopo avere localizzato una carcassa la controllano e comunicano la loro scoperta a tutta la vallata e oltre con alte grida, rendono ai loro simili un favore inestimabile che potrebbero pagare caro. Se non avesse un impatto positivo sulla riproduzione, questo carattere sarebbe già stato cancellato dalla selezione naturale.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 174

 

L’etichetta della spartizione in un classico televisivo americano
The Honeymoorzers. Ralph Kramden, Ed Norton e le loro mogli hanno deciso di dividere un appartamento. A tavola sorgono problemi fra gli uomini:
Ralph: Quando lei ha messo sulla tavola due patate, una grossa e una piccola, tu hai immediatamente preso quella grossa, senza chiedermi che cosa volevo.
Norton: Tu che cosa avresti fatto?
Ralph: Io avrei preso quella piccola, ovviamente. Norton: Davvero? (con l’aria di non credergli) Ralph: Sì, certo!
Norton: E allora di che ti lamenti? HAI AVUTO quella piccola!
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 177

Successo a caccia e accoppiamenti

Particolarmente tipica della nostra specie è l’etichetta che regola la mescita delle bevande in Giappone, secondo la quale chi si versasse da bere da solo farebbe un affronto ai commensali. Gli amici riuniti intorno alla tavola si considerano ospiti gli uni degli altri, e tengono continuamente d’occhio i bicchieri dei commensali riempiendoli di birra o di sakè appena è necessario. Nessuno corre il rischio di morire di sete. Questa tradizione compendia i due elementi essenziali della comunanza nell’uomo: reciprocità e spartizione.
Poiché il successo nella caccia è subordinato al caso, l’uomo che un giorno è riuscito a portare a casa la cena potrà essere felice se un paio di giorni dopo qualcun altro gli cederà una parte della propria. Con la spartizione, si può fare maggiore affidamento sulle provviste di cibo. Inoltre, come i corvi che si impressionano l’un l’altro con il loro coraggio, il cacciatore che contribuisce con la maggiore quantità di cibo può ottenere in cambio prestigio o privilegi sessuali. In una cultura di cacciatori-raccoglitori del Paraguay studiata da Hillard Kaplan e Kim Hill, per esempio, i cacciatori di maggior successo godevano di una quota in più di sesso extraconiugale. I due antropologi hanno formulato l’ipotesi che le donne potrebbero intrattenere rapporti sessuali con questi uomini per incentivarli a restare nel gruppo.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 176

 

Il cacciatore avveduto non si vanta

Poiché gli egualitari sono quello che sono, ci si aspetta anche che esistano contromisure per impedire che alcuni cacciatori emergano sugli altri. Un modo è minimizzare il valore di qualsiasi animale abbiano ucciso, anche se fosse il bufalo più in carne. Conoscendo questa inclinazione dei compagni, il cacciatore avveduto non si vanta. Secondo Richard Lee, il !Kung torna a casa senza una parola, si siede vicino al fuoco e aspetta che qualcuno si avvicini e gli domandi che cosa abbia visto quel giorno. Alla domanda egli risponde in tono pacato qualcosa come: «Ah, io non valgo nulla nella caccia. Non ho visto niente (pausa)... solo un animaletto piccolo piccolo.»
L’informatore dell’antropologo aggiunge che quelle parole lo fanno ridere fra sé perché significano che il cacciatore ha ucciso qualcosa di grosso. Ma anche coloro che in seguito andranno con lui per macellare la carne modereranno la loro contentezza. Appena arrivati grideranno: «Vuoi dire che ci hai trascinato fin qua per farci riportare a casa questo mucchio di ossa!» , oppure:« Pensare che mi sono perso una così bella giornata all’ombra per questo!» Poi, in mezzo all’ilarità generale, essi macellano l’animale, portano all’accampamento i grossi pezzi e l’intera brigata mangia di gusto.
Un altro informatore spiega perché è necessario ridicolizzare il cacciatore:
“Quando un giovane uomo uccide molta selvaggina finisce per pensare a se stesso come a un capo o un uomo importante, e pensa a noialtri come a servi o inferiori. Noi non possiamo accettarlo. Rifiutiamo uno che si vanta, perché un giorno il suo orgoglio lo indurrà a uccidere qualcuno. Perciò diciamo sempre che la sua carne non vale nulla. Così
gettiamo acqua sul fuoco del suo cuore e lui diventa gentile.”
In questo modo i cacciatori-raccoglitori mantengono un delicato equilibrio fra il dare il proprio contributo all’approvvigionamento e al consumo collettivo del cibo - se non con la bocca, almeno con lo stomaco - e il reprimere le pretese personali. Tutto il loro sistema di scambio cederebbe se essi non arginassero l’insorgenza delle ineguaglianze più gravi.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 179

 

La carne, a differenza dei vegetali, prima di finire in pentola si muoveva

Non è difficile individuare una spiegazione pratica per lo status che attribuiamo alla carne: essa si differenzia dai vegetali e dalla frutta nel fatto che prima di finire in pentola si muoveva. La carne corre, nuota o vola via non appena viene avvicinata con intenzioni poco amichevoli. E quella che si presenta in grandi quantità tende a difendersi con denti, zanne, zoccoli e corna, che spesso superano le possibilità del cacciatore solitario. C’è da domandarsi se la pericolosità, l’imprevedibilità e la cooperazione che spesso caratterizzano la caccia, contrapposta alla raccolta, possano spiegare il significato attribuito alla carne. In questo caso la questione non sarebbe legata al suo valore nutritivo, ma al suo valore sociale.
Consideriamo un enigma che mi ha lasciato interdetto a lungo: gli scimpanzé sono molto pronti a spartire le prede, ma questa inclinazione scompare del tutto quando si tratta di dividere i cibi vegetali che preferiscono. Nei gruppi che vivono allo stato selvaggio la cattura di una scimmia è un evento festeggiato, e viene segnalato con un richiamo caratteristico che attrae sul posto gli altri scimpanzé. Con un’assordante esplosione di grida, si formano gruppetti di individui che si spartiscono la carne e se la passano l’un l’altro. Perché queste antropomorfe non si comportano nello stesso modo quando trovano un mucchio di banane? L’eccitazione suscitata da questo cibo, al contrario, conduce a un tale livello di violenza che al campo di Gombe fu necessario limitare la quantità di banane offerte per ridurre la competizione. William McGrew, che ha documentato gli avvenimenti di Gombe, afferma di non avere osservato molta tolleranza: la spartizione era per lo più limitata alle madri e ai loro piccoli nella prima infanzia.
Una possibilità è che i possessori di banane siano attaccati più spesso perché la frutta è facile da dividere (il possessore può lasciarne cadere la metà e fuggire con il resto) mentre la carcassa di un animale non si divide spontaneamente quando il possessore ha fretta di allontanarsi. Può dunque darsi che l’aggressione verso il possessore della carne sia un evento raro perché non rimunerativo? Questa ipotesi, tuttavia, tiene conto soltanto dell’elemento violenza, ma non riesce a spiegarci perché un cibo molto valutato e difficile da dividere di fatto venga diviso.
Considerare le cose dal punto di vista del cacciatore potrebbe essere più proficuo. Quando danno la caccia alle scimmie arboricole, spesso gli scimpanzé lavorano a coppie oppure a gruppi di tre o più individui. Evidentemente non è semplice catturare un animale che si muove agilmente in uno spazio tridimensionale. Il fatto che certe specie, come il colobo, si difendono così fieramente da giungere a ferire gli aggressori, è un’ulteriore ragione per cui gli scimpanzé non tentano di cacciarli da soli. A Gombe sono stati osservati maschi che, finché erano soli, se ne rimanevano tranquilli vicino a una banda di colobi, ma davano inizio alla caccia non appena si aggiungeva un altro maschio. Nel Parco Nazionale di Tai, in Costa d’Avorio, le tecniche di caccia degli scimpanzé sono state documentate da una coppia svizzera, Christophe e Hedwige Boesch. I loro dati indicano che il successo nella cattura si accresce con l’aumentare del numero dei partecipanti alla caccia, e che la velocità di movimento aumenta vertiginosamente appena raggiunto il magico numero di tre.
Secondo i Boesch, il coordinamento degli scimpanzé è molto migliore, ed essi giungono a una divisione dei compiti in cui ogni singolo cacciatore compie un’azione differente ma complementare. Alcuni costringono la preda a prendere una determinata direzione, mentre altri l’accerchiano oppure le impediscono la ritirata verso un albero distante. Se la carne è l’incentivo per la caccia di gruppo, gli scimpanzé di Tal dovrebbero essere pronti a dividere. E infatti si è riscontrato che è proprio così, particolarmente per quanto riguarda i maschi adulti. Invece di portarsi l’animale ucciso su un albero, evitando i postulanti, gli scimpanzé di Tal hanno l’abitudine di riunirsi in capannelli al suolo, dove c’è spazio per tutti.
La spartizione della carne non è un processo del tutto pacifico. L’individuo che ha catturato la preda riesce solitamente a tenerne per sé una buona parte, ma spesso l’animale ucciso cambia di mano nel momento stesso in cui la caccia si conclude. Vi è una grande agitazione quando una scimmia viene presa, e nella frenesia generale altri potrebbero appropriarsi della preda. Comunque sia, la partecipazione a una caccia fruttuosa conduce solitamente a una ricompensa per tutti, o direttamente dalle mani di chi ha materialmente eseguito la cattura o da quelle di qualcun altro. Quando tutto il gruppo si è un po’ tranquillizzato iniziano le richieste, le implorazioni e l’attesa che cada qualche brandello, e presto tutti sono intenti a masticare carne e a rosicchiare ossa.
Gli scimpanzé sembrano riconoscere il contributo dato da un cacciatore a questo processo. I Boesch hanno scoperto che la partecipazione a una caccia influisce sulla quantità di carne che un maschio, alla fine, potrà aspettarsi. I maschi che convergono sulla scena dopo che la preda è stata catturata, quali che siano il loro rango o la loro età, tendono a ricevere o molto poco o addirittura nulla. Riguardo alle femmine, invece, non viene seguito lo stesso criterio, ed esse ricevono una parte della carne indipendentemente dal ruolo avuto nella caccia.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 183

 

Fare la pace

Le scimmie dorate lo fanno tenendosi la mano, gli scimpanzé con un bacio sulla bocca, i bonobo col sesso e i macachi tonkeani afferrandosi l’un l’altro e baciandosi sulle labbra. Ciascuna specie segue il proprio protocollo della rappacificazione. Molte hanno evoluto gesti, espressioni facciali e richiami particolari per questo scopo, mentre in altre specie tale comportamento è assente, e le loro riconciliazioni non appaiono diverse da qualsiasi altro contatto.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 227

 

Macachi fanno da precettori ai reso

Demmo a un gruppo di macachi orsini la possibilità di fare da precettori ai reso. Gli orsini hanno un carattere facile e tollerante, mentre i reso hanno una gerarchia che viene fatta rispettare rigidamente. Ma, ancora più importante, dopo una zuffa gli orsini si riconciliano tre volte più spesso dei reso e possiedono un ben più ricco repertorio di gesti di rassicurazione, compreso il contatto «afferra il posteriore» già osservato in occasione della loro grande riunione.
Il nostro interrogativo era se avremmo potuto infondere nei reso una parte dell’amabilità degli orsini. Costituimmo gruppi interspecifici comprendenti reso di due anni e orsini di due anni e mezzo (in base al principio che precettori più anziani e dominanti avrebbero avuto maggiore effetto di altri più giovani). I componenti dei gruppi vennero tenuti assieme giorno e notte per cinque mesi consecutivi, un periodo lungo se rapportato alla vita di un macaco. I macachi diventano adulti a quattro o cinque anni, per cui il nostro esperimento di coabitazione potrebbe essere paragonato a quello di introdurre un bambino di due anni in una colonia di scimpanzé (il che, ci potrei scommettere, avrebbe un effetto profondo e forse non del tutto desiderabile sul bambino).
Quando mettemmo le due specie insieme per la prima volta, rimanemmo sorpresi nel constatare che i reso erano impauriti. Non solo l’orsino è una specie di taglia leggermente maggiore, ma è anche piuttosto coriaceo pur nel suo temperamento gentile, e i reso dovevano averlo avvertito. Così, con i reso impauriti e aggrappati tutti insieme al soffitto della gabbia, gli orsini ispezionarono con calma il nuovo ambiente. Dopo un paio di minuti alcuni reso, sempre nella stessa scomoda posizione, si avventurarono a minacciare gli orsini con aspri grugniti. Se lo avevano fatto per metterli alla prova, li aspettava una sorpresa. Mentre un reso dominante avrebbe raccolto la sfida e un reso subordinato sarebbe fuggito, gli orsini si limitarono a ignorare la minaccia. Non alzarono nemmeno lo sguardo. Per i reso, questa fu probabilmente la prima esperienza di compagni dominanti che non ritenevano necessario evidenziare la propria posizione con la forza.
Nel corso dell’esperimento i reso ebbero un migliaio di altre occasioni per imparare questa lezione. Mentre le aggressioni non gravi erano comuni, i casi di violenza fisica e ferite furono rarissimi, e presto le attività prevalenti furono i contatti amichevoli e il gioco. All’inizio i gruppi erano rigorosamente divisi, il che riflette la preferenza di quasi tutti gli animali per la propria specie. Quando Denise Johanowicz - la studentessa cui va il maggior merito di avere portato a termine lo studio - arrivava al mattino, trovava sempre tutti i reso ammucchiati in un angolo della gabbia e tutti gli orsini nell’angolo opposto, e ciò lasciava ritenere che avessero dormito separati. Il gioco interspecifico era inconsueto, ma il grooming riuscì a superare la divisione fra i due gruppi. I macachi orsini, che praticamente non hanno coda, sono ossessionati da quella dei reso. Avevamo la netta impressione che facessero loro il grooming proprio per avere l’occasione di manipolare e ispezionare questa strana appendice. Anche se la segregazione fra le due specie non scomparve mai del tutto, diminuì col tempo. Verso la fine dell’esperimento i rapporti fra reso e orsini erano diventati davvero buoni, ed essi dormivano tutti insieme in un solo mucchio.
La nostra scoperta più significativa fu che dopo essere vissuti con i macachi orsini, i macachi reso si riconciliavano più facilmente. Inizialmente, la rappacificazione dopo uno scontro era rara, come è tipico della loro specie, ma a poco a poco essi si avvicinarono agli alti tassi di riconciliazione tipici dei loro precettori, fino a fare la pace spesso quanto gli orsini. Anche dopo che questi vennero spostati e i reso vennero lasciati interagire fra loro, il pacifismo recentemente acquisito venne mantenuto. Come chimici capaci di alterare le proprietà di una soluzione, noi avevamo fatto in modo che la «cultura sociale» di una specie venisse assorbita da un’altra."
I nostri risultati non potevano essere spiegati con l’imitazione. I reso non adottarono alcuno dei modelli di comportamento tipici degli orsini, come il gesto «afferra il posteriore» e il battito dei denti. Essi si comportavano sotto ogni aspetto da reso ma mostravano una disposizione decisamente più amichevole. Emettevano più spesso una vocalizzazione sommessa, dal suono gradevole, nota come «girning» [piagnucolio], che segnala buone intenzioni nel corso di un rapporto affiliativo o nel gioco. Forse il temperamento dolce e mite dei macachi orsini, combinato con la loro indiscutibile dominanza, aveva creato un’atmosfera speciale che aveva consentito ai reso di comportarsi meno rigidamente e di essere più concilianti di quanto sarebbe stato possibile in un gruppo governato dispoticamente, tipico della loro specie. Questa spiegazione è in sintonia con il modello relazionale: differenti dinamiche di gruppo avevano prodotto un cambiamento fondamentale nel modo di gestire i conflitti.
I risultati di questo studio sono in sé una lezione di ottimismo.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 232

I maestri giapponesi non interrompono quasi mai una lite

Joseph Tobin e i suoi collaboratori, per esempio, hanno confrontato le prescuole di differenti paesi osservando che i maestri giapponesi non interrompono quasi mai una lite. Essi seguono il principio che i bambini hanno bisogno di imparare da sé come cavarsela se aggrediti e come andare d’accordo. Evidentemente la loro educazione è focalizzata più sulla qualità generale dei rapporti che sulla desiderabilità o meno di certi comportamenti.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 233

 

I litigi nella coppia

Quanto al genere umano, recenti dati sui rapporti coniugali hanno iniziato a mettere in dubbio la diffusa opinione secondo la quale il modo migliore per risolvere un conflitto è «analizzare la questione sotto tutti gli aspetti.» Un tempo i terapeuti della coppia consigliavano di evitare le discussioni più accese, convinti che conflitti di questo genere avvelenassero i rapporti. E preferibile che le coppie si diano battaglia con le parole piuttosto che con i pugni o con oggetti pesanti, ma non possiamo nemmeno aspettarci che riescano a mettersi d’accordo sul più importante rapporto della loro vita senza provare di tanto in tanto collera o frustrazione. Un’estesa ricerca su matrimonio ( divorzio condotta dallo psicologo americano John Gottman ha indicato che non è così importante stabilire se la gente discuta quanto come lo faccia.
Gottman distingue tre tipi di coppie: gli evitatori (che evitano e minimizzano i conflitti), i garantisti (che ascoltano attentamente l’uno le ragioni dell’altro), e i volubili (che discutono e litigano a più non posso). Anche se l’ultimo tipo di coppia sembra destinato al disastro, il ricercatore osserva:
“È emerso che le roventi liti di queste coppie sono semplicemente una piccola parte di un matrimonio sotto altri aspetti pieno di calore e di amore. La passione e il piacere con cui essi litigano sembra alimentare le loro interazioni positive. Non solo esprimono più collera, ma ridono di più e sono più affettuosi della media delle coppie garantiste. I volubili non trovano certamente difficile fare la pace, anzi, in questo sono maestri. Per quanto intense possano essere le loro dispute, i momenti buoni sono molto migliori che per le altre coppie.”
Talvolta immagino che le persone siano legate fra loro con corde. Più spessa è la corda, più forte esse potranno tirarsi reciprocamente di qua e di là senza spezzare il legame. Se esprimere sentimenti ostili nei confronti del coniuge è meno problematico che farlo con un collega, è perché le corde più spesse resistono meglio agli strattoni. L’inizio di un conflitto potrebbe quindi seguire una regola molto semplice: più facile sarà raggiungere la riconciliazione, meno riluttanti saremo a sparare una salva.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 239

 

I babbuini e lo svezzamento

Gli studi di queste scimmie sia in libertà sia in cattività hanno dimostrato che il più alto livello di conflitto si registra all’interno del gruppo matrilineare. Ne consegue che, ben lontano dall’indicare automaticamente un rapporto mal funzionante, le interazioni aggressive sono comuni fra individui che sotto ogni altro aspetto hanno rapporti stretti e positivi.
Ma le conseguenze di questa scoperta non dovrebbero essere spinte troppo lontano. Le scimmie imparentate non trascorrono tutto il loro tempo bisticciando, anzi, l’associazione pacifica è la regola. Il fatto è che anche nelle migliori famiglie vi sono contrasti, e i rapporti più saldi non sono necessariamente caratterizzati dall’assenza di conflitti. Come fra le coppie «volubili», non conta tanto la frequenza dei conflitti quanto il modo in cui questi vengono superati. Se il comportamento aggressivo serve a negoziare i termini del rapporto, il tasso di aggressività fra individui molto prossimi e reciprocamente dipendenti è elevato. Nell’arco di un lungo rapporto si presentano numerosissime possibilità di sostenere ripetuti conflitti in modo tale da mettere a punto le aspettative reciproche. Una volta che i termini siano stati accettati, l’intensità dei conflitti diminuirà.
Ogni giorno, fra gli scimpanzé della Yerkes Field Station, assisto a compromessi ispirati dall’affetto. Alcuni giovani succhiano il labbro inferiore o l’orecchio della madre, o si appisolano succhiando la pelle vicino al capezzolo invece di prenderlo direttamente in bocca, cosa che non gli è più permessa. Questi surrogati sono il risultato di lunghi periodi di desideri divergenti fra i giovani e le loro madri, in cui l’accesso al latte è stato vietato sempre più spesso nonostante le rumorose proteste. Verso la fine del processo accade sovente che i giovani nascondano la faccia vicino alla mammella della madre - per esempio sotto la sua ascella - solo per tentare furtivamente di riappropriarsi del capezzolo se appena si presenta l’occasione. Di tanto in tanto è la madre a cedere, ma quando non lo fa ne nascono liti tempestose. La maggior parte dei giovani di quattro anni ha ormai imparato che non deve nemmeno tentare manovre clandestine. Può accadere che si mettano in bocca un dito della mano o del piede, ma in generale preferiscono crearsi l’illusione di essere allattati: noi ricercatori dobbiamo osservarli con la massima attenzione, perché da una certa distanza può sembrare che stiano realmente poppando.
Madre e figli combattono la battaglia dello svezzamento con armi differenti. La madre ha dalla sua la preponderanza fisica; il figlio ha una laringe ben sviluppata e sottili tattiche ricattatorie. Dopo tutto, la madre non ha alcun desiderio di sprecare il tempo e le energie che ha profuso nella gestazione, nell’allatta mento e nella protezione del figlio. Questo cerca di convincerla mostrando segni di sofferenza, come bronci e lamenti e, se tutto il resto è stato vano, con una scenata isterica, al culmine della quale il giovane può quasi strozzarsi per le urla o vomitare ai suoi piedi. Questa è la minaccia suprema: letteralmente uno spreco dell’investimento materno.` Inoltre, il trambusto potrebbe attrarre sulla madre un’attenzione indesiderata, per esempio da parte di un maschio adulto che, seccato per il chiasso, potrebbe colpirla. In questo modo, il giovane, oltre a far vacillare la determinazione della madre suscitando in lei dei timori per il suo benessere, esercita anche una pressione sociale.
Ogni qualvolta vi sia uno scontro di volontà, si ha una negoziazione. Ciascuna parte sviluppa aspettative riguardo al comportamento dell’altra, che col tempo convergeranno in un tacito accordo su ciò che è accettabile. Tale accordo non scaturisce da decisioni razionali, ma è piuttosto un adattamento al modo in cui l’altro reagisce al nostro comportamento. Poiché il risultato finale è che si tiene conto dei desideri e delle necessità dell’altro, ciò che abbiamo davanti agli occhi è l’archetipo di un contratto sociale.
Jane Goodall fu testimone della sconfitta di Flo - che in passato era stata una madre eccellente - quando divenne troppo vecchia. Poiché le mancava l’energia necessaria per tenere testa alle scenate aggressive dell’ultimo figlio, Flo lo trasportò sul dorso fino a quando non fu più in grado di sostenerne il peso, e a quel punto egli aveva otto anni.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 243

 

Come ci si comporta con un cavallo: aspettative reciproche

Dice Vicki Hearne, un’allenatrice di cavalli: “Fra l’allenatore e l’animale intercorre un patto morale, nel senso che entrambi sviluppano aspettative l’uno riguardo all’altro attraverso la ricerca di un accordo soddisfacente per entrambi, e non con la mera coercizione. Con un animale come il cavallo, la cui mole ci intimidisce, è forse facile capire il perché. Discutendo il proprio modo di rapportarsi con una cavalla «matta» chiamata Drummer Girl, Hearne spiega:
“Se, per esempio, mi fossi accostata a lei credendo a una delle deliranti assurdità di cui ho parlato prima - l’allenamento come coercizione - ciò che pensavo sarebbe stato manifestato dal mio corpo mentre Favvicinavo, e lei, rendendosene conto, mi avrebbe semplicemente uccisa, se avesse trovato il modo, e così avrebbe confermato la validità di quell’osservazione di William Steinkraus, che il cavallo è l’autorità suprema nel giudicare la correttezza delle nostre teorie e dei nostri metodi. È sbagliato parlare di coercizione non solo perché questo non succede in posti come la Spanish Riding School, dove i cavalli vengono addestrati al massimo livello, ma anche perché non può funzionare con animali che devono dare alte prestazioni: i cavalli hanno un’anima, e da ciò discende un’inesorabile logica che rende impossibile obbligarli a fornire prestazioni di grande qualità. Non voglio dire che non sia possibile coercire un cavallo. Voglio solo dire che se lo fai, o sei fortunato, e monterai un animale noioso e privo di entusiasmi, o sei sfortunato, e quando attaccherai Drummer Girl al sulky lei si impennerà per farti fuori."
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 244

 

Gesti sessuali come saluto:toccare lo scroto dell’altro

Forse, la più nota forma di negoziazione fra primati è il modo in cui i maschi adulti di babbuino salutano gli altri maschi della banda. Come è stato descritto da Barbara Smuts e John Watanabe - che hanno studiato questo comportamento sul campo, in Kenya - è tipico che un maschio si avvicini a un altro con un’andatura sciolta e spedita e lo guardi diritto negli occhi con un’espressione di amicizia, come far schioccare le labbra, e ciò chiarisce nel modo più inequivocabile che egli desidera solo dare inizio a un saluto. Comunicare la propria intenzione è essenziale, considerata la fiera rivalità dei maschi riguardo alle femmine e i formidabili canini con cui, in meno di un secondo, essi possono causare ferite gravissime.
L’incontro stesso segue un certo protocollo che varia con il tipo di rapporto intercorrente fra i due maschi. Spesso l’altro accoglie l’approccio con un’analoga espressione di amicizia, e un maschio presenta il posteriore mentre l’altro gli tocca o gli afferra i fianchi. Successivamente possono procedere a una monta, o, se sono davvero intimi, uno può prendere delicatamente in mano lo scroto dell’altro o tirargli il pene. Noto con il nome di «diddling» [gingillarsi] è un segno di sconfinata fiducia. Il contatto dura solo qualche secondo, poi si separano di nuovo. I babbuini maschi non sembrano trovarsi a proprio agio con altri maschi per tenersi compagnia o farsi il grooming: le loro modalità di interazione prevalenti sono la disputa e il saluto.
Smuts e Watanabe riscontrarono che i giovani adulti più pugnaci erano i più preoccupati per la dominanza. Essi sono estremamente tesi durante il saluto. I maschi più anziani che di solito si conoscono da parecchio tempo sono meno nervosi e invece di competere hanno imparato a cooperare. Una cooperazione reciproca: la loro rete di amicizie di antica data è efficace nel tenere lontani i maschi più giovani e forti dalle femmine più attraenti. Al contempo, i saluti dei maschi più anziani vengono eseguiti con grande tranquillità, in quanto essi sono passati dalle negoziazioni sulla dominanza alla conferma della reciproca cooperazione. Fra i più vecchi, alcune combinazioni hanno addirittura raggiunto il punto in cui la dominanza non conta quasi più nulla, ed essi sono passati dal saluto asimmetrico a quello simmetrico.
Facciamo l’esempio di Alexander e Boz, due fedeli alleati. Vi fu una volta in cui Boz udì le urla di Alexander da cinquanta metri di distanza, si precipitò sul posto e senza esitare saltò sul dorso del maschio che aveva attaccato l’amico. Alexander avrebbe fatto lo stesso per Boz. Questa alleanza era così utile per entrambi che ogni giorno, per prima cosa dopo il risveglio, i due maschi compivano una serie completa di saluti intimi così accuratamente equilibrata da far pensare che tenessero conti precisi. Boz faceva la presentazione ad Alexander e gli permetteva di toccargli i genitali, mentre entrambi si guardavano fisso negli occhi e schioccavano le labbra. Due minuti dopo Alexander faceva la presentazione a Boz, e la stessa procedura ricominciava con i ruoli invertiti. Se stavano accordandosi su qualcosa, la simmetria dei loro incontri rendeva evidente che lo scopo era il mutuo appoggio e la divisione dei profitti nella giornata che stava iniziando, e non lo stabilire il predominio dell’uno sull’altro.
La formalizzazione dei ruoli e il notevole coinvolgimento di parti vulnerabili del corpo ha indotto Smuts e Watanabe a tracciare un parallelismo con i solenni giuramenti biblici in cui un uomo pone una mano sotto i lombi di un altro uomo. Considerando che le parole «testimoniare,» «testimonianza» e «testicolo» condividono la stessa radice latina, questi primatologi non ritengono eccessivo ipotizzare che toccare i genitali, come talvolta si osserva nei saluti, serve forse a rafforzare il valore di verità di qualsiasi cosa questi maschi si stiano dicendo.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 247

 

Differenza di sesso:
Al contrario di quella dei maschi, l’aggressività delle femmine può aumentare: per queste ultime, il livello si innalza con l’affollamento.

 

Judge ha avanzato l’ipotesi che i macachi reso di basso rango ospiti dell’isola non possano lasciare il gruppo per un periodo troppo lungo perché probabilmente vivono meglio nutrendosi per ultimi fra i loro compagni che competendo da soli con estranei (l’isola è occupata da numerosi gruppi diversi). Analogamente, Aureli ha ipotizzato che il rischio di incontrare nella foresta grossi felidi o rapaci impedisca alle scimmie di rinunciare alla protezione del gruppo anche se hanno seri problemi con alcuni compagni.`
Il quadro che emerge da questa ricerca è quello di un sistema sociale molto stretto che produce x conflitti e richiede y riconciliazioni per il proprio mantenimento indipendentemente dal fatto che la sua coesione sia affidata a un fossato, a uno steccato, a pericolosi predatori o a gruppi ostili.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 257

 

Le popolazioni umane che hanno alle spalle una lunga storia di affollamento - come i giapponesi, i giavanesi e gli olandesi - enfatizzano, ciascuna a modo proprio, la tolleranza, l’uniformità e il consenso, mentre è possibile che le popolazioni disperse su vasti territori siano più individualistiche e, al contrario, attribuiscano maggiore importanza alla riservatezza e alla libertà. Poiché l’equilibrio fra i valori individuali e comunitari influenza le decisioni morali, la moralità è parte integrante della risposta umana all’ambiente, ed è importante anche per controbilanciare il deterioramento sociale previsto in condizioni di affollamento. La capacità di ritoccare costantemente la definizione del bene e del male è uno dei più efficaci strumenti a disposizione di Homo sapiens, una specie i cui individui sono maestri nell’arte di adattarsi. La morale non è la stessa in pace e in guerra, e non lo è nemmeno in tempi di abbondanza e di carestia o in presenza di densità di popolazione elevate o modeste. Se determinate condizioni pérdurano a lungo, l’intera concezione morale di una cultura ne sarà influenzata.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 258

 

Testicoli grossi e pace nel branco

I murichi, che pesano fino a 15 chilogrammi, sono l’equivalente del gorilla di montagna nel Nuovo Mondo: sono i più grossi primati indigeni del proprio continente e i più esposti al pericolo dell’estinzione, considerando che gli individui tuttora viventi in natura sono meno di cinquecento. I murichi sono veri e propri giganti miti e tranquilli.
Si potrebbe obiettare che in precedenza avevamo già udito false affermazioni riguardo all’indole pacifica di alcuni primati, ma in milleduecento ore di osservazione Strier ha contato solo nove episodi in cui un murichi rincorse un compagno con intenzioni aggressive. Come ogni altro primatologo, Karen Strier si aspettava che in presenza di una femmina sessualmente ricettiva i maschi entrassero in competizione, ma scoprì invece
che i murichi si limitano ad attendere il proprio turno senza azzuffarsi. Le femmine - scrive Strier in Faces in the Forest - sono del tutto padrone di sé: «Spesso ho visto una femmina evitare un’ispezione [dei genitali] da parte di un maschio solo per presentarsi a un altro con un ghigno allusivo accompagnato da vocalizzazioni.»’’ Analoghi modelli di comportamento e tolleranza sessuale fra maschi sono stati osservati in un altro sito brasiliano.
I maschi trascorrono molto tempo insieme, spesso abbracciandosi in gruppetti di due o più individui che emettono un suono chiamato « chuckle» [risatinal. L’assenza quasi completa di aggressività viene spiegata da Strier come una combinazione di più fattori: l’abitudine di mangiare separatamente, i rapporti egualitari fra i sessi e gli enormi testicoli dei maschi. L’ultimo fattore potrebbe indicare che l’arena della competizione sessuale si è spostata dalla contesa diretta per il possesso della femmina alla produzione di una quantità di sperma sufficiente a vincere la corsa contro lo sperma degli altri maschi. Dopo la copula la vagina della femmina è occlusa dal grumo formato dallo sperma appena emesso, che viene rimosso senza tante cerimonie dal maschio successivo e lasciato cadere a terra o ingerito prima del nuovo accoppiamento.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 260

 

Il coinvolgimento di altri individui nel processo di riconciliazione venne investigato per la prima volta da Peter Judge nella stessa stazione di ricerca ma su una specie differente: il macaco dalla coda di porco. Come tutti i macachi, quelli dalla coda di porco formano una società matrilineare in cui le femmine imparentate si associano e si sostengono vicendevolmente. A parte le riconciliazioni dirette fra ex avversari, Judge ha scoperto che i parenti delle vittime tendono a ricercare il contatto con l’aggressore. Una madre può avvicinare colei che ha aggredito sua figlia per quella che sembra essere una riconciliazione «per conto e a favore della prole.» Se questa cosiddetta riconciliazione triadica proteggerà il gruppo matrilineare della vittima da ulteriori ostilità, tutti i suoi membri ne trarranno beneficio, compresa la femmina che ha avvicinato l’autrice dell’aggressione.
Le riconciliazioni attraverso individui imparentati richiedono che questi animali sappiano non solo chi sono i propri parenti, ma anche a quale gruppo appartenga ciascun altro individuo.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 262

Riconoscere le foto dei parenti

E in realtà vi sono indicazioni sempre più consistenti del fatto che i primati sanno riconoscere i rapporti di parentela. La testimonianza definitiva è stata prodotta da Verena Dasser, una primatologa svizzera. Mostrando ai macachi alcune fotografie di femmine adulte e di giovani del gruppo, assegnò loro il compito di classificarle sulla base della parentela, o meno, degli individui ritratti. I soggetti di Dasser se la cavarono con onore, dimostrando, al pari di Socko, di saper riconoscere il legame madre-figlio.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 262

 

Le riconciliazioni e lo scimpanzé
Non vi è probabilmente alcun primate non umano che tenga presenti le riconciliazioni altrettanto attentamente, e che abbia una piena comprensione del loro significato, quanto lo scimpanzé. Ho addirittura visto individui di questa specie reagire negativamente quando uno degli ex avversari offrì all’altro il ramoscello d’ulivo. Non è inconsueto che nelle colonie di scimpanzé in cattività le femmine si coalizzino per difendersi da un maschio prepotente. Considerando che, in gruppo, esse sono in grado di dargli una bella lezione, possiamo capire la fretta del maschio di togliersi di torno. E se è stato abbastanza fortunato da scamparla, osserva l’altro sesso da una distanza di sicurezza. Poiché nessuna delle femmine lo eguaglia per forza e velocità, la loro solidarietà è determinante. Durante questi periodi di rapporti gelidi ho visto femmine rivolgere tutta la furia repressa contro quella fra loro che per prima si era avvicinata all’avversario presentandogli il posteriore o baciandolo. Evidentemente, le altre non avevano ancora pareggiato i conti con il prepotente, e vedevano l’iniziativa di pace di questa singola femmina come un tradimento.
Le femmine adulte assumono talvolta una funzione catalitica favorendo la riunione dei maschi rivali, un intervento che richiede un ottimo grado di consapevolezza sociale. Questo tipo di mediazione dimostra il valore che gli scimpanzé attribuiscono alla coesistenza armoniosa, riflesso anche dal frenetico entusiasmo e dagli abbracci che seguono ogni clamorosa riconciliazione nell’ambito della colonia.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 263

 

6. C’è da domandarsi se Yeroen volesse influenzare intenzionalmente la percezione dell’altro maschio o se, più semplicemente, avesse imparato che zoppicare riduce il rischio di subire un attacco. Nel primo caso avrebbe dovuto poter immaginare il proprio aspetto dal punto di vista dell’altro maschio; nel secondo, gli sarebbe occorso qualcosa di più di un’esperienza positiva vissuta nel periodo in cui aveva davvero zoppicato per necessità. Sebbene si sia sempre più disposti ad ammettere che le grandi antropomorfe abbiano la capacità di ingannare intenzionalmente, è impossibile dimostrare in ogni singolo caso che questa capacità sia stata realmente utilizzata. Inoltre, il falso stato di sofferenza descritto sia per una femmina di gorilla (Hediger, 7955, pp. 150-151) sia per Yeroen (de Waal, 1982, pp. 47-48 [trad. it. p. 36] trova riscontro in casi analoghi nell’ambito di specie ritenute inferiori nella scala cognitiva. Alcuni proprietari di cani mi hanno raccontato che il loro animale aveva finto di zoppicare per attrarre l’attenzione, e Caine e Reite (1983, p. 25) hanno descritto una femmina di macaco che faceva la commedia: «Ogni volta che la immettevamo nel suo gruppo sociale cominciava a zoppicare vistosamente, ma dopo averla esaminata non riscontravamo né segni di ferite né sintomi di malattie. Lo zoppicamento, per di più, scompariva non appena la mettevamo in una gabbia da sola».
Può darsi che il comportamento di questa femmina fosse dovuto più al modo in cui i veterinari trattavano le scimmie zoppicanti che alla reazione dei suoi conspecifici. Forse preferiva stare sola, e forse aveva imparato da un reale trauma fisico subito in precedenza come indurre i ricercatori a toglierla dal gruppo. In questo caso, l’inganno di Yeroen differiva da quelli messi in atto sia dal macaco femmina, sia dal gorilla femmina, sia dai cani di cui sopra in almeno un aspetto, e cioè che era diretto agli individui della propria specie.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 286

 

8. È evidente che non solo i primati sono soggetti a inibizioni durante il gioco. Come qualsiasi padrone di un cane di grossa taglia può confermare, tali inibizioni sono particolarmente riconoscibili nei carnivori in grado di provocare orribili ferite in una frazione di secondo. L’acquisizione di tali meccanismi inibitori è stata osservata in due cuccioli di orso bruno - Kit e Kate, entrambe femmine - allevati da Ellis Bacon nell’ambito di un progetto naturalistico realizzato sulle Smoky Mountains. I cuccioli di orso, quantunque molto attraenti, possono essere parecchio aggressivi, e ingaggiano dei corpo a corpo con un’energia e una forza più che sufficienti a sopraffare un compagno di giochi umano. Poiché la nostra pelle è estremamente sottile al confronto di quella di un orso, le membra dei guardiani dei due cuccioli erano costantemente coperte di graffi, morsi e lividi. Ma quando le piccole ebbero circa otto mesi sopraggiunse un vistoso e gradito cambiamento nello stile di gioco: «Si comportavano come se avessero scoperto che lui [Bacon] era diverso da un orsa: vi fu una rapida scomparsa dei graffi e dei morsi involontari, ed esse iniziarono a fare distinzione fra i vestiti (con cui continuavano a giocare liberamente) e la carne. Da allora in poi - eccetto che per qualche occasionale prova di dominanza - Ellis si considerò fisicamente al sicuro in loro presenza. Al contrario, quando i cuccioli facevano la lotta fra loro, il gioco continuava a essere parecchio pesante» (Burghardt, 1992, p. 375). Moss (1988, p. 163) descrive come il più formidabile compagno di giochi che si possa avere al mondo, un elefante maschio, imparò a farsi piccolo per divertirsi: «All’inizio dell’anno avevo visto un grosso elefante adulto, Mark, accucciarsi in posizione allungata per fare la lotta con un altro maschio considerevolmente più piccolo. In precedenza i due avevano giocato per un po’ stando in piedi, ma poco dopo il maschio più giovane, M140, aveva accennato ad andarsene e, sebbene Mark lo avesse seguito, non aveva ripreso a giocare. A quel punto Mark piegò le ginocchia degli arti anteriori e distese i posteriori, e non appena M140 lo vide tornò diritto sul posto e ricominciò la lotta. Ora M140 era il più alto dei due.»
9. Dopo avere formulato questo esempio, udii Sue Savage-Rumbaugh che raccontava una sorprendente storia su un orango femmina di nome Marie, che da piccola aveva perso entrambe le braccia. Marie fece esattamente quel tipo di connessione fra il proprio corpo e quello di un altro individuo che era necessario per dimostrare l’esistenza dell’empatia cognitiva nelle antropomorfe. Sue, che ha perso la punta di un dito, stava facendo il grooming a Marie e intanto le parlava, quando quest’ultima notò improvvisamente il dito mozzo. Lo ispezionò accuratamente, reggendo la mano di Sue con un piede. Poi portò il dito della ricercatrice in contatto con il moncherino di una delle proprie braccia rivolgendole uno sguardo interrogativo, come domandandosi se anche lei cogliesse la stessa connessione.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 287

 

14. È sorprendente quanto poco sappiamo su quali situazioni generino i comportamenti di soccorso e quali inneschino l’intolleranza. Pavelka (1993, p. 92), descrivendo un gruppo di macachi del Giappone in libertà, commenta che i membri menomati di un gruppo possono incontrare atteggiamenti ostili. Questa, ad esempio, fu la reazione verso gli individui che barcollavano e incespicavano al risveglio dall’anestesia dopo un esame veterinario di routine. Le madri, sebbene proteggessero i loro piccoli assonnati, talvolta li morsero e li scossero come punendoli per il loro comportamento sconveniente. Nel corso degli anni le scimmie si abituarono alla vista dei loro compagni sotto l’effetto del sedativo e l’aggressività nei loro confronti diminuì.

 

Il pianto umano

19. Non esiste una spiegazione unanimemente accettata del pianto umano. Al di fuori dell’ordine dei primati, una copiosa produzione di lacrime è associata con habitat marini (probabilmente per la maggiore necessità di eliminare il sale in eccesso). I coccodrilli che vivono in acque dolci, per esempio, non versano lacrime, al contrario di quelli marini. La capacità di lacrimare è stata osservata anche nella lontra e nella foca. A causa di questo legame con l’ecologia marina, i sostenitori della teoria della «antropomorfa acquatica» considerano le lacrime umane una prova evolutiva a loro favore (Morgan, 1982). Sono estremamente rari i casi in cui un primate non umano sia stato visto lacrimare, e vanno considerati con riserva. È molto probabile che la gente si aspetti di vedere le lacrime, e che quindi proietti la propria aspettativa o lavori di immaginazione. L’unico resoconto da parte di una primatologa esperta è descritto in Fossey (1983). Nonostante il mio profondo scetticismo - e se le «lacrime» fossero state dovute a eccessiva sudorazione? - menziono questo caso perché Fossey era certamente consapevole della straordinaria natura della sua osservazione.
Il racconto riguarda Coco, una giovane gorilla di montagna la cui intera famiglia era stata sterminata dai bracconieri. Dopo alcune settimane di maltrattamenti, trascorse in una gabbia minuscola, la giovane gorilla venne reclamata da Fossey e condotta al suo campo. Qui Coco tornò a rivedere il proprio ambiente naturale: «Coco si avventurò sulle mie ginocchia... Dopo qualche minuto di totale immobilità, scese a terra e si diresse a una lunga panca sotto le finestre che davano sulle non lontane pendici del Visoke. Con notevole difficoltà si issò sulla panca e posò lo sguardo in direzione della montagna. D’un tratto prese a singhiozzare e versare lacrime vere, qualcosa che non avevo mai e non avrei più visto fare da un gorilla. Calata infine la sera, si raggomitolò in un nido di frasche che io stessa avevo preparato e gemendo piano chiuse gli occhi.» (p. 110 [trad. it. p. 122]). 20. Yerkes e Yerkes, 1929, p. 297.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 289

 

Un romanzo in cui si analizza dettagliatamente il modo femminile di gestire un conflitto è Occhio di gatto di Margaret Atwood. L’autrice contrappone i tormenti a cui le ragazze si sottopongono a vicenda con la più aperta e diretta competizione fra i ragazzi. A un certo punto, uno dei personaggi femminili principali lamenta:« Avevo considerato l’idea di parlarne con il mio fratello [maggiore] e di chiedergli aiuto. Ma che cosa gli avrei detto esattamente? Non ho né un occhio nero né un naso sanguinante da mostrare: Cordelia non fa nulla di fisico. Se fossimo ragazzi, che si rincorrono o si fanno i dispetti, egli saprebbe che fare, ma le mie sofferenze non mi provengono dai maschi e non in questo modo. Contro le ragazze e i loro modi indiretti, contro i loro sussurri, egli sarebbe impotente» (Atwood, 1989, p. 166).

 

28. Nelle società più stabili di scimpanzé, dopo uno scontro i maschi si riconciliano più prontamente delle femmine, e la struttura del potere maschile è ben definita e fieramente contestata se la si confronta con la relativa assenza di formalità che caratterizza la gerarchia femminile.
Come Nishida ha spiegato (1989, p. 86), le femmine definiscono le questioni di dominanza in base all’anziantà: «AI contrario dei maschi, il cui successo riproduttivo dipende dallo status sociale, nelle femmine il successo riproduttivo può dipendere primariamente dall’acquisizione di un’area vicina al centro del territorio dell’unità-gruppo. Dunque, le femmine che hanno acquisito una propria area centrale non hanno pressanti ragioni di battersi per un rango più elevato. Ne consegue che qualche tempo dopo l’immigrazione di una femmina, il suo rango sarà più o meno fisso. In seguito, la sua promozione sarà dovuta prevalentemente alla morte di femmine anziane di rango elevato e all’ammissione nella gerarchia di femmine più giovani di basso rango.»
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 299

 

20. Scambi di sesso contro cibo sono stati documentati da Kuroda (1984) fra i bonobo in natura, e da de Waal (1987, 1989a) fra i bonobo in cattività. Tali scambi sono meno visibili ma non assenti fra gli scimpanzé (Yerkes, 1941: Teleki, 1973b). Conseguentemente, nel Parco Nazionale di Gombe, il miglior modo di prevedere che uno scimpanzé maschio sarebbe andato a caccia è risultato essere la presenza di femmine in estro nel gruppo che aveva intrapreso un viaggio. Una motivazione per la caccia può quindi essere il successo nell’accoppiamento attraverso la spartizione con le femmine (Stanford et al., 19946).
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 305

 

Non sono stati solo i maestri giapponesi ad avere questa intuizione. Uno dei primi studiosi americani del comportamento infantile, Helen Dawe (1934, p. 154), osservò: «La madre o la maestra che interferisce continuamente priva il bambino di ottime occasioni per imparare gli adattamenti sociali.» Quando il dottorando Peter Verbeek compì osservazioni di bambini in un campo di giochi all’aperto in Florida, scoprì che circa un terzo dei conflitti veniva interrotto dalle maestre. Queste invitavano i bambini a «fare la pace», ma solo 1’8 per cento dei contendenti si rimetteva a giocare assieme dopo la riconciliazione forzata, in confronto al 35 per cento di ex avversari che riprendevano a giocare dopo aver risolto la disputa in modo autonomo.

 

Il numero degli scontri fra parenti non appare più così straordinario se si tiene conto anche del tempo trascorso insieme. Almeno in parte, quindi, l’alto tasso di aggressività è prodotto dalla vicinanza. Ma le stesse considerazioni sono valide anche a proposito di altri tipi di interazione: ne consegue che la connessione con la vicinanza non può essere utilizzata per abbassare gli alti tassi di aggressività fra parenti, a meno di non essere disposti a fare lo stesso per il grooming e per altri comportamenti affiliativi (Bernstein, Judge e Ruehlmann, 1993).
Non vi è prova che l’aggressività fra parenti sia relativamente mitigata, tanto che, occasionalmente, qualche individuo rimane ferito.
De Waal F., “Naturalmente buoni”, Garzanti, pag. 309

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